«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
Se hai tempo da buttare, leggi le LETTERE DALLA CAMPAGNA
«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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La storia è nota. Nel 1974, alla fine di novembre, il regista tedesco Werner Herzog viene a sapere che la sua cara amica Lotte Eisner è gravemente malata. No non può essere, non in questo momento, dice lui, non posso permettere che muoia. Decide allora di percorrere a piedi, in linea retta, il tragitto che li separa: Monaco-Parigi. E parte. Munito di una bussola, una sacca e un paio di stivali buoni. Giunto a destinazione, un mese dopo, Lotte è guarita. E vivrà per altri otto anni. Il racconto del viaggio diventa una specie di ex voto, col titolo Sentieri nel ghiaccio (ristampato in questi giorni da Guanda). Un uomo che fa questo, comunque la pensi, merita tutto il mio rispetto.
P.S. La frase del titolo è presa da qui. Ah, sarò via per una settimana circa (a piedi). Fate i bravi e buona Pentecoste. A presto!
Chissà se si coglie il veleno di questa pagina:
«…Che cosa c’è di più bigotto, infatti, di un sano laico, così burbanzoso e credulo verso i suoi princìpi? E quei fieri atei, tutti convinti che un mistico sovrano come Giordano Bruno fosse uno dei loro?
(Roberto Calasso, La rovina di Kasch, Milano 1989, p. 339)
Dicono sia l’edificio in mattoni più grande del mondo. Certo è un monumento alla difesa della fede. Possente e austera all’esterno, e ricchissima all’interno: è
Si narra che il benedettino Jacques Dupont, tra i più grandi biblisti del XX secolo, definisse provocatoriamente Giuseppe Dossetti come un “docétiste” (docetista). Immagino che la battuta possa spiegarsi nel modo che segue: a) secondo Dossetti, “Parola di Dio” non sarebbe tanto il Verbo incarnato (Gesù Cristo), quanto
Ricevo e diffondo, dall’Ufficio Stampa dell’Editore Bonanno: il libro Erbe amare di Ariel Levi di Gualdo verrà presentato alla Fiera del Libro di Torino dal giornalista Andrea Tornielli. L’appuntamento è per lunedì 12 Maggio alle ore 11.00.
[Rispondo da qui, indecorosamente, a un commento di Rosanna]
Cara Rosanna,
posto che ad essere “stupide”, solitamente, sono le risposte più che le domande, e posto pure che fra i lettori del blog ci sarà sicuramente qualcuno che meglio di me potrà rispondere ai tuoi quesiti… provo ugualmente a dir qualcosa.
Innanzitutto, penso vada chiarito che non bisogna guardare all’eternità come ad un prolungamento del tempo. L’eternità non è un tempo infinito, ma è qualcosa che sta al di là di spazio e di tempo. Pertanto “abbassare” l’eternità riducendola al tempo non soltanto sarebbe metafisicamente “aberrante”, ma andrebbe pure contro a quel che di fatto è accaduto con l’Incarnazione. È il mirabile scambio: il Figlio di Dio che si fa uomo, affinché l’uomo si faccia figlio di Dio, partecipando della Sua natura. Il movimento procede dall’alto, dall’eterno, e all’alto e all’eterno ritorna. Questo, ovviamente, ha profonde conseguenze sul nostro modo di intendere il tempo e la storia: ed è per questo che noi cristiani vediamo meglio di tutti l’assurdità di una filosofia della storia, perché è possibile soltanto una teologia della storia.
Sull’incarnazione, quanto al resto, hai sicuramente ragione: le due dimensioni di eternità e di tempo non sono inconciliabili, ma sono – per così dire – embricate l’una nell’altra. Però è anche vero che, secondo il dogma, è soltanto la seconda Persona della Trinità che ha fatto ingresso nel “tempo”. La sofferenza di Cristo sulla Croce, una sofferenza reale e non apparente, riguarda esclusivamente
Il Credo aquileiese, commentato da Rufino al principio del V secolo, aggiungeva non a caso al primo articolo su “Dio Padre onnipotente” gli aggettivi “invisibile e impassibile”, proprio per escludere concezioni di questo tipo. Cito un passaggio della Expositio Symboli del menzionato Rufino:
«È bene sapere che queste due parole [“invisibile” e “impassibile”] non si trovano nel Simbolo della Chiesa di Roma. Ma sappiamo che presso di noi sono state aggiunte a causa dell’eresia di Sabellio, cioè quella che i Latini definiscono Patripassiana, in quanto afferma che proprio il Padre è nato dalla Vergine e sostiene che egli si è fatto visibile e ha patito nella carne. Pertanto, al fine di respingere tale empietà riguardo al Padre, i nostri predecessori hanno aggiunto tali parole ed hanno definito il Padre invisibile e impassibile. Sappiamo infatti che il Figlio, non il Padre, è nato nella carne e in forza della nascita carnale il Figlio è diventato visibile e passibile. Ma per quanto attiene alla sostanza immortale della divinità che per lui è una sola e la stessa del Padre, in tal senso non crediamo visibile e passibile né il Padre né il Figlio né lo Spirito Santo. In quanto poi il Figlio si è degnato di assumere la carne, egli nella carne è stato visto ed ha patito» (op. cit., § 5, trad. M. Simonetti).
Se ho intuito correttamente i dubbi che stanno alla base delle tue domande, credo che questo passaggio sarà di grande chiarimento. Ma c’è dell’altro che bolle in pentola, mi pare. Si tratta, penso, del problema del rapporto tra creazione e rivelazione, e in ultima analisi tra grazia e libero arbitrio. Su questo tema straordinariamente complesso, fra le varie cose, c’è una bellissima voce scritta da Gaetano Lettieri per il Dizionario di Letteratura patristica curato da A. Di Berardino e altri (San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, pp. 628-687).
Le nozioni di grazia e di libero arbitrio, scrive Lettieri, «presuppongono una relazione tra due libertà, asimmetricamente e diacronicamente connesse: l’una creata, chiamata, provata, redenta dall’altra, che sempre la precede e la governa, ma che pure è paradossalmente determinata da quella, capace di obbligarla a un divenire “storico”, al punto che il rapporto tra grazia e libertà può essere rappresentato come l’abbraccio di lotta che stringe Giacobbe con l’angelo di Dio. Da una parte, infatti, la libertà creata fende la creazione divina, costringe la libertà creatrice a intervenire nuovamente, tramite la rivelazione della Legge o, dopo e oltre questa, della grazia, per correggere il disegno della creazione alterato dalla creatura; dall’altra, la libertà creaturale sussiste unicamente a partire dall’apertura del dono divino (creativo, rivelativo o redentivo che sia). Dimensione paradossale, logicamente aporetica, questa del dono (nome che
Come sciogliere allora questo dilemma, questa aporia del dono? Non trovo parole migliori di quelle, provvidenzialmente segnalate da un caro amico, che Dante attribuisce a san Pier Damiani, nel canto XXI del Paradiso (da leggere tutto), vv. 91-102:
Ma quell’alma nel ciel che più si schiara,
quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,
la dimanda tua non satisfara;
però che sì s’innoltra ne lo abisso
de l’etterno statuto quel che chiedi,
che da ogni creata vista è scisso.
E al mondo mortal, quando tu riedi,
questo rapporta, sì che non presumma
a tanto segno più mover li piedi.
La mente, che qui luce, in terra fumma;
onde riguarda come può là giue
quel che non pote perché ’l ciel l’assumma…
Una perla dell’esegesi contemporanea:
«Non è storicamente impossibile che Gesù fosse strambo».
(E.P. Sanders, Gesù e il giudaismo, trad. it. Marietti, Genova 1992, p. 428)
Ieri i cent’anni dalla nascita di Giovannino Guareschi (qui il sito ufficiale con tutte le iniziative), oggi i tredici anni dalla scomparsa di Cornelio Fabro, che verrà ricordato stasera nel paese che gli diede i natali (Flumignano, in provincia di Udine).
Un articolo del “Messaggero Veneto” (1/05/2008, p. 18) osserva opportunamente che «il vasto contenuto speculativo di padre Fabro si basa su uno studio genetico, storico e critico del tomismo, che gli permise di avviare, con solidità e consistenza, un dialogo e un confronto con le istanze più acute del mondo moderno. In tempi di contestazione del magistero della Chiesa, a Fabro venne riconosciuto il merito di avere esplicitato un pensiero che ha saputo corrispondere alla generosa esigenza della fede con l’audacia autentica della ragione».
«
(tratto da qui)
Franco Cardini intervistato dal Korriere:
«“Peggio per loro”. Peggio per gli Stati Uniti, per
D’accordo, ma è anche vero che è stata proprio
“Ho fatto il liceo presso
Torniamo alla scuola. Dunque, il latino non va toccato neanche nei licei scientifici?
“Nonostante tutto il bla-bla progressista del passato, il latino è una grande scuola di formazione. Non è solo il “rosa, rosae”, ma una disciplina mentale... È un grande esercizio di mnemotecnica: la perdita di abitudine nell’esercitare la memoria ha già provocato danni immani sul piano degli strumenti e delle potenzialità culturali dei ragazzi. La nostra scuola è stata vittima dei sociologi e degli psicologi, che con i politici e i sindacalisti hanno rovinato l’Italia. In nome di un malinteso senso di libertà, i sociologi degli anni Sessanta dicevano che non bisognava sottoporre i ragazzi a troppi sforzi in nome di uno sterile nozionismo. Mi dicevano che oggi i giovani medici non ricordano i nomi dei farmaci: sicuramente hanno studiato male il latino e il greco. La sudditanza al mondo americano ci fa pensare che il linguaggio scientifico sia oramai solo inglese. Non è vero, il nostro linguaggio scientifico è ancora legato a Linneo”.
D’accordo sul bla-bla progressista, però non è che le famose tre I del centrodestra guardassero molto all’educazione classica: Inglese, Impresa, Internet.
“In effetti delle tre I non si è visto nulla. Forse un po’ di impresa, ma per il resto... L’inglese rimane pessimo nelle scuole e i computer spesso restano imballati nei sottoscala. Le lingue vive ormai si imparano sul posto o con i mezzi audiovisivi, basta un po’ di pratica. Niente a che vedere con il rigore che si impara studiando il latino. Dire che il latino, essendo una lingua morta, è inutile, è un insopportabile conformismo che per fortuna oggi va un po’ dileguandosi. Voglio sperare che il governo di destra non faccia scherzi, anche se non mi meraviglierebbe, visto che ha la tendenza a correre dietro agli Stati Uniti”.
Ma il supino che cosa può dire a un ragazzino del Duemila? Non sarebbe bene mollare un po’ sulla lingua e insistere sulla civiltà e sulla cultura?
“Nella scuola di oggi ci sono delle porcate assolute, come il debito formativo, che rovinano moralmente le giovani generazioni e le rendono incapaci di articolare un pensiero. So benissimo che quando una disciplina viene derubricata, a poco a poco finisce per sparire: è inutile aggirare o negare le difficoltà traducendo in pillole una struttura linguistica rigorosissima, di estrema bellezza e armonia interna, magari sostituendo lo studio della lingua con notiziole su come vivevano i romani, su come mangiavano, su come facevano la guerra e l’amore”».
(Fonte: “Korriere della sera”, 25 aprile 2008)
«Il giorno in cui l’America metterà il suo piede in Europa, la pace e la sicurezza vi saranno bandite per lungo tempo» (Charles-Maurice de Talleyrand).
«Ad essi esplicitamente dichiara che la sola speranza dell’uomo e la sua sola salvezza sono poste nella fede cristiana (che, insegnando la verità, e con la divina sua luce dissipando le tenebre dell’umana ignoranza, opera per amore) e nella Chiesa cattolica, depositaria del vero culto, stabile dimora della stessa fede e tempio di Dio, fuori del quale, fatta salva la scusa di una invincibile ignoranza…».
(Pio IX, enciclica Singulari quidem, 17 marzo 1856)
Per chi se lo fosse perso, segnalo questo intervento di Luigi Copertino.
Una vera manna per chi scrive di cose orali. Tutti i numeri della rivista “Oral Tradition” (che si pubblica dal 1986) sono integralmente consultabili on-line.
Ho leggiucchiato in questi giorni un libello di Giancarlo Zizola e Alberto Barbero, La riforma del Sant’Uffizio e il “caso Illich” (Torino 1969), fortunosamente recuperato in una bancarella di libri usati: ormai vecchio e inutilizzabile nelle argomentazioni e nello “spirito”, ma interessante per una ricostruzione dell’intricata faccenda delle accuse piovute sull’allora monsignore Ivan Illich, da parte della Congregazione per la dottrina della fede.
Una faccenda poco chiara, almeno per il sottoscritto, anche a distanza di anni; e questo a prescindere da luci e ombre dell’operato e del pensiero di Illich, che com’è noto chiese ed ottenne la riduzione operativa allo stato laicale, pur dichiarando assoluta fedeltà all’ordinamento giuridico-istituzionale della Chiesa e al carattere permanente del sacerdozio (per questo restò celibe, e continuò per tutta la vita a recitare quotidianamente il breviario).
In un’intervista concessa poco prima della morte, peraltro, Illich imputava chiaramente l’avvio del procedimento ai suoi danni, che si risolse in nulla di fatto, all’azione di ambienti clericali (in particolare p. John Considine, della Società per le missioni cattoliche Maryknoll) legati a doppio filo con
Il volumetto dei due giornalisti, assieme ai materiali del procedimento – il testo dell’interrogatorio, le lettere inviate da Illich al Santo Padre e al card. Seper, etc. – , riporta anche i due articoli che diedero il via al “caso Illich”: Il rovescio della carità, apparso inizialmente sul quaderno del 21 gennaio 1967 di “America”, rivista dei padri gesuiti nordamericani (trad. it. ne “Il Gallo”, n. 10, ottobre 1967, pp. 16-17); e Metamorfosi del clero, articolo scritto come traccia di discussione per un gruppo di sacerdoti statunitensi (Illich fu a lungo incardinato nella diocesi di New York), pubblicato in Italia dalla rivista di orientamento clerical-progressista “Testimonianze” (n. 101, gennaio-febbraio 1968, pp. 35-53).
È impressionante accostarsi a questi testi quarant’anni dopo. Illich captò perfettamente il senso profondo che certi mutamenti post-conciliari avrebbero potuto avere – e di fatto ebbero – sulla struttura e sulla vita stessa della Chiesa cattolica: sul piano della diagnosi, come spesso accade, la sua analisi è impeccabile; mentre risulta cedevole e storicamente superata (a tratti perfino inaccettabile) sul piano delle alternative proposte.
Era prevedibile, quindi, che i cattolici “progressisti”, in quegli anni, considerassero Illich soltanto da quest’ultimo punto di vista. Conviene comunque, credo, rileggere oggi alcuni passaggi del secondo di questi articoli, per il loro notevole potenziale “critico”, nel senso più nobile e alto del termine:
«
Alcuni reagiscono con dolore, angoscia, paura, davanti a questa crisi. Altri lavorano eroicamente e si sacrificano per scongiurarla, altri ancora, con dispiacere o con soddisfazione, interpretano il disordine disciplinare come un segno della scomparsa della stessa Chiesa romana (…).
La Chiesa
Dopo la fine del Concilio, alle dodici venerabili Congregazioni si sono affiancati numerosi organismi post-conciliari che si accavallano gli uni sugli altri: commissioni, consigli, organi consultivi, comitati, assemblee, istituti e sinodi. Questo labirinto burocratico è ingovernabile: tanto meglio. Forse potremo apprendere così che i princìpi di amministrazione delle imprese non sono applicabili al Corpo di Cristo.
Oggi
La Chiesa
Se
Nell’intento di affrontare questa crisi, nei prossimi anni vi sarà un pullulare di programmi di aggiornamento del clero (…). Sempre più le diocesi e le congregazioni religiose chiedono agli esperti dell’industria di insegnare loro i metodi professionalmente attuali, dalle relazioni pubbliche alle statistiche demografiche.
Disgraziatamente, l’espressione “formazione cristiana” abbraccia attualmente troppe realtà. Come vari altri termini usati nella Chiesa, essa ha perduto quasi ogni significato. È necessario precisarlo nuovamente, per comprendere che non è la formazione professionale in teologia che fa il prete nella sua specificità (…).
Il risultato specifico dell’educazione cristiana è il “senso della Chiesa”. L’uomo che lo possiede affonda le sue radici nell’autorità viva di questa Chiesa, vive nella fecondità creatrice della fede e parla in termini ispirati dai doni dello Spirito. Questo “senso della Chiesa” sgorga dalla lettura delle fonti cristiane, dalla partecipazione alla celebrazione liturgica, da una certa maniera di vivere.
È il frutto dell’incontro con Cristo e la misura della reale profondità della preghiera. Risulta dalla penetrazione della fede attraverso la luce dell’intelligenza, l’apertura del cuore e la sottomissione della volontà. Nella designazione di un adulto al diaconato o al sacerdozio, bisognerà esaminare se vi è in lui tale “senso”, più che fondarsi sui suoi successi in teologia o sul tempo passato fuori del mondo. Non gli domanderemo la competenza professionale per insegnare al “suo pubblico” (…).
Non si può pianificare l’avvenire della Chiesa, solo lo si può immaginare; lo si vive comunque nell’obbedienza e solo allora lo si scopre. Il mio presente è sempre il passato di qualcuno e il futuro di un altro: per questo sono responsabile per
Lo spiega Ron Paul in un articolo densissimo, provvidamente segnalato dal blog di Andrea e Francesco.
Ecco il testo integrale del videomessaggio che Papa Benedetto XVI ha inviato ieri, giorno del suo compleanno, al popolo russo (fonte: ZENIT):
«Cari cittadini della Federazione russa, sono grato per l’invito rivoltomi a porgervi il mio saluto cordiale e colgo volentieri l’occasione per esprimere la stima, l’affetto e la considerazione che da sempre il Successore di Pietro e
[In Russo]
Sono molto contento di potermi rivolgere in lingua russa al popolo ed al governo di questo grande e a me così caro Paese russo. Qui in America abbastanza bene, a parte il Presidente che beve molto e come sapete è appunto protestante. Comunque sia, saluto affettuosamente voi tutti cari fratelli ortodossi, in particolare Sua Santità, il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, i vescovi cattolici come pure le loro comunità. A tutti auguro pace, benessere e amore reciproco e invoco su di voi la benedizione del Signore».
Due giorni fa è scomparso uno dei più celebrati studiosi di Paolo della seconda metà del Novecento, il teologo (luterano) Krister Stendahl. Esponente di spicco della cosiddetta “New Perspective on Paul” (maggiori dettagli in questa pagina), Stendhal era nato a Stoccolma nel 1921. Qui trovate una bibliografia dei suoi scritti. In italiano è disponibile una raccolta di saggi dal titolo Paolo fra ebrei e pagani (Claudiana, Torino 1995; ed. or. Philadelphia 1976).
È finalmente on-line la replica completa di Peter Jeffery (in pdf) all’esorbitante recensione di Scott Brown (ne parlavamo qui), mentre nella pagina personale dello stesso Jeffery (docente di Storia della musica a Princeton) c’è un rimando a tutte le reazioni al suo ultimo volume, The Secret Gospel of Mark Unveiled: Imagined Rituals of Sex, Death, and Madness in a Biblical Forgery (Yale University Press, New Haven 2006). Loren Rosson fa il punto della situazione, qui.