«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
Se hai tempo da buttare, leggi le LETTERE DALLA CAMPAGNA
«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Un appunto di Jan Assmann, che ho trovato molto utile per ripensare la discussione dei giorni scorsi:
«La distinzione fra “intra-” ed “extra-” sistemico si riferisce a due diverse costruzioni di alterità. L’“altro” intrasistemico è in genere un abitante di un paese straniero, un membro di una civiltà, di una comunità linguistica o un seguace di una religione, con il quale la comunicazione è possibile nelle condizioni di una generica traducibilità; l’“altro” extrasistemico, invece, appartiene a un sistema in rapporto al quale tali condizioni di traducibilità non esistono o non sono possibili. È facile, o perlomeno non impossibile, in linea di principio, tradurre gli dèi egizi in quelli assiri, ma è impossibile una traducibilità fra religioni monoteistiche e “pagane”. La traducibilità non preclude tuttavia il conflitto e la violenza: gli assiri hanno reagito in modo violento contro altri popoli sulla base di una traducibilità di principio. Il “nemico” è un altro intrasistemico che potrebbe, tuttavia, essere integrato nel sistema politico senza doversi necessariamente convertire a una diversa visione della realtà. L’“idolatra” e il “pagano”, invece, sono altri extrasistemici, che possono essere integrati solo per mezzo della conversione».
(J. Assmann, Dio e gli dèi. Egitto, Israele e la nascita del monoteismo, trad. it. Il Mulino, Bologna 2009, pp. 46-47)
Non mi piace dividere il mondo fra politicamente corretti e politicamente scorretti (lo trovo semplicemente stupido), ma questo intervento di Roberto Manfredini sul “caso” Ipazia è tanto politicamente scorretto quanto drammaturgicamente ineccepibile:
«…Riguardo al film, da un’anteprima di 10 minuti su Youtube ci si può fare l’idea di come sarà la trama: mentre l’attrice che interpreta Ipazia istruisce la città intera con un piglio a metà strada tra Mary Poppins, Liz Taylor e Sylva Koscina, tutti gli altri si ammazzano di botte o fanno a gara di rutti».
O (prima et secunda) tempora, o mores!

Riceviamo e pubblichiamo questa mail, da parte di Luigi Copertino:
Caro Piccolo (Grande) Zaccheo,
innanzitutto ringrazio te, SchwarzWelf e gli altri amici che hanno speso più che una parola al mio posto. Se mi consenti, e poi prometto di tacere sull’argomento, vorrei fare a beneficio comune alcune riflessioni.
Per prima cosa voglio ricordare a certi interlocutori che la giornalista che mi ha intervistato lo ha fatto appositamente nella mia qualità di professo della Fede cattolica. In questo, caro Zaccheo, hai ampie ragioni: se non si chiariscono le premesse, ogni discorso diventa reciprocamente incomprensibile. Da parte mia non ho mai barato e le mie premesse cattoliche le ho sempre preventivamente rese note. Per altri non posso dire la stessa cosa.
Quanto scrivo e dico parte da un assunto che è quello di chiarire la ragionevolezza della Fede, non certo nel senso kantiano della religione nei limiti della sola ragione, che sarebbe riduzionismo, ma nel senso tradizionale per il quale
Non
Questo vale, massimamente, anche nel rapporto tra teologia e storia, che, come tu mi insegni, è una specie del più vasto genere del rapporto tra Fede e Ragione.
La dico con Vittorio Messori, che nel suo ultimo libro, la sua autobiografia spirituale, parla della propria conversione come dell’inizio di una “ricerca, sì, ma non della fede - quella era un dono previo - bensì delle ragioni che rendono quella fede credibile e vivibile e dei luoghi dove essa è insegnata, in modo tale da armonizzare, salvandole, tutte le ricchezze, spesso apparentemente così contraddittorie, della Scrittura”.
Provo sempre molto dispiacere quando incontro persone che non conoscono questo immenso dono della Fede, che a te e me è stato fatto, con gratuità molto al di là dei nostri effettivi meriti. Per quanto mi riguarda, poi, in una età certamente preda di molte turbolenze esistenziali come quella post-adolescenziale.
In realtà questo dono, come sai, è offerto costantemente a tutti e se non tutti lo ricevono è semplicemente perché vi è chiusura del cuore da parte loro. Se non fosse per questa “durezza di cuore” molti comprenderebbero che
Ora, una forma di chiusura del cuore è senza dubbio l’intellettualismo, che non va mai però confuso con l’intelligenza della quale tutti siamo dotati, essendone piuttosto una sorta di deragliamento causato generalmente dall’orgoglio. Cristo, quando ringrazia il Padre per aver nascosto
Ecco perché, poi come promesso tacerò, esprimo alcune valutazioni su quanto obiettano J.W. e Buzz.
1. In ordine a quanto, certamente con molta più disponibilità ad un franco dialogo scevro da accuse preventive, mi obietta J.W., faccio osservare quel che segue:
1.1. Le mie affermazioni circa l’ebraismo post-biblico altro non sono, e non da oggi, che la dottrina della Chiesa in argomento. In questo, al di là delle apparenze, non ci sono sostanziali cesure tra prima e dopo il Vaticano II. Le differenze sono semmai di approfondimento teologico, di maggior sensibilità pastorale caritativa e di linguaggio. Fa testo in tale materia dottrinale il Paolo della Lettera ai romani, alla quale mi sono richiamato.
L’Apostolo, certo, afferma che quello ebraico è il popolo primogenito eletto per l’Alleanza, ma contestualmente afferma che questa primogenitura, al momento, è come sospesa. Paolo parla di “rami recisi” dall’Olivo Santo, ossia dall’Israele teologale. Quel che importa nell’elezione di Israele non è né l’etnia né la “kultur” ma l’essere esso un popolo da Dio, letteralmente, “inventato”, mediante la vocazione di Abramo, intorno ad una Rivelazione (vd. anche Galati 4,21-31).
Questo Israele teologale, proprio perché “teologale” ossia “popolo che nasce non dalla carne ma dalla fede”, che è appunto l’Olivo Santo al quale si riferisce Paolo, trova adempimento e continuazione nella Chiesa. Da tale Olivo gli Israeliti sono al momento recisi per esservi reinnestati in futuro, quando la loro fede, ora monca, approderà finalmente in Cristo ed entreranno nella Chiesa per fondersi con i Gentili nell’unico popolo di Dio.
Però, detto chiaramente e fermamente questo, non possiamo neanche glissare sul fatto che questa situazione attuale esponga gli Israeliti ad una inappagata inquietudine messianica, che li ha già più volte portati ad esiti drammatici e, a mio giudizio, rischia di portarveli ancora. Mi riferisco alle tensioni politico-messianiche di cui si nutre un certo fondamentalismo ebraico. Dico questo, sia ben chiaro, con timore e preoccupazione per i “fratelli maggiori” e, se mi lasci fare il paragone, pur naturalmente con le debite differenze non essendo lo scrivente “di spirito profetico dotato”, con gli stessi sentimenti che nutrivano i profeti biblici quando richiamavano Israele alla fedeltà al Dio della Rivelazione.
Un grande “profeta” moderno è stato per l’appunto Israel Zolli. La distorsione dell’idea messianica nell’ebraismo del I secolo, quella che faceva del Messia un capo politico, è cosa attestata dallo stesso Zolli, grande esegeta biblico ed esperto di storia di Israele, nella voce “Giudaismo” dell’Enciclopedia Cattolica. Invito tutti a leggere alcuni fondamentali libri di questo prezioso studioso: Il Nazareno (scritto prima dell’approdo a Cristo), Antisemitismo e Prima dell’alba. Ho appreso da lui a capire l’anima ebraica dal di dentro, come essa sia inquieta, e soprattutto ho appreso come tale inquietudine trovi appagamento nell’approdo a Cristo, considerato come adempimento definitivo della Fede ebraica veterotestamentaria. Ecco perché posso affermare, senza problemi di tecnicismi esegetici, che il cristianesimo è l’unico autentico ebraismo. Zolli e gli altri Ebrei che hanno già individualmente compiuto il decisivo passo verso Cristo sono un segno profetico del destino finale che attende i nostri “fratelli maggiori”. Come detto, questo povero cristiano, che qualcuno accusa di supersessionismo, magari neanche sapendo bene di cosa sta parlando, prega per essi ogni giorno, e con Pio XI ricorda che noi cristiani siamo “spiritualmente semiti”.
1.2. Il millenarismo è sempre stato condannato dalla Chiesa, anche nel recente catechismo del 1992, dove è definito “un messianismo intrinsecamente perverso”. L’idea del Regno come una teocrazia terrena è fuori dall’alveo della Tradizione Apostolica e del Magistero. Ora, l
Se si eclissa questa premessa, o perlomeno questa possibilità, è evidente che si cade, a proposito del Regno, in considerazioni temporalistiche, come appunto è accaduto all’ebraismo post-biblico. Infatti mi sembra che J.W., pur ricordandola quasi en passant, in effetti sottovaluti, in favore di una visione ancora “terrena e politica”, la prospettiva escatologica e soprannaturale della discontinuità del Regno dal mondo ordinario. Affermare questa discontinuità non significa affatto dire che il Regno non contempli un “mondo”, ma che tale mondo sarà glorificato ossia trasfigurato, in modo ora inimmaginabile.
Nella stessa logica dell’Incarnazione e della Resurrezione,
La pretesa di realizzare il Regno all’interno della storia è stata l’idea centrale di tutti i millenarismi, antichi (si pensi a certe eresie dei primi secoli cristiani, o a Gioacchino da Fiore) e moderni (le ideologie, come nazismo e marxismo, che Eric Voegelin giustamente addita come escatologie immanentistiche, e delle quali vede l’antecedente nel puritanesimo, con la sua idea di edificare in terra la società cristiana perfetta, la “Città da Dio posta sulla collina di Sion”: idea che è alla base del messianismo nazionale americano, che autogiustifica sé stesso nel nome del “destino manifesto”).
Questa pretesa è innegabilmente la stessa del giudaismo post-biblico, imperniata sul concetto di Israele come Messia Collettivo, sia che essa si manifesti in forme politiche, come il sionismo, sia che resti in un ambito religioso laddove viene affermato dai rabbini (si veda rabbi Golinkin, ad esempio) che l’era messianica sarà quella che, riconosciuto da tutti il primato spirituale di Israele, inaugurerà
Rinvio ancora al Catechismo del 1992 per convincersi che non è questo l’insegnamento della Chiesa. Anzi, è proprio il richiamo alle dodici tribù di Israele – il numero 12 essendo simbolo dell’universalità, e dunque riferendosi alla salvezza di tutti i popoli (come indica anche quel multiplo del 12 che è il 144.000 dell’Apocalisse) – che permette di comprendere il significato vero delle parole di Cristo nei passi di Matteo e Luca richiamati da J.W.: l’Israele di quei passi è appunto l’Israele teologale, che Paolo chiama radice santa o Olivo Santo. L’Israele che troverà il suo compimento post-storico, quando la fine coinciderà trans-storicamente con l’inizio (“Io sono l’alfa e l’omega”), e non dunque nella storia.
La prospettiva invece temporalistica è, come detto, propria dell’esegesi ebraica post-biblica, e quando essa viene assunta in ambito cristiano porta agli stessi aberranti esiti cui è pervenuto il cristiano-sionismo americano, attuale versione della corrente dispensazionalista dell’anglo-israelismo del XIX secolo.
Questi gruppi del fondamentalismo evangelicale protestante statunitense, circa 70 milioni di americani, infervorati dai cosiddetti “telepredicatori”, che costituiscono la base elettorale della destra (neo)conservatrice e che, esattamente come certo ebraismo politico, guardano allo Stato di Israele come ad un agente messianico, si nutrono di una letteratura apocalittica di chiaro stampo millenaristico, che interpreta il “millennio” del capitolo 20 dell’Apocalisse come una teocrazia messianica terrena con Cristo che, come fosse un dittatore globale, regnerà “in virga ferrea” quale capo politico dello Stato di Israele cui tutti dovranno sottomettersi.
Ecco come si esprime in proposito un teologo cristiano-sionista, Lewis David Allen: “Il Messia regnerà dal trono ristabilito di Davide a Gerusalemme. Risorto, Re Davide sarà co-reggente assieme a Cristo. Israele occuperà una posizione di gloria e dominio sulle nazioni del mondo. I Cristiani rinati si uniranno al Messia e ai dirigenti di Israele nell’amministrare il regno di Dio sulla terra. Siamo in marcia verso Sion!”, per poi chiosare: “Se il sionismo è razzismo, allora Dio è razzista perché Egli è l’autore del sionismo” (cfr. Lewis David Allen, Can Israel Survive in a Hostile World?, New Leaf Press, Green Forest, AR, USA 1994, p. 150).
Dal canto suo, un altro telepredicatore cristiano sionista, Jerry Falwell, recentemente scomparso, gran consigliere di Reagan e grande elettore di G.W. Bush, era solito accendere il “sacro fuoco” delle sue messianiche folle mediatiche con frasi di tal fatta: “Ad Armageddon ci saranno circa quattrocento milioni di uomini che faranno corona all’olocausto finale dell’umanità! Proprio per questo non dobbiamo mai dimenticare com’è bello essere cristiani! Noi abbiamo un futuro meraviglioso davanti a noi!”.
Si tratta di una prospettiva decisamente aberrante e terrificante. Altro che Amore di Dio o Dio che è Amore! È ad esiti come questi che porta un’esegesi letteralista ed impregnata da una prospettiva (mi si lasci passare il termine un po’ desueto, senza subito muovere accuse infondate) “giudaizzante”, distaccata da Tradizione e Magistero, ossia dal Corpo vivo della Chiesa e dunque da Cristo del Quale
2. Quanto fin qui detto spero faccia riflettere anche Buzz. Conosco fior di storici, e so benissimo che la storiografia ha da tempo superato il determinismo positivistico dell’Ottocento, e che oggi nessuno storico pretende più di dire la parola ultima e definitiva su qualsivoglia evento della storia.
Uno di questi amici storici, tra i più noti nell’ambito medievista, mi ha insegnato che la storiografia post-moderna ha finalmente rigettato ogni intromissione “teologica” nell’ambito della ricerca storica, ad iniziare da quelle “teologie laiche” che erano l’hegelismo ed i suoi derivati, compreso il marxismo.
Questo medievista, pur essendo cattolico, afferma sempre che come storico non può accettare alcuna teologia della storia nel proprio ambito professionale, benché poi da buon cattolico accetti una prospettiva teologica anche della storia nell’ambito della fede. Queste dunque sono le regole del gioco.
Ciò non toglie però due cose: in primo luogo che, pur nella distinzione dei piani, che non deve essere necessariamente opposizione, anche la teologia della storia esiste ed ha i suoi diritti, sicché i due livelli possono tranquillamente cooperare nel reciproco rispetto dell’ambito di competenza di ciascuno (e qui siamo di nuovo alla questione del corretto rapporto tra fede e ragione); in secondo luogo che, pur essendo stato superato il determinismo, non sembra però superato, perlomeno nelle posizioni “radicali” come quelle manifestate da Buzz, il riduzionismo, ossia la pretesa di negare a priori
Naturalmente, posta tale pretesa negativa e dichiaratala, solo essa, scientifica, sostenere la realtà del soprannaturale e di quegli eventi che i cristiani chiamano miracoli diventa cosa buona solo per le vecchiette che recitano il Rosario e per quegli altri poveri allocchi, come Buzz considera lo scrivente, “ammalati di fideismo” o di bisogno religioso. Un bisogno dal quale l’uomo adulto e laico si sarebbe del tutto emancipato (magari solo per cadere, poi, in altre forme di religiosità spuria, dallo spiritismo all’ufologia, che hanno sempre accompagnato la modernità e lo sviluppo del pensiero razionalista come la loro inseparabile ombra, e questo perché l’uomo è essenzialmente “homo religiosus” – Agostino direbbe: “mi hai fatto per Te ed il mio cuore non avrà pace finché non riposerà in Te” – ragion per cui se all’uomo viene tolta la sacralità autentica, quella rivelata, inevitabilmente se ne fabbricherà una sostitutiva, ma per questo inautentica, dalle ideologie al neognosticismo di massa del “new age”).
Ora, chi nega storicità al Vecchio Testamento, implicitamente riducendolo al racconto auto-apologetico, più o meno inventato, di un rozzo popolo di pastori, inevitabilmente fa una affermazione che dal punto di vista teologico sarebbe definita “marcionita”. Sicché al posto suo ci andrei piano, molto piano, a lanciare accuse di “supersessionismo” o “antisemitismo”, magari avendo appreso tali termini da qualche occasionale lettura, a chi invece proclama la “storicità”, nel senso esposto nell’intervista, della Scrittura per affermare l’essenziale ebraicità, di più: l’essenziale ed autentica ebraicità (che non toglie all’ebraismo post-biblico un’ebraicità però parziale), del cristianesimo.
Quando si dialoga si dovrebbe evitare, se si dialoga con onestà intellettuale e lealtà di rapporti, ovvero riconoscendo all’altro pari dignità, di lanciare accuse tendenti a squalificare preventivamente l’interlocutore utilizzando allo scopo gli attuali “idola tribus”, quelli che vogliono ogni osservazione critica fatta verso i “fratelli maggiori” come sinonimo di “subdolo antisemitismo” (trenta o quaranta anni fa, quando gli idola tribus erano altri, l’accusa con la quale si squalificava l’interlocutore togliendogli ogni diritto civile era quella di “fascista”, con la quale non ci si vergognava di colpire persino uomini che avevano fatto la resistenza, e che però non accettavano passivamente la cultura egemonica di quegli anni).
Infine, credo utile, almeno per chi sa appunto dialogare con onestà intellettuale e lealtà di rapporti, rivelare qui che una delle fonti di quanto ho detto circa “Sapienza e storicità” della Scrittura è un’opera recentemente ripubblicata, di cui consiglio a tutti la lettura: Creazione e peccato, di un certo Joseph Ratzinger, oggi meglio noto come Benedetto XVI.
Un’ultimissima cosa: pur avendo avuto, come molti, una normalissima, ossia una del tutto blanda, educazione cattolica, lo scrivente aveva abbandonato la fede per molto tempo prima di riprenderla, come detto, per una immeritata grazia ottenuta dalla Vergine. Quindi nelle mie argomentazione esegetiche sull’Apocalisse non c’è assolutamente nulla di inculcato, né di mia personale elaborazione. Si tratta semplicemente di quella che, sin dai tempi patristici, è la dottrina di fede cattolica che, riscoprendola, ho fatto mia.
Un saluto,
Luigi Copertino

«…Cancellare un simbolo che ha un significato non garantisce che il suo posto sarà occupato dallo spirito di carità: forse sarebbe stato più sicuro contare su quel piccolo muro simbolico, nella speranza che in avvenire giungesse a cingere il monte Sion; ma, come abbiamo visto, i responsabili per le decisioni ecclesiastiche hanno ricevuto assai spesso un’educazione che li rende indifferenti ai segnali non-verbali, ed ottusi al loro significato. Questo punto è fondamentale per spiegare le difficoltà in cui si dibatte oggi il cristianesimo: è come se i semafori della liturgia fossero manovrati da segnalatori daltonici […].
Nell’eucaristia, abbiamo una condensazione di simboli sconcertante per estensione e profondità: il disco bianco dell’ostia comprende simbolicamente in sé il cosmo, l’intera storia della Chiesa, ed altro ancora, poiché si rifà al pane offerto da Melchisedech, al Calvario ed alla messa; unisce il corpo di ogni praticante all’intero corpo dei fedeli, ed in questo suo ambito è espressione di espiazione, di nutrimento e di rinnovamento. Non stupisce che papa Paolo VI sia contristato dai teologi contemporanei, che rimpiccioliscono il significato dell’eucaristia, e che, coniando termini ambigui come «trans-finalizzazione» e «trans-significazione», minacciano di ridurla, da fonte efficace di potere, ad un mero simbolo (Enciclica Mysterium Fidei, 1965).
Troviamo ad esempio che nel Nuovo Catechismo olandese, al capitolo sull’eucaristia, la dottrina della presenza reale non riceve più attenzione dell’aspetto commemorativo del rito; si parla un po’ di più dell’eucaristia come di un atto di ringraziamento, del senso di comunione dei fedeli che la praticano, e dell’essere essa un simbolo del pasto e del nutrimento comune. La dottrina della transustanziazione del pane nel Corpo Divino viene relegata in secondo piano, mentre si insiste sugli altri modi in cui si manifesta la presenza di Cristo, in specie sulla «parola» (Istituto catechetico superiore di Nimega, 1967, pp. 332-347).
No, non possono comprenderla e accettarla, i vescovi olandesi che hanno formulato questo catechismo, ed i professori inglesi moderni ed aperti che se ne sono impadroniti come espressione annacquata di una fede che per loro ha perso ogni significato. Per le loro facoltà di percezione simbolica, ormai atrofizzate, il mistero dell’eucaristia emana un fulgore magico troppo forte: come i Pigmei (lo ripeto qui deliberatamente, perché mi pare che essi si vantino troppo spesso di aver raggiunto chissà quale alta cima di sviluppo intellettuale), essi non possono concepire che la divinità sia confinata in un oggetto o in un luogo. Ma, se è giusta la mia interpretazione delle ricerche di Bernstein, innumerevoli comunità illetterate, sparse su tutta la terra, non condividono questa incapacità […].
Ciò che è nutrimento troppo vigoroso per i loro pastori è il loro cibo naturale: «Le pecorelle affamate guardano, e non ricevono pastura». Non si allude qui a fedeli trascurati da parroci frivoli, sportivi e goderecci: a quanto pare, vi sono pastori seri e bene intenzionati che tuttavia non si rendono conto che le loro pecorelle hanno bisogno di nutrimento vitale, perché ritengono che esso non si addica al loro proprio apparato digerente.
Ma l’accusa contro di loro è più grave. Nessuno può fare a meno di sviluppare la propria individualità in un sistema simbolico coerente. Quanto meno organizzato è il sistema di vita, tanto meno articolato può essere il sistema simbolico. Ma la responsabilità sociale non è un surrogato sufficiente delle forme simboliche, anzi, dipende da queste.
Quando il ritualismo viene apertamente deriso, l’impulso filantropico rischia di dissolversi, perché è illusorio pensare che possa esistere organizzazione senza espressione simbolica. La comunicazione istantanea e non-mediata è un vecchio sogno profetico; il contatto telepatico è buono per brevi lampi intuitivi; ma creare un ordine in cui il giovane e il vecchio, l’uomo e l’animale, il leone e l’agnello, si intendano direttamente, è una illusione da visionari. Coloro che disprezzano il rituale, anche se profondamente impregnato di magia, aspirano in nome della ragione ad un concetto di comunicazione che è molto irrazionale».
(Mary Douglas, I simboli naturali, trad. it. Torino 1979: la versione integrale dell’estratto, tutta da leggere, si trova qui)

Come notato da Angelo Bottone, il testo della lunghissima intervista che Luigi Copertino ha concesso al sito “Politicamente Corretto” - intorno al film di A. Amenabar sulla filosofa neoplatonica Ipazia, d’imminente uscita (*) - risulta tagliato. Avendo ricevuto il testo integrale via posta, riporto in calce l’ultima risposta di Copertino, con l’epilogo “antimarcionita” ripristinato:
«Nel testo biblico non ci sono, all’origine del mondo, lotte tra titani e deità o la contrapposizione di “doppi contrari”, non c’è la deificazione magica delle potenze della natura e l’uomo non è in balia dell’arbitrio di dèi, emanazioni eoniche di una oscurità abissale non manifestata, dei quali deve rabbonire l’ira magari con sacrifici umani o deve propiziare il favore con offerte rituali anche cruente. In un mondo di magia e di panteismo,
Al di là delle immagini usate, e che cambiano nel corso dei secoli mano a mano che
Ora, questo messaggio, questo contenuto rivelato, è oggi confermato dalla scienza che ha individuato nel cosmo un momento iniziale dal nulla ed una direzione finalizzata alla comparsa della vita intelligente. Il cosiddetto “principio antropico”, nella sua formulazione “debole”, conferma esattamente quanto il testo biblico, con altro linguaggio, in apparenza mitico nel Genesi, più sapienziale e teologico nei testi detti per l’appunto “sapienziali” come Proverbi o i Salmi, ci ha rivelato.
Certo il mondo non è stato fatto letteralmente in sette giorni, come pretendono i protestanti fondamentalisti e letteralisti (
Diversi scienziati sono oggi dell’avviso che la descrizione biblica della creazione e quella scientifica dell’origine dell’universo abbiano profonde assonanze quasi si trattasse dello stesso “racconto” secondo linguaggi solo in apparenza distanti ed incomunicabili. Il che non deve farci cadere in un facile ed ingenuo concordismo, anch’esso influenzato dal letteralismo, sul tipo di certo cosiddetto “creazionismo scientifico” di matrice protestante ed americana. L’importante è, però, sempre tenere uniti i due capi dell’unica corda: Sapienza e storicità.
Ho detto, si badi, “storicità”, e non a caso. Infatti
Nella Bibbia, soprattutto nella sue parti più antiche, quel che è prevalente è la “storicità”, l’essere, come si è detto, a differenza delle culture religiose arcaiche a carattere mitico, una Rivelazione che entra nella storia umana. Non ha importanza l’esattezza storiografica delle date, dei luoghi, dei tempi, come se si trattasse di un moderno testo di storiografia. Quel che ha importanza è la base storica, che è sicura al di là dell’approssimazione storiografica dei riferimenti, letta però, questa base storica, in una chiave tale da trasmettere il senso teologico e sapienziale degli eventi.
Non ha importanza se Abramo provenga effettivamente da Ur dei Caldei o se invece fosse nient’altro che un “hapiru” (da cui pare derivi la parola “ebreo”) ossia un tipico nomade semitico dell’area vicino orientale. L’importante è che il contesto della vocazione di Abramo sia storicamente sostenibile, come appunto è quello biblico. La diatriba tra Caino ed Abele rinvia chiaramente alla lotta atavica tra popolazioni agricolo-sedentarie e popolazioni nomadi-pastorali, ma quel che è importante nel testo biblico è l’evidenziazione dell’esito sanguinoso e fratricida del peccato.
Probabilmente il diluvio universale, che è presente quasi fosse un atavico ricordo in tutti i miti antichi, è la memoria di una qualche catastrofe globale, forse dell’esplosione di un “Vei”, come i geologi oggi chiamano un supervulcano di gigantesche dimensioni, avvenuta a Sumatra circa 75.000 anni fa (oggi al posto del supervulcano esploso vi è il lago Toba formatosi nell’antica sede del cratere) e che produsse ininterrotte piogge nonché l’ennesima glaciazione ed una sorta di effetto serra su tutto il pianeta, sicché le carestie che ne seguirono per mancanza di sufficiente luce solare sterminarono per fame quasi l’intera popolazione mondiale dell’epoca (si salvarono poche centinaia di persone, adeguatesi a vivere, dopo aver abbandonato le pianure, nelle zone più montuose). Quel che
Il racconto della prova cui Dio sottopone Abramo chiedendogli di sacrificare il suo unico figlio, se teologicamente è figura tipologica del Sacrificio del Figlio Venturo, di Cristo, sulla Croce, storicamente rinvia ad un momento nel quale si iniziava da parte dell’umanità ad abbandonare, sebbene lentamente, il sacrificio umano connesso con i riti propiziatori del paganesimo più antico.
Le lotte cruente di Israele con i popoli circumvicini, che spesso scandalizzano, per il fatto che Dio ordina lo “sterminio” dei nemici, anche più di un cattolico tentandolo al marcionismo (ossia al rigetto dell’Antico Testamento in favore del solo Nuovo Testamento), sono l’eco della lotta, che era non solo politica ma anche religiosa, affrontata da Israele per conservare intatto, in un mondo caduto a causa del peccato originale nell’idolatria mitico-immanentista, ossia naturalistica, il deposito della Rivelazione ed impedirne la contaminazione sincretistica con i culti panteistici della fertilità praticati dai vicini popoli pagani: uno sforzo al quale spesso Israele non riesce a tenere fede e, come nel caso di re Salomone, finisce per cedere alla tentazione sincretistica, con conseguenze poi per esso nefaste.
Non importa se Mosé sia stato effettivamente un nobile egizio, anche se la radice del nome indica chiaramente un influsso egizio, ma che egli sia stato profeta del suo popolo. Come non importa se effettivamente gli ebrei non uscirono dall’Egitto già organizzati nelle 12 tribù, organizzazione in effetti tardiva, ed invece emigrarono alla stregua di un’orda nomade tipica del tempo, perché ciò che importa è il significato sapienziale del numero 12, benché radicato nella effettiva realtà storica di un esodo tribale. Il 12 lo ritroviamo successivamente nel numero degli apostoli e nelle stelle che circondano il capo della Donna vestita di sole dell’Apocalisse, ossia della Vergine Maria. Il 12 è il numero simbolico della Universalità.
Si può poi notare come “storicità” e “storiograficità”, nel diverso senso dei due termini sopra spiegato, tendono progressivamente a coincidere mano a mano che
Anche nel Vangelo sapienzialità e storicità si presentano sempre unite e mai separate. E se è un errore ridurre l’Antico Testamento al racconto delle gesta più o meno rielaborato, a scopo di propaganda politico-religiosa, di un rozzo popolo di pastori (errore oggi molto diffuso in funzione della contestazione delle pretese sioniste ma, esattamente come queste, viziato dalla stessa prospettiva in fondo ideologica, anche se di segno contrario), è parimenti un errore, speculare e complementare al primo, quello di coloro, magari anche cattolici, che propendono per un’esegesi esclusivamente simbolica, e senza storicità alcuna, dell’Antico Testamento. In entrambi i casi l’esito è il marcionismo. Un esito che, però, porta fuori dall’alveo della Rivelazione, della Tradizione e del Magistero, quei cattolici, o presunti tali, che più o meno implicitamente lo sottoscrivono».
(L. Copertino)
(*) Prego notare il modo in cui la povera Ipazia, al di là della prevedibile agiografia che ne avrà stilato Amenabar, venga riportata nei messaggi promozionali che anticipano il film:

A chi mi chiede un parere sulla Nuova Traduzione CEI della Bibbia, rispondo che non posso offrirne ancora alcuno, dappoiché la mia copia della Nuovissimissima Versione fa bella mostra di sé da mesi, praticamente intonsa, sul medesimo scaffale del ripiano più alto della parete sinistra della stanza 14, dedicata ai “Leggerò”: praticamente irraggiungibile.
Al momento potrei solo lamentarmi di eventuali stramberie che ho potuto udire a Messa, tipo «Eterna è
(*) Salmo 118: controllare per [non] credere [più]!

«Non è senza ragione che i tomisti, anche moderni, insistono così spesso per mantenere il primato assoluto del principio di contraddizione. Ci sono in realtà degli aristotelici fedeli alla secolare tradizione della loro scuola che vogliono che il tomismo sia essenzialmente un aristotelismo infatuato di teologia cristiana. Come il tomismo ha in effetti assorbito l’aristotelismo e l’ha incluso, si può sempre ritrovare in san Tommaso, almeno nei suoi commenti ad Aristotele, di che farne un aristotelico. Il tomismo diventa allora un’epistemologia, dove la dialettica del logico si esercita su dei concetti astratti per costituire, sotto forma di logica dei trascendentali, una pseudo-metafisica.
Aristotele stesso ha lasciato ai suoi successori la possibilità di questa scelta. Egli sapeva molto bene che il sofista, il logico ed il filosofo hanno in comune lo stesso oggetto, che è l’essere: «Infatti rientrano pressappoco nell’ambito dello stesso genere la sofistica e la dialettica insieme alla filosofia» (Tommaso d’Aquino, In Metaph., l. IV, lect. 2). Tutte hanno l’essere in comune: omnibus autem commune ens est. È ciò che permette in dialettica e in logica di parlare di tutto ciò di cui parla la metafisica; in luogo di parlare dell’essere, oggetto proprio del metafisico, si parlerà allora dell’essere in generale, che non è alcun ente definito ma l’ens commune, e delle sue proprietà generali in quanto sono predicabili di tutti gli enti reali o possibili.
Tale è il tomismo di molte menti a-metafisiche, ma appassionate di logica e preoccupate di aver di che disputare in teologia. Non le si eliminerà mai dal tomismo e dalle sue scuole, ci sono e hanno tutto il diritto di restarci. È anche vano discutere con loro, poiché esse possono irrefutabilmente dimostrare che la loro interpretazione del tomismo è ben fondata: lo è di tutto il tomismo per quanto questo è quello di un discepolo di Aristotele (com’è vero), non tenendo conto che Tommaso è stato un metafisico personale e che questo, precisamente, costituisce il suo tomismo».
(Étienne Gilson, Costanti filosofiche dell’essere, cit., pp. 71-72)

«I metafisici scolastici, che sappiamo quanto si siano opposti fra di loro, sono stati considerati collettivamente sorpassati dai filosofi del XVII e XVIII secolo. Le loro filosofie sono state scartate – in quanto contaminate di “dogmatismo” – dalla critica di Kant, mentre menti completamente normali hanno continuato in tutti i tempi e in tutti i paesi a filosofare secondo i principi dell’aristotelismo tradizionale, come se la metafisica dell’essere non fosse mai stata contestata.
Tali spiriti non sono rari ancora oggi, ma conducono una sorta di combattimento di retroguardia e mai sono sembrati meno capaci di comunicare fiducia nel valore del loro principio, principio che era un tempo da tutti condiviso. Ciò che è evidente per essi non lo è per gli altri, e si osserva anche che i loro antichi disaccordi non sono stati mai riconciliati. Fanno la figura dei sopravvissuti in un mondo che, da lungo tempo, li ha superati. I loro avversari sono tuttavia incapaci di confutarli quanto essi lo sono di convincere coloro che ritengono la loro filosofia sorpassata.
Nulla conviene di più agli scettici di una tale situazione; ma noi al contrario la consideriamo dal punto di vista di coloro che tutta la conoscenza filosofica dipenda da un primo principio immediatamente evidente, che è l’essere, e che sia curiosa la loro incapacità di far partecipare agli altri una evidenza immediata e prima, che sono nondimeno capaci di mantenere indefinitivamente vivente nel loro spirito. Indistruttibile dove si trova, impossibile a imporsi dove non c’è, questa certezza non rassomiglia ad alcun altra di quelle che invocano la testimonianza della luce naturale dell’intelletto».
(Étienne Gilson, Costanti filosofiche dell’essere, trad. it. a cura di R. Diodato, Milano 1993, pp. 28-29)

Me l’immagino, il buon Dio, quando l’è arrivato il Guénon:
«Cos’è che sapevi, tu?».

Un articolo da “La voce del Gongoro”, tutto da leggere.
Dalla voce «Buonaiuti, Ernesto», in Enciclopedia Cattolica, Città del vaticano 1948-1954, vol. II, coll. 218-219:
«Spirito assimilatore, di coltura enciclopedica, dalla parola eloquente e dalla facile penna, temperamento emotivo, incapace di dubitare di sé, la vicenda del modernismo lo trovò giovine sacerdote, mente aperta ai nuovi studi religiosi positivi, e ne guadagnò prontamente l’intelligenza e la deviò».
Questa sì ch’è un’enciclopedia (cattolica).
Non ho ancora avuto modo di esaminare la faccenda nel dettaglio, ma il fatto che il comico Sacha Noam Baron Cohen (37 anni), nel suo ultimo scoppiettante film Bruno (budget di realizzazione stimato in circa 20-25 milioni di dollari), si travesta da giornalista di moda gay austriaco e prenda per il culo l’unico candidato realmente scomodo e indipendente che sia presentato alle elezioni USA del 2008, vale a dire Ron Paul (73 anni), mi sembra un indiscutibile segno dei tempi.

Sempre informatissimo e sagace, wXre si conferma come il miglior blog cattolico oggi in Rete (almeno a mio giudizio). Gli ultimissimi interventi sono proprio da incorniciare e meditare. Chapeau a Guido da Cocconato!

Quest’anno, more solito, li trovate qua.
Non fosse mai che sfuggisse ai lettori, segnalo questo post di Raffaele Ventura. Qui, invece, trovate il volto di Paolo Mieli ricostruito dalla BBC (sulla base di criteri scientifici): un grande classico dell’estate.

Fossi stato il Ministro, al posto delle futili tracce proposte quest’anno, avrei imposto questo schema unico per la prova d’italiano:
۞ “Io sono di destra”, “Io sono di sinistra”, “È una questione di diritti umani”, “Non è democratico”, etc.: che siano pronunciate da una persona responsabile o da un minorato psichico, queste frasi, e molte altre consimili, non hanno alcun significato. Esse vengono pronunciate quasi come in trance, mentre la ragione si trova per così dire in vacanza. Sono tipiche di uomini che non capiscono più nulla del mondo da loro stessi creato, e che, come automi, continuano a muoversi un giorno dopo l’altro.
«Ogni cosa, nella nostra vita quotidiana, costringe la maggior parte della gente a seguire percorsi obbligati, a quello che può dirsi una sorta di agire in trance. Affrettandosi, senza una significativa ragione, da un posto all’altro, alla massima velocità possibile… come può, il tipico individuo della nostra epoca, fare una qualche riflessione distaccata su se stesso? Tutta la sua vita è predisposta con lo scopo di riflettere solo vagamente… La vita, a quanto sembra, lo carica di nuovi problemi a profusione, e contemporaneamente gli toglie ogni possibilità di avere il tempo di prenderne coscienza» (Wyndham Lewis, L’arte di essere governati).
۞ Altrettanto fatuo quanto lo sciocco conservatore è il semplicione rivoluzionario.
«Il rivoluzionario di ieri si troverebbe oggi nella più addomesticata e confortevole delle situazioni, circondato da un caloroso clima di “benvenuto”… Al tavolo dei milionari, nella stampa del miliardario, come pure al posto di guida d’un taxi o in un giornale laburista, egli non troverebbe altro che la più rispettabile e scoraggiante conformità alle sue ardenti convinzioni… Chiunque abbia oggi abbastanza denaro è un “rivoluzionario”: questo, assieme all’abito da sera, è il primo requisito di un vero gentleman» (Wyndham Lewis, ancora L’arte di essere governati).
۞ L’intensità del controllo e dello sfruttamento di massa è accresciuta dal moltiplicarsi di differenze superficiali.
«Pur con tutte le risorse della sua favolosa ricchezza, il magnate democratico è capace di trascinare i poveri nelle profondità di una povertà spirituale impensabile da parte di qualsiasi precedente classe proletaria o dominante. I ricchi hanno realizzato questa terribile fratellanza con i poveri, salassandoli di ogni carattere, spiritualità o indipendenza mentale. Fatto questo, gli uni si incontrano con gli altri, spiritualmente o non spiritualmente, nel luogo riservato ai servi» (Wyndham Lewis, sempre L’arte di essere governati).
۞ Come preparazione per un’azione intelligente, occorre liberarsi dell’apparato ideologico che ci viene sottilmente imposto, attraverso un difficile processo di distacco: ovvero l’analisi della filosofia degli ultimi quattro secoli, come anche dell’arte e della scienza generate da questa filosofia.
«Prendiamo il caso dell’enorme apparato politico dell’istruzione in America. Esso è diretto non da migliaia di “sperimentatori scientifici” alla John Dewey, ma da tre o quattro cervelli di qualità quanto mai dubbia. Il fatto che lo Stato moderno sia necessariamente uno Stato pedagogico, grazie all’enorme impassibilità delle masse da una parte, e al controllo rigidamente centralizzato di tutte le agenzie di comunicazione dall’altra, non impedisce all’insegnante di essere vittima nella stessa misura in cui lo è l’alunno. Chiunque abbia avuto occasione di osservare le attività di un’università moderna non ha bisogno che gli si dica come la “politica amministrativa di un grande corpo docente” (questa è la ridicola terminologia) sia in realtà una decerebrata sottomissione alle correnti del cambiamento tecnologico. Le istituzioni cattoliche non fanno eccezione. Si può notare come gli educatori cattolici in America seguano fino in fondo il processo di educazione secolare, senza mai rompere le righe. Si preferisce una sottomissione leggermente querula a una radicale insistenza sui princìpi» (Marshall McLuhan, comunicazione orale).
> Il Ministero dispone acciocché si chiuda un occhio nei riguardi di quegli studenti che non consegneranno il foglio in bianco.
***
NOTA. Questo pezzo fantastico mi è stato suggerito da M. McLuhan, Wyndham Lewis: Lemuel in Lilliput, articolo pubblicato in “Saint Louis Studies in Honor of St. Thomas Aquinas” 2 (1944), pp. 58-72 (trad. it. in Letteratura e metafore della realtà, Armando, Roma 2009, pp. 99-123).

Bravo Magister, che ha sottolineato questo splendido passaggio dell’omelia di Benedetto XVI durante la liturgia vespertina dei santi Pietro e Paolo:
«Nel quarto capitolo della lettera agli Efesini l’apostolo Paolo ci dice che con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta, un’umanità matura. Non possiamo più rimanere “fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (4, 14).
Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede “responsabile”, una “fede adulta”. La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede “fai da te”, quindi. E lo si presenta come “coraggio” di esprimersi contro il magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo.
È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una “fede adulta”. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo [...]. La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo.
Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande “sì”. Descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l’espressione: “agire secondo verità nella carità” (cfr. Efesini 4, 15). Il nuovo modo di pensare, donatoci dalla fede, si volge prima di tutto verso la verità. Il potere del male è la menzogna. Il potere della fede, il potere di Dio è la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo».
(Fonte: Settimo Cielo)

Dopo Shenzen, Pyongyang e

Forse ho trovato una chiave per capire il gesuita De Certeau. Si trova nel volume L’invenzione del quotidiano (trad. it. Roma 2005), pagina 280, nota 5:
«Alla “blasfemia” (che “lascia sfuggire” la parola sacrilega e “tradisce” più di quanto non riveli) Benveniste oppone l’“eufemia” (“il nome di una pipa” al posto del “nome di Dio”) che “allude a una profanazione linguistica senza compierla” (Problèmes de linguistique générale, Paris 1966, vol. II, pp. 254-257). Un concetto molto apprezzabile».
Adesso occorre qualcuno che me ne spieghi il senso.