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mercoledì, 30 novembre 2005
preservativi per tutti: è arrivata la civiltà

A detta di molti, i preservativi costituirebbero un’ottima ragione per restare fuori dalla Chiesa (effettivamente: provate ad andare a messa con uno di quegli arnesi addosso. Probabilmente vi guarderanno maluccio). Alcuni blog, tempo fa, hanno già affrontato intelligentemente la questione, ma ci sembra che certe cose abbiano sempre bisogno d’essere ribadite. Cogliamo allora lo spunto da un post di wXre, e ribadiamo. Si sente ancora dire, ogni tanto, che Giovanni Paolo II sarebbe stato il «più grande assassino del XX secolo», dato che, proibendo l’utilizzo dei preservativi, «ha condannato milioni di vite umane, soprattutto in Africa, al flagello dell’AIDS». Lo hanno affermato persino giornali come il New York Times, il New Statesman di Londra o l’Australian di Sidney. Voci autorevoli. L’ultimo ha proposto addirittura di accusare ufficialmente il Vaticano di «crimini contro l’umanità» (magari facendo risolvere la faccenda agli Stati Uniti). Un editoriale del Guardian ha poi paragonato Wojtyla a Lenin: «Entrambi hanno messo l’ideologia davanti alla vita umana e alla felicità, con un inimmaginabile costo umano». Più tenero The Lancet, tra le più importanti riviste mediche del mondo, che ha accusato il Wojtylaccio d’ignoranza e rigidità, avendo egli contribuito allo sviluppo di «insuperabili ostacoli alla prevenzione della malattia». Bene. Prendiamo atto di queste rispettabili opinioni. Come reagire? Con un po’ di dati, supponiamo, ad esempio quelli forniti dal Joint United Nations Program on HIV/AIDS (UNAIDS), secondo il quale due terzi delle persone malate di AIDS (circa 25 milioni) vivono nell’Africa sub-sahariana. A questo punto – perdonate l’apparente cinismo – è sufficiente sovrapporre le mappe di prevalenza dell’AIDS con quelle di prevalenza del cattolicesimo: vediamo se il collegamento fra Wojtyla e AIDS funziona, sempre che non sia vagamente razzista pensare agli Africani come a povere bamboline senza testa, che seguono automaticamente i dettami della morale cattolica (molto più complessi del preservativo, peraltro). Toh! Nel paese ove l’emergenza AIDS è più grave, lo Swaziland, solo il 5% circa della popolazione è cattolico. Nel Botswana, dove il 37% della popolazione adulta ha contratto l’AIDS, solo il 4% è cattolico. Nel Sud Africa, dove il 22% della popolazione ha contratto l’AIDS,  solo il 6% è cattolico. C’è qualcosa che non quadra nel Codice da Vinci. D’accordo, facciamo la prova contraria. Pigliamo allora l’Uganda, con il 43% della popolazione costituito da cattolici: la proporzione degli adulti con AIDS, in questo caso, è pari al 4%. Servono commenti? 

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imposture intellettuali, interventi incivili

domenica, 27 novembre 2005
«La Parola zittì chiacchiere mie»

Una parola dura e dolce: è quella che scelgo per accompagnare l’Avvento. C’è tutto questo tempo: la memoria, il discernimento, l’attesa.

[1] Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengano veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo. [2] Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; [3] ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo. [4] Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto questi falsi profeti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. [5] Costoro sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. [6] Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore. [7] Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. [8] Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. [9] In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. [10] In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. [11] Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. [12] Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. [13] Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. [14] E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. [15] Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio. [16] Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. (Prima lettera di Giovanni, 4,1-16)

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volti e parole, diario scritto di giorno

venerdì, 25 novembre 2005
del Vangelo segreto e d'altro

La notizia del piccolo Zaccheo su “Il Vangelo segreto di Marco: una bufala” ha trovato ospitalità presso le pagine di Avvenire (25/11/2005, p. 26). La versione inviata al quotidiano è però più breve, rispetto a quella che trovate nel post precedente.

Colgo l’occasione per segnalare a Bottone l’uscita di J.H. Newman, Scritti filosofici, nella collana “Il pensiero occidentale” della Bompiani, a cura del mio concittadino Michele Marchetto. Ho potuto sfogliare il volume in anteprima (dovrebbe uscire a giorni), anche se piuttosto in fretta: contiene un’ampia introduzione dello stesso Marchetto, gli Oxford University Sermons, una nuova versione della Grammatica dell’assenso e il Quaderno filosofico (cos’è?), il tutto con testo a fronte. Sembra davvero un’annata importante, per gli appassionati italiani di Newman: oltre a L’idea di università (trad. A. Bottone, Studium, Roma 2005, pp. 236, euro 22), sono usciti infatti La Chiesa dei Padri. Profili storici (Jaca Book, Milano 2005, pp. XXIX-220, euro 19, con introduzione di I. Biffi) e la ristampa de La grammatica dell’assenso (sempre Jaca Book, Milano 2005, pp. XLII-415, euro 38).

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scaffale aperto

mercoledì, 23 novembre 2005
il Vangelo segreto di Marco: una bufala

Che le bugie abbiano le gambe corte è cosa risaputa: ma per quanto tempo possono continuare a correre, senza che nessuno provveda a fermarle? La questione sembra applicarsi non soltanto al campo sempreverde delle cosiddette leggende metropolitane, ma anche (e ciò sia detto con un filo d’amarezza) al mondo dell’università e della ricerca, a quell’enorme “città secondaria” – secondo la pungente definizione di George Steiner – dove il commento si aggiunge spesso al commento, in un circuito di voci che solo in pochi casi raggiunge il lettore comune e di “buona cultura”. Uno di questi casi è sicuramente quello delle pubblicazioni di divulgazione storico-religiosa, soprattutto se consacrate al cristianesimo delle origini. Quanti “codici da Vinci”, quanti “misteri” del Mar Morto finiscono per polverizzare la ricerca e le fatiche di tanti seri studiosi, su questi stessi argomenti... Nondimeno, ogni regola ha le sue eccezioni: e così può capitare che siano persino gli studiosi suddetti a confezionare clamorose “bufale”, ad uso e consumo dei profani e (perché no?) dei colleghi. Un esempio recente l’ha fornito suo malgrado Morton Smith, il prestigioso storico del Mediterraneo antico scomparso nel 1991, docente alla Columbia University, e maestro fra gli altri di Jacob Neusner (tra le massime autorità mondiali nel campo degli studi giudaistici).

Smith, nel lontano 1958, si rese protagonista di una scoperta sensazionale: durante una spedizione presso il monastero di Mar Saba, a pochi chilometri da Gerusalemme, ebbe infatti la ventura di rinvenire fra le pagine d’un volume del XVII secolo (l’edizione delle lettere di Ignazio di Antiochia curata da I. Voss) alcuni frammenti di un’epistola di Clemente d’Alessandria, il padre della Chiesa vissuto fra il 150 e il 212 circa, giustamente considerato tra i più fertili intelletti del cristianesimo antico. Clemente, di cui non si possiedono tuttora “altre” lettere, si rivolgeva in questa ad un certo Teodoro, mettendolo in guardia dalle dottrine eretiche dei Carpocraziani, un gruppo gnostico di tendenze  libertine: costoro, spiegava sempre l’Alessandrino, avrebbero adulterato alcuni passi del “Vangelo segreto di Marco”, una versione ampliata del Vangelo che sarebbe poi diventato canonico, e la cui lettura veniva consentita presso la chiesa di Alessandria solo agli «iniziati ai grandi misteri». I carpocraziani, a questo già di per sé fantomatico Vangelo (che nella pletora degli apocrifi finora conosciuti risultava comunque inedito), avrebbero in particolare aggiunto alcune frasi “compromettenti”, secondo le quali Gesù insegnava i «Misteri del Regno di Dio» durante cerimonie notturne a sfondo iniziatico e sessuale, «nudo con nudo».

Come si comprende da questi brevi cenni, il testo fece molto scalpore, e pose diversi problemi agli studiosi. Accertata che fosse l’autenticità clementina dello scritto, come si sarebbero valutate le citazioni del presunto “Vangelo segreto”? E in che rapporto sarebbe stato, quest’ultimo, col testo canonico che noi conosciamo sotto il nome di Marco? La critica si divise ben presto fra posizioni radicali (il “Vangelo segreto” come versione anteriore di Marco), moderate (il “Vangelo segreto” spurio e secondario rispetto ai canonici), o decisamente scettiche (l’intero documento come un falso: posizione sostenuta fra gli altri anche dall’ex-allievo Neusner). Alcuni brani del “Vangelo segreto”, a detta di Smith, avrebbero addirittura fornito una spiegazione “convincente” (e decisamente audace) per l’enigmatico passaggio contenuto nel Vangelo di Marco (14,51-52), laddove si fa riferimento al «giovane che fuggì seminudo» durante la drammatica notte del Getsemani. Su questo e su altri “indizi”, da allora, si è ricamato fin troppo: qualcuno ha persino letto il tutto come una “prova” dell’omosessualità di Gesù (in effetti, al campionario moderno dei “Gesù storici”, mancava solo questo: fulgidi esempi qui e qui).

A smantellare per sempre tutte queste immaginose congetture, ci pensa ora un libro, firmato dal brillante neotestamentarista Stephen Carlson. Il volume, che si intitola The Gospel Hoax. Morton Smith’s Invention of Secret Mark (Baylor University Press), è appena uscito negli Stati Uniti. Con dovizia di prove, e con una precisione tale che il filologo cede volentieri il passo al criminologo, Carlson dimostra che l’epistola clementina e i brani del “Vangelo segreto” in essa contenuti sono inoppugnabilmente opera di un falsario (forse lo stesso Morton Smith). Falsi confezionati benissimo (al punto da illuminare la scomparsa “inspiegabile” degli originali: Carlson ha potuto lavorare solo su fotografie), ma che la moderna ricerca – appoggiandosi ad accurate analisi grafologiche (il “tremore” del falsario), lessicali, stilistiche, e persino all’esame ottico delle muffe depositate sui fogli – può smascherare per la gioia e il dolore degli eruditi, e di quanti hanno discettato o speculato sull’ennesima “bufala”. Rimane insoluto un solo, autentico mistero: il motivo che spinse Morton Smith, o chi per lui, a fabbricare e diffondere un falso di queste proporzioni. Carlson, pudicamente e rispettosamente, non si pronuncia in merito. Chissà se Focus e la bella compagnia dei “divulgatori” di misteri ne daranno almeno notizia.

l.w. (la firma è per autenticare il post)

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imposture intellettuali, gnosticismi, cristianesimo antico e dintorni

martedì, 22 novembre 2005
San Tommaso di nuovo in cattedra

Sabato 19 e domenica 20 (solennità di Cristo Re), il piccolo Zaccheo ha partecipato a una bellissima iniziativa, che l’Istituto Internazionale Jacques Maritain, in collaborazione con l’Abbazia di Rosazzo (in Friuli), organizza meritoriamente da due anni: si tratta della Cattedra San Tommaso d’Aquino, un ciclo di incontri residenziali guidati dal teologo Inos Biffi. Liniziativa intende raccogliere l’eredità dei “Circoli Tomisti” voluti da Maritain, «custodendo il duplice intento di ritornare sulle pagine di un grande pensatore e di affrontare temi d’attualità scientifica e culturale alla luce degli strumenti intellettuali da lui affinati». Si potrebbe quasi dire, per l’occasione, che Tommaso è tornato in cattedra, come auspicato tante volte da Giorgio La Pira, ad esempio quando invitava i giovani a riscoprire il pensiero del Doctor Communis: «Leggere e meditare S. Tommaso è il problema più urgente che si impone alla coscienza… di chi voglia costruirsi una mente davvero cattolica». Una «conoscenza ampia, rettilinea, organica, costruttiva: richiede tempo, meditazione, fatica: non importa! …Bisogna prendere in mano la Summa, vincere le difficoltà che presenta, abituarsi a poco a poco a penetrarne la struttura, a gustarne la severità di linea, ad ammirarne l’ampia e luminosa architettura… S. Tommaso è vecchio, si sente dire da taluno: ma, amico, hai tu mai visitato questo edificio di pensiero tanto grande e architettonicamente completo? Credilo, anche i tuoi professori di filosofia conoscono poco questo edificio sacro ove non si sa dove finisce l’ispirazione di Dio e comincia la costruzione sapiente dell’uomo! In esso circa due millenni di speculazione umana sono stati vagliati e perfezionati dalla luce vivificante della grazia di Cristo! È molto facile dire che S. Tommaso è vecchio: bisognerebbe provare che è nuovo, poniamo, Kant o Hegel; che sono nuovi tutti quei sistemi di pensiero che sfilano di decennio in decennio… Chi medita intorno a Dio? Chi ne fa il centro della propria vita teoretica prima di farne il centro della propria vita pratica? …Anche se ci accostiamo spesso a Cristo col cuore, questo accostarci è reso poi sterile dal diaframma che vela la nostra mente… Leggere S. Tommaso è fare cristiana la mente». Il piccolo Zaccheo si propone allora di sostenere qualunque iniziativa in tal senso. Chi volesse maggiori informazioni sulla Cattedra (che prevede quattro incontri per ogni ciclo) può rivolgersi alla Segreteria del corso (tel. 040/365017), oppure consultare la pagina web dedicata all’evento.

g.p. 

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volti e parole, tomismo essenziale, diario scritto di giorno

venerdì, 18 novembre 2005
codici da Vinci (1)



Da una conversazione udita in libreria:

 

- Mah. Alla fine non è che il Codice da Vinci mi abbia poi lasciato tanto.

- Sì, però a livello di informazioni…

- Ah beh, su quello non ci piove.

- A me ha dato un’infarinatura su certi temi. Prima non sapevo tutte quelle cose sul cristianesimo.


(Illustrazione di Gary Larson)

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diario scritto di giorno, codici da vinci

giovedì, 17 novembre 2005
il silenzio dei laici?

«Si legge che il laicato è reso silenzioso dall’iniziativa della gerarchia. Anche a proposito di Giovanni Paolo II si è detto che la sua grandezza carismatica ha fatto tacere la Chiesa. Lo stesso schema e lo stesso equivoco. La mia tesi è radicalmente diversa. C’è stato nei decenni un processo di immersione e quasi di invisibilizzazione del laicato cattolico, di quello che non “taceva”, entro la cultura politica comune. La scelta di libertà del laicato del dopoconcilio ha avuto l’effetto paradossale di omologarlo alle figure politiche egemoni. Troppi cristiani nella loro scelta “per il mondo” hanno cessato di pensare, operare e parlare con voce propria nella sfera pubblica. Ma, parallelamente, cosa è avvenuto? La funzione petrina, per la grandezza del pontificato di Giovanni Paolo II, ha preso essa stessa in mano questo compito – il parlare ad alta voce – perduto quasi inconsapevolmente dai molti laicati e Chiese nazionali. Con ciò la Chiesa tutta ha ripreso voce; è ritornato plausibile il nostro giudizio pubblico sui grandi processi secolarizzanti in nome della concezione cristiana del mondo e dell’uomo. L’idea che il laicato sia stato ridotto al silenzio dal magistero è paradossale e assurda; essa suppone che il laicato “parla” quando è in dissenso, e che vi siano degli ambiti in cui il solo laicato deve parlare, come per un mandato specialistico. Ma la valorizzazione moderna del laicato, attraverso l’attribuzione di compiti peculiari, è stata tanto preziosa quanto congiunturale; nell’unico corpo ecclesiale “parla” chi ha la capacità, la qualità di visione, oltre che il mandato, a parlare. L’autentico “profetizzare” dei vertici gerarchici ha contribuito al processo di ricostruzione della soggettività cattolica; ed è assolutamente errato dire che il laicato è ridotto al silenzio: esso invece finalmente “parla”. Senza considerare che, dal punto di vista del polemista laico, si invoca un laicato cattolico che faccia resistenza, solo perché questo indebolirebbe la posizione e la voce della gerarchia».

 

(da un’intervista a Pietro De Marco, in “Toscana Oggi”, n. 41, 13/11/2005: la fonte qui e qui)

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laici e laicità

mercoledì, 16 novembre 2005
pallottole di carta

Al piccolo Zaccheo è piaciuta la battuta di Ruini sulle “pallottole di carta”, anche perché il cardinale ha aggiunto che la vera minaccia per i cristiani, oggi, non è rappresentata dalle opposizioni frontali, anche violente, ma da «una pressione dolce», che agisce attraverso l’omologazione e l’appiattimento culturale. Non ne siamo certi, ma ci piace pensare che il cardinale abbia fatto allusione a quella che chiameremmo volentieri legge di Lewis.

Si tratta di una regola che alligna soprattutto nella cara buona vecchia dolce stampa, quella stampa che, col pretesto di rivolgersi al lettore intelligente, colto, istruito (il lettore che s’informa, o meglio, che viene informato), qualifica spesso tutti gli altri come non informati (non allineati, ovvero non plasmati dalle proprie direttive culturali), come rozzi, come affetti da pregiudizi irreparabili. Le vittime di questa stampa ci passano accanto in autobus, in treno, per strada. Fanno la fila insieme a noi alle poste, al supermercato, in banca, al bar (quando capita). Sono piene di buone intenzioni riguardo alla realtà. Si distinguono soltanto per un pugno di parole che hanno sempre pronte sulle labbra, e con le quali volentieri ci ammorbano: “oscurantista”, “reazionario”, “progressista”, “vaticano”, “trasgressione”, “democrazia”, “scienza”, “erotismo”, “antisemita”, “bigotto”, “laicità”. Hanno anche uno schema ben chiaro, nella testa, soprattutto se discettano di cose ecclesiali. L’hanno ereditato da decenni di propaganda illuminista e liberale (propaganda di cui regolarmente ignorano l’esistenza): quel che è giunto dopo è meglio di quel ch’è giunto prima, se si stava peggio si stava molto peggio, i greci erano buoni mentre i romani erano cattivi, una volta si viveva di meno, il medioevo fu un’epoca barbara e oscura (sì: l’epoca delle cattedrali e delle Summae, degli eccessi razionalisti, del linguaggio musicale, del canto popolare, dell’emancipazione femminile, del monachesimo, della scomparsa della schiavitù, degli ordini ospitalieri, del ballottaggio, delle istituzioni rappresentative, delle corporazioni, dell’avvocato difensore, del mulino ad acqua, della sega idraulica, dell’orologio meccanico, del timone a ruota, del vomere, del collare per il cavallo, del giogo multiplo per i buoi, del canale con chiuse e porte, della macchina per dipanare la seta, del drappeggio, delle miniature, del verricello, dell’arcolaio, del telaio, dell’argano complesso, della bussola magnetica, degli occhiali, della stampa, della ghisa, dell’utilizzazione del carbon fossile, della chimica degli acidi e delle basi), il rinascimento segnò il trionfo dell’uomo e della scienza (il panteismo magico di Giordano Bruno!), la controriforma seguì la riforma, la rivoluzione francese è priva di ombre, la storia del cristianesimo è una sequela di efferatezze, la verità non esiste ma l’importante è cercarla dentro se stessi, etc. etc. etc.

Con queste categorie giudicano tutto. Ma non sono pericolosi: sono solo superficiali (e chi non lo è, nell’età della specializzazione imperiosa, del livellamento culturale, dell’alfabetismo coatto?).  Vengono nutriti prevalentemente a editoriali ed instant-book, a film e romanzi (c’è qualcosa di profondamente insano, nel lettore vorace di romanzi, nello spettatore insaziabile di film; non per l’ansia di evadere, sacrosanta se si è consci delle proprie prigioni, ma per i luoghi che si ritengon deputati all’evasione). Sono i nuovi benpensanti. Molto spesso «banalizzatori e servi di cattive filosofie», tartarini contro i vecchi catoni, tartufi che si atteggiano a donchisciotti: «Certo, far la parte del San Giorgio è troppo bello. Come resistere alla tentazione di indossar una lucente corazza e correre contro quelli che l’opinione pubblica qualifica concorde come draghi? Solo che, guarda caso, molti di noi si abbassano la celata e non spronano al galoppo il loro destriero prima di essersi accertati che il drago sia una lucertola» (Franco Cardini). Costoro non s’interessano al vero, quando questo potrebbe scalfirli, e restano boccheggianti, nel migliore dei casi, quando gli si dice putacaso che Garibaldi a Milazzo pisciava nei calici da messa, o che il vituperato otto per mille deriva dall’esproprio criminale e violento (per più versi provvidenziale, per carità: ma le cose vanno dette come stanno) compiuto da uno Stato contro un altro Stato. Stanno occhiuti e desti se parla il comico di turno, e se si ride: ma restano incapaci di scorgere nel comico il vecchio giullare di corte (quale corte? Suvvia, «siamo contro i poteri forti»). Costoro, in fondo, non credono nemmeno che esista il Bene o il Male, e restano di princisbecco se sostieni che non tutto il male è Male e non tutto il bene è Bene.

Il modello era già stato adombrato da Joseph Roth, quando descrisse il sistema educativo sovietico, di ritorno dal suo viaggio in Russia (negli anni Venti): un sistema basato su una precisa grammatica politica, sulla creazione di un livellamento generale, di «un paesaggio psicologico estremamente semplice, con pochi ma chiari cartelli orientativi». Un’efficiente dialettica consentiva agli “ideologi” – sosteneva Roth – di istruire l’opinione politica dall’alto, con una serie di formule, di slogan, che dessero l’impressione anche ai meno intelligenti di poter azzardare su questioni complicate risposte generiche, talora rivoltate verso l’alto sotto forma di critiche “liberamente” espresse: donde l’uniformità non tanto delle convinzioni riguardo alla realtà, quanto del modo di accostarsi ad essa. In un sistema come questo l’opinione pubblica assume l’aspetto imponente di una somma di «echi giustapposti di formule che sono state urlate nelle orecchie delle masse» (vedi il caso dei recenti referendum), e i giornali si trasformano in un ricettacolo di dati ma non di quadri d’insieme, per l’impossibilità stessa di un quadro d’insieme (si tende a che «ognuno divenga giornalista di se stesso»: dal blog a Maria De Filippi). Nel giovane studente, in particolare, è stata «profondamente avvilita la disposizione naturale dello spirito umano a collegare fra di loro le cose affini ed espungere quelle estranee. Lo si è nutrito con solidi blocchi di idee e di parole, forgiati per durare in eterno, e lo si è dispensato dal compiere lo sforzo fecondo di sintetizzare e analizzare per conto suo… Non è l’ignoranza che si vendica, ma l’estraniazione artificiosa, se pur non voluta, dalla lingua, nelle cui leggi è racchiusa la logica primaria, basilare, fondamentale, dello spirito umano. Per paura dell’umanesimo l’allievo delle scuole è stato defraudato di ogni umanità, non in senso etico, ma in senso spirituale, nonché dei suoi talenti naturali. È stato educato a diventare un “membro della collettività” e uno “specialista”…» (J. Roth, Viaggio in Russia, in Opere 1916-1930, Milano 1987, p. 611).

Ma qual è allora, codesta legge cui più sopra accennavamo? È quella magnificamente espressa da un personaggio di Clive Staples Lewis: «Che sciocco sei! Sono i lettori colti quelli che si possono imbrogliare. La vera difficoltà sono gli altri. Quando mai hai conosciuto un operaio che crede a ciò che dicono i giornali? Parte dal presupposto che fan solo propaganda e quindi salta a piè pari agli articoli di fondo. Compra i giornali per i risultati delle partite di calcio e per i trafiletti sulle ragazze che cadono dalla finestra o sui cadaveri che vengono rinvenuti in qualche appartamento… È lui il nostro problema: dobbiamo cambiargli la testa. Ma le persone istruite, quando leggono le riviste intellettuali, non hanno bisogno che gli si cambi la testa. Credono già a tutto».

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lettere dalla campagna, laici e laicità, interventi incivili

martedì, 15 novembre 2005
la memoria diffamata di Maria Maddalena

Un limpido articolo di Gianfranco Ravasi (come sempre fin troppo cauto e diplomatico: vedi ad es. il giudizio su Abel Ferrara), dedicato a un’importante figura delle origini cristiane, spesso fraintesa o deliberatamente distorta:

 

Nel 1989 Giovanni Testori mi chiese di premettere a un suo volume dedicato a Maria Maddalena nella storia dell’arte (soggetto in cui sacro ed eros s’intrecciavano secondo una tipologia cara allo scrittore) un profilo biblico. Scelsi come titolo: «Una santa calunniata e glorificata». Il titolo è ancor più pertinente ai nostri giorni sia attraverso le fanfaluche alla Dan Brown, sia col film (pur pregevole) di Abel Ferrara, sia con una sorta di luogo comune, scambiato per storiografico, inchiodato nella mente di lettori troppo indifesi o remissivi. Cerchiamo, allora, di ricostruire le ragioni della deformazione del volto di questa donna proveniente da Magdala, un villaggio posto sulla costa occidentale del lago di Tiberiade, allora centro commerciale ittico tant’è vero che in greco si chiamava Tarichea, cioè «pesce salato». Ebbene, da questa località, Maria emerge all’improvviso nel Vangelo di Luca (8,1-3), in un elenco di discepole di Cristo. Il ritratto è abbozzato con una sola pennellata: «Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni». Il «demonio» nel linguaggio evangelico non è solo radice di un male morale, ma anche fisico, che può pervadere una persona. Il «sette», poi, è il numero simbolico della pienezza. Non possiamo, dunque, sapere molto sul male grave, morale o psichico o fisico, che colpiva Maria e che Gesù le aveva eliminato. La tradizione popolare, però, nei secoli successivi non ha avuto esitazioni e ha fatto diventare Maria Maddalena una prostituta. Perché? La risposta è semplice: nella pagina precedente, il capitolo 7 del Vangelo di Luca, si narra la storia di un’anonima «peccatrice nota in quella (innominata) città». L’applicazione era facile ma infondata: questa «peccatrice» pubblica dovrebbe essere Maria di Magdala, presentata poche righe dopo! A lei venne, allora, attribuita tutta la vicenda raccontata dall’evangelista. Saputo della presenza di Gesù a un banchetto in casa di un notabile fariseo, essa aveva compiuto un gesto di venerazione e di amore particolarmente apprezzato dal Cristo: aveva cosparso di olio profumato i piedi del rabbi di Nazaret, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli. Con questa prima ingiustificata identificazione se ne preparava già la seconda in una specie di giuoco delle sovrimpressioni. È noto, infatti, che nel capitolo 12 di Giovanni, Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, amici di Gesù, compie lo stesso gesto – che, tra l’altro, era segno di ospitalità e di esaltazione dell’ospite – dell’anonima peccatrice di Luca. Infatti, durante il pranzo, «cosparge i piedi di Gesù con una libbra di olio profumato di vero nardo assai prezioso e li asciuga coi suoi capelli». È così che nella tradizione cristiana Maria di Magdala viene trasformata in Maria di Betania, sobborgo di Gerusalemme! Per due volte la tradizione popolare fa perdere i connotati personali a Maria di Magdala, confondendola prima con una prostituta – da qui tutte le rappresentazioni “carnali” della santa nella storia dell’arte – e poi con la più pura Maria di Betania. Frattanto, però, Maria Maddalena è effettivamente giunta a Gerusalemme alla sequela di Gesù per vivere con lui e coi discepoli le sue ultime ore tragiche. Tutti gli evangelisti sono, infatti, concordi nel segnalare la sua presenza al momento della crocifissione e della sepoltura di Cristo. Ed è proprio accanto a quella tomba nella luce ancora pallida dell’alba di Pasqua che il vangelo di Giovanni (20, 11-18) ambienta il celebre incontro tra Cristo e Maria di Magdala. Come è noto, Maria scambia il Cristo col custode dell’area cimiteriale. Ora, la «cecità» è tipica di alcune apparizioni del Risorto: si pensi solo ai discepoli di Emmaus che gli camminano insieme per ore senza riconoscerlo (Luca 24, 13-35). Il significato è naturalmente teologico: pur essendo ancora Gesù di Nazaret, il Cristo glorioso travalica le coordinate umane, storiche e fisiche. Per poterlo «riconoscere» è necessario mettersi su un canale di conoscenza trascendente, quello della fede. È per questo che, solo quando si sente chiamata per nome in un dialogo personale, Maria lo «riconosce» chiamandolo in aramaico Rabbuní, «mio maestro». Nella sua celebre Vita di Gesù Renan razionalisticamente spiegherà tutta la scena come l’allucinazione di un’innamorata: «L’amore di una donna compì il miracolo: Gesù risorse per lei!». Si aggiungeva, così, un ulteriore tassello malizioso al ritratto di Maria, facendola passare – senza il minimo fondamento testuale – come amante segreta di Gesù. Ma questa deformazione del volto della Maddalena aveva radici più antiche a cui vorrebbero rimandare i moderni “detrattori” della santa. Dobbiamo uscire dai Vangeli canonici ed entrare nel mondo, magmatico e insicuro, degli apocrifi gnostici, sorti nella cristianità d’Egitto attorno al III secolo. Prima di tutto dobbiamo dire che in alcuni di questi scritti Maria di Magdala viene identificata con Maria, la madre di Gesù. Identificazione, certo, nobilissima ma che ancora una volta impediva a questa donna di conservare la sua identità personale. Anzi, la trasfigurazione raggiungerà in quegli scritti una tale altezza da sciogliere la figura di Maria Maddalena fino a renderla quasi un’idea, un simbolo, la Sapienza per eccellenza. E questo risultato viene paradossalmente ottenuto attraverso immagini sulle quali la lettura posteriore con malizia ricamerà allusioni voluttuose ed erotiche. Si legge, infatti, nel vangelo apocrifo di Filippo, scoperto nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto: «Il Signore amava Maria Maddalena più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca. Gli altri discepoli, vedendolo con Maria, gli domandarono: Perché l’ami più di tutti noi?». Ce n’è abbastanza per chi, ignaro di simbolica biblica (la Sapienza esce dalla bocca dell’Altissimo secondo l’Antico Testamento), voglia seminare sospetto su Maria e su Gesù, fantasticando una relazione sessuale tra i due. In realtà, come scriveva Luigi Moraldi in un’edizione di quell’apocrifo, «in tutti gli scritti gnostici cristiani la Maddalena è solo l’esempio del perfetto gnostico e la maestra della dottrina gnostica», cioè della conoscenza piena dei misteri divini. In un altro testo gnostico, il trattato Pistis Sophia, ove appare per ben 77 volte, la Maddalena diventa l’emblema dell’umanità redenta di tipo androgino (un’altra deformazione di Maria!) perché, secondo Paolo, «non ci sarà più né uomo né donna ma tutti saranno uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28). Ma la sua funzione di segno della Sapienza divina sarà esplicita in questa beatitudine messa in bocca a Gesù dall’autore gnostico: «Te beata, Maria, ti renderò perfetta in tutti i misteri dell’alto. Parla apertamente tu, il cui cuore è rivolto al Regno dei cieli più di tutti i tuoi fratelli» (17,2).

Una santa in cerca d’identità, quindi, sospesa tra due estremi: carnalmente abbassata a prostituta o ad amante, spiritualmente elevata a Sapienza trasfigurata. Per fortuna l’unico che la chiamò per nome, Maria, e la riconobbe confermandola come sua discepola fu proprio Gesù di Nazaret, il suo Maestro, il Rabbuní. Ed è proprio sulla base di quell’incontro pasquale che la sua presenza si riaffaccia ogni anno nella liturgia cattolica con la stupenda melodia gregoriana del Victimae paschali e con quel dialogo latino che ci esimiamo dal tradurre: «Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?» – «Surrexit Christus spes mea!».

 

(Gianfranco Ravasi, “Avvenire” 15/11/2005)

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volti e parole, codici da vinci, cristianesimo antico e dintorni

lunedì, 14 novembre 2005
Charles De Foucauld beato

 «…Amici nostri sunt, quos multum diligere debemus…» (Francesco d’Assisi, Forma vitae, XIV, “Di coloro che vorranno andare fra i Saraceni”).

Sebbene Etty ci abbia fregati sul tempo, non possiamo non dedicare qualche riga alla beatificazione di Charles De Foucauld. Nella ridda di articoli sulla sua eccezionale figura (fra i quali l’interessata disamina di Louis Massignon pubblicata recentemente da Introvigne: ci piacerebbe un parere da quelli del blog wXre), segnaliamo alcune parole scritte da Ratzinger nel 1977, e riportate da Avvenire (8/11/2005):

«Proprio quando il sentimentalismo che circondava Nazareth era fiorente, il vero mistero di Nazareth è stato scoperto in una nuova maniera, nel suo contenuto più profondo, senza che i contemporanei lo avvertissero. Fu Charles de Foucauld che, alla ricerca dell’“ultimo posto”, trovò Nazareth. Durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa fu il luogo che più lo impressionò: non si sentì chiamato a seguire Gesù nella sua vita pubblica; fu Nazareth a colpirlo nel più profondo del cuore. Voleva imitare Gesù silenzioso, povero e lavoratore. Voleva seguire alla lettera la parola di Gesù: “Quando sei invitato, vai a metterti all’ultimo posto” (Lc 14,10). Sapeva che lo stesso Gesù aveva spiegato questa parola vivendola per primo; sapeva che ancora prima di morire sulla croce, nudo e senza la benché minima proprietà, Gesù aveva scelto, a Nazareth, l’ultimo posto (…). Charles de Foucauld, seguendo le tracce dei “misteri della vita di Gesù”, ha (…) incontrato il vero “Gesù storico”. Nel 1892, nello stesso tempo in cui lavorava a Nostra Signora del Sacro Cuore, venne pubblicato in Europa un libro di Martin Kahler che fece epoca: Il Gesù detto della storia e il Cristo storico-biblico. Fu un punto d’arrivo nel dibattito sul Gesù della storia. Fratel Carlo, nella sua trappa in Siria, non ne sapeva nulla. Ma, vivendo come a Nazareth, imparò di più di quanto questa dotta discussione poteva mettere in luce…».

 

(Nell'immagine, che abbiamo presa da qui, l'autografo della celebre preghiera dell'abbandono di Charles De Foucauld)

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venerdì, 11 novembre 2005
un ricordo di Luigi Santucci

Oggi vogliamo ricordare uno degli scrittori più intelligenti e sensibili che l’Italia abbia regalato al mondo: il milanese Luigi Santucci (nacque l’11 novembre del 1918, e ci lasciò nel giorno di Pentecoste del 1999), grande amico di don Primo Mazzolari e di Giorgio La Pira. Poco prima di morire, Santucci registrò su nastro un testamento per i figli, il cui contenuto si può leggere cliccando qui (merita davvero). In esso diceva fra l’altro che «No, nessuna vita è annientabile. “Io non sono nel nulla” e la mia vita non è annientata. Anche perché è depositata dentro di voi, creature mie care. Ed è stata la mia – questo conta non poco – una buona vita, della quale vorrei lasciarvi eredi. E, vedete, il bene, il bonum della mia vita è intrecciato a quell’altro privilegio: quello di avere tanto scritto; a questa vocazione, questa attitudine di scrittore; e di vedere adesso, nella mia ultima rampa, allineati qui nello scaffale a sinistra, quella trentina di libri tra maggiori e minori che ho scodellato dai miei vent’anni in avanti. Privilegio anche questo; perché, miei cari, al di là della presunzione di acquistare una posterità (una piccola posterità, non dico già una gloria), mi dà un immenso conforto sapere, pensare, che la parte più appassionata, più faticata, più esaltante di me, voi creature mie, e quanti altri mi abbiano amato, la potrete ritrovare aprendo quelle pagine. Certo, almeno da quando voi siete nati (voglio dire dal 1950 in cui scrivevo Lo zio prete) è questo “auspicio”, questa speranza e progetto che magari inconsciamente mi stimolavano, mi davano lena e coraggio quando si oscurava in me la fede nella letteratura, la mia e quella universale: e cioè quando scrivendo, schiumando a volte di sforzo, certe notti in cui tiravo l’alba per finire un capitolo, io vi immaginavo, vi vedevo cercarmi un giorno con gli occhi sulle mie pagine; le quali meglio di ogni altra cosa avrebbero colmato un poco il vuoto di non avermi più accanto. Ma poi la ragione più segreta e più forte per cui ho fatto questo mestiere, e della quale ho preso coscienza ultimamente, è... sì, è la vocazione, la spinta, la volontà di lodare. Lodare quante più cose posso. Persone, luoghi, rapporti umani, sentimenti, autori e le loro parole, o se musicisti le loro musiche. Più volte mi sono chiesto che cosa abbia spinto il mio io a far questo mestiere di scrittore. A ben pensarci, io dico che se dovessi sintetizzare in un’espressione, in una formula il mio essere stato scrittore, credo che sarebbe questa: che scrivo per lodare. Sì, io sono, e sempre più lo sono diventato ultimamente, un laudese. Vi ricordate quella confraternita medievale? Solo che quelli lodavano Dio, la Madonna , i santi. Io ho lodato, ho cercato di applaudire, di risuscitare nella lode, quante più cose ho potuto. Anche la vecchiaia, che come ricordate non mi è mai stata simpatica né gradita. Scrivere per lodare. Dunque, certo una letteratura alquanto inammissibile, in anni come questi dove quasi tutto è squalificato come negativo, come spregevole, come il contrario che “degno di lode”. La lode, sì, come messaggio, come linguaggio, se non per salvare il mondo, per guarirlo (ci vuole altro!), però per aiutarlo, perché ricuperi una qualche stima, una qualche fiducia in se stesso; perché esca dall’autodisprezzo, dalla disperazione, e ritrovi l’amabilità. Ciascuno, per prima, l’amabilità di se stesso; e da questa poi anche quella degli altri, delle cose. Ama il prossimo «come te stesso». Dunque amarci, stimare noi stessi e apprezzarci a sufficienza è un dovere, un dovere addirittura biblico. Perché senza un certo entusiasmo nei nostri confronti è poi quasi impossibile amare gli altri, si va a rischio al contrario d’infiltrare negli altri i nostri squilibri, i nostri tossici, il nostro scetticismo o addirittura pessimismo sull’umanità… Se dovessi lasciarvi in questo testamento un solo vocabolo, un solo “grido” di raccomandazione, sarebbe questo: generosità. Siate generosi, “sempre”, l’uno verso l’altro, l’uno verso tutti. La generosità non s’illustra – e me ne guardo bene – con massime né con riferimenti particolari. Vi dico solo: siate generosi, e poi siate tutte le altre cose. Sarete felici e fortunati. La generosità è la testa e la coda di quella cosa più grande, metafisica, che è la carità: è il suo aspetto spicciolo e quotidiano; e vorrei dire che la generosità ha un suo aspetto “sportivo”, una sua euforia come premio immediato; sì, la generosità è la ruffiana della gioia... E la gioia è importante. Credeteci nella gioia; e andatene a caccia, tutti i giorni».

Una delle pagine di Santucci che amiamo di più è questa:

«Sotto l’androne dell’aia, in compagnia di vecchi calessi fuori uso, timoni da carriaggi, damigiane spagliate e vari attrezzi campestri, torreggiava il velocifero: un venerando arnese sconnesso e sverniciato, con tre sole ruote e appoggiato, per quella zoppa, a un mastello capovolto. Era finito là sotto da chissà quanti anni… E tuttavia la diligenza non era morta: crepiti, tonfi e fruscii rivelavano i suoi occulti inquilini. Già i tarli, che lavoravano a piena orchestra nel suo scheletro vetusto; e poi i ragni, i topi, le civette; una rondine aveva persino impastato il suo nido nello spigolo interno, attaccandosi alla felpa corrosa e verdognola dell’imbottitura; e i gatti vi transitavano come malfattori nelle notti illuni o vi dormivano clericalmente nelle belle giornate, quando il sole scaldava gli strapuntini. E i suoi passeggeri aveva ancora, il vecchio velocifero: i fratelli, che vi si appollaiavano per lunghe ore e vi facevano sopra i più bei viaggi che una corriera priva di cavalli e d’una ruota possa mai offrire a un mortale». (L. Santucci, Il velocifero, Milano 1997 [I ed. 1963], pp. 65-67)

Nelle intenzioni di Santucci, il velocifero dell’omonimo romanzo doveva essere una specie di “Arca di Noé”, un simbolo dell’infanzia perduta. Ma a noi ricorda anche (e soprattutto) un’infanzia ritrovata, quell’infanzia da figli di Dio (solo i santi sono bambini – diceva giustamente Bernanos) che recuperiamo ogni giorno nella più strampalata, a volte sgangherata (eppur stupenda) vettura che si possa immaginare: la sola che salva dal diluvio.

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volti e parole

martedì, 08 novembre 2005
in cielo, sulla terra

1. In cielo. Fra oggi e domani la Chiesa fa memoria di due grandi beati, entrambi proclamati nel corso del pontificato di Giovanni Paolo II. Il primo è un francescano: Giovanni Duns Scoto (Duns 1265 – Colonia 1308), il “Doctor Subtilis”, «cantore del Verbo Incarnato e difensore dell’immacolato concepimento di Maria». Cliccando qui, troverete una breve presentazione del suo pensiero. La seconda è una carmelitana scalza: Elisabetta della Trinità (Bourges 1880 – Dijon 1906), «sorella nello Spirito» della piccola Teresa di Lisieux. Celebre il suo inno alla Santa Trinità: «...O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarTi, voglio rendermi perfettamente docile per imparare tutto da Te. Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze, voglio sempre fissarTi e restare all’ombra della Tua grande luce… Spirito d’amore, discendi in me, affinché si faccia dell’anima mia come un’incarnazione del Verbo, ed io sia come un’aggiunta di umanità nella quale rinnovare il Suo mistero. E tu, o Padre, chinati sulla tua povera creatura, coprila della tua ombra, e non vedere in lei che il Diletto nel quale hai poste tutte le tue compiacenze. O miei Tre, mio tutto, mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo, io mi offro a Voi come una preda: immergeteVi in me, affinché io mi immerga in Voi, aspettando di venire a contemplare nella Vostra luce l’abisso della Vostra grandezza» (Scritti, Roma 1967, pp. 605-606).

2. Sulla terra. Frattanto, una nota pastorale dell’arcidiocesi di Modena mette in guardia dai «nuovi movimenti religiosi», dal «credo fai da te che rende schiavi». La notizia è riportata da Avvenire, 5/11 (a firma di Lorenzo Rosoli: la versione integrale dell’articolo qui):

La sfida: «Aiutare le persone ad amare la verità, a custodire gelosamente la propria libertà, a non farsi schiave di nessuno, a non appaltare la propria coscienza a nessun leader e a nessun gruppo, poiché ogni percorso religioso che impone una dipendenza radicale nei confronti di persone o gruppi certamente non viene da Dio, amante della nostra libertà»… Il documento sottolinea anzitutto la «situazione nuova e inedita» rappresentata da quei movimenti «di recente o recentissima nascita» che non di rado portano i fedeli ad abbandonare la Chiesa. Va poi al dunque, articolando la riflessione attorno alla domanda: «Perché i fedeli cattolici cercano altrove?». La risposta: viviamo tempi di «esaltazione del sentimento soggettivo, inteso come unico e quasi esclusivo criterio di verità, di valore e di scelta». In questo orizzonte i «nuovi movimenti» sembrano in grado di alimentare esperienze capaci di «incidere sul benessere psicofisico» e di offrire «sicurezza», un forte «senso di appartenenza» – fino alla «dipendenza nei confronti del leader» – , «gratificazione e illusione di perfezione», svalutando come «negativo e peccaminoso» tutto ciò che è «esterno» al gruppo, compresa la Chiesa cattolica. Questi movimenti consentono «ai propri membri di sentirsi perfetti, onnipotenti, e di risolvere così la fatica di accettare la propria realtà umana come segnata dal limite e ferita dal peccato». L’enfasi sul benessere psicofisico porta inoltre a mettere al centro dell’esperienza religiosa «il proprio io con i suoi bisogni e non il Signore». Di fronte a tali situazioni la comunità ecclesiale deve saper «tenere alto l’annuncio del Vangelo», presentare «un volto di Dio che è misericordia», educare «ad una percezione vera e genuina della Chiesa» favorendo «l’incontro con Cristo e la sequela» e accogliendo la libertà e la gradualità dei cammini di fede di ogni credente. Le comunità siano «luoghi di relazione interpersonale autentica e sincera, affinché l’appartenenza alla Chiesa possa esprimersi anche in una convincente concretezza». Nella seconda parte la nota pastorale prende in esame quei «movimenti carismatici» che, con la loro «enfasi esclusiva sullo Spirito», spesso portano ad opporre una «Chiesa carismatica» alla «Chiesa gerarchicamente ordinata, voluta da Cristo e fondata su di Lui». Succede così che vengano sposate «in modo acritico forme di pentecostalismo di origine ed impronta non cattoliche» e si giunga a «sradicare» la Scrittura dal suo «necessario contesto ecclesiale e comunitario», fino all’approdo nel «fondamentalismo, nell’esoterismo e nel settarismo». Di fronte a situazioni che coinvolgono credenti spesso in buona fede, la comunità ecclesiale deve saper offrire «un sostegno fraterno» e «un accompagnamento spirituale improntato a verità e soprattutto a carità».


Per saperne di più sull’argomento, il piccolo Zaccheo consiglia:

- un motore di ricerca cattolico sulle sette;

- informazioni generali sul fenomeno delle sette;

- alcune pagine su Scientology, Dianetics, Narconon: l’impero finanziario di Ron Hubbard (qui l’indirizzo mirror);

- il sito del Centro Studi Abusi Psicologici (Ce.S.A.P.);

- la pagina personale di Silvia Radoani, studiosa di sette della Diocesi modenese;

- le pagine a cura del Gruppo di Ricerca e di Informazione Socio-religiosa (G.R.I.S.), sezione di Saluzzo;

- informazioni sui Testimoni di Geova;

- l’unico sito di denuncia nei confronti di Sai Baba redatto in lingua italiana;

- un elenco ragionato di false apparizioni e rivelazioni private;

- il documentatissimo sito del controverso Centro Studi sulle Nuove Religioni (CE.S.NU.R.)

 

...Perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre

in conoscenza e in ogni genere di discernimento...

(San Paolo ai Filippesi 2,9)

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lunedì, 07 novembre 2005
Robinson Crusoe: un classico da buttare

Avete mai letto il Robinson Crusoe di De Foe, con la sua atroce mistura di calvinismo e di perbenismo borghese? Nella concezione di De Foe – tipica del puritanesimo anglo-americano – il povero e l’indigente sono malvagi di natura, mentre il singolo-di-successo ha la garanzia dell’aiuto e del favore divini: Robinson detesta l’idea di qualunque mediazione fra terra e cielo, e interpreta la voce della propria coscienza, o del proprio istinto, come infallibile “illuminazione interiore”. Colpisce, nel romanzo, la totale freddezza spirituale: nell’isola tutto è a disposizione del naufrago, che uccide senza scrupolo, pianifica e dirige la natura, senza sentimentalismi ma anche senza crudeltà, semplicemente perché tutto gli è dovuto. La contabilità dei gesti e dei pensieri è il fondamento inconcusso di questo stile di vita: appena approdato nell’isola, Robinson valuta la propria sorte in termini DARE AVERE (proprio così: prende carta e penna e abbozza uno schema in partita doppia delle consolazioni e delle afflizioni!), e quando ringrazia la Provvidenza di averlo mantenuto in vita è più per garantire a se stesso la certezza dell’assistenza divina che per un reale senso di riconoscenza (d’altronde, lo dice il buon Paolo, nel primo capitolo della sua Lettera ai Romani, che il cammino dalla conoscenza alla ri-conoscenza di Dio è tutt’altro che facile): manca infatti, in tutto il libro, qualunque senso di gratuità. L’isola è lì per essere utilizzata; altrimenti, se l’uomo non v’avesse messo piede, rappresenterebbe un inutile pleonasmo della Creazione, una goffa mostruosità priva di scopo come i selvaggi che ogni tanto vi sbarcano per compiere i loro riti “nefasti e tenebrosi”. Due episodi risultano particolarmente significativi. Nel primo si riportano i dubbi di Robinson circa l’atteggiamento da mantenere nei confronti appunto di alcuni di questi selvaggi, che ripetutamente raggiungono le sponde dell’isola per sbranare i propri nemici. Robinson vorrebbe ucciderli per porre fine alle loro barbare usanze, che sono «un segno evidente che Dio li aveva abbandonati» (si capisce: non hanno nemmeno il danaro), ma perviene alla conclusione di educarli al “vero” Dio, quello in nome del quale, più avanti, non esiterà a far fuoco («Fuoco, in nome di Dio!»). L’altro episodio è quello dell’incontro con altri naufraghi europei, segnatamente spagnoli. Cosa fa il Robinson per prima cosa? Ma è ovvio: stipula un contratto pieno di clausole. In un mondo in cui la fiducia reciproca è impossibile (tranne forse con i selvaggi, che in fondo si sa che son buoni...), tanto vale mettersi d’accordo per filo e per segno. Ma lasciamo parlare il naufrago eccellente: «Non era giusto che di mia iniziativa deliberassi di assalire i selvaggi. Sarebbe stato come giustificare tutte le infamie commesse dagli Spagnoli in America, ove essi trucidarono milioni di uomini che, per quanto dediti all’idolatria e alla barbarie, per quanto indotti a riti mostruosi e truculenti… pure nei confronti degli Spagnoli non avevano colpa alcuna; e averli sterminati, facendoli letteralmente scomparire da quello che era stato il loro paese [In realtà il meticciato, storicamente, si sviluppò soltanto nei paesi colonizzati dalle potenze cattoliche. N.d.R.], è un fatto di cui si parla con orrore ed abominio in tutte le nazioni d’Europa… ingiustificabile agli occhi di Dio e degli uomini; sicché da allora in poi il nome degli Spagnoli è esecrato da tutti coloro che conoscono il senso dell’umana e cristiana pietà». Robinson, dopo essersi fatto riferire da Venerdì i particolari delle credenze dei selvaggi in Dio, non appena sente parlare di un gruppo di anziani che a scadenze regolari sale alle montagne per comunicare col Cielo, commenta in questo modo: «Fui indotto a pensare  che l’impostura pretesca alligna anche tra i pagani più ciechi e ignoranti, e che l’arte d’inventare una religione piena di segreti… non è retaggio esclusivo della Chiesa di Roma, ma forse è comune… anche fra i selvaggi più barbari e crudeli». Che dire? L’ABC (All but Catholicism) ha lontane e molto solide radici. Una volta tornato in patria, Robinson è in dubbio se raggiungere il Brasile, dove in una precedente sosta aveva avuto modo di fare affari, ma infine desiste, intrappolato da un vittimistico presentimento: «D’altra parte sapevo che non avrei potuto tornarmene in quel paese, tantomeno per stabilirmici, se non fossi stato disposto ad abbracciare senza remore di sorta il cattolicesimo romano; altrimenti avrei dovuto votarmi ad una vita di martirio, sacrificandomi all’altare delle mie convinzioni e facendo di me una vittima dell’Inquisizione».

Divertente, vero (anche in senso etimologico)? 

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venerdì, 04 novembre 2005
cinematoma (1): viva Zapatero?

Ebbene sì, il piccolo Zaccheo si è fatto trascinare al cinema, per vedere “Viva Zapatero!”, l’auto-incensazione di Sabina Guzzanti, vittima - insieme alla triade Biagi Luttazzi Santoro -  della “spietata epurazione fascista” di Berlusconi. Non diremo nulla del film, che com’era prevedibile (applausi fuori concorso al festival del cinema di Venezia) non aggiunge nulla, assolutamente nulla alla realtà intelligibile. Non staremo certo a difendere l’attuale premier, come novelli cornacchioni: non è cosa di cui valga la pena occuparsi in questa sede. Ma una cosa colpisce: il fatto che molti fra i comici, i contestatori e i cosiddetti intellettuali, sbaglino sempre il bersaglio. Si scende in piazza per bloccare la Riforma Moratti, e non ne escono che motivazioni pretestuose, che non vanno a toccare il vero cuore del problema, ch’è prima di tutto culturale, non politico o economico. Così per Berlusconi (un semplice epifenomeno, del resto): nel film lo si accusa, lui in persona, di aver rincoglionito gli italiani riempiendo i tiggì di servizi sulla cucina o sul tempo che fa; oppure lo si schifa perché pieno di soldi (manco fosse l’unico); il tutto si risolve in un peana per la democrazia e la libertà d’espressione, condito da illustri e accorate lamentazioni del vario servidorame giornalistico (da Furio Colombo a Ezio Mauro) o di sputacchianti premi Nobel. La cosa ci lascia francamente perplessi: e non sono affatto questioni di partito. Perché mai dovremmo sentirci difesi o rappresentati, noi povera gente, dalla coscienza assoluta dei comici e dei giornalisti, questi nuovi benpensanti (agitatori di vogliuzze e mestatori della “questione morale”)?

Nel film la Guzzanti sostiene, giustamente peraltro, che è assurdo separare in maniera forzosa satira e informazione (e “Striscia la notizia”?). Ma allora la vera “questione morale” si trova a monte. Talmente a monte che occorre rifarsi a Charles Péguy, il quale scrisse, nel 1901, che «Il gioco ordinario dei giornalisti [e dunque anche dei comici, a questo punto] è quello di riunire tutte le libertà, tutte le licenze, tutte le rivolte, e infine tutte le autorità, spesso contraddittorie, contro le autorità governative ufficiali. Noi, i semplici cittadini, vanno ripetendo. Essi vogliono così accumulare tutti i privilegi dell’autorità con tutti i diritti della libertà. Ma il vero amante della libertà sa scorgere l’autorità ovunque essa infierisce con durezza; e in nessuna parte non è così pericolosa come dove essa assume gli aspetti della libertà. Il vero libertario sa che vi è veramente un governo dei giornali e dei convegni, un’autorità dei giornalisti e degli oratori popolari come vi è un governo degli uffici e delle assemblee, un’autorità dei ministri e degli oratori parlamentari. Il vero libertario evita le autorità governative ufficiose quanto quelle ufficiali… Quando un giornalista esercita un governo di fatto nel suo ambito, quando ha un esercito di lettori fedeli, quando trascina i suoi lettori con la veemenza, l’audacia, l’ascendente, mezzi militari, con il talento, mezzo volgare, con la menzogna, mezzo politico, e così quando un giornalista è veramente diventato una potenza dello Stato, quando ha dei lettori allo stesso modo in cui un deputato ha i suoi elettori… non può venir poi a fare il doppio gioco; non può venire a piagnucolare. Nella grande battaglia delle potenze di questo mondo, non può dare colpi temibili nel nome della sua forza e quando le forze contrarie gli restituiscono i suoi colpi, in quel momento non può pretendere di essere un semplice cittadino. Chi rinuncia alla ragione per l’offensiva non può appellarsi alla ragione per la difensiva. Vi sarebbe in ciò un’insopportabile slealtà, ed anche della doppiezza».

Fin qui sul nostro tema. In seguito Péguy allarga le sue considerazioni, fino a toccare i nodi stringenti di quel che accade oggi, con maggior vigore che al suo tempo (leggete attentamente): «La ragione non procede dal terrore che è la forma acuta della forza. La ragione non deriva dal sospetto che è la forma dissimulata del terrore. Il regime del terrore, sia esso del terrore governativo o del terrore popolare non meno governativo, quand’anche questo regime alzasse altari alla ragione, e soprattutto se questo regime alzasse altari alla ragione, non sarebbe un regime della ragione. Il regime dei sospetti, nel quale l’esercizio della forza