«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Su Avvenire di oggi, come tempestivamente segnalato da Bottone, Ugo Volli ricorda il venticinquesimo anniversario dalla scomparsa di Marshall McLuhan (31 dicembre 1980), del quale il piccolo Zaccheo ha già parlato in un recente post. A noi piace ricordarlo con le sue stesse parole, che sono anche un invito a rileggerne l’opera secondo nuove prospettive, forse più fedeli al suo affascinante e incompreso itinerario spirituale:
«Parlando da studioso di letteratura, che ha visto e sperimentato l’indebolimento dello studio letterario formale nella nostra epoca, causato dai nuovi mezzi di comunicazione, credo sia importante osservare (…) che è specialmente il lavoro dell’umanista cattolico, oggi, ad erigere ponti tra le discipline umanistiche e la società. Perché l’umanista cattolico può vedere l’Incarnazione che informa tutte le arti e le tradizioni della specie umana. Più precisamente, nel nostro tempo la letteratura cattolica ha raggiunto un grado di approssimazione rispetto a questa consapevolezza come prima non era mai avvenuto. Lo studio delle arti, dell’espressione e della comunicazione, può dare oggi ai cattolici un senso integrale della religione e della cultura che prima era sconosciuto. Ma se usiamo questa consapevolezza solamente per fini astratti, i nostri contemporanei secolari andranno certamente ad usare questo mezzo per sopravanzare le menti degli uomini. Siamo dunque di fronte a un conflitto, nel quale – in riferimento all’inizio della grande era che s’avviò con Machiavelli e che definiamo “Rinascimento” – una menzogna sull’uomo è divenuta la base del controllo secolare. Ed oggi, alla fine del Rinascimento, una grande verità sull’uomo sta per essere innalzata a strumento della trasformazione totalitaria dell’uomo e della società: la verità secondo la quale la nostra libertà può, da noi negletta, diventare il mezzo di una schiavitù della mente e dello spirito che sorpassa ogni tirannia mai narrata dalla storia. È dunque attraverso l’esercizio dell’esatta consapevolezza di questi sviluppi, per come sono offerti nelle arti moderne e nella comunicazione, che possiamo osservare il concreto terreno di prova dell’umanista cattolico» (L’umanesimo cattolico e le lettere moderne, ne La luce e il mezzo. Riflessioni sulla religione, Armando, Roma 2002, pp. 163-181: conclusione).
Cosa ricorderemo, di questo 2005?
Provo a scegliere qualche evento fra i tanti.
Innanzitutto la scomparsa dell’indimenticabile Giovanni Paolo II, il due aprile alle ore 21:37: l’apprensione per quegli ultimi istanti, e il vento che spazzava i cardinali e sfogliava il vangelo in piazza San Pietro, nel giorno delle esequie. E poi il conclave che ha condotto all’elezione di Benedetto XVI. In quello che resta per me il mese dalle dolci pioggerelle, la notizia mi giunse mentre stavo in treno, facendomi subito pensare a tutti quei tartarini che, nei giorni precedenti, si erano atteggiati a profeti. Nel disordine, capitò di udire tutte le parole d’ordine:
- Qualcuno invocava lo “spirito del Concilio”. Così: sempre senza specificazioni. Ma non ce n’è stati ventuno, di concilii? Il Vaticano II è insuperabile? Diamine, si parlava apposta della Chiesa semper reformanda. Mi sa che il cosiddetto spirito del Concilio è lo stesso che farebbe guardare oltre a questo benedetto, ultimo concilio: togliendo ovviamente dai piedi qualunque stolida analisi delle faccende ecclesiali che voglia fondarsi in termini di “progressismo” o di “conservazione”.
- Qualcun altro pensava all’urgenza di “democratizzare” la Chiesa. Ma perché? Gesù Cristo era forse democratico? Se li è scelti lui i dodici, senza votazioni a maggioranza. E oltretutto, visti certi cardinali, non si sa mai: meglio che ce ne sia uno solo, a guidare la baracca. Finora, nonostante gli scossoni, continua a reggere (e reggerebbe anche senza l’otto per mille degli italiani). La direzione dello Spirito, che a quanto pare soffiava anche al Vaticano I, è andata così, verso quella scomoda e principesca “infallibilità papale”, che comunque funziona solo col consenso universale dei vescovi, mica a piacere del singolo pontefice che si sveglia la mattina. Che sia anche questo un “segno dei tempi”?
- Altri auspicava con forza una Chiesa “di profeti”. Ma il profeta, stando alle Scritture, non è l’uomo intelligente, che cerca di scrutare il futuro e di indicare la strada secondo le proprie analisi mondane. Il profeta è l’uomo che è chiamato a portare addosso, in mezzo a una generazione perversa, il peso della Parola. La esprime pure controvoglia. Ma non è la sua parola: è la Parola di un altro, una Parola invincibile, vicina al cuore dell’uomo, ma lontana mille miglia dal cuore della folla. Il profeta non dice mai quello che tutti vorrebbero sentirsi dire, altrimenti che profeta sarebbe? Sarebbe un misero intellettuale, un artista, un parolaio, un demagogo. Il profeta preserva lo scandalo. Il profeta scandalizza con i gesti. Ma oggi non c’è più nessuno scandalo se uno vuol cancellare il debito dei paesi poveri, o se si picca a difensore dei diritti umani: c’è solo un borbottio che copre interessi finanziari superiori. Lo scandalo c’è ancora se uno dice che due più due fa quattro, e che qualcosa di terribilmente condivisibile è vero. Vero per tutti, per chi crede e chi non crede. Altra cosa dal Vero più vero, ma pur sempre vero. E se lo si chiama religione civile, o «stemperar la fede nell’umanesimo», ebbene allora siamo tutti umanisti. Se Iddio ce ne dà la grazia e ci sopporta.
- Qualcuno sperava invece in un papa sudamericano. Va sempre così: i miopi che strizzano gli occhi per guardar lontano.
- Un altro, timidamente, ha persino sussurrato che lui sì, lui sperava in un papa «meno spettacolare», perché la fede non è una questione di piazze piene, «mentre le chiese sono vuote». Chissà cosa dirà nel giorno del Giudizio, per cui son promesse trombe e sfavillii nel cielo. Tutti fuori, tutti fuori dalle chiese!!! Finalmente, era ora… Senonché, nel caso le chiese si riempissero, ci si lamenterebbe di quanto sarebbe meglio si facessero vedere, codesti cristiani cenciosi, invece di star chiusi a pregare nel buio dei loro templi.
- Un altro ancora, e con questo chiudo la rassegna, ha detto che sperava in un papa che sapesse parlare ai giovani (magari di sesso: ne parlano tutti). A me sarebbe bastato un papa capace di parlare ad adulti imbecilli. Magari dotato di occhiali, a prova di pestaggio. E sono stato accontentato.
Poi arrivò giugno, col referendum sulla “procreazione assistita”. Anche qui gli intelligenti se la sono presa, a colpi di giornale. Ne è uscita una spaccatura mediatica senza precedenti, fra “laici” e “cattolici”. Un bilancio della cosa lo affiderei a due voci: quella di Sandro Magister, poco dopo l’esito delle consultazioni referendarie, e quella della femminista (per nulla cattolica) Eugenia Roccella, che su Avvenire firmava un bell’editoriale qualche giorno prima. Ma voglio anche ricordare Fassino, ospite a La7, mentre commenta a caldo la sconfitta dei sì: «Non capisco. I mass-media erano per il sì. I poteri economici erano per il sì. Il potere politico-istituzionale, in gran parte, per il sì». Che dire? Viviamo in un’oligarchia.
Dopo le faccende di Chiesa e quelle italiche, non posso non citare qualcosa di politica estera, guardando ad Oriente e ad Occidente.
Per l’Oriente, allora, segnalerò l’irresistibile ascesa della Cina. Nel nostro paese, malgrado i lager cinesi tuttora in funzione, si sprecano gli elogi. Ricordo ad esempio gli occhi lucidi di Prodi, a “Porta a porta”: «Dobbiamo trarre una grande lezione dalla Cina. I nostri giovani imparino dalla Cina. Guardate, vi dirò solo una cosa. Provate ad andare nelle biblioteche americane dopo le dieci di sera. Vedrete solo occhi a mandorla». Anche il presidente Ciampi, durante una visita ufficiale in Friuli, non ha avuto occhi mandorlati che per la Cina. Lui, d’altra parte, già andò di persona a tastare il terreno. Può dunque testimoniare dell’enorme competitività di quel paese. Così, dopo un paio di pie banalità risorgimentali e un elogio striminzito della nostra regione (non una parola su istruzione e ricerca, veri temi centrali per il futuro dell’Italia), eccolo incalzare sulla cosa che davvero gli sta a cuore: «Imprenditori: aprite i mercati alla Cina». Aprite, anzi spalancate le porte alla Cina. Meglio ancora: andateci direttamente. Ma il miracolo cinese, un miracolo di lavoro e produttività, cozza inesorabilmente col suo triste primato dei suicidi. Un milione all’anno, pare. In percentuale, secondo l’OMS, quasi il triplo della media mondiale. Un fenomeno diffuso soprattutto fra i giovani: si calcola che, per le persone di età compresa fra i 18 e i 35 anni, il suicidio rappresenti in Cina la terza causa di morte, dopo il tumore e gli incidenti stradali. Certo, bisogna anche considerare i tentativi di suicidio: questi, secondo i dati del 2003, coinvolgono almeno 20 milioni di cinesi all’anno. Non c’è che dire: un modello straordinariamente competitivo.
Per l’Occidente, e con questo concludo, ci sono gli attentati al Metrò di Londra. Un simbolo eloquente dell’intera faccenda - peraltro dai contorni ancora oscuri, se è vero quel che sostiene qualcuno - potrebbe essere l’episodio del presunto terrorista freddato con cinque colpi di pistola, da agenti di Scotland Yard in borghese. In seguito si venne a sapere ch’era un ignaro elettricista brasiliano. Il premier britannico Blair, in conferenza stampa qualche giorno dopo il fatto, dichiarò «le più sentite condoglianze ai famigliari della vittima. Tuttavia», continuava Blair, «possiamo farci una domanda: cosa sarebbe accaduto, nel caso si fosse trattato di un vero terrorista, e la polizia non gli avesse sparato?». Gli elettricisti stiano attenti, per la miseria.
Nei commenti al post precedente, è emersa una questione che merita di essere discussa. Un lettore ci ha infatti chiesto di illustrare meglio i motivi di una nostra affermazione, sulla centralità del dogma dell’Incarnazione nel cristianesimo. La sua contro-risposta, in particolare, ha fatto emergere molto correttamente l’inscindibilità di Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di Cristo.
Possiamo allora riprendere la questione dal punto in cui l’avevamo lasciata, laddove promettevamo di chiarire il significato del termine dogma, anche in rapporto all’evento della Resurrezione. La Resurrezione di Gesù, pur rimanendo il “fondamento della fede degli apostoli”, non può essere infatti definita come un “dogma”, se conferiamo a questa parola il suo senso più proprio di “dottrina manifestata da Dio agli uomini, tramite la Sua Rivelazione”, così come stabilito dalla Chiesa: ed è in questo senso che l’Incarnazione rappresenta indubitabilmente il cuore della fede cattolica.
Nella Chiesa delle origini, almeno fino al IV secolo, si usava spesso una distinzione che può aiutarci a comprendere più in profondità questo punto: quella fra dogma (letteralmente, “opinione”: un termine greco che nella filosofia antica designava la proposizione certa di un maestro o di una scuola particolari) e kerygma (che nel linguaggio neo-testamentario indica l’annuncio della morte e resurrezione di Cristo). Il Padre della Chiesa Basilio di Cesarea, ad esempio, definisce il dogma come un «insegnamento non reso pubblico, che i nostri padri hanno custodito», mentre il kerygma è sempre inteso come una «predicazione aperta, accessibile a tutti».
Parlando di tradizioni non rese pubbliche, Basilio non intende riferirsi a dottrine o a pratiche riservate a un ristretto gruppo di credenti (come nella sensibilità di molti dei testi che la Chiesa dichiarerà “apocrifi”), ma a dottrine e pratiche il cui senso risulta pienamente comprensibile solo all’insieme dei fedeli che partecipano alla vita sacramentale e liturgica della Chiesa: chi ne resta per così dire “escluso” sono i non credenti, o quanti devono essere ancora catechizzati. Ma il punto più notevole, nella distinzione operata da Basilio, è l’idea che la tradizione non pubblica dei “dogmi” possa essere proclamata pubblicamente, divenendo in tal modo “predicazione” (kerygma), quando una necessità (per esempio la lotta contro un’eresia) obbliga la Chiesa a pronunciarsi.
Il dogma, secondo questa concezione, non è altro che uno sviluppo dottrinale del kerygma. Non si tratta semplicemente di una “definizione”, è qualcosa di più: potremmo definirlo piuttosto come un’espressione dell’inesprimibile, come la formulazione di una verità di fede, contenuta nella Rivelazione, che altrimenti non risulterebbe accessibile agli sforzi della ricerca umana.
Come scrive Paolo ai Romani, «ciò che di Dio si può conoscere è manifesto… Dio stesso lo ha manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le Sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute, come la Sua potenza e maestà divina. Essi [i pagani che si sono vòlti all’adorazione degli idoli] sono dunque inescusabili perché, pur conoscendo Dio, non Gli hanno dato lode né Gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrato il loro cuore duro» (Rm 1,19-23).
Con l’espressione «ciò che di Dio si può conoscere», Paolo lascia forse intendere che di Dio non si può conoscere tutto: occorre cioè che Dio stesso supplisca in qualche modo all’insufficienza delle facoltà umane, le quali hanno la possibilità e la forza di giungere a conoscerLo, seppure in minima parte, ma non di pervenire a ri-conoscerLo, ossia a renderGli lode e a ringraziarLo (in greco: doxàzein ed eucharisteîn). In altri termini, viene sottolineata l’enorme differenza che sussiste fra conoscenza e ri-conoscenza verso Dio: l’uomo, con le sole sue forze, non può che «muoversi a tentoni, benché Dio non sia lontano da ognuno di noi» (At 17,27). Tuttavia, Paolo afferma al contempo che di Dio si può conoscere qualcosa: «le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute»: è il fondamento di quella che sarà chiamata “teologia naturale”, la conoscenza della divinità che si può ottenere senza una rivelazione diretta da parte di Dio.
I dogmi si inseriscono, quindi, nel cammino di approfondimento dinamico della Rivelazione divina da parte dell’umanità: i vari dogmi sono altrettanti passi in questo percorso di ri-conoscenza, come tante «luci sul cammino della nostra fede» (CCC, § 89). Gesù stesso ha promesso ai discepoli l’invio del Paraclito, lo Spirito Santo che guida i fedeli verso la piena comprensione della Verità (Gv 14,26; 15,26).
Questo però non significa che la Verità sia esauribile in una serie di formulazioni. Citando nuovamente Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco solo in parte, ma allora [alla fine dei tempi] conoscerò perfettamente» (1Cor 13,12). Se Paolo afferma che ora conosce solo “in parte”, questo “in parte” (in greco: ek merous) non esclude d’altra parte la pienezza nella quale egli conosce. La conoscenza ek merous non sarà eliminata perché falsa, ma perché il suo ruolo non era altro che quello di farci aderire alla pienezza che supera ogni facoltà umana di conoscere. Questa pienezza, nelle parole del Concilio Vaticano II, non è altri che la persona di Cristo (Dei Verbum 8).
Il dogma è quindi come un confine, che viene di volta in volta tracciato per custodire la fede: e il compito primario di questo confine, per chi aderisce alla fede cattolica, non è la conquista di un territorio inedito, completamente nuovo, ma l’affermazione e la scoperta di quanto già si conosceva, sebbene solo implicitamente.
Fondamentale per la comprensione corretta del dogma è anche un’altra distinzione: quella fra trasmissione orale e trasmissione scritta delle verità di fede. La separazione forzata fra Sacra Scrittura e Tradizione della Chiesa non ha infatti senso di esistere, se pensiamo al modo in cui la Rivelazione è stata trasmessa alle origini: per mezzo cioè della predicazione viva, e solo successivamente per iscritto. La predicazione apostolica ha preceduto la sua consegna per iscritto, nel canone del Nuovo Testamento: anzi, di tale canone non abbiamo un elenco definitivo fino ai concili di Cartagine e di Ippona (393 e 397: quindi dopo il concilio di Nicea, che proclamò il dogma della Trinità).
Le primissime comunità cristiane, in quanto appartenenti a Israele, attribuivano senza dubbio una particolare autorevolezza alle Scritture ebraiche (più o meno corrispondenti al nostro Antico Testamento): ma per una fissazione definitiva dei libri del Nuovo Testamento da considerare normativi e canonici, esse hanno potuto attendere più di tre secoli. Chi accetta il canone del Nuovo Testamento, pertanto, accetta una definizione di fede che proviene da una Chiesa già strutturata dogmaticamente e gerarchicamente, e fondata sullo sviluppo della tradizione apostolica. E un tale argomento è già di per sé sufficiente, per togliere peso e valore a tutti quei movimenti che si appellano pretestuosamente ai testi biblici per condannare la Chiesa che li avrebbe successivamente tradìti.
Questo processo di sviluppo del dogma, secondo la dottrina tradizionale della Chiesa, non riguarda allora il contenuto della Rivelazione (come se questo fosse modificabile a piacere), quanto la conoscenza che i cristiani ne hanno attraverso i tempi. Non vi può essere contraddizione fra le fonti della fede (la ragione che scruta il creato, la Rivelazione, la Tradizione della Chiesa) e la definizione di un dogma.
Tale definizione si rende necessaria, storicamente, ogni qual volta la comunità dei fedeli ne avverta l’esigenza. Come scrisse G.K. Chesterton, con l’arguzia che gli era consueta, «le verità si mutano in dogmi nel momento in cui sono discusse. Così, ogni uomo che esprime un dubbio definisce una religione. E lo scetticismo del nostro tempo non distrugge realmente le credenze, le crea; conferisce ad esse i loro confini e la loro forma chiara e ardita… Noi che siamo cristiani non conoscevamo il grande buon senso filosofico che inerisce al mistero [della Fede], fino a che gli scrittori anticristiani non ce l’hanno indicato. La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diverrà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancor più incredibile: questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto».

Nel corpus delle lettere di Paolo non troviamo alcuna menzione esplicita di Maria, la Madre di Gesù: è un’assenza che a molti appare ancor oggi sorprendente, o addirittura sconcertante, anche per il fatto che alcune lettere dell’apostolo, risalendo agli anni Cinquanta del I secolo, risultano fra i documenti scritti più antichi del cristianesimo. Ma lo sconcerto può essere notevolmente ridimensionato se pensiamo che Paolo, prima che autore di lettere o “teologo”, fu innanzitutto un instancabile predicatore orale. Le comunicazioni scritte rappresentarono quindi un aspetto per così dire secondario della sua attività di annunciatore del Vangelo.
Come notato da Mauro Pesce (Le due fasi della predicazione di Paolo, Bologna 1994), l’attività missionaria di Paolo si distinse infatti in due fasi. La prima fase consisteva nell’annuncio orale della Buona Novella e nella fondazione delle varie comunità: di questa fase, che le lettere presuppongono e considerano implicita, non possiamo che formarci un’idea indiretta e parziale, benché sia stata a suo tempo, senz’ombra di dubbio, la più importante. La seconda fase, conoscibile direttamente attraverso le lettere, era invece costituita dalla guida e dalla salvaguardia delle comunità fondate in precedenza: in tal caso strumenti privilegiati erano i viaggi e le visite personali, l’invio di collaboratori ed emissari con il conseguente scambio d’informazioni, e ovviamente (ma non primariamente, come si è portati e pensare) la comunicazione epistolare. La forma epistolare, in poche parole, permise a Paolo di mantenere un contatto vitale con i vari gruppi di fedeli, come pure di estendere e integrare la propria predicazione in condizioni di assenza personale. Ma risulta evidente, d’altronde, che le lettere ci presentano un quadro incompleto dei contenuti e delle strategie missionarie di Paolo, non avendo come scopo primario il dispiegamento complessivo dell’annuncio.
Riguardo alla nascita di Gesù da Maria, c’è però un brano che ha sempre attirato l’attenzione dei teologi e in generale dei commentatori. Esso si trova nella Lettera ai Galati, che è stata giustamente definita come «la magna charta della libertà dei cristiani»: in essa domina infatti il motivo della figliolanza divina (in greco hyiothesía), concessa a quanti accettano di credere in Gesù. Alla luce della prospettiva paolina, che contempla l’Incarnazione come abbassamento e kénosis, l’Apostolo scrive infatti che:
…quando giunse la pienezza del tempo (pléroma toû chrónou),
Dio inviò il Figlio suo,
nato da donna (genómenon ek gynaikón),
nato sotto la Legge (genómenon upò nómon),
per riscattare coloro che erano sotto la Legge,
affinché ricevessimo l’adozione a figli (hyiothesían) (Gal 4,4-5).
La “pienezza del tempo” – espressione tipicamente giudaica che ritroviamo anche in altri documenti dell’epoca, ad es. nell’Apocalisse siriaca di Baruc (19,5; 29,8–30,1) – indica il punto di arrivo e di compimento della storia, come nell’apostrofe di Giovanni Battista riferita dal vangelo di Marco: «Il tempo è compiuto (peplérotai ho kairós) e il Regno di Dio è giunto: convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Paolo utilizza questa formula per annunziare l’evento liberante dell’invio da parte di Dio del suo Figlio, preesistente alla creazione (secondo quanto affermano i due grandi inni cristologici di Colossesi 1,15-20 e Filippesi 2,5-11), il quale ha assunto la natura umana in una forma, potremmo dire, naturale («venuto da donna») e storico-culturale («venuto sotto la Legge»).
Questa duplice “umanizzazione” del Figlio è necessariamente predisposta dal piano di Dio, secondo Paolo, per concedere la liberazione (il “riscatto”) dalla schiavitù della Legge, e la vita nuova in comunione con Cristo. La traduzione del brano che abbiamo proposta diverge però in un punto essenziale da quella C.E.I., che rende il greco gígnomai (letteralmente: “divenire”), adoperato da Paolo, con “essere nato” o “essere generato” (quasi fosse il verbo gennáô), per cui al versetto Gal 4,4 si ha «nato da donna, nato sotto la legge». La resa esatta dell’espressione può aiutarci a comprendere in profondità la visione di Paolo, che con tale espressione («venuto da donna», «venuto sotto la Legge») ribadisce l’origine trascendente del Figlio di Dio: Cristo non ha la sua origine con la nascita umana, bensì diviene uomo.
Come suggerisce René Laurentin (Maria nell’economia ultima secondo i testi del Nuovo Testamento, in A.A.V.V., Maria e la fine dei tempi. Approccio biblico patristico storico. “Études Mariales” (1984-1986), Roma 1993, pp. 33-60), per afferrare in pieno la portata teologica del brano e renderne palesi le corrispondenze, converrebbe trascriverlo in una sorta di quadratura:
[1] Venuto da donna [4] Affinché ricevessimo l’adozione a figli
[2] Venuto sotto la Legge [3] Per riscattare coloro che erano sotto la Legge
In tal modo, seguendo questa numerazione dei versetti, otteniamo dal testo una doppia sequenza di parallelismi, in verticale e in orizzontale. La prima comprende due parallelismi verticali, “donna-Legge” e “riscatto-adozione” ([1]-[2] e [3]-[4]). Seguendo questa sequenza, con il parallelo verticale e apparentemente spregiativo donna-Legge, rischieremmo di falsare il pensiero dell’Apostolo, il quale definisce la Legge come impotente ad ottenere la Salvezza (ad es. in Gal 3,11.21 e Rm 3,20), causa della trasgressione (Gal 4,19; Rm 4,14), fonte abbondante del peccato e generatrice della collera divina (ad es. in Rm 4,15; 5,20; 7,9), ma altresì come opera essa stessa di Dio, «buona e santa» (Rm 7,12.25), bene sfruttato dal peccato per il male e per l’asservimento degli uomini (Rm 7,7-11; Gal 4,1-4): se Cristo libera dunque dalla Legge – si chiede Laurentin – bisognerebbe forse «concludere che la sua dipendenza nei confronti della donna è anch’essa una schiavitù, una specie di male da superare?».
Una simile conclusione è negata dal senso complessivo del brano, che presenta la donna come l’origine umana del Cristo, la cui umanizzazione è necessaria per la divinizzazione adottiva dei credenti, secondo quanto viene espresso dalla seconda sequenza di parallelismi, la sequenza orizzontale “donna-adozione” e “legge-riscatto” ([1]-[4] e [2]-[3]). Il parallelo orizzontale “donna-adozione” è quindi positivo, e pone la donna (Maria!) al centro di quello che i Padri della Chiesa definiranno il mirabile scambio: il Figlio di Dio nasce da una donna, umanamente, per farci figli di Dio, divinamente.
(L'immagine, di Barbara Taboni, è tratta da qui!)

Il piccolo Zaccheo augura buoni giorni, di raccoglimento e letizia, a tutti i suoi lettori (e alle loro famiglie), soprattutto a quanti lo stanno generosamente sostenendo nei “Polls 2005”, sul sito di Bottone: grazie di cuore. Ci concediamo solo una breve pausa, fino al 25. A presto, Maranathà!
«Andiamo a vederLo. Percorriamo all’indietro questa lontananza che pare immensa, scendiamo questa torre di Natali fra noi e Lui. Dal più recente dell’anno passato, di cui la brace è ancora tiepida sotto la cenere dei mesi e ne rammentiamo la tovaglia imbandita, il posto dei commensali, una per una le vivande, le compere gaie e affannose sotto l’Avvento, quando la città sembra tutta un bastimento assurdo che può slacciare le ancore di momento in momento: in quei giorni gli uomini si fanno formiche a trascinar nel loro buco quanta più roba son capaci, e la sera della vigilia vivi si fanno murare nel formicaio e stuccano ogni fessura perché la felicità non scappi. Affondiamo giù giù nei più antichi Natali dell’infanzia, iridescenti nella memoria come una tenera ossessione, quando pive e zampogne scendevano dai monti a stregare il nostro giovane cuore, e allora una segreta pazzia s’impadroniva di noi, durava fino a che l’albero non fosse smontato e solo allora cadeva quel pulviscolo d’oro davanti agli occhi. Ma Betlemme è ancora lontana: una foresta di secoli fra la nostra nascita e la Sua. Beati pastori, che avevate soltanto qualche pendio di collina, qualche greto di torrente, forse un quarto d’ora di marcia. A noi tocca scavalcare la storia, questa muraglia dall’immane spessore dietro cui non giunge che a stento il Tuo vagito, non il coro degli angeli a noi tardissimo nati. Vado allora a vederLo. Il viaggio dura più di duemila anni; mi arruolo volontario in questa storia di cenere e luce, solo per incontrarLo, solo per avere il corpo d’uno di quei pastori, le sue orecchie accaldate dal fuoco, il vento di Galilea fra i capelli, il crocchiare della steppa sotto i suoi piedi, la cubatura delle sue spalle nello spazio dell’angusta capanna, quel suo adesso tumultuoso nelle pareti del cuore dove è straripato il Mistero» (da Luigi Santucci, Volete andarvene anche voi?, con qualche piccola modifica).
Tra le cose musicali più belle che il piccolo Zaccheo conosca c’è la III Sinfonia op. 36 di Henryk Mikołay Górecki (Czernica, Polonia, 1933), composta a Katowice nel 1976, e conosciuta anche col titolo di Symfonia pieśni żałosnych (letteralmente: Sinfonia dei canti dolorosi): un’opera che, a nostro immodesto e forse ingenuo parere, mette decisamente in crisi l’idea che la musica sia un’arte priva di semantica, tanto è pervasa, imbevuta e ispirata da un senso profondamente cristiano del dolore e della Speranza. E questo a prescindere dai testi che sono stati musicati dall’autore, i quali vanno pure a comporre una sorta di Stabat Mater.
Costruita su linee melodiche apparentemente semplici, com’è tipico di molte scritture neo-modali, la composizione di Górecki è suddivisa in tre movimenti: “Lento – Sostenuto tranquillo”, “Lento e largo – tranquillissimo”, “Lento – Cantabile semplice”. Nella parte centrale del primo, la voce intona un’antica preghiera polacca del XV secolo, nota come “Il lamento della Santa Croce”: «Figlio mio, diletto e amato / Lascia che tua madre divida le tue ferite / E poi, mio caro figlio, / Io ti ho sempre tenuto nel mio cuore, / E ti ho servito lealmente. / Parla a tua madre, / Falla felice, / Sebbene, mia amatissima speranza, / Tu ora stia per lasciarmi». Il secondo movimento costituisce una risposta del Figlio morente allo strazio della Madre, e utilizza le parole di una limpidissima preghiera che una ragazza di Zakopane, prigioniera della Gestapo durante la seconda guerra mondiale, incise sul muro della propria cella: «No, Madre, non piangere, / O castissima Regina del Cielo / Aiutami sempre. / Ti saluto, o Maria». Il terzo movimento, infine, rielabora il testo di un canto popolare polacco: «Dove è andato, / Il mio figlio diletto? / Ucciso dal crudele nemico, forse / Nella ribellione. // Tu, popolo malvagio, / In nome del Santo Dio, / Dimmi perché hai ucciso / Il mio amato figlio. // Cantate per lui, / Piccoli uccelli canori di Dio, / Perché sua madre non riesce a trovarlo. // E voi, piccoli fiori di Dio, / Possiate fiorire tutt’intorno / Così che mio figlio / Possa riposare serenamente» (quanti fossero interessati a ricevere il testo originale polacco, in formato Word, possono scrivere a piccolozaccheo@libero.it).
La Sinfonia di Górecki è ora disponibile in una nuova incisione, edita da Curci (direttore Flavio Emilio Scogna, Orchestra sinfonica “Nova Amadeus”), insieme a una composizione di un nostro carissimo amico, Cristian Carrara (Pordenone, 1977): si tratta di un canto per baritono e orchestra d’archi, “O infinito silenzio”, su testo di padre David Maria Turoldo. Ci pareva quindi doveroso segnalarne l’uscita ai nostri lettori.
Il cd (dalla copertina un po’ mielosa, va detto) è distribuito in esclusiva nei punti vendita Ricordi, e nelle odiosissime librerie Feltrinelli. Fa parte di un progetto di “arte solidale” promosso dalle Acli, e intitolato “Tra le tue braccia”: i proventi andranno a sostenere un programma di formazione professionale e di avvio al lavoro per ragazzi a Salvador de Bahia, in Brasile (per maggiori informazioni, si può chiedere a Concita De Simone, responsabile dell’Ufficio Stampa dell’iniziativa, oppure visitare il sito internet delle Acli).

Chissà se a Berlicche è sfuggita l’ennesima idiozia di Repubblica, questo «club d’élite, ma di massa», come la definì a suo tempo, con piccante maestria, Alfonso Berardinelli. Sentite infatti come Natalia Aspesi mette in guardia i membri del prestigioso club (tutti lettori molto colti) dalla visione del recente filmone Disney tratto dalle Cronache di Narnia di C.S. Lewis. Riportiamo una parte del testo, con alcune utili integrazioni tra parentesi quadre, per far più chiaro al lettore il pensiero della Signora:
«È molto probabile che, se non avvertiti da genitori molto pii, ai bambini sfuggirà il fatto che il corpulento fulvo Re Leone che predica pace ma soprattutto guerra, per di più con la voce sexy di Omar Sharif (…), rappresenti addirittura il Cristo [addirittura? roba da non crederci], con una salita al Golgota e un martirio ancora più efferati di quelli offerti da Mel Gibson nella sua fortunatissima e sanguinolenta Passione [It is as it was]».
Ma questa “grande peur des bien-pensants” ha i suoi limiti, perché – continua Maga Magò – «sarebbe esagerato dire che Narnia, il leone, la strega e l’armadio di fiabesca e allarmante [sic] grazia visiva, sia un film, come molti deplorano [chi? precisare], furbescamente adatto a tempi di superstizione cristiana [exitiabilis superstitio] e invadenza evangelica, per folle integraliste [quelle che non sono andate a votare il 12 e il 13 giugno] avide di ritorno a valori antichi e minacciosi [putacaso la famiglia eterosessuale]».
C’è da sperare, infatti, che «neanche gli adulti, soprattutto se italiani ma non soggetti alle predicazioni del senatore Pera e del cardinale Ruini [eccoli], saranno travolti dalla simbologia religiosa dei 139 minuti dell’atteso film natalizio, anche se qualche dubbio [dubbio?] potrebbe venire quando le due sorelline Susan e Lucy, vestite come Maria e la Maddalena nei dipinti preraffaelliti di tipo misticheggiante [???], vegliano il sepolcro e assistono alla resurrezione: del Leone naturalmente, che se le prende in groppa e accorre sul terrorizzante campo di battaglia dove le forze del Bene (…) combattono con la massima crudeltà (appunto a fin di bene, come nelle crociate [il sempre oscuro medioevo]) contro quelle del Male [certo: Lewis pensava sicuramente agli “stati canaglia”...]: tutti bruttissimi, deformi, anche neri neri, quindi destinati alla sconfitta, nani, giganti, minotauri, rinoceronti, ippopotami, il peggio della natura e della fantasy [forse non bisognava farli nascere]. Li guida la Strega Bianca appunto pericolosamente candida [molto WASP], che è invece di bellezza sconvolgente, altissima, vestita di cristalli e pellicce di volpe bianca con strascico (in battaglia si avvolge invece con la criniera del Leone sacrificato, cui però risorgendo fortunatamente ricresce), una Tilda Swinton da far innamorare grandi e piccini: anche se ad un certo momento dice “Non faremo prigionieri”, frase previtiana [si badi bene] che non giova al suo fascino pur perverso».
Il pezzo continua con alcune note “biografiche” su Lewis: «Gli appassionati di C. S. Lewis (…) sanno che tra le molte virtù del professore oxfordiano [che insegnò anche a Cambridge], oltre a quella, preziosa, di essere collega ed amico di un altro genio fantasy, J.R. Tolkien, c’era la sua intensa severa fede cristiana che oggi verrebbe definita teo-con [sicuro: anche Gesù Cristo verrebbe definito pre-conciliare]. Andavano a ruba i suoi libri dedicati ai miracoli e ai salmi [roba da non crederci], come del resto i romanzi di fantascienza [roba da non crederci]. (…) Clive Staple Lewis, detto Jack, era uno zitellone ultracinquantenne leggermente alcolizzato [la Signora Aspesi è astemia: ma ignoriamo il suo stato civile] quando si mise a scrivere Il leone, la strega e l’armadio, il primo dei sette affascinanti romanzi per bambini del ciclo Le cronache di Narnia. Lui i bambini li detestava [beh, almeno non era pédo] ma adorava il mito dell’infanzia, della sua [e di chi, se no?], sempre rimpianta, che si era spezzata con la morte della madre molto amata quando lui aveva 9 anni, lasciandolo succube di un padre nevrotico e ubriacone [pure lui], e con un fratello di poco maggiore [solo di poco], Warren, pure lui destinato al celibato e alla bottiglia solitaria [una sola, dunque]. In pochi anni, dal 1950 al 1956, C. S. Lewis scrisse e pubblicò tutta la saga, e intanto la sua vita prendeva tardive nuove strade sentimentali: (…) una fan americana, Joy Gresham, con cui aveva iniziato una corrispondenza, piantava il marito, piombava ad Oxford [cioè a Cambridge] con i suoi due figli, e piegava l’incallito celibe al matrimonio [succede]. Storia così straordinaria in un ambiente universitario accanitamente misogino [in realtà Lewis, nella propria autobiografia, lo descrive piuttosto come accanitamente “omosessuale”] da ispirare nel 1994 un film hollywoodiano strappalacrime (lei muore di cancro quattro anni dopo), Shadowlands con Anthony Hopkins e Debra Winger: divi ovviamente affascinanti, mentre le foto d’epoca mostrano una realtà più modesta, un uomo grassoccio e malvestito e una signora molto larga, con occhiali spessi, e un abito di gusto british-accademico [la Aspesi!], cioè sbagliato [???], a fiori enormi. Quali fossero in realtà i rapporti del ruvido professore con l’altro sesso o il sesso stesso, non sono chiari, avendo il fratello, dopo la sua morte avvenuta nel 1963 a 65 anni, distrutto buona parte delle sue carte [i misteri del Mar Morto]. In molti club a lui dedicati si sostiene che malgrado il matrimonio e la precedente eccentrica convivenza, il buon uomo sia morto vergine [cosa alquanto disdicevole]».
A concludere il giochino delle insinuazioni, una frase che lasciamo al lettore smaliziato: «Però vengono gelosamente conservate negli archivi lettere che documentano i suoi sensi di colpa riguardo alla masturbazione, la sua passione per nuotare nudo con i compagni in un tratto di fiume accanto al College, e le sue fantasie sadiche, con pacche e frustate su sederini di ragazze, “per il bene della loro anima”…». Anche noi siamo sadici, a tal punto da auspicare una generosa sculacciata sul sederone della Aspesi, per il bene della nostra anima: non facciamo complimenti, è Natale.

Da una lettera di Marshall McLuhan alla madre, scritta a Cambridge (Inghilterra), il 5 settembre 1935:
La difficoltà della Verità è nel fatto che la Verità non è semplice se non per coloro che la colgono come un tutto. La vera definizione di un entusiasta, sarebbe quella di un individuo che ha afferrato una singola verità, ma senza volere né potere essere in grado di porla in relazione con altre verità…
Da una lettera di Marshall McLuhan alla moglie, scritta a St. Louis (Missouri), il 21 gennaio 1939, circa due anni dopo la propria conversione:
La differenza più importante tra l’atteggiamento di chi è cattolico e di chi non lo è consiste forse nel fatto che il cattolico non “teme” Dio, ma ha tutte le ragioni per amarLo. Il primo pensiero che un cattolico ha di Dio è quello che un uomo ha per un vero amico. Ed è solamente il suo secondo pensiero che potrebbe suggerirgli quanto poco egli meriti tale amicizia. In considerazione di questo fatto, oltre che della natura sociale della Chiesa, è facile comprendere perché i cattolici parlano così liberamente e naturalmente delle loro preghiere e delle loro devozioni. Non c’è nulla di confacente alla natura umana che non sia perfezionato e assistito dalla Chiesa. Ciò è difficile da credere per i protestanti, perché la religione per loro è molto più una questione di restrizioni e di proibizioni. La Chiesa, peraltro, è interessata soprattutto all’azione. La potenza può divenire reale solo attraverso l’atto. Il protestante possiede, o possedeva, una mezza verità. Patisce la fame nutrendosi di una mezza pagnotta e rinuncia alla sua legittima eredità, non diversamente dal paranoico che crede che il suo pasto sia avvelenato. Tutto questo fa venire alla luce una serie di altre questioni. Non si possono prendere troppo sul serio gli errori dei protestanti dopo aver esaminato a fondo una dozzina circa di eresie simili che si presentarono nel III e IV secolo – senza contare il fatto che vi furono eresie anche prima del III secolo. E per capire l’ortodossia, è necessario studiare un po’ la storia della Chiesa. L’ortodossia è onestà intellettuale riguardo alle cose divine. L’eresia è menzogna intellettuale e spirituale – significa mentire a Dio stesso… Lutero fu un eretico. Egli mentì a Dio. Conosceva la verità. Ma ai luterani che seguirono non fu mai detta la verità, e ad essi furono negati i sacramenti che conducevano a una consapevolezza “interiore” della verità. Così, si richiede una certa “fortuna” o un considerevole sforzo da parte di un protestante oggi per riscoprire l’ortodossia. Ecco perché i convertiti, per la maggior parte, tendono ad essere intellettuali, ovvero persone con una speciale conoscenza della storia e della filosofia.
NOTA: Marshall McLuhan (Edmonton 1911 – Toronto 1980), convertitosi al cattolicesimo nel 1935, è tra le più grandi (e incomprese) figure intellettuali del Novecento. Il suo nome è legato a una serie di analisi sul ruolo dei mezzi di comunicazione di massa nella società contemporanea. McLuhan fu anche un finissimo critico letterario, ed esordì con un’importante tesi di dottorato rimasta inedita, The Role of Thomas Nashe in the Learning of His Time (1943). Tra le opere più rilevanti, in trad. italiana, La sposa meccanica (ed. or. 1951), La galassia Gutenberg (1962), Dal cliché all’archetipo. L’uomo tecnologico nel villaggio globale (1970), Il paesaggio interiore (ed. it. 1983), la splendida Corrispondenza 1931-1979 (ed. it. 1990), e la raccolta postuma di saggi La luce e il mezzo (ed. it. 2002): da questi ultimi due volumi abbiamo tratto il testo delle lettere che vi abbiamo proposto. L'immagine del signor McLuhan è tratta da qui.
Un amico ci ha consigliato di dare un’occhiata al Corano curato da Gabriele Mandel, con introduzione di Khaled Fouad Allam, pubblicato da UTET (Torino, 2004). Apparentemente si tratta di una bella edizione, con testo a fronte e ampio spazio dedicato agli «Apparati filologici, storici e teologici» (questi vanno da pagina 639 a pagina 921). Sfogliando qua e là, però, ci si imbatte in una serie piuttosto abbondante di erroracci ed arbitrii (e non ci sembra un buon servizio, per i musulmani italiani o per quanti vogliano semplicemente accostarsi a questo testo).
Ne segnaliamo alcuni, ovviamente senza entrare nel merito dell’interpretazione del testo coranico proposta da Mandel (non è di nostra competenza, anche se potremmo indicare alcune note esegetiche che ci paiono francamente bislacche):
- pag. 692, nota a Cor. 2, 116: Mandel sta spiegando che l’Islam non accetta la divinità di Gesù, «opinione che già opponeva Ebrei a Cristiani e i Cristiani fra di loro (si pensi all’Arianesimo, al Nestorianesimo, eccetera)», e conclude dicendo che «la questione è talmente nota anche nell’Europa cristiana, e con essa tutte le conseguenze – massacro dei Catari, crociata contro gli Albigesi (1209-1229), ed altro – che è del tutto pleonastico il solo accennarne qui». Non solo si qualifica il «massacro dei catari» come una conseguenza delle controversie cristologiche, ma lo si distingue persino (o così pare) dalla crociata contro gli Albigesi, in un elenco che sarebbe potuto continuare ad libitum, col consueto tono da “leggenda nera” (poco adatto a un apparato che si presenti come “filologico e storico”).
- pag. 713, nota a Cor. 190: si parla del Jihad, il cui primo significato è “sforzo interiore”. Poi lo si differenzia dalla volgare nozione di “guerra santa”, più consona al «Vecchio Testamento», e non estranea nemmeno – così afferma Mandel – al «profeta della Pace, Gesù», il quale dice: «Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico: la guerra» (cf. Lc 12,51). Ma quel che Mandel non dice è che il termine greco da lui reso con “guerra”, nel versetto lucano, risulta diamerismós, che significa letteralmente “divisione”, “discordia”: qui non c’è nulla da interpretare, perché il testo è chiarissimo, e non si riferisce di certo al mettersi in armi in nome di Dio (basta leggere i versetti evangelici seguenti).
- pag. 730, nota a Cor. 2, 228: mentre l’Islam terrebbe in sommo conto la donna, questo non sarebbe proprio del cristianesimo – dice Mandel – in quanto «ci volle un Concilio per stabilire che “anche la donna ha l’anima”» (cf. pag. 796: «d’altronde ci volle un Concilio ecumenico per ammettere che anche la donna possa avere un’anima»). Non sappiamo donde Mandel abbia tratto la sua frase virgolettata. Non di certo da una disposizione conciliare, dato che quella del cristianesimo che nega l’anima delle donne è una balla da foglio anticlericale ottocentesco. L’origine di questa sciocchezza la si trova forse in un passo della Historia Francorum di Gregorio di Tours, ove si parla dell’omonima riunione sinodale (567): pare infatti che in essa vi fu un vescovo che «diceva che la donna non può venir chiamata homo; ma si tranquillizzò quando i vescovi gli fecero capire la ragione citando l’Antico Testamento, il quale dice che in principio, creando l’uomo, Dio li creò maschio e femmina e pose loro il nome Adamo… designando con lo stesso termine homo l’uomo e la donna» (VIII,20). Tutta qui l’unica discussione sull’“anima delle donne” (altro che Concilio ecumenico!): il dubbio di un singolo padre sinodale sul significato del termine homo, impiegato nelle versioni latine per designare l’Adam (maschio e femmina: Gen 5,2). Probabilmente nel VI secolo la parola homo aveva perduto il senso che aveva nel latino classico: quello generico di “essere umano”, senza distinzioni di genere.
- pag. 732, nota a Cor. 2, 229: Mandel osserva qui che «il matrimonio musulmano non è un sacramento (come lo è invece per i cristiani)». Ma per quali cristiani, di grazia? Lo è per cattolici e ortodossi. Sbagliato mettere tutti nello stesso calderone, senza tener conto delle differenze: ma è interessante rilevare che a partire da qui, se abbiamo visto bene, i cristiani perdono di colpo l’iniziale maiuscola…
- pag. 754, Cor. 3, 19: si accenna alle varie «ramificazioni… già presenti al tempo del Profeta [Maometto]: nell’Ebraismo, samaritani, assidei, esseni, terapeuti, ebioniti; per i cristiani si vedano i vari concili». Peccato che all’epoca fossero già scomparsi assidei, esseni e terapeuti, mentre gli ebioniti erano un gruppo giudeo-cristiano.
- pag. 773, nota a Cor. 3, 119: si discetta di testi sacri, affermando che «Gli Ebrei credono solo alla Bibbia, i Cristiani solo ai Vangeli»: per questa amenità, che lasciamo senza commento, torna il maiuscolo “Cristiani”.
- pag. 795, nota a Cor. 4, 31: qui si dice che «il Cristianesimo ha un concetto del tutto ignoto all’Ebraismo e all’Islam: il “peccato originale”… inoltre distingue peccati capitali … veniali… contro lo spirito… riservati… di commissione e d’omissione…». Sul peccato originale, si confronti nondimeno quanto dice il Profeta in un hadith, come riferito da Mandel stesso: «Nessun bambino è stato messo al mondo senza che, al momento della nascita, sia stato toccato dal Demonio… Solo Maria e suo figlio sono stati esenti da questo tocco». Diamine: è l’Immacolata Concezione (vd. nota a pag. 860)! Altro appunto si potrebbe fare sulla casistica dei peccati, ove vien fatto rientrare en passant il sommo peccato contro lo Spirito (e ancora una volta si identifica la tradizione cattolica con l’intero cristianesimo: la cosa non può che farci piacere, ma non va bene in un comento di tal fatta, che d’altronde dimostra di conoscere l’esistenza di diverse confessioni cristiane: vd. ad es. pag. 868, nota a Cor. 25, 58).
- pag. 820, nota a Cor. 4, 157: Mandel si sofferma a lungo sul versetto coranico che mette in discussione la morte in croce di Gesù, dicendo che «tutti i commenti islamici sono concordi su un fatto: Gesù sfuggì a coloro che lo volevano crocifiggere, ed hanno ucciso un altro scambiandolo per lui». A sostegno di questa tesi si citano in prima istanza le testimonianze di alcune confraternite di sufi indiani, che «ritengono che dopo la crocifissione il medico Giuseppe d’Arimatea curò Gesù», il quale poi si trasferì «a Shrinagar, nel Cashmir, dove morì. In luogo sussiste ancor oggi una tomba antica, con la scritta: “Tomba di Gesù, un profeta stanco e povero». Viene anche fornita ampia bibliografia su questa balla d’invenzione moderna, mescolandola ad attestazioni desunte in modo superficiale da autori cristiani dei primi secoli (ad es. dagli Atti apocrifi di Giovanni, testo risalente al III sec., del quale si cita un versetto fuori contesto).
- pag. 839, nota a Cor. 7, 157: «Gli esegeti islamici affermano che anche nei Vangeli è annunciata la venuta del Profeta Maometto, là dove si parla del “Paracleto” venturo. In luogo di un tardo paráklêtos (consolatore), sembra che in un primo tempo ci fosse scritto perikleitós, che significa “il lodatissimo”; e il nome del Profeta, Muhammad, significa appunto “il lodatissimo”». Inutile dire che nei manoscritti (tutti, anche quelli più antichi) del Nuovo Testamento non è attestata alcuna variante del genere. Nel mondo palestinese del I secolo, il Paraqlita (calco aramaico dal greco) era una sorta di avvocato difensore, un “suggeritore”: ma il termine è attestato anche in Filone Alessandrino, col significato più astratto di “intercessore”, e in vari altri autori di lingua greca, col senso di “avvocato” o “consolatore” – e questo è il senso in cui compare nel brano del Vangelo di Giovanni, come risulta evidente anche da un semplice esame del contesto (Gv 16,7-15).
- pag. 850, nota a Cor. 11, 106: qui troviamo le solite assurdità su Dante Alighieri “eretico”, iniziato alla setta dei “Fedeli d’Amore” (come la mettiamo allora con Folchetto di Marsiglia, l’ex trovatore amoroso divenuto vescovo anti-cataro, e piazzato bellamente in Paradiso, al canto IX?), e il poeta fiorentino viene addirittura indicato come “ghibellino”: peccato fosse un guelfo bianco.
- pag. 860, nota a Cor. 19, 17: dulcis in fundo, l’erroraccio più classico che si possa fare. Mandel sta commentando alcuni versetti nei quali si parla della verginità di Maria, la madre di Gesù, e scrive che in essi «appare confermata l’immacolata concezione, che per la Chiesa divenne dogma nel 1850». Doppio errore: il dogma dell’immacolata concezione non riguarda il concepimento verginale di Gesù, e non venne proclamato nel 1850, bensì nel 1854.
Possiamo menzionare anche alcuni refusi (o imprecisioni) di tono minore:
- pag. 665, nota a Cor. 2, 37: Mandel rimanda al Libro della saggezza, ma intende riferirsi al testo biblico della Sapienza, che altrove cita appunto in questo modo (vd. ad es. p. 702, nota a Cor. 2, 154).
- ibidem: qui, come in molti altri punti del comento, risulta approssimativo il riferimento alle collezioni di J.P. Migne, Patrologia Latina o Patrologia Greca. Mandel cita ad es.: «Tertulliano, De paenitentia, 12; Ireneo, Contra Haereses, 3, 23; Agostino, Epistula (sic), 164, 3; Patrologia latina a cura di J.P. Migne, 33, 711». In questo luogo della Patrologia latina, però, si trova l’epistola 168 di Agostino: perché non citare il testo per esteso, come gli altri? Sembra quasi che l’autore del commento abbia trovato il riferimento in una qualche nota a piè di pagina, ma non si sia dato la briga di controllare a che opera corrispondesse.
- pag. 678, nota a Cor. 2, 62: si cita la preghiera ebraica delle Diciotto benedizioni con una traslitterazione infelice, che ne rende il suono in maniera scorretta: «Chemoné ‘esré» (può andare per un lettore francese, tutt’al più).
- pag. 686, nota a Cor. 2, 89: si usa «israeliani» in luogo di «israeliti» (lapsus calami…).
- pag. 796, nota a Cor. 4, 34: ci si riferisce ad alcuni passi della Mishnah, citando «Meng 43b»; forse un refuso per “Meg” (abbreviazione del trattato Megillah).
Orbene, al termine di questo rapido spoglio vale la pena di fare alcune considerazioni. La prima riguarda Mandel stesso. Fa un certo effetto leggere il “breve” profilo biografico che apre il volume: «il prof. dott. comm. Gabriele Mandel khân // Vicario generale (khalifa) dell’Ordine sufico (Tarîqa) Jerrahi-Halveti in Italia. Laurea Honoris Causa in Scienze Islamiche dell’Università Statale di Konya (Turchia). Direttore della Facoltà di Psicologia all’Università Europea del Lavoro di Bruxelles, già direttore di Istituto e docente all’Università IULM di Milano, già titolare di cattedra alla Facoltà di Architettura di Torino, già rettore dell’Università Islamica âlBarî, membro fondatore e membro del Consiglio Direttivo dell’Università Internazionale islamica Averroes di Córdoba (Spagna). Commendatore al merito della Repubblica italiana e di altri Ordinamenti, … Gran premio di cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri… etc etc. etc. (per l’elenco completo delle referenze, di estremo interesse, cliccare qui)». Insomma, si capisce che il prof. dott. comm. Mandel ci tiene ai suoi titoli. Donde gli verranno molte di queste onorificenze ufficiali? Ad esser maliziosi, ci si può perdere in congetture partendo da qui e da qui. Oppure incensarlo con uno sfondo adeguato, come in questa foto.
Altra considerazione si può fare sulla casa editrice UTET, che a quanto pare dispone di ottimi collaboratori. Basta prendere l’aggiornamento 1997 del celebre Grande Dizionario Enciclopedico, alla voce “Battiato”, dove il simpatico cantautore siciliano – amico personale di Mandel, e come lui cultore di sufismo e sincretismi vari – viene definito di volta in volta come “raffinato”, “sensibile”, “intelligente”, “colto”, “silenzioso”. Più che un dizionario, sembra di leggere una recensione di Mollica. Fra l’altro, nel testo, si qualifica l’album “L’ombrello e la macchina da cucire” (1995) come il sigillo di una «svolta spirituale e intimista». Chiunque conosca anche solo a grandi linee la produzione di Battiato, sa benissimo ch’è proprio a partire da questo disco, complice il filosofo adelphiano Manlio Sgalambro, che tendono a sfumare i contenuti “religiosi” fino a quel momento sempre presenti, nel bene o nel male. Senza considerare, ovviamente, le goffe incursioni del cantautore nella cosiddetta musica colta, o nel cinema: per farsi un’idea della loro “raffinatezza”, è sufficiente un’occhiata al libretto della sua opera prima, intitolata Genesi (ove compaiono persino gli extraterrestri), o alla presentazione del suo ultimo film Musikanten. C’è di che imbarazzarsi.

Il piccolo Zaccheo segnala alcuni volumi, fra i molti (sempre troppi) pubblicati nel corso dell’anno 2005. Ovvio che sul comodino non possano stare tutti. Sotto l’albero, qualcuno. Ma il consiglio migliore è quello di leggere poco, cercando parole e pensieri che resistano all’usura del tempo.
- A.A.V.V., Giorgio
- Niccolò BARBIERO, Giochi di mano, Salani, Milano 2005, pp. 176, euro 12. «Come può una scatola da scarpe diventare una città, un pacchetto di liquirizie uno sciame di insetti, qualche pezzo di stoffa un terribile mostro e un foglio di carta stagnola un valoroso guerriero? Sarà vero poi che tutti, proprio tutti possono costruire giochi, maschere, personaggi, con materiali recuperati in casa fra i cassetti e la dispensa? Sembra davvero di sì, basta guardare questo libro, cercare le cose che servono e mettersi al lavoro. I giochi dell’Albero Azzurro nascono così, accompagnati da 21 filastrocche di Roberto Piumini». Fra i precedenti volumi di Barbiero: Il libro dei libri. Manuale per giocare a costruire libri e Il giardino dei giochi dimenticati.
- Inos BIFFI, L’Eucaristia in San Tommaso “Dottore eucaristico”. Teologia, mistica e poesia, Cantagalli, Siena 2005, pp. 168, euro 13. Secondo le parole dell’Autore, nei 10 capitoli del libro viene offerto «un breve profilo, quasi un assaggio di una teologia ampia ed elaborata, rimasta ancora poco conosciuta», a causa di «un diffuso giudizio superficiale e sommario, più esattamente un pregiudizio, [che] ha emarginato Tommaso dalla teologia, liquidandolo come medievale e “scolastico”». Fra gli assunti dell’Aquinate, la distinzione fra comunione sacramentale, in cui si riceve «solo il sacramento, senza il suo effetto», e comunione spirituale, nella quale «si assume il sacramento e la sua efficacia profonda, la sua res». Il Dottore eucaristico (definizione di Pio XI) difende la presenza reale di Cristo nell’eucaristia, contro le opposte interpretazioni di Berengario (presenza solo “simbolica”) e dei cosiddetti cafarnaiti (presenza “fisica” e carnale).