«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Quella di Shakespeare cattolico non è una novità. La tesi venne sostenuta, in Italia, dal grande critico letterario Rocco Montano (che abbiamo nominato qualche giorno fa), col rigore e la sottigliezza che gli erano consueti. In proposito, fra le pagine graziose di Avvenire, è apparsa invece una recensione di Andrea A. Galli al recente volume della studiosa anglosassone Clare Asquith, Shadowplay. The Hidden Beliefs and Coded Politics of William Shakespeare (Public Affairs, London 2005), che fornisce nuove interessanti argomentazioni sulla fede dissidente del celebre drammaturgo e poeta (per un’intervista all’Autrice, cliccare qui):
«Nessun lamento, nessun componimento è stato tramandato sulla fine di Richard Whiting, abate e umanista inglese che il 15 novembre 1539 venne impiccato dalle milizie protestanti, le quali, con fare più azteco che puritano, gli strapparono il cuore e lo mostrarono come trofeo alla cittadinanza atterrita. Con Whiting, ricordato come un erudito e un saggio amministratore, se ne andò per sempre (venne rasa al suolo) anche l'abbazia di Glastonbury, nel Somerset, fondata sul luogo della celtica Avalon, dove secondo la leggenda era approdato Giuseppe di Arimatea direttamente dalla Terra Santa e dove arrivarono i primi missionari da Roma, a cui si aggiunse San Patrizio di ritorno dall'Irlanda, che lì venne sepolto. Fu insomma strappato il cuore spirituale del Paese, simbolo di un misterioso e diretto legame tra l’Inghilterra e Cristo. Non un poeta ricordò quegli avvenimenti di tono apocalittico. Eppure è certo che violenze del genere, oltre che seminare il terrore, alimentarono l’ostilità verso una riforma protestante imposta dall’alto, con l’obiettivo di far tabula rasa dell’identità religiosa di un popolo. Lo si può dedurre dalla durata della persecuzione anticattolica, tra le più cruente della storia della Chiesa, che ancora settant’anni dopo, con Giacomo VI, non aveva perso di intensità. Lo hanno dimostrato negli ultimi decenni storici revisionisti come John Bossy, Jack Scarisbrick, Edwin Jones, Christopher Haigh, che hanno fatto luce sulla censura operata dalla storiografia elisabettiana verso la resistenza cattolica, che rimase vigorosa per quasi un secolo.
È sullo sfondo di questi studi sul cattolicesimo negato nell’Inghilterra tra ’500 e ’600 che si situa il recentissimo libro di Clare Asquith - moglie di un ex diplomatico britannico in Unione Sovietica ed esperta di letteratura elisabettiana - dal titolo Shadowplay. The hidden beliefs and coded politics of William Shakespeare. Un libro d’eccezione essendo forse la più articolata ricerca su un mistero che da tempo aleggia sugli studi shakespeariani: il più grande drammaturgo di sempre, il massimo poeta inglese era cattolico? Per rispondere alla vexata questio
Insomma il famoso mondo “out of joint”, sconnesso, al centro della riflessione di Shakespeare non sarebbe tanto la civiltà europea alle prese con l’entrata traumatica nella modernità (come un po’ fumosamente riportano tanti manuali di letteratura) ma l’Inghilterra violentata nella sua tradizione secolare e nella sua identità più profonda, quella cattolica. Interpretazione che sta facendo discutere, forse perché tutt’altro che una semplice ipotesi» (fonte: Avvenire, 23/02/2006).
Il piccolo Zaccheo intende rassicurare i suoi lettori, “credenti e non credenti”, in merito all’esistenza storica di Gesù di Nazaret detto Cristo, maestro religioso di origine ebraica vissuto nel I secolo dell’era che da lui medesimo, per varie curiose contingenze, ha preso il nome. Codesta esistenza, recentemente, era stata in fatto posta in dubbio da un tal pensionato di Bagnoregio: l’improvvisato cristologo, con discreto clamore mediatico, avea infatti denunziato il parroco della propria cittadina, don Enrico Righi, per “abuso della credulità popolare e sostituzione di persona” (trattavasi forse d’un patripassiano?). L’intiera vicenda, descritta qui per sommi capi, si è poi risolta un mese fa con l’archiviazione del caso da parte del Gip. Onde evitare che qualche povero diavolo continui a “dire la sua”, con improbabili scemenze o altrettanto risibili richieste di schiaffeggio pretesco, forniamo un rapido elenco di testimonianze storiche (mettiamo al terzo posto le più importanti) che andranno attentamente esaminate, conosciute e studiate, prima di negare l’esistenza (passata o presente) del predetto personaggio oggetto in tal caso di assai poco amletici dubbi:
1. Testimonianze indirette (ambiente storico-culturale del Mediterraneo, I sec. a.C – II sec. d.C.: testi giudaici, rotoli del mar Morto, testi di ambiente ellenistico, etc.)
2. Testimonianze dirette non cristiane
2.1. Testimonianze dirette non cristiane dal mondo greco-romano
2.1.1. Tacito, Annali XV,44: «Origine di questo nome [dei cristiani] era Cristo, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per
2.1.2. Svetonio, Vita di Claudio 25,3: «I giudei che tumultuavano continuamente per istigazione di un certo Cresto, egli [Claudio] li scacciò da Roma (Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes Roma expulit)»
2.1.3. Plinio il Giovane, Epistole X,96,7 (111-113 d.C.): «Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio (quod essent soliti stato die ante lucem convenire carmenque Cristo quasi deo dicere secum invicem), e obbligarsi con giuramento (sacramento) non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti. Fatto ciò, avevano la consuetudine di ritirarsi e riunirsi poi nuovamente per prendere un cibo, ad ogni modo comune e innocente, cosa che cessarono di fare dopo il mio editto nel quale, secondo le tue disposizioni, avevo proibito l’esistenza di sodalizi»
2.1.4. Mara bar Sarapion, da una lettera al figlio che studiava a Edessa (I-II sec.): «Che vantaggio hanno tratto gli Ateniesi dall’aver ucciso Socrate, misfatto che dovettero pagare con la carestia e con la peste? Pure quelli di Samo dall’aver ucciso Pitagora, se poi il loro paese fu in un attimo sepolto dalle sabbie? O gli ebrei dall’esecuzione del loro saggio re, poiché da quel tempo furono spogliati del loro regno? Un Dio di giustizia infatti fece vendetta di questi tre saggi. Gli Ateniesi morirono di fame; quelli di Samo furono sommersi dal mare; gli ebrei vennero uccisi e cacciati dalla loro terra a vivere dispersi per ogni dove. Socrate non è morto, grazie a Platone; e nemmeno Pitagora, a causa della statua di Era; né il re saggio, grazie alle nuove leggi da lui promulgate»
2.1.5. Celso, Discorso vero (circa 180 d.C.: testo trasmesso da Origene, Contro Celso [qui 1,28], metà del III sec.): «T’inventasti [rivolto a Cristo] la nascita da una vergine: in realtà tu sei originario da un villaggio della Galilea e figlio di una donna di quel villaggio.... costei, convinta di adulterio, fu scacciata dallo sposo, falegname di mestiere… ripudiata dal marito e vergognosamente randagia, ti generò quale figlio furtivo. Spinto dalla povertà andasti a lavorare in Egitto, dove venisti a conoscenza di quelle facoltà segrete per quali gli Egiziani vanno famosi. Quindi tornasti, orgoglioso di quelle facoltà e grazie ad esse ti proclamasti Dio»
2.1.6. Altre testimonianze (Adriano, Marco Aurelio, Luciano di Samosata, etc.)
2.2. Testimonianze dirette non cristiane dal mondo giudaico
2.2.1. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche XX,200: «Anano… convocò i giudei del Sinedrio e introdusse davanti a loro un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, che era chiamato Cristo, e certi altri, con l’accusa di aver trasgredito la legge, e li consegnò perché fossero lapidati»
2.2.2. Testimonium flavianum (da Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche XVIII,63-64): «Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani» (in corsivo le possibili interpolazioni cristiane)
2.2.3. Talmud B Sanhedrin 43: «Viene tramandato: [al venerdì] alla sera della Parasceve si appese Jeshu [ha-notzrì = il cristiano]. Un araldo per quaranta giorni uscì davanti a lui: “Egli [Jeshu] esce per essere lapidato, perché ha praticato la magia e ha sobillato (hissit) Israele [all’idolatria] e l’ha traviato (hiddiah). Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa, venga e l’arrechi per lui”. Ma non trovarono per lui alcuna discolpa, e lo appesero [al venerdì] alla sera della Parasceve. Disse Ulla: “Credi tu che egli [Jeshu ha-notzrì] sia stato uno per il quale si sarebbe potuto attendere una discolpa? Egli fu invece un istigatore all’idolatria, e il Misericordioso ha detto Tu non devi avere misericordia e coprire la sua colpa!”. Con Jeshu fu diverso, perché egli stava vicino al regno”»
2.2.4. Altri passi controversi dalle fonti rabbiniche: «Se qualcuno ti dice: “Io sono Dio”, egli è un mentitore; “Io sono il figlio dell’uomo”, alla fine dovrà pentirsene; “Io ascenderò al cielo”, egli ha detto questo, ma non lo compirà» (Talmud J Taanit 2,1); Talmud B Aboda Zara 16b; Tosefta Hullin 2,24; Midrash Qohelet Rabba 1,1.8; etc.
3. Testimonianze dirette cristiane
3.1. Testimonianze dirette cristiane non evangeliche (scritti delle origini, Padri della Chiesa e autori ecclesiastici, etc.)
3.2. Testimonianze dirette cristiane evangeliche
3.2.1. Testimonianze dirette cristiane evangeliche canoniche (vangeli sinottici e quarto vangelo, I sec. d.C.)
3.2.2. Testimonianze dirette cristiane evangeliche non canoniche (dal II sec.: vangelo di Tommaso; vangeli giudeo-cristiani: dei Nazareni, degli Ebioniti, degli Ebrei; vangeli gnostici; altri vangeli: di Pietro, di Giacomo, degli Egiziani; frammenti)
3.3. Altre testimonianze dirette cristiane (detti sparsi di Gesù, o agrapha)
4. Testimonianze archeologiche, epigrafiche, numismatiche, etc.
Insomma, con una tale abbondanza di materiali non valeva proprio la pena di scomodare la magistratura.
Avvenire buono e ispirato, in questi giorni: con un bell’editoriale di Marina Corradi sulla scomparsa di Luca Coscioni, un ottimo intervento di Rémi Brague sullo statuto dell’indagine intellettuale nella storia dell’Islam, una (troppo breve) disamina del Dottor Froid da parte di Lucetta Scaraffia, un pezzo di Roberto Beretta sui massoni da antologia, e dulcis in fundo una sacrosanta strigliata d’orecchi al Sig. George Steiner firmata da Davide Rondoni.
Tre nomi italiani, che oggi rischiano l’oblio, possono aiutarci a capire quel che fu davvero l’umanesimo: Giuseppe Toffanin (la cui Storia dell’Umanesimo è più letta e conosciuta all’estero che da noi), Rocco Montano (probabilmente il più grande critico letterario del Novecento) ed Enrico Castelli. Di quest’ultimo, filosofo del “senso comune” e propugnatore di un “esistenzialismo cristiano”, trascriviamo alcuni brani tratti da I presupposti di una teologia della storia (Padova 1968²: forse la sua opera maggiore, insieme a Il demoniaco nell’arte, Milano-Firenze 1952, e La critica della demitizzazione, Padova 1972: vd. anche i volumi dell’Archivio di filosofia, da lui curati fino alla metà degli anni Settanta):
«Tutta la storia della filosofia moderna è la storia della corsa alla solitudine attraverso il terrore della solitudine stessa: storia dei tentativi per instaurare una comunicazione oltre alla parola rivelata. La storia politica è la storia dei tentativi di limitare i danni che gli individui (i solitari) recano quasi loro malgrado (pessimismo profondo. Assertori autorevoli: Machiavelli e Lutero). Così è nata la politica dell’anonimo. Un tentativo disperato; e, si può aggiungere, disperante. L’Umanesimo dei teologi-filosofi del Quattrocento era stato l’ultimo grandioso sforzo per opporsi alla minaccia di una statolatria che già si annunciava.
La filosofia moderna ha [infatti] dimenticato: 1) che si può donare; 2) che la storia degli esseri umani non si può prescindere da una storia della follia; 3) che esiste una animalità di cui tenere conto. La storia della filosofia moderna per buona parte è la storia di un’ossessione: l’obiettività. Storia di un’impresa disgraziata: spiegare razionalmente tutto. E di una formula: tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale. Giustamente è stato scritto: “…in fondo Hegel cominciò soltanto dal punto dove Carlo V finì… in un chiostro a regolare orologi”. Dal fallimento di un’impresa è nata la scienza moderna; la dottrina della scienza ha ceduto il posto alle scienze che si sono trasformate quasi inavvertitamente in potenza (tecnica). E questa potenza è stata tanto forte, una seduzione così sottile, da rendere insignificante l’interesse per la scienza in sé. È sorta gigante una scienza delle previdenze sociali, una delle riduzioni spaziali e del tempo contratto o risparmiato (sentire di più, vedere di più, fare di più, cioè in minor tempo)…
Si è dimenticato che il tempo è un dono, un dono prezioso, sul cui buon uso
La caduta del condizionale ha fatto svanire la coscienza di una caduta iniziale. Per questo la storia del pensiero moderno può ben dirsi la storia di una scristianizzazione crescente. Non si è tenuto conto che sempre si può introdurre il se nella storia, meno che nella storia di Cristo. È globale, il Cristo. Un tutto: il condizionale non ha senso, fa perdere il senso. La fenomenologia della Passione è decisiva illico et immediate. Se non fosse la storia di Cristo (vero Dio e vero Uomo) sarebbe una triste storia qualunque di un qualunque partigiano disgraziato. Insomma: la descrittiva è nello stesso tempo simbolo (edificante) e monito (moralizzante). Un documento che non chiede una prova per la sua validità. È il documento che documenta. Ma queste considerazioni sembrano estranee alla indagine filosofica, e in realtà lo sono, ma per quella filosofia che ha rotto tutti i ponti con la teologia, perché essa stessa è una teologia deformata. C’è una filosofia per la quale non ha significato parlare di filosofia della religione e tanto meno di teologia della storia. “La ragione ha un solo mezzo per spiegare ciò che da essa non proviene, è quello di ridurlo a nulla”, ha scritto un filosofo inglese di questo secolo, puntualizzando l’essenza della filosofia moderna. Non si è tenuto conto che se è lecito costruire una logica, non è però lecito costruire una logica che non sia la logica della pazzia evitata.
“Profezia non significa semplicemente predire: significa promettere”, così scrive Cassirer nel suo Saggio sull’uomo, e aggiunge: “Questo è il nuovo tratto caratteristico che appare evidente per la prima volta nei profeti di Israele, Isaia, Geremia ed Ezechiele. Il loro futuro ideale implica la negazione del mondo empirico, la fine di tutti i giorni; ma contiene nello stesso tempo la speranza e la certezza di un nuovo cielo e di una nuova terra”. Verissimo. Ma il mondo d’oggi ha perduto il senso della profezia. Se il profeta predicesse soltanto, ogni scienziato sarebbe un profeta. Nel profeta e nella predizione c’è una voce che trascende il calcolo (quel calcolo che permette all’astronomo di annunciare l’apparizione di una cometa). C’è un impegno e una garanzia che si traduce nel “Non sono io che vi annuncio, io non sono che lo strumento di una voce che non mente” – e conclude: “Ascoltatemi, perché solo ascoltandomi saprete ascoltare”. Sotto questo aspetto la filosofia si avvicina alla profezia; è anch’essa un invito ad ascoltare, una voce troppo spesso soffocata dal calcolo, dalle fallaci anticipazioni dei fenomeni naturali. Quasi che i fenomeni della natura fossero davvero dei fenomeni naturali, e i giorni non subissero consumazione, ed avesse senso dire: sempre giornate. Mentre credere in una giornata è non credere…
L’umanesimo sembra contenere la soluzione di questa stessa difficoltà che riduce la storia al presente. Presente nostalgico o presente inaudito, poco importa; ciò che invece importa, ed è grave, anzi fatale, è la sua riduzione al solo presente. Se tutto è presente, se tutto è l’ora, l’allora non ha più significato, per quanto il presente possa essere gravido del passato, ricco di emozionalità del ricordo. E la parola del poeta – “Ma dimmi, al tempo dei dolci sospiri / a che e come concedette amore / che conoscete i dubbiosi desiri?” – non avrebbe senso, se il “tempo dei dolci sospiri” non fosse carico di una durata, non più quello “dei dolci sospiri”, ma solo il suo travestimento attuale, poiché travestirsi è sempre tradire. Tutto qui il segreto ed il problema: essere quello (l’allora) ed essere questo. L’Umanesimo, nella sua visione del classico, ha fatto vivere la soluzione del problema attraverso la visione cristiana che inutilmente alcuni studiosi hanno voluto misconoscere o sottovalutare. Perché il classico che l’Umanesimo ha rievocato, è tale solo in quanto partecipe del sacro, anche se talvolta sembra molto profano. È la disputa delle arti contro la medicina, le scienze; è il conflitto di ciò che ha la sua radice nella dignitate hominis, nell’essere stesso dell’individuo che rievoca la rivelazione primigenia divina; conflitto con ciò che vincola (la necessità logica), ciò che rappresenta l’ineluttabile (la pura consequenziarietà)…
Per questo il filosofare di un Pico della Mirandola e di un Ficino ha trovato la compagnia delle canzoni d’amore, nate nei cenacoli di Firenze; e la poetica si è affiancata al diritto, facendo rivivere il senso della justitia, che non si può risolvere nella matematica divisione di un bene qualunque. Questo sacro del classico ha il dono di partecipare del solenne e del gioioso a un tempo; il dono di una gravità che lascia il posto al sorriso. Non meravigliamoci se la novellistica dell’Umanesimo ha sconfinato troppo nel profano, e se la vita intima che un Matteo Bandello svela è talvolta scandalosa; è attraverso lo scandalo e la denuncia del costume che si prepara la rinascita dell’esprit de finesse di pascaliana memoria. Quello spirito d’intesa che nel Medio Evo si era rifugiato nell’arte di sottilizzare controversie teologiche, rinasce proprio dall’esame di una vita non ipocritamente falsificata… Il mondo non separa più, non isola, non divide; c’è posto per il ritmo che ne cadenza la vita attraverso l’arte e la poesia, c’è posto per la meditazione che non si perde nelle vie della logica formale, perché il senso del classico sovrasta. “Ut poetae cum christianis simul consentiunt”, scrive il Pontano. Come i poeti e i cristiani insieme convengono…
Attestare ancora una volta che la disputa è indirizzata al rispetto dell’umanità, che nel rispetto del testamento, anche se non redatto nella debita forma, si mette in luce la dignità dell’uomo, è un compito per il quale la latinità è impegnata oggi più che mai. Dico latinità, nel suo significato più profondo: diritto e filosofia, filologia e poetica. Latinità è pur sempre senso del diritto che attraverso l’esperienza cristiana ha raggiunto la sua conciliazione con la charitas, creando una esperienza comune per la quale spirito latino significa spirito di comprensione. Un verso di Dante sembra riassumere mirabilmente lo spirito dell’Umanesimo: Amor che nella mente mi ragiona. L’Umanesimo ha aperto il cammino al sentimento dell’approssimarsi, al sentimento di un diventare prossimo, evitando l’incubo del troppo vicino, della massa. A noi spetta di tenerlo in vita, quel sentimento; esso partecipa del sacro, ed è certo che, finché esso sussiste, Dante e Petrarca parlano ancora».
(Un primo contributo per questo progetto di Adan)

Un articolo di Orazio Petrosillo, apparso su Il Messaggero del 23 gennaio scorso, conferma il progetto di creare un’area museale presso la basilica romana di San Paolo fuori le mura, ove l’archeologo Giorgio Filippi, recentemente, ha portato alla luce alcuni resti di un sarcofago o di un deposito di reliquie, in corrispondenza della celebre epigrafe Paulo Apostolo Mart(yri):
«La conferma è stata trovata di recente. Sotto l’altare papale della basilica ostiense c’è la tomba di san Paolo, il fondatore con san Pietro della comunità cristiana di Roma, decapitato nel 67 nella non lontana località “ad Aquas Salvias” (oggi “Tre Fontane”) e personaggio di capitale importanza nei primi decenni del cristianesimo. Questa tomba, che sarà oggetto di ulteriori indagini scientifiche, non escluso l’uso di una telecamera, costituirà il fondamentale “punto d’appoggio” per il rilancio in grande stile della vastissima basilica, erede del tempio di modeste dimensioni fatto erigere da Costantino a protezione e memoria della tomba dell’apostolo (...).
Si tratta di rendere parzialmente visibile ed accessibile ai pellegrini il sarcofago di Paolo sormontato, a cinquanta centimetri di altezza, da due lastre di marmo appaiate con la scritta del IV secolo “Paulo Apostolo Mart”, dove la parola «Martyri» è mutila. È questo il punto più qualificante di un ambizioso programma di iniziative che ci illustra il primo arciprete nella storia della basilica, l’arcivescovo Andrea di Montezemolo, nominato da Benedetto XVI in base al suo “Motu Proprio” del 31 maggio scorso con il quale il Pontefice ha stabilito un riordinamento generale della basilica di San Paolo fuori le Mura e del suo complesso extraterritoriale, del quale fa parte la storica omonima abbazia di benedettini da 13 secoli al servizio della stessa basilica. Il caso ha voluto che il nuovo arciprete della basilica, per alcuni decenni nunzio apostolico, sia stato in gioventù un architetto (ha esercitato per un decennio la professione lavorando anche con Pierluigi Nervi) prima di abbracciare la vocazione al sacerdozio.
Proprio in questo 2006 in cui la “sorella maggiore”, la basilica di San Pietro, celebra i 500 anni dalla posa della prima pietra, questa di San Paolo con il suo complesso extraterritoriale vuole segnare l’anno primo di un grande programma di lavori e di iniziative per farla diventare un polo di pellegrinaggi e di grandi eventi ecumenici. Sperando nel munifico sostegno di uno sponsor, Montezemolo ha in animo di far realizzare importanti lavori attorno alla tomba di san Paolo. Si tratta di risistemare l’intera area, dove l’archeologo Giorgio Filippi, conservatore della raccolta epigrafica dei Musei vaticani, ha eseguito due saggi di scavo tra il giugno 2002 e il maggio 2003, giungendo alla scoperta “di un sarcofago (o deposito di reliquie) individuato sotto l’altare della Confessione e corrispondente al sepolcro ritenuto di san Paolo”. Filippi ha raggiunto la certezza scientifica che quel sarcofago nel 390 era ritenuto la tomba dell’Apostolo, all’epoca cioè dell’ampliamento della basilica costantiniana da parte dei tre imperatori Teodosio, Valentiniano II e Arcadio. Le due lastre di marmo con la nota iscrizione dedicatoria a Paolo Apostolo recano tre aperture, una circolare e due quadrangolari, concepite per “mettere in comunicazione” il sarcofago, e quindi le reliquie, con l’altare, ma anche per introdurre “brandea”, pezzi di tessuto che a contatto diretto con i resti del martire diventavano a loro volta reliquie per contatto. In corrispondenza dell’apertura circolare, il sarcofago ha sul coperchio una concavità ad imbuto di una decina di centimetri, con il foro centrale di circa due centimetri ostruito da un tappo di malta che impedisce al momento attuale di verificare, per mezzo di una telecamera, la presenza e consistenza delle reliquie.
Alla domanda del cronista su come e quando potrà avvenire tale esplorazione, l’archeologo sorvola perché ritiene che “il problema delle reliquie sia assai delicato e non una curiosità da soddisfare ai fini della storicità o meno del martirio e della sepoltura di Paolo sulla Via Ostiense”. Per lui, “più di eventuali piccoli resti, l’importante è la certezza archeologica che quel sepolcro sia di san Paolo”. L’arcivescovo Montezemolo illustra l’ampio programma di lavori che porterà alla creazione di un’area museale che valorizzerà e renderà visibili i tesori della basilica e dell’abbazia (reliquiari, opere d’arte, vasi etruschi, collezioni di monete antiche), a tracciare percorsi per i pellegrini lungo i quali potrebbe trovare migliore sistemazione il modello in legno del progetto di riedificazione della basilica dopo l’incendio del 1823, lungo cinque metri, che offre un indimenticabile sguardo d’insieme, ad ammodernare servizi e impianti tecnici oltre a risistemare l’area adiacente l’abbazia di proprietà vaticana».
(fonte: Il Messaggero, 23/01/2006)
È scomparso ieri mattina il teologo e poeta don Divo Barsotti, fondatore della Comunità dei figli di Dio, una famiglia religiosa comprendente laici e sacerdoti, basata sul primato dei valori contemplativi e sulla precisa volontà di vivere da “monaci nel mondo”. Il quotidiano Avvenire lo ricorda pubblicando fra le altre cose una sua inedita meditazione sulla morte, intitolata “Quale corpo il Signore mi darà”, insieme a una breve memoria firmata da Serafino Tognetti (subentrato a don Divo nella guida della casa madre di San Sergio, a Settignano - Firenze), che qui proponiamo:
«Don Divo Barsotti, unanimemente riconosciuto come una delle figure più luminose della Chiesa del Novecento, è stato scrittore, poeta, predicatore, fondatore di una Comunità di carattere contemplativo che conta più di duemila membri sparsi nel mondo, uomo dello Spirito. Paradossalmente, per chi lo abbia cercato e abbia desiderato conoscerlo, non è stato facile mai scovarlo o incontrarlo, perché don Divo non ha mai amato né voluto le copertine, le immagini. “Gesù - scriveva Kierkegaard nei suoi Diari - non desidera ammiratori, ma seguaci; non vuole applausi, ma discepoli”. Così anche don Divo Barsotti: pur avendo grandi capacità e grandi doti, e una vita di preghiera fuori dal comune, è scappato sempre da ciò che può semplicemente apparire.
Irriducibile, anima tesa all’Assoluto, don Divo ha sempre dichiarato di aver cercato la volontà di Dio sino alla fine, senza sentirsi mai appagato in alcun posto. A iniziare dalla propria diocesi, San Miniato, appena ordinato sacerdote, tanto che nel dopoguerra il vescovo lo lasciò partire volentieri per Firenze. Anche a Firenze un posto vero e proprio non lo ha mai avuto: troppo incandescente per avvicinarsi a lui; una parola viva ma anche tagliente, la sua. Dal convento della Calza, dove il cardinale Elia Dalla Costa lo aveva mandato come cappellano di suore, cominciò a farsi notare per la predicazione, ricca di toni nuovi per quel tempo, che richiedeva un rinnovamento della Chiesa, ossia di tutti i battezzati, chierici e laici, nella via della santità. Dopo gli anni di vita nascosta e di studi privati e personali a Palaia, le sue predicazioni colpivano per il vigore e il senso di Dio che trasmettevano, con quella esegesi biblica spirituale e spericolata, con quel richiamo continuo alla perfezione, con quel suo non intrupparsi e irreggimentarsi in alcuno schema.
Decisamente di indole contemplativa, quando nel 1951 scrisse il suo capolavoro Il Mistero cristiano nell’anno liturgico, non si accorse di aprire una scuola nuova, insieme a Odo Casel, peraltro mai conosciuto personalmente, che avrebbe avuto una grande importanza, ancora non esaurita, in seguito. Entrare nel Mistero, della vita e della morte, inserirsi nell’Atto di Cristo di morte e resurrezione, per salvare, con Lui, il mondo: questo è stato il punto fisso della vita e della predicazione di don Barsotti. Come? Semplice: con la preghiera oggettiva, la liturgia (Santa Messa e Liturgia delle Ore), la contemplazione, il silenzio, l’esercizio della Divina Presenza continua, la preghiera del cuore. Cose che egli ha esercitato e insegnato a tutti i livelli.
Da giovane prete, per qualche anno volle andare in missione in India o in Oriente, ma i tentativi sempre fallirono; incarichi e impegni ufficiali
Spiace dirlo, ed è da maleducati, ma davanti a due articoli come questo e questo (cum grano salis), il dialogo fra Possenti e Ruini – teste di ponte del progetto culturale CEI – sembra davvero rientrare fra le cose “penultime”.
A quelli che non sono ancora in due, il piccolo Zaccheo si permette di dedicare alcuni brani d’una specie di preghiera (un po’ leziosa, a dire il vero) di Michel Quoist: «Mio bell’amore sconosciuto, / tu respiri e vivi da qualche parte, / lontano da me, forse vicino a me… / Ma dei tratti del tuo volto, / io non conosco la grazia, / e delle dita e dei fili che hanno tessuto la tua vita / non saprò nulla, / finché non imparerò da te / la trama e i nodi, / che ne hanno fatto la tela. // Mio bell’amore sconosciuto, / vorrei che questa sera / tu pensassi a me, come io penso a te, / non in un sogno dorato che non sarà mio, / ma in una lunga notte accettata dal tuo amore impaziente, / perché anch’io esisto, anch’io sono vero, / e tu non puoi inventarmi senza sfigurarmi… / Poiché quando apparirai, / invitante ai miei occhi, / io non vorrò rapirti, come un ladro che arriva, / ma accoglierti come un tesoro offerto, / poiché il tesoro sarai tu, e tu ti donerai. // Mio bell’amore sconosciuto, / mi perdonerai domani… / d’essere colui che conosce troppo, ahimè, / i gesti dell’amore. / Io che li ho imparati da qualcuno che non sei tu, / e per te, oggi, vorrei tanto disimparare. / Perché adesso so quanto sarebbe bello / che noi due cercassimo e trovassimo insieme / gli accordi giusti e ricchi che accompagnano i nostri canti, / i canti di gioia e i canti di pena… // Ma mio bell’amore sconosciuto, / bisogna attendere ancora, / e quanto è dolorosa di notte / l’attesa degli amanti senza volto! / …Io so che le nostre due vite / si cercano e si chiamano. / E sono sicuro adesso / che al centro dei nostri desideri notturni / canta nella Luce il desiderio di Dio. / Nostro Padre è nei cieli che ci guarda… / e dall’eternità, io lo credo, / ci ama mormorando: / “Se lo desiderano, / domani non saranno che uno”. // È il suo sogno di Padre, / sarà la nostra decisione di figli...».
A quelli che sono già in due, vorrei invece ricordare (se mai ve ne fosse bisogno) la dignità e la grandezza della loro vocazione: quel sacramento ch’è innanzitutto segno e strumento di elevazione e santificazione, potente al punto che – come lascia pensare l’apostolo Paolo – lo sposo che non crede è reso santo dalla sposa che crede, e la sposa che non crede è resa santa dallo sposo che crede (1Cor 7,14).
Ai solitari, agli indecisi, e a quanti si trovano a mezzo fra tutte queste condizioni, dedico infine una frase della nostra cara madre Teresa d’Avila: «Dio può chiamare»; e se non chiama, «si prosegue allegramente…» (Cammino di Perfezione, red. escurialense, 29,2).
(Anche per quest’anno san Valentino primeggia sui santi Cirillo e Metodio, apostoli degli Slavi, ai quali va tutta la segreta solidarietà di chi scrive)
Rispondo da qui ad alcune stimolanti osservazioni di Claudio, che trovate fra i commenti ad un recente post (numeri 5, 6 e 7):
1. Non è detto che il variegato mondo dei Sufi (tantissime sono le Confraternite) rappresenti la crema illuminata dell’Islam. Battiato in questo è sviante: se vuoi vedere quel che scrive un Sufi italico, della cui amicizia il celebre cantautore si onora, dai un’occhiata (posto che tu non l’abbia già fatto, e disponga di un po’ di tempo da perdere) a un mio “vecchio” intervento.
2. Per quanto riguarda i criteri per misurare le “contingenze parziali”, così su due piedi non riesco ad accampare risposte intelligenti come quelle di Roberto Buffagni, col quale concordo in tutto, nei commenti che hai segnalato. Dico solo che è importante discuterne, e discuterne a fondo. Ma soprattutto occorrono preghiera e discernimento: i due fari del cristiano nella storia.
3. Sulla Turchia in Europa ho fortissimi dubbi (come, in fondo, sull’inevitabile Europa, che nessuno di noi ha scelto). Ho letto stasera quest’articolo di Blondet, al quale mi permetto di rimandare (cum grano salis).
4. Su Paolo: beh, ovviamente hai ragione. La prospettiva luterana, che enfatizza e porta alle estreme conseguenze alcuni nodi irrisolti della speculazione dell’ultimo Agostino, è assolutamente deleteria per una corretta comprensione dell’Apostolo nel suo contesto culturale. Non direi però che “determinismo” e “libero arbitrio” furono problemi estranei a Paolo (che comunque non è pensatore sistematico, né teologo nel senso piano del termine): lo furono rispetto al modo in cui ce li poniamo noi oggi (e se li posero Agostino e soprattutto Lutero), ma non in assoluto.
La riflessione sulla libertà umana, sul peccato, in un certo senso persino sulla “predestinazione”, possiamo trovarla in larghi settori del cosiddetto “medio Giudaismo” (II sec. a.C. – I sec. d.C.). Non è un caso che lo storico ebreo Giuseppe Flavio, volendo presentare a un pubblico ellenistico le correnti principali del pensiero giudaico della sua epoca, qualificandole come hairéseis (sette) o philosophiai (scuole filosofiche), parta proprio da una classificazione schematica sulla base del rapporto istituito nei vari gruppi fra responsabilità umana e volontà divina. In tal modo, risulta ad esempio che: a) i Farisei, «anche se ritengono che tutto sia governato dal destino, non privano l’uomo della libertà di seguire la propria inclinazione, in quanto a Dio è parso bene che si desse una mescolanza, in modo tale che al volere del destino si unisse anche la volontà dell’uomo»; b) per i Sadducei, la cui «dottrina fa morire le anime insieme con i corpi», la felicità dell’uomo dipende esclusivamente dalle azioni umane, senza alcun concorso del divino; c) gli Esseni, al contrario, insegnano «che tutto è nelle mani di Dio» (Ant. Iud. XVIII, 11-23). Per quanto non si parli esplicitamente di “libero arbitrio” o di “determinismo”, il problema è ben presente, e lo era già da tempo: basti andare alla bellissima Storia del Secondo Tempio. Israele tra VI secolo a.C. e I secolo d.C. di Paolo Sacchi, che distingue fruttuosamente fra una “teologia del Patto”, al cui centro si trova il sentimento della libertà e della responsabilità dell’uomo, e una “teologia della Promessa”, per cui il piano salvifico di Dio è destinato a realizzarsi indipendentemente dagli sforzi e dalle colpe dell’uomo, ch’è per sua natura creatura debole, incline al male. Questa enorme diatriba “teologica” darà poi vita alle soluzioni più varie: per limitarci all’epoca di Paolo, si va così dal IV Libro di Esdra, che presenta una vera e propria dottrina del peccato originale, concepito come malattia insanabile cui Dio solo può porre rimedio (4Esdra 3,21), all’Apocalisse siriaca di Baruc, che crede invece nella totale libertà di scelta dell’uomo («Ogni uomo è Adamo a se stesso»: 2Bar 54,15); ma gli esempi si potrebbero moltiplicare, anche considerando i testi della tradizione enochica, molto importanti per capire l’ambiente giudaico-palestinese nel quale si mossero i primi seguaci di Gesù.
5. Per quanto riguarda il rapporto fede/opere in Paolo, il discorso merita una precisazione, quantomeno per evitare letture distorte alla Lutero. L’errore di Lutero fu quello di proiettare la propria personale avversione al cattolicesimo dell’epoca nella lettura dei problemi teologici messi in campo da Paolo. Prendiamo ad esempio l’idea della giustificazione “per fede”. Da una parte il buon Martino mise alcune affermazioni dell’Apostolo (come Gal 2,16: «L’uomo non è giustificato in virtù di opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede di Gesù Cristo»), dall’altra l’idea che «la fede senza le opere è morta», espressa all’interno del Nuovo Testamento nella Lettera di Giacomo. Egli vide qui un’opposizione, a tal punto da proporre di rigettare la canonicità di quest’ultimo testo, definito come una «lettera di paglia», buona tutt’al più «per accendervi la stufa» (Prefazione alla Septemberbibel, 1522). «Molti sudano assai per conciliare Giacomo con Paolo… – commentava nei suoi Discorsi a tavola – si tratta di cose contrastanti: la fede giustifica, la fede non giustifica. A chi riuscirà a farli concordare imporrò la mia berretta e mi lascerò ingiuriare come un pazzo» (Tischr. 3,253).
Una soluzione armonizzante (analoga a quella mantenuta dal Riformatore nei primi anni, e poi seguita da Calvino) era stata in realtà già avanzata dalla geniale esegesi di Agostino, nel De diversis quaestionibus octoginta tribus (LXXVI, 2). Agostino scrisse infatti che «le sentenze dei due Apostoli Paolo e Giacomo non si contraddicono, quando uno dice che l’uomo è giustificato per la fede senza le opere e l’altro dice che la fede senza le opere è vana; perché uno parla delle opere che precedono la fede, l’altro delle opere che seguono la fede, come anche lo stesso Paolo spiega in molti passi». Effettivamente, l’esame del vocabolario della lettera di Giacomo può dar ragione al Vescovo di Ippona: Romano Penna, in un celebre studio dedicato al problema della “giustificazione” in Giacomo e Paolo, individuò d’altronde profonde e sorprendenti affinità lessicali (e concettuali) fra Gc e Gal, e questo nonostante i due scritti adducano prospettive sostanzialmente autonome e differenti. Entrambi, ad esempio, quando affrontano il problema della Legge, fanno riferimento a una concezione della Legge ch’era divenuta comune nella tradizione giudaica dal Qohelet in poi: dato che «non c’è sulla terra nessun giusto che faccia solo il bene e non pecchi» (Qo 7,20; cf. Sal 143,2), e che l’adempimento perfetto della Torah è compito superiore alle forze dell’uomo (cf. Qo 9,18-10,1: «un solo sbaglio può far perire un gran bene. Una mosca morta manda a male tutto un vasetto di unguento»), la giustizia fondata sulle opere della Legge non può condurre nessuno alla salvezza. Giacomo scrive infatti che «se uno osserva tutta la Legge, ma inciampa in un solo punto, diventa colpevole di tutto» (Gc 2,10); e Paolo, richiamandosi a Dt 27,26 nel tentativo di dissuadere i Galati dal ripristino della circoncisione, si esprime in termini analoghi: «Quanti si basano sulle opere della Legge, sono soggetti a una maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non persevera nel fare tutte le cose scritte nel libro della Legge [Dt 27,26]. Che poi nessuno, rimanendo nell’ambito della Legge, venga giustificato, è manifesto, poiché il giusto vivrà per la sua fede [Ab 2,4]». La soluzione ch’entrambi propongono è allora la via della speranza, non già nella giustizia di Dio, ma nella Sua misericordia. Giacomo esorta ad agire e a parlare «come persone che saranno giudicate in base alla legge della libertà. Il giudizio senza misericordia è per chi non usa la misericordia; la misericordia trionfa sul giudizio» (Gc 2,12-13). E Paolo scrive ai Galati che «Cristo ci ha riscattati liberandoci dalla maledizione della legge, divenuto per noi maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque è appeso ad un legno, e ciò affinché la benedizione di Abramo [“In te saranno benedette tutte le genti…”: Gen 12,3 sgg.; 22,18 sgg.; 28,14 sgg.] arrivasse ai Gentili in Cristo, in modo che ricevessimo lo Spirito, oggetto di promessa, per mezzo della fede [in Cristo]» (Gal 3,13-14).
È interessante notare il modo in cui Paolo, nei versetti seguenti della stessa lettera, si richiami alla Promessa fatta dal Signore ad Abramo, in quanto cronologicamente, “genealogicamente” anteriore al Patto stipulato con Mosè: «Ad Abramo e alla sua discendenza furono fatte le promesse. Non si dice: “e alle sue discendenze”, come se si fosse voluto riferire a molte, ma ad una sola: “e alla tua discendenza” [Gn 12,7; 13,15; 17,7], che è Cristo. Voglio perciò dire questo: la Legge, venuta 430 anni dopo, non annulla il patto stipulato in precedenza da Dio, rendendo così inoperante la promessa. Ma se l’eredità è legata alla legge, non è più legata alla promessa; ora, Dio fece il suo dono di grazia ad Abramo mediante una promessa. E allora, perché la Legge? Essa fu aggiunta a motivo delle trasgressioni [vd. Mc 14,5: “È a motivo della vostra durezza di cuore (sklērokardía) che Mosè ha scritto per voi questo precetto (entolé)”; cf. Mt 19,8], finché non giungesse il seme oggetto della promessa [cf. Gn 3,15 LXX], e venne promulgata per mezzo di angeli, tramite un mediatore. Ma un mediatore non esiste quando si tratta di una persona sola; e Dio è uno solo. Ma allora la legge va contro le promesse di Dio? Non sia mai detto! Ma se fosse stata data una legge capace di dare la vita, la giustificazione si avrebbe realmente dalla legge» (Gal 3,16-21).
L’azione di Cristo, per Paolo, abbatte innanzitutto il “muro divisorio” tra Ebrei e Gentili, costituito dalla legge dei comandamenti con le sue prescrizioni (cf. Ef 2,14-15). Il nómos che viene “annullato” dall’arrivo del Messia non è dunque la Torah nel senso della rivelazione divina a Israele, ma la parte normativa della Torah, il nómos tôn entolôn (Ef 2,15), il nómos tôn ergôn (Rm 3,27-28), ossia la legge dei “comandamenti” e delle “prescrizioni”. Ciò che Paolo non accetta non è l’idea di Legge in sé, ma la divisione ch’essa instaura in ordine alla Salvezza, in sostanza l’idea “carnale” di “elezione” (per cui la Salvezza diviene motivo di vanto e di esclusione): qualcosa di analogo, paradossalmente, a quanto proporrà Lutero, con la sua irrazionale e ingenerosa concezione di una salvezza “sola Fide”.
Raffaele Morelli, lo psicologo che molti conoscono per le sue qualificate apparizioni nei programmi di Maurizio Costanzo, è autore di numerose pubblicazioni ad alto potenziale scientifico, fra le quali «Il talento. Come scoprire e realizzare la tua vera natura», «Come essere felici», «Autostima» e «Ciascuno è perfetto. L’arte di star bene con se stessi»; dirige inoltre una collana di testi intitolata, con molta originalità, «Star bene con se stessi». L’altra mattina, da un tubo catodico, l’ho sentito pronunciare la frase che segue: «Quando il cervello ti dice fermati è meglio che lasci perdere quella cosa che ti fa soffrire: bisogna ascoltare il cervello quando dice queste cose qui». E poi: «Occorrono tre cose per essere felici: essere semplici, naturali e sine doxa (sic!)», varrebbe a dire «senza opinioni», perché «pensare a quel che ci accade significa ingabbiare la realtà in un orizzonte di senso. È da lì che nascono tutti i problemi». Così, con spontaneità di bimbo, il Professore ci invita a liberare gli sfinteri nella loro intima espressività, lasciando perdere quell’orribile vezzo umano ch’è il pensiero (attendiamo con ansia il prossimo volume: “Ti uccido, ma con spontaneità di bimbo”). Giova sapere allora che l’Istituto Riza di Medicina Psicosomatica, di cui Morelli è presidente, riceve molti soldi dallo Stato, essendo riconosciuto come ente di ricerca dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica. Guardiamo con altri occhi all’attività di questa gente, quando spara cazzate alla tivù e sui giornali.
Com’è vero che esistono libri rumorosi, gonfiati da scrosci di note a piè di pagina, la cui lettura appesantisce gli occhi e inonda il cuore di inutili distinguo, scuse pronte, frasi fatte, sentenze emesse a bocca piena: sono i libri che ci costringono a leggere per scriverne uno uguale, per impoverire il mondo di silenzio chiarificatore e urtarlo con già vecchie precisazioni. Difficile trovare un libro che rimandi al Silenzio, quello vivo, anche in poesia.
Dai pessimi libri occorre fuggire, soprattutto da certi romanzi, come dall’attualità spicciola di troppi filosofi: «Passavano la vita tra buoni libri, buoni pensatori, buoni musicisti, una buona, soltanto buona musica, ieri come oggi, e non sapevano che essere condannati a un gusto mediocre è peggio che esserne sprovvisti» (B. Pasternak, Il dottor Živago, XV, 7). Bisogna evitare il regime della chiacchiera convulsa e della bulimia fantastica, ecco tutto. Rimane il colportage, la roba da bancarelle: libretti di devozione, trattati, manuali, almanacchi, storie illustrate, biografie, raccolte di canzoni, teatro, facezie. E un programma ideale, adatto a qualunque mestiere: al mattino, dopo il Benedictus, uno o due articoli (ad es. IIIª q. 42 a. 4 co.) della Summa Th. dell’Aquinate, per far chiara la mente e ordinare i pensieri; a mezzo del giorno, tra l’ora quinta e la decima, l’ascolto della Parola, e in particolare dei quattro Vangeli, delle epistole paoline e dei Salmi; alla sera, prima del Nunc dimittis, qualche riga di Virgilio, o di un altro grande classico, per riconquistare e trattenere la bellezza del Giorno. Tutto il resto nel fine settimana.
Mi era sfuggito, domenica, questo articolo di Marina Corradi. Splendida la conclusione, che riporto: «Come ci ha detto una vecchia ostetrica: “I bambini nascono e ti guardano, non è vero che hanno gli occhi chiusi: ti guardano con gli occhi spalancati. E attorno, tra chi assiste, c’è un istante, sempre, di silenzio. Anche se si è assistito a mille parti, si tace per un momento. E il bambino urla il suo vagito, che vuol dire che respira, che è vivo”. Ed è come un grazie, qualcosa che fa tremare».
(Dedicato alla mia grande Amica F., aspettando Teresa)
Non c’è molto da dire sull’isterica vicenda delle vignette contro Maometto, e delle reazioni che hanno scatenate, “misteriosamente”, a distanza di mesi dalla loro pubblicazione. Né sull’assassinio di padre Santoro, che ci si augura non venga fatto rientrare in questo “sapiente” clima mediatico. Riprendendo in qualche modo il discorso avviato in un post precedente (sollecitato in questo anche da un commento del buon Claudio), il piccolo Zaccheo vorrebbe però tornare sulla questione dei rapporti fra cattolicesimo, Islam e Occidente. L’angolo visuale è fornito da un recente articolo di Francesco Agnoli, apparso su “Alfa e Omega”, del quale riportiamo alcuni passaggi (la versione integrale qui):
«La guerra in Iraq e i rapporti del mondo occidentale in generale ed europeo in particolare col mondo musulmano, in fatto conflittuali come non mai su vari fronti… hanno provocato una grave frattura all’interno di quel laicato cattolico che si suole definire come “tradizionalista”... [il quale] appare ora diviso fra un’ala occidentalista, favorevole alla politica mondiale dei neocons statunitensi e del presidente Bush, e quella che, per il suo presunto filo-islamismo, il cattolico tradizionalista [ex? ndR] Massimo Introvigne ha definito sul “Giornale” del tre maggio scorso, con qualche esagerazione, una “lobby di destra negatrice dei valori occidentali”. Fino agli ultimi mesi del 2004, i cattolici supposti filo-islamici, pur non rinunciando a diffondere le loro opinioni attraverso i non molti mezzi di comunicazione disponibili ad ospitarle, indirizzavano le critiche più aspre e decise direttamente contro la politica dell’attuale amministrazione americana e solo in parte e con i toni tutto sommato pacati di un dissenso più che politico, culturale e teologico (è quest’ultimo un aspetto assai rilevante, brillantemente affrontato da Luigi Copertino in due recenti scritti pubblicati nei primi due numeri di questa rivista, ma che si preferisce trascurare in questa sede per la prevalenza data agli aspetti dell’attualità politica), nei confronti di quelli che erano stati fino a poco prima loro compagni di strada. La situazione è radicalmente cambiata a seguito dell’intervento sul sito Internet della rivista americana “National Review” di due occidentalisti, Morigi e Vidino, il primo molto noto nel mondo tradizionalista italiano, che hanno accusato il professore universitario Franco Cardini, conosciutissimo medievista e presidente dell’associazione “Identità Europea”, di essere il leader di integralisti cattolici da loro definiti “membri di organizzazioni fanatiche di estrema destra che apertamente sostengono tesi revisionistiche sull’Olocausto e pensano che tutto il male del mondo sia frutto della congiura sionista”. Franco Cardini ha reagito con una querela per diffamazione, che consentirà di ristabilire la verità dei fatti ed è forse servita per ora a smorzare i toni, ma non ad evitare ulteriori attacchi da parte di chi lo ha scelto a bersaglio per colpire e screditare, con lui e attraverso di lui, l’intero mondo dei presunti “anti-occidentalisti di Destra”, non tutti necessariamente cattolici tradizionalisti (la cultura di Destra si presenta oggi alquanto variegata), ma in gran parte tali. Così, nel sopraccitato articolo, Massimo Introvigne (con molto ottimismo, per quanto riguarda le potenzialità della pretesa lobby) lo colloca a capo di “una vera e propria lobby filo-islamica che opera nell’ambito della cultura di centrodestra, e che - se ha in Cardini il suo esponente più brillante - appare sempre più organizzata con riviste, siti Internet, attività insistita di più di un giornalista”. Al di là delle polemiche, che stanno sempre più assumendo l’intensità caratteristica dei contrasti fra ex-amici che si pretendono tutti unici veri titolari dell’ortodossia (come si è appena accennato, il versante teologico del contrasto è tutt’altro che secondario), il problema è reale, anche e soprattutto sul piano dei fatti concreti delle mutazioni politiche, sociali e antropologiche, in quanto posto da avvenimenti che di qui a 15-20 anni potrebbero radicalmente modificare la civiltà europea e/o occidentale quale la conosciamo e appunto per questo meriterebbe di essere affrontato con toni più pacati e, soprattutto, con maggiore intelligenza, cominciando col prendere atto che il problema dei rapporti con l’Islam non può essere separato da altri problemi interni all’Europa o, se si preferisce, all’Occidente».
L’articolo di Agnoli prosegue facendo riferimento a due posizioni distinte: quella che vede nell’Occidente «un soggetto sostanzialmente unitario», per cui «unico sarà necessariamente, al di là di qualche sfumatura, il suo modo di relazionarsi con “l’altro”»; e quella che considera Europa e America, «sotto l’aspetto della Kultur e della Civilization, due entità ben distinte», per cui «i rapporti con chi non è né Europa né America si porranno in termini diversi fino alla possibilità (semplicemente eventuale, non necessaria) che l’una e l’altra individuino con altri consonanze e affinità maggiori di quelle reciproche. Le due posizioni sono, a dispetto della relativa brevità, esattamente riassunte nei loro termini storico-culturali da Franco Cardini nel suo libro La globalizzazione e da Marco Respinti in un lungo articolo, “Magna Europa e dintorni” pubblicato dalla rivista &ldq