bollettino di cultura e di cose cristiane

CELEBRI SENTENZE

«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)

Se hai tempo da buttare, leggi le LETTERE DALLA CAMPAGNA

«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)

«Some of my puns are trivial and some are quadrivial»
(Marshall McLuhan)

TROVAROBE

COLLEGAMENTI

A.E.L.A.C.
A.M.D.G.
Andrea Tornielli (blog)
ANRW
ANTICHITA' CLASSICA
Apocalitticamente (blog)
ARTISAN DE PAIX (blog)
Avvenire
Azione parallela (blog)
B'Tselem
Bene Comune
BERLICCHE (blog)
BIZ (blog)
Bordopagina (blog)
BOTTONE (blog)
CARLO GAMBESCIA (blog)
CARLO MELINA (blog)
Carmelo di Parma
CATHOLICA
Centro Del Noce
CHRISTIANISMUS
Context Group
Crossroads (blog)
Davide Galati (blog)
DE LIBERO ARBITRIO (blog)
DEL VISIBILE (blog)
Diogneto (blog)
DISF
Distributism
Documenta catholica
Donkamel (blog)
Duque de Gandìa (blog)
Early Christian Writings
EFFEDIEFFE
Ekpyrosis (blog)
El Boaro (blog)
Ennio Innocenti
Enochirios (blog)
Ephesians 5,11
ESC (blog)
ET-ET
Faber's Place (blog)
Far finta di essere sani (blog)
Franco Cardini
Frans Van der Groov (blog)
Frinarelli (blog)
GHINETTO (blog)
Giornale A.I.F.R.
Giovanni da Rho (blog)
Giovanni Grandi
Giulio Mozzi (blog)
Granelli di senapa (blog)
Hugoye
HYPOTYPOSEIS (blog)
Identità Europea
IL COVILE
Il Foglio
INIMICA VIS
Innis & McLuhan
Instaurare
Introibo ad altare Dei (blog)
Iperhomo (blog)
ITALIANS FOR RON PAUL
Juventutem
KELEBEK (blog)
L'APOTA (blog)
LABRE (blog)
Lanterne rosse (blog)
Libertà e Persona
Luigi Accattoli (blog)
Luigi Bobba
Magis amica (blog)
Medieval Science Page
New Testament Gateway
NT Transcripts
PESCE VIVO (blog)
Ppdumb (blog)
Ri-Scritture (blog)
Riccardo De Benedetti (blog)
Roba che leggo
Sandro Magister (blog)
SANTA SEDE
Santi e beati
Scricciolo
Segnalibri (blog)
Sivan (blog)
Tadeusz Kantor
Tertullian Project
Text Excavation
THOUGHTS ON ANTIQUITY (blog)
Tontos (blog)
TRA CIELO E TERRA (blog)
Triumph of St. Thomas
VALTER BINAGHI (blog)
Vocabula computatralia
WXRE (blog)
Zenit

CORRISPONDENZA

piccolozaccheo @ libero.it

BUSSOLOTTO

RSS 2.0

RSS 2.0

RSS 2.0

RSS 2.0

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog


Computatore

visitato *loading* volte

Creative Commons License

martedì, 30 maggio 2006
Europa e Occidente: una sfida?

Una lettera aperta di Franco Cardini agli amici di “Identità europea”, a proposito del Manifesto “Per l’occidente forza di civiltà” di Marcello Pera et alii: merita una lettura integrale, qui.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (13)
laici e laicità, plausi e botte, interventi incivili

lunedì, 29 maggio 2006
amen, cosa vuoi che ti dica

Ricordate quel pessimo film di Costa Gavras, intitolato “Amen. Il vicario”, su papa Pio XII? Ebbene, giusto oggi ho ricevuto una lettera per posta pneumatica, a firma d’una squisita signora che risponde al nome di Mentalità Diffusa. Lascio le sue parole all’intelligenza del lettore:

«Gentilissimo piccolo babbeo, vorrei sottoporLe alcune questioni che partono dal recente dibattito intorno al silenzio di Pio XII e della Chiesa (di cui Lei si picca ancora di far parte), all’epoca dell’efferata barbarie nazista. Dato il carattere stringente di talune mie argomentazioni, non credo avrà mai il coraggio di rispondermi:

1. Perché papa Pio XII ha taciuto l’orrore nazista, come il resto delle potenze mondiali, compresi gli Ebrei d’America?

2. Perché papa Pio XI e il suo successore Pio XII non hanno seguito l’“appello agli ebrei di Germania” lanciato alla fine del dicembre 1937 dalla Delegazione Nazionale degli Ebrei Tedeschi, nel quale si invitava la popolazione ebraica a non farsi prendere da “ingiustificati sentimenti di panico”?

3. Perché nel 1933, all’epoca Segretario di Stato, Pio XII ha approvato un Concordato col regime nazista, per garantire sicurezza ai cattolici in Germania, se poi tale Concordato è stato infranto dallo stesso Hitler cinque giorni dopo la sua stipulazione? Cos’è, non poteva immaginarselo? E non poteva poi far la voce grossa? 

4. Perché papa Pio XII, con tutte le sue simpatie naziste, non è diventato direttamente luterano? Perché non si è aggiunto anche lui al movimento dei Cristiani Tedeschi che, con il programma “Nazione, Razza, Fuhrer”, ottenne alle elezioni ecclesiastiche il 75 per cento dei consensi dei protestanti?

5. Sua Santità, che abbreviato fa S.S. ... non ricorda nulla?

6. Perché papa Pio XII non ha preferito il comunismo - con i suoi milioni di vittime, ma già consumate, e poi per una buona causa - al terribile nazismo?

7. Perché papa Pio XII non ha stabilito che Gesù è stato ucciso dai Romani (ah, quei nazisti di allora)? D’altronde gli Ebrei prima dello Sterminio erano tutti buoni, mentre è adesso che sono un po’ cattivi (ma solo in Israele).

8. Perché papa Pio XII non ha permesso il martirio di tutti i Cattolici? Perché non ha considerato la propria Chiesa una Chiesa di eroi? Insomma, perché è stato così sfacciatamente realista? Era egli un codardo, profondamente antievangelico?

9. Perché papa Pio XII ha deplorato la strage delle Fosse Ardeatine, ben 24 ore dopo? Non poteva prevedere tutto, grazie alle sue capacità medianiche?

10. Perché papa Pio XII si è operato per la salvezza di 4000 Ebrei romani (io personalmente ne avrei salvati molti di più)? Non l’ha forse fatto con l’intento di giustificarsi? Mettere a disposizione le stanze del suo appartamento privato, non è stato un gesto solenne di ipocrisia, di ostentazione del potere?

11. Perché, nonostante la lezione di Auschwitz, Sua Santità Pio XII e i suoi successori si ostinano a parlarci di Dio, del suo intervento nella storia? Che tacciano anche loro, seguendo l’esempio del loro Dio. 

12. E infatti (questa è bella), concedendo pure che qualche parola papa Pio XII l’abbia pronunciata, perché lui ha parlato così poco, mentre gli ultimi pontefici parlano fin troppo? Non si può raggiungere un certo equilibrio, che diamine?

13. Perché tanti Ebrei (ad esempio Golda Meir, allora Ministro degli Esteri in Israele, o Eugenio Zolli, rabbino convertitosi al cattolicesimo) hanno pianto la scomparsa di Pio XII, se invece noi lo condanniamo al Tribunale della Storia? 

14. E perché mai una verità storica non può essere raggiunta sulla base di numerose opere scientifiche (film, thriller, libri di spionaggio, etc.), messe al bando col pretesto d’essere anticattoliche? Sappiamo infatti che solamente chi è cattolico è di parte. 

15. Perché papa Giovanni XXIII, il papa che aprì il Concilio Vaticano II, dichiarò di muoversi in continuità rispetto al pontificato del suo predecessore?

16. Riguardo all’attuale pontefice, perché non grida in faccia al mondo le persecuzioni a danno dei cristiani che vengono oggi perpetrate in Africa, in Asia, in decine di paesi nel mondo? È forse anch’egli un codardo, piegato alla logica dei potenti? Cosa gli importa delle vite umane che un simile annuncio comporterebbe? L’importante è che il mondo sappia.

17. Qualcuno dei vostri teologi afferma ogni tanto che l’inferno, se c’è, è vuoto. Ora, benché sia ovvio che l’inferno non esiste, qualora esistesse non si potrebbe riempirlo dei cattolici indecorosi, infedeli alla parola autentica di Gesù, come dimostra il Codice da Vinci?

Abbastanza cordialmente, Mentalità Diffusa».

Chissà, converrebbe forse meditare sulla dichiarazione del rabbino David Dalin, autore di un recente volume dedicato alla vicenda di Pio XII (The Myth of Hitler’s Pope, Regnery Publishing 2005), in cui si scrive addirittura che «non c’è stato un altro luogo, nell’Europa occupata dai nazisti, dove così tanti ebrei furono salvati e protetti come a Castelgandolfo».

Poscritto. Non ho ancora letto il testo integrale delle dichiarazioni di Benedetto XVI ad Auschwitz, ma non è mia intenzione tornarvi sopra con un “commento”. Lascio agli opinionisti di mestiere lo sguazzare fra i “silenzi” di Dio, che sulle loro labbra sussurranti paiono sempre e soltanto concessioni compiaciute alla Retorica (evviva, Dio non esiste, oppure è cattivissimo!). Mi è bastato un commento udito al bar, stamattina: «Questo papa parla dei silenzi di Dio. Ma dei silenzi della Chiesa, non dice nulla».

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (19)
imposture intellettuali

sabato, 27 maggio 2006
il libro delle ore

Non è mai troppo tardi per pigliare confidenza con la Liturgia delle ore: «essa è preghiera della Chiesa e fa di tutti, ovunque dispersi, un cuore solo e un’anima sola» (Institutio generalis, n. 32). Per chi volesse accostarsi a questa pratica comune, in una forma più agile, le edizioni Jaca Book hanno recentemente ripubblicato questo prezioso libretto, la cui prima edizione risale al giugno 1975. Chissà se è stata mantenuta l’introduzione di allora, che si apriva con questa frase stupenda della lettera ai Colossesi, proseguendo in perfetto stile anni ’70:

«La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente. Ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine, salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di Lui grazie a Dio Padre” (Col 3,16 sgg.). Nell’esortazione di Paolo, la preghiera è inscritta nella normalità dell’esistenza cristiana, da vivere interamente come rendimento di grazie: quello dell’orazione ne è il momento di coscienza più acuto… È il medesimo Spirito che parla nelle diverse membra dell’unico corpo, la Chiesa. La lode è quindi il gesto più qualificante una personalità di comunione: iniziativa originale del singolo, anche nella coralità dell’assemblea, ed espressione comunitaria, anche nella solitudine della propria casa. La presente raccolta, come altre, risponde all’esigenza di disporre di uno strumento agile dove quotidianamente si vive: in famiglia, nell’ambiente di studio e di lavoro, in viaggio o in vacanza. È lì che, da soli o in gruppo, si apre la giornata con le lodi, si interrompe il da fare con l’ora media, si chiude la giornata con i vesperi, si va a riposare dopo la compieta… I tempi e i modi delle “preghiere, suppliche e azioni di grazie” (Fil 4,6), soprattutto se fatte in comune, non sono formalità secondarie: aiutano a trasfigurare tutta l’attività umana, nel succedersi delle ore del giorno; richiamano la concezione di sé come parte organica di una unità sinfonica…».

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (8)
scaffale aperto

venerdì, 26 maggio 2006
altro che Luther

«Soleva alle volte il beato padre Filippo Neri [1515-1595] dare a suoi figli spirituali che conosceva capaci e desiderosi di far progresso nella via dello spirito, de’ ricordi, alcuni de’ quali sono questi:

Diceva che quando la persona havea commesso qualche defetto et che era corretta, dovea riconoscere il defetto commesso della sua superbia, et con tutta humiltà et allegrezza ricevere la correttione e non stare malinconio e accidioso, perché diceva che era peggio quell’accidia che il defetto commesso.

Per fondarsi maggiormente nella virtù dell’humiltà solea spesso dire che la perfettione consiste nel mortificare la rationale, e non voler fare il prudente e discorrere di ogni cosa. Per questo diceva ancora che per arrivare alla perfettione non vi era la più facile strada che la discrettione perché, diceva il beato padre, vi sono alcuni che quando cominciano, vogliono fare tante asprezze e poi si guastano e non son più boni né per sé né per altri.

Essortava ancora a fugire ogni sorta di singularità e voler mostrare di essere e di far più degli altri, e per questo diceva spesso che non gli piacevano queste estasi o ratti in pubblico, come cosa pericolosissima, e che chi vole volare senza aie bisogna pigliarlo per i piedi e tirarlo a basso.

Voleva ancora che le persone stesser alegre dicendo che non gli piaceva che stessero pensose e malinconiche, perché faceva danno allo spirito, e per questo sempre esso beato Padre, ancora nelle sue gravissime infermità, era di viso gioviale et allegrissimo, et che era più facile a guidare per la via dello spirito le persone alegre che le malinconiche.

Non gli piacevano gli scrupoli, come cose che inquietano assai la conscientia, et per questo molte volte da chi gli voleva dire in confessione, non voleva sentirle.

Soleva dire spesso il beato padre queste parole: Secretum meum mihi, secretum meum mihi, dando con questo ad intendere che non si devono pubblicare o palesare a tutti l’inspirationi che il Signore manda e le gratie che S. D. Maestà fa.

Insegnava che nel tempo che la persona non si sente devotione di spirito, stando arido nell’oratione, era bonissimo rimedio imaginarsi d’esser come mendico alla presenza di Dio et de’ santi, et come tale andare anco corporalmente a qualche imagine d’alcun santo, et chiedergli con humiltà l’elemosina spirituale nel modo che li mendici chiedono la corporale.

Diceva spesso ancora che bisognava darsi tutto, tutto a Dio e che quanto amore mettevano nelli parenti, nei studii, in noi stessi o in qualsivoglia altra ancor che minima cosa, tanto ne toglievano a Dio. Diceva spesso, tutto pieno d’amor divino: Vorrei saper da te come egli è fatta, questa rete d’amor che tanti abbraccia».

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (10)
volti e parole

mercoledì, 24 maggio 2006
si accomodi, prego

Come diceva G.K. Chesterton, «La carità copre una gran quantità di peccati; allo stesso modo l’ortodossia copre una gran quantità di eresie, o di cose che nella fretta vengono scambiate per eresie». Mi chiedo allora come potremmo valutare, alla luce di quest’affermazione, il caso di Roberto De Nobili, un gesuita italiano che giunse in India agli inizi del XVII secolo. Lo scenario di questa storia è quello dei primi passi dell’evangelizzazione cattolica in Asia, dove si fronteggiarono due opposte strategie missionarie: da un lato i gesuiti, che preferivano rivolgersi ai vertici della società, dall’altro i francescani, che puntavano invece all’evangelizzazione della “base”. Un problema che si pose ben presto in India, per quanto riguarda appunto i “vertici”, era costituito dal fatto che questi non potevano accettare alcun contatto contaminante con gli europei “fuori-casta”. Il De Nobili, dal canto suo, riuscì a portare all’estremo la teoria gesuitica dell’accomodatio, vivendo per più di cinquant’anni come un autentico brahmino, un sannyasin, vale a dire nel più stretto regime di mortificazione e di ascesi (pare si sia sempre nutrito di un solo pasto quotidiano, a base di riso e ortaggi, in perfetto ossequio alle regole castali). Come ci riuscì? In teoria, date le umili origini, per giunta non indiane, egli non avrebbe mai potuto aspirare al titolo di brahmino (nessuna possibilità di parafrasare Totò: «Brahmini si nasce… ed io modestamente lo nacqui»), ma col consenso dei superiori decise di presentarsi agli indiani come un rajah romano, che rinunciava ai propri privilegi (ma non ai propri doveri) per abbracciare la più stretta osservanza brahminica. E in qualità di rinunciante, un collegio di brahmini finì per accettarlo come sannyasin a tutti gli effetti. Quando la cosa giunse agli orecchi delle autorità ecclesiastiche, ci fu naturalmente qualche dissapore. Ma l’aspetto più interessante dell’intera faccenda, a ben vedere, fu il nome col quale il De Nobili divenne famoso in terra indiana: quello di “Maestro della realtà”. Lungi dal proporre un cristianesimo annacquato e sincretistico (un po’ alla Panikkar, per intenderci), il De Nobili predicava infatti, contro i capisaldi delle speculazioni indo-buddhiste, l’esistenza del reale, il carattere assolutamente non illusorio della realtà: questo, diceva, era il presupposto filosofico ineliminabile per l’accoglienza del cristianesimo. Non è un caso, quindi, che le critiche che gli vennero mosse, anche in seno all’ordine, riguardassero esclusivamente il metodo della predicazione. Stupiva e disorientava, in poche parole, il fatto ch’egli si fosse adeguato ai costumi, e in certo modo anche alle pratiche esteriori, delle popolazioni cui intendeva predicare il Vangelo. Ma la sostanza dottrinale, strepitosamente, rimase inalterata. E ironia della sorte, egli passò alla storia come sannyasin perfettamente ortodosso.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (3)
volti e parole

lunedì, 22 maggio 2006
piccole donne crescono

Che l’Adelphi sia una casa editrice neo-gnostica, con tutti i crismi del caso, non ci piove. E la cosa, d’altronde, può instillare inquietudine soltanto presso pochi (troppo pochi) cattolici, o presso qualche sparuto intellettuale di buon senso (purché razionalista vecchio stampo). Questa potente macchina editoriale, da anni, cerca di convertire il lettore alle proprie svenevoli raffinatezze, all’irrazionalismo delle “idee senza parole”, come lo definì efficacemente, anni fa, Furio Jesi. Gli autori di punta di questa operazione li conosciamo: il “mistico” Nietzsche, l’esoterico Guénon, il necrofilo Bataille, il giornalistico Heidegger (tutti letti rigorosamente da “sinistra”, però), e poi Benjamin, Kojève, Breton, Alain Daniélou, la povera Simone Weil, Ernst Bernhard, Corbin, Klossowski, Hillmann, gli italici Bazlen, Solmi, Zolla e Cacciari. Il fior fiore di un’intelligenza laica, talvolta eversiva e neo-pagana, ma sempre aperta al “religioso” (è la “teologia politica dal basso”).

Fatte salve rare eccezioni, pur pregevoli*, tutto il catalogo Adelphi può esser fatto rientrare all’interno di un progetto editoriale coerente, dai tratti sapientemente “catari”, come si evince anche solo dai titoli del suo “prestigioso” direttore, Roberto Calasso: apologie del sacrificio (La Rovina di Kasch), dello stupro (Le nozze di Cadmo e Armonia), della paranoia (L’impuro folle), della morte (Ka). Non senza ospitare autori morbosamente pédo (Jouhandeau, per esempio), o innografi della pornolatria (passim)**. È inevitabile, nel far riferimento alle strategie culturali di questa casa editrice, il rimando a quell’insuperato (e a detta di taluni, “delirante”) volumetto di Maurizio Blondet, Gli “Adelphi” della dissoluzione, Ares, Milano 1999². All’ultimo libro di Calasso, poi, dedicammo anche noi un breve intervento. Ora, se torniamo ad occuparci dei fratellastri cantati da Langendorf (vd. La contessa Graziani, ed. Guida, Napoli 1993), è perché ci siamo accorti di una nuova frontiera battuta dall’Adelphi, quella della letteratura cosiddetta “per l’infanzia”, con una collana graziosamente intitolata “I cavoli a merenda”, ed esplicitamente indirizzata ai più piccini.

Tra gli ultimi volumi di questa collana, compare Greta la matta, di Geert De Kockere e Carll Cneut. Gli autori hanno preso spunto da una tela del celebre pittore Bruegel il Vecchio: “Greta la matta”, come ci informa il risvolto di copertina in perfetto stile adelphiano,
«è oggi esposto al Museo Mayer van den Bergh di Anversa. Battuto in un’asta a Colonia nel 1897, fu acquistato dall’omonimo collezionista fiammingo. A quanto pare, nessuno aveva notato quel “dipinto terrificante”, tant’è vero che Van den Bergh se lo portò via per quattro soldi, salvo scoprire, a distanza di pochi giorni, non solo che il dipinto era di Bruegel, ma che proveniva dalle collezioni di Rodolfo II [quello della corte “magica”, che ospitava maghi e cabbalisti, come il celebre Maharal di Praga. N.d.R.]. Riconosciuto da quel momento in poi come un capolavoro, “Greta la Matta” ha suscitato, nel tempo, una ridda di interpretazioni. Le uniche certezze sono la genesi stilistica del quadro (che discende in modo evidente dall’immaginario pittorico di Hieronymus Bosch) e il risultato conseguito qui da Bruegel, che è riuscito “a rappresentare quello che non si può rappresentare”, come disse all’epoca il suo amico Ortelius».

Vi invito allora a riflettere sulla trama di questa singolare fiaba, dove una bambina prima “
molto, ma molto buona”, diventa “una ragazza molto, ma molto cattiva”. Greta urla, scalcia, sputa, si dimena. Tutti (i veri cattivi della storia) cominciano a dirle: “Guarda che se continui così finisci all’inferno!”. E lei ci finisce davvero, non prima di aver personalmente invocato il diavolo. Bello, vero? Ma la cosa più simpatica dell’intera faccenda è la scheda che potete consultare nel sito dell’Adelphi. Curiosa coincidenza: il numero dei lettori che hanno espresso il loro gradimento per il libro, al momento in cui scriviamo, è pari a 666. Leggete poi l’unico commento lasciato: “Come Greta, si trova quel che non si cerca... si cerca... si scalcia... si tira pugni... ma ci si dona totalmente e incondizionatamente... inevitabilmente”. Piccole donne crescono. Ah, diavolone d’un Calasso!***

Notarelle.

* Quasi sempre di seconda mano, del resto. Perché l’Adelphi ha il viziaccio di spacciare come assolute novità opere già pubblicate da altri, ma non più disponibili. Questo per tacere delle numerose traduzioni edulcorate, come quelle di Nietzsche, di Hölderlin, di Milosz. O di raffinate operazioni editoriali, come quando fecero uscire La trappola della giumenta, un raffinato poema erotico indiano, riccamente illustrato, come strenna di Natale.  Che sagome!

** Significativa, in tal senso, una recensione a Il bacio di Lamourette di Robert Darnton, pubblicata a suo tempo da Repubblica (7/5/1994), a firma di Irene Bignardi (che sia parente di Daria?): «Il bacio… è la storia di una bizzarria politico-ideologica: il bacio collettivo proposto ai rappresentanti dell’Assemblea, il 7 luglio 1792, dal vescovo “costituzionale” Lamourette, deputato della Rhone-et-Loire all’Assemblea legislativa, come segno di reciproco amor fraterno… Tutti fanno l’amore, tutti si masturbano come matti, e tra un’orgia e l’altra parlano di metafisica: atea, ovviamente. Robaccia? Nient’affatto. Perché si dà il caso che la letteratura pornografica, attaccando la politica, la metafisica, i valori dell’Ancien Régime, ha rappresentato uno dei più grandi fattori di cambiamento e di rivoluzione al livello di quel popolo che fa la sua storia».

*** Adesso andiamo a farci un rosario.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (15)
imposture intellettuali, gnosticismi

domenica, 21 maggio 2006
cinematoma (4): apokalyptein "Apocalypto"

Dal Messaggero del 15/05/2006: «È stato finora il portabandiera di una fede intransigente, amato dalla base cristiana conservatrice e dalla Casa Bianca. Ma Mel Gibson sembra aver tradito coloro che lo avevano amato dopo “La Passione di Cristo”. Il regista-attore ha confessato, alla rivista cinematografica britannica Hotdog, di aver usato l’attuale presidenza Bush come elemento ispiratore nel descrivere il crudele e sanguinario tramonto dei Maya nel suo nuovo film “Apocalypto”: “Nel film - ha detto - rappresentiamo dei venditori di paura, che mi ricordano il presidente Bush e i suoi uomini”. Gibson ha sostenuto che la Casa Bianca sfrutta senza pietà le paure dei cittadini per conservare il potere. Proprio, spiega, come fecero i regnanti Maya alla fine della loro civiltà, quando “mandarono al sacrificio migliaia di innocenti nel tentativo di riconquistare la benevolenza degli dei”. Queste parole sono esplose in Internet, scatenando critiche a destra e a sinistra: “Immagino che Gibson abbia visto i sondaggi, e capito che tre quarti degli americani sono contro Bush” – ha scritto un commentatore. “È vero che quando la nave affonda i topi scappano”».

Commento redazionale del sito “Identità Europea”: «Non condividiamo né l’introduzione dell’articolo né la sua conclusione. L’arruolamento di Gibson tra i fondamentalisti protestanti, i neocons ed i teocons, all’epoca del suo splendido film “The passion of the Christ”, è stato soltanto un grande equivoco alimentato ad arte dai media e dai fondamentalisti stessi. Al contrario, come all’epoca del film fece notare Vittorio Messori, l’opera cinematografica di Gibson era di ispirazione profondamente cattolica (la continua e commovente presenza della Vergine, l’evidente connessione tra Passione ed Eucarestia, etc.). Gibson non appartiene alla galassia del protestantesimo, vecchio o nuovo, e non ha mai fatto mistero della sua fede cattolica. Quindi nessuna meraviglia per le sue recenti dichiarazioni».

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (3)
plausi e botte, interventi incivili

venerdì, 19 maggio 2006
princìpi laici

Yves Congar non mi ha mai convinto più di tanto. Però ieri mi è capitata sotto gli occhi questa sua splendida frase: laico è colui «pour lequel la substance des choses en elles mêmes existe et est intéressante»* (per il quale la sostanza delle cose, prese in se stesse, esiste e sta a cuore). Vale a dire: laicità non è assenza di valori, né chiusura di fronte a valori religiosi, ma disinteresse nei confronti di quei valori che non siano antropologicamente, io direi razionalmente fondati. Ciò significa che uno Stato laico non potrebbe mai e poi mai – poniamo – imporre il rispetto e la venerazione di un testo sacro, ma dovrebbe considerare socialmente pernicioso chiunque metta in dubbio la realtà o neghi il principio di non contraddizione, questo sì. Altrimenti siamo nella merda.

* Y.M.J. Congar, Jalons pour une théologie du Laïcat, Ed. du Cerf, Paris 1964, pp. 39-40.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (8)
laici e laicità, diario scritto di giorno

lunedì, 15 maggio 2006
la leggenda del piccolo inquisitore

Gustavo Zagrebelsky, a mio immodesto parere, incarna tutta la noiosa pretenziosità del pensiero che oggi, con termine abusato e incongruente, continua a definirsi “laico”. Ogni tanto su Repubblica gli concedono due interminabili facciate, con apertura in prima pagina, e lo confesso: mi è difficile arrivare al fondo dei suoi fondi (ma questo non ha molta importanza: anche i miei post sono spesso lunghi, almeno capisco i miei ventiquattro lettori).

Zagrebelsky Gustavo, di professione giurista, non è malvagio né sciocco: è semplicemente un benpensante. Il classico autore che, se fossi un direttore e non un redattore di bollettini, imporrei di smontare pezzo per pezzo a un dipendente accidioso, come disciplina ascetica. Così, in qualità di dipendente accidioso scarsamente disposto a un tal genere d’ascesi (ci ho altro da fare, suvvia), regalo ad altri, se vorranno, la fatale incombenza di leggersi l’articolone comparso sabato scorso 13 maggio, intitolato “La Chiesa [maiuscolo: c’è una vispa attitudine al dialogo], la carità, la verità”.  Io non gliela faccio. Dico solo fin dove sono arrivato con gli occhi: ecco, al punto in cui il buon Gustavo cita La leggenda del grande inquisitore di Dostoevskij (pag. 56 del molto quotidiano). Una parabola grandiosa, tipicamente russa, non fosse per il fatto che la si omette quasi sempre dal suo contesto: per cui non ha alcuna importanza che Alëša, il fratello monaco di Ivan Karamazov (immaginario autore della Leggenda), al termine del colloquio nel quale questi gli espone la sua fantasia, lo apostrofi atterrito con la nomea di “libero muratore”. Né importa ai moderni epitomatori (fra i quali Zagrebelsky stesso) che Dostoevskij faccia alla fine impazzire il puerile e tragico personaggio di Ivan, accecato da una falsa compassione che nasconde in realtà tutto l’“odium Dei” dell’intellettuale moderno (come nel celeberrimo episodio in cui Ivan “restituisce il biglietto” a Dio, per l’incapacità di sopportare il male innocente).

Ma donde viene questo mio pregiudizio, questo mio (apparente) livore? Presto detto: non tanto dai consueti argomenti di Zagrebelsky, quanto dal suo modo di porsi, da quel suo continuo ammiccare ai “credenti”, per far intendere che lui ne sa di cose, soprattutto in materia di cristianesimo (non per niente si proclama “laico”, essendo il suo linguaggio imbevuto di metafore bibliche o clericali). Sperando che nessuno voglia rompermi le balle, riporto allora alcuni stralci d’un suo istruttivo editoriale, pubblicato sempre da Repubblica nel maggio scorso (periodo infuocato per molti). Si intitolava “Referendum, il peccato mortale del fronte astensionista”. Le glosse in corsivo son di mio pugno:

«C’è ancora, forse, qualche considerazione sull’appello all’astensione e sul rapporto tra cittadini cattolici e gerarchia ecclesiastica: due aspetti del referendum del 12-13 giugno destinati a proiettare ombre durature sul futuro della convivenza civile nel nostro Paese.

La butta subito sul civile, lo Zagrebelsky. E si dice preoccupato per leOmbre durature”. Otto milioni andarono nelle cabine elettorali, sedici milioni a messa. Tutte ombre, forse, ma con luce diversa.

A) L’astensione referendaria è un’ovvia possibilità, così ovvia che su di essa si basa l’invalidità del referendum, prevista per l’ipotesi che la maggioranza degli elettori non abbia partecipato al voto. Lecita l’astensione, lecito ovviamente l’invito all’astensione. L’esortazione dei vescovi italiani a disertare le urne rientra dunque perfettamente tra ciò che è possibile per il diritto.

Vedete com’è rispettoso e suadente? Da esperto maggiordomo, ci guida pei meandri della materia, e ci assicura che sì, possiamo anche astenerci. La legge lo consente. Qualunque cosa la legge consenta e benedica, è consentito e benedetto.

Il punto è così chiaro che non si capisce la mobilitazione di tanti illustri giuristi, “scesi in campo” per difendere una causa che non aveva bisogno di difensori, perché vinta in partenza.

Capito? La causa era vinta in partenza. Quindi inutile discettare di eventuali torti o ragioni. Lo ha detto la moviola, no?  Bello poi che i giuristi “scendano in campo”. Ricorda niente? Ad ogni modo non scesero per primi, si sa. Come notato da Sandro Magister, «Il 14 gennaio, tre giorni prima che Ruini si pronunciasse per la prima volta contro i referendum, il “Corriere della Sera” – giornale simbolo dell’Italia laica e illuminata, presto imitato dalla quasi totalità della stampa nazionale – aveva già preso posizione ufficiale: “vinca il sì” e “siano scongiurati tutti i tentativi di evitare il pronunciamento popolare con provvedimenti che aumenterebbero solo la confusione”. A quella data, per Ruini la strada era tutta in salita. Anche dentro la Chiesa A maggio, un’indagine Demos-Eurisko per il quotidiano “la Repubblica” ha accertato che solo uno su dieci dei cattolici italiani che vanno a messa la domenica ritenevano obbliganti le indicazioni della Chiesa su come votare o no ai referendum; la gran parte, sette su dieci, pensavano che “ognuno alla fine deve decidere secondo coscienza”, ma in ogni caso “è giusto che la Chiesa dia delle indicazioni”».

La vera questione riguarda non la liceità giuridica ma la moralità politica di una campagna referendaria in cui fautori del mantenimento della legge invitano non a votare no all’abrogazione, ma ad astenersi dall’andare a votare (…). Ora, è evidente che siamo di fronte allo sfruttamento opportunistico di quella quota di astensioni fatalmente derivanti da disinteresse o indifferenza. I fautori del no vorrebbero annettersi gli indifferenti per far fallire il referendum e quindi salvare la legge, assegnando all’astensione dei “veri astensionisti” (gli indifferenti, per l’appunto) un significato che non ha.

Stesso ragionamento di Sartori a Ballarò, quando  disse che Ruini scelse l’astensione perché sapeva che a votare no sarebbero stati solo un 14%. Commentava Blondet: «Alemanno, presente, gli ha chiesto di dove aveva tratto quella sicura percentuale, con qualche ironia. Sartori se l’è subito rimangiata: se l’era inventata sui due piedi. Peccato. Bisognava prenderlo in parola, e fare un po’ di conti. Si sono astenuti 75 italiani su cento. Togliamo da questi quei 30 che, secondo la vulgata, “non vanno a votare sistematicamente per incuria e incivile negligenza”. Aggiungiamoci i 14 astensionisti attivi. La somma fa 44. Ma allora vuol dire che altri 31, che non obbediscono al Papa e se ne infischiano di Ruini, non sono andati a votare nonostante gli inviti delle cretinissime autorità».

Ma soprattutto la posizione strumentale dei “falsi astensionisti” (gli interessati che si appoggiano sugli indifferenti) è avvertita come un atto di prepotenza, di imposizione, di slealtà. È come se - si passi la parabola - in una gara di corsa, il regolamento consentisse a un concorrente di partire avanti agli altri.

Gli passiamo la parabola? Beh, visto che il Corriere, come si è detto più sopra, partì per primo, direi di no. Ma la frase migliore resta quella di Fassino, la sera in cui si seppero i risultati: «Non capisco. I mass-media erano per il sì. I poteri economici erano per il sì. Il potere politico-istituzionale, in gran parte, per il sì». Viviamo in un’oligarchia.

Non diremmo forse che la moralità sportiva, al di là del regolamento, dovrebbe indurre quel concorrente a rinunciare al vantaggio, affinché tutti competano ad armi pari e che, se non lo facesse, gli altri avrebbero ragione di dirsi vittime di un’ingiustizia?

Traduzione: C’è il rischio ch’io non vinca! Uff. Questo gioco non mi piace. Cambiamo democrazia? Dai, io faccio il popolo.

Il pari rispetto vale in tutti i referendum. Ma deve valere particolarmente in un referendum così importante come è questo, in cui le coscienze sono interrogate come o forse più che nel caso del divorzio e dell’aborto. Conoscendo la saggezza e la prudenza della gerarchia ecclesiastica,

Slaaap. Ha un buon sapore, la tonaca del monsignore?

sarei indotto a pensare che si sia prestato ascolto a pessimi o troppo furbi consiglieri, e non siano stati presi in considerazione gli effetti perversi della posizione assunta (…).

I consiglieri dagli effetti perversi: chi saranno? Tramontato il mito dei gesuiti, non resta che l’Opus Dei. Saranno stati loro, sì.

Non sappiamo se finirà che il quorum non sarà raggiunto e la legge resterà, o se accadrà il contrario. In ogni caso, mantenimento o eliminazione della legge dipenderanno da ragioni improprie ed estranee alla valutazione dei problemi e al libero e leale confronto ideale che ci si sarebbe potuti augurare. Risuonano di nuovo accenti che sanno di clericalismo e anticlericalismo. Coloro che credono nella possibilità, necessità e fecondità del dialogo tra culture, laica e cristiana, non possono che concludere amaramente: un vero capolavoro.

Già, un vero capolavoro quest’invenzione delle due culture, i cui confini sono stabiliti a priori, natürlisch. Da una parte i sostenitori del sì, col progresso, la Scienza, la salute, i diritti delle donne. Dall’altra gli astensionisti, con l’Oscurantismo, la barbarie, il cancro, la violenza sulle donne. Dialoghiamo, dai.

B) La chiamata a raccolta da parte della gerarchia è stata perentoria e ha sorpreso e turbato anche molti cattolici. I cristiani “partecipano alla vita pubblica come cittadini” e sono chiamati a “animare cristianamente l’ordine temporale, rispettandone la legittima autonomia”; “la laicità intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - ma non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa”, ricorda la Nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede del 24 novembre 2002, dedicata a “l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”. Queste formule ribadiscono l’insegnamento della Gaudium et spes del Concilio vaticano II e sono coerenti con la preoccupazione della Chiesa di non vedersi coinvolta come tale nell’azione politica dei cattolici, invitati a non agire mai pretendendo di avere con sé la sua autorità: una preoccupazione autoimmunitaria che, per essere seria, ovviamente richiede dalla Chiesa un corrispondente atteggiamento di rispetto dei confini di competenza...

E bravo Zagrebelsky, che ha studiato le nostre preoccupazioni “autoimmunitarie”. Ad ogni modo: si è mai detto chi stabilisce i confini di competenza? È la stessa ingenuità che ritrovo in molti cattolici: pensare alla laicità come ad un contenitore neutro.

Ma l’indicazione che giunge a vincolare perfino i comportamenti concreti nella strategia referendaria è compatibile con la dignità della missione politica dei “cristiani che partecipano alla vita pubblica come cittadini”? Che ne è del compito, che è loro, di “animare cristianamente l’ordine temporale” nel rispetto della laicità, cioè della “autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica”?

Questa posizione ricorda curiosamente quella di Lutero, il quale riteneva che non dovesse mai spettare, al cristiano, il giudizio delle leggi civili. Ma questo non è affatto un principio di laicità. I reggitori secolari, nella visione di Lutero, sono “vescovi per necessità”, e il credente deve loro cieca obbedienza, sulla base di un’interpretazione letteralista e forzata del pur controverso capitolo 13 della lettera ai Romani, che prescrive l’obbedienza del cristiano alle autorità civili. Se il nostro Riformatore non avesse ordinato di bruciare le opere di Tommaso d’Aquino, dove il problema è affrontato con grande chiarezza, avrebbe forse riconosciuto che il cristiano è tenuto a disobbedire a leggi ingiuste, perché il sovrano (lo Stato, il monarca, etc.) è sempre subordinato alla legge (ossia: non è lui a stabilirla). “Io insegno - dice invece Lutero - che dobbiamo conformarci alle leggi, quali siano poi quelle leggi e di che genere, questo non so e non voglio saperlo, perché non è mio compito”. Cosa che condusse un Bonhoeffer a giudicare legittimo prestare obbedienza a un regime come quello di Hitler, e a non potervisi opporre per via di ragione, ma solo con la dolorosa testimonianza del martirio.

Sono interrogativi che i cattolici clericali liquideranno con un’alzata di spalle ma che certo scuotono la coscienza dei cattolici democratici.

Mi piace questo utilizzo degli aggettivi.

Non riguardano però soltanto loro, bensì tutti i cittadini, cattolici e non cattolici, in quanto si viva e si voglia vivere in una democrazia e non in una “repubblica cristiana”, dove le istituzioni civili sono diretta emanazione del governo ecclesiastico.

Perbacco, non la sapevo questa.

La democrazia non presuppone affatto quel relativismo etico che il magistero della Chiesa giustamente condanna.

Slaaap serpentino.

Essa, al contrario, si alimenta di convinzioni etiche e ideali che cercano di diffondersi e di affermarsi fino a diventare forza costitutiva della società. Ciò presuppone però il libero confronto e questo, a sua volta, la libera e diretta partecipazione di coloro che vi portano le proprie convinzioni, quale che ne siano la fonte e il fondamento, laico o religioso.

Bravo: è quello che è accaduto al referendum. Solo che questa volta non ha vinto la parte giusta. Peccato, vero?

La democrazia è, per così dire, un regime in prima persona, non per interposta persona. Se essa è occupata da forze che agiscono come longa manus di poteri esterni, diventa il luogo di scontro e prepotenza di potentati che obbediscono alle loro regole e non rispondono a quelle della democrazia: potentati che sono, tecnicamente, irresponsabili.

Uh! Il Codice da Vinci.

Non apparirà fuori luogo ricordare che John Locke, nella Epistola sulla tolleranza del 1689, negava ai cattolici romani (oltre che agli atei, ma per altri e opposti motivi) il diritto alla tolleranza proprio per la loro non integrabilità in un comune vivere civile, “fintantoché essi sono debitori di cieca obbedienza ad un papa infallibile che porta legate alla cintura le chiavi della loro coscienza”…

Non apparirà fuori luogo ricordare Rousseau, che nella Nuova Eloisa propose la pena di morte per gli intolleranti.

Fede religiosa, tanto più se organizzata in chiese strutturate gerarchicamente, e fede democratica costituiscono un connubio difficile, non privo di momenti drammatici.

Giusto. Per la fede democratica, sarebbe meglio destrutturare le chiese gerarchicamente organizzate. Il nuovo Vangelo (feat. G. Biffi): “Voi siete una città nascosta e una luce posta sotto il moggio. La vostra luce non abbagli gli uomini, ma risplenda solo al cospetto del Padre vostro che è nei cieli”: niente città sul monte, nessun orgoglio intacchi la chiesa. Essa è una rete sotterranea di microscopiche comunità, che si radunano a discutere con molta franchezza se il Signore sia o meno risorto. Può capitare che il pastore non sia sufficientemente perspicace per rendersene conto: in tal caso bisogna avere il coraggio di forzare la mano. Una volta smantellato l’ovile, allora si potrà tornare tutti insieme, pecore, lupi altri e animali, e ci sarà un solo branco senza un solo pastore. 

Il rapporto della Chiesa con i suoi fedeli che operano nella politica, per non dire del rapporto strettamente connesso con le istituzioni dello Stato, è una linea necessariamente sinuosa che non si riuscirà mai a raddrizzare una volta per tutte ricorrendo a qualche formula o formuletta.

Ci si è provato con “Liberté égalité fraternité”.

Se ciò accadesse, vorrà presumibilmente dire che le ragioni dello Stato si sono sottomesse a quelle della Chiesa, o viceversa.

O viceversa.

Invece, il rapporto di tensione, ancorché causa di problemi, è generatore di anticorpi benefici che tengono deste le coscienze e, al tempo stesso, proteggono dagli integralismi. Dunque, è un fattore benefico per la nostra vita. Se volessimo cercare qui una radice della cultura europea alla quale tenerci stretti, la troveremmo probabilmente non nel Cristianesimo come tale (che ha causato nei secoli momenti di terribile sopraffazione, ora condannati dalla Chiesa stessa),

Diavolo. Erano meglio i catari.

ma nella sua dualità rispetto all’autorità civile. Questo rapporto, sempre instabile, deve tuttavia essere preservato nei suoi giusti limiti. Ciò che il referendum prossimo venturo segnala, mi pare, è un pericolo che può proiettarsi sull’avvenire di questo rapporto.

Una sibilla.

Ci si deve augurare che, nel mondo laico e in quello cattolico, molti siano i consapevoli di quanto prezioso ma anche di quanto fragile sia il bene da preservare».

Preserviamo allora il bene. Mettiamogli un cappuccetto.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (11)
laici e laicità, imposture intellettuali

sabato, 13 maggio 2006
codici da Vinci (3)

«Ormai, di Dan Brown e del suo best seller si è detto tutto e di più: se ne sono imparate di tutti i colori, e forse si è anche scoperto qualcosa, dalle sue fonti di ispirazione, alla quale lui non aveva nemmeno pensato. Miracoli dell'esegesi. Tuttavia, resta forse in ombra un aspetto che, stranamente, non sembra essere stato preso in considerazione dai molteplici critici e studiosi del romanzo alla moda. Rifacciamoci a un punto centrale della trama del libro, che figura senz’altro anche nel film. La bella e colta Sophie, la quale - non dimentichiamolo - è una criptologa, chiede a un certo punto al professor Langdon chiarimenti sul principio maschile e femminile all’interno della religione egizia, che come sappiamo è uno degli snodi fondamentali della trama culturale dell’opera. Non va dimenticato nemmeno che Langdon è nientemeno che professore di simbologia nell’università di Harvard. Lasciamo perdere il fatto che tale disciplina ordinariamente non si insegni come materia a sé stante. Sappiamo che il professore-detective è un esperto di antropologia e storia delle religioni. Non c’è bisogno di avere una laurea in egittologia per sapere altresì che, nell’antica mitologia egizia, il rapporto tra il principio maschile e quello femminile era l’asse intorno al quale ruotava tutto il complicato cosmo delle divinità. Ci aspettiamo pertanto che il grande specialista, visto che sta parlando con una persona colta ma non proprio del mestiere, cominci con una citazione di un certo peso, ma tuttavia non troppo impegnativa: per esempio il grande trattato di Plutarco, De Iside et Osiride. Macché. Il professore cita viceversa i due principi genetici e sessuali della cultura cinese, lo yin e lo yang. Sorpresa e sconcerto. È mai possibile che un esperto di cultura egizia, il quale sta parlando appunto di problemi egizi all’interno di un discorso che riguarda quella civiltà, non trovi di meglio per spiegare il suo punto di vista che non ricorrere a qualche brandello di culturame esoterico, di quello d’accatto, che va di moda tra i cultori del new age? Si può pensare a una scivolata maldestra dell’autore. Al contrario. Difatti, nell’accurata preparazione del romanzo come “successo annunziato” l’editore di Brown - la newyorkese Random House - fece appello tra l’altro, tra il 1999 e il 2000, ai molti e potenti club di americane femministe e benestanti, anche colte o sedicenti tali, le quali immediatamente abboccarono. Non è stato infatti notato abbastanza che il Codice da Vinci è dal principio alla fine un inno non solo al femminismo, ma anche alla sua ideologia e al testo «di culto» che ne è il principale referente. In effetti, non si è mai fatto il nome finora dell’egittologa e antropologa Margaret Murray. La quale, ai primi del secolo scorso, redigeva un altro best seller destinato in seguito a venire più volte ripubblicato e tradotto in varie lingue, la nostra compresa. Si trattava de Il dio delle streghe. In questo libro la Murray, prendendo le mosse dalle tesi antropologiche di Gordon Childe, sosteneva una teoria generale sulla nascita e lo sviluppo dei sistemi religiosi nell’antichità preistorica. Secondo la studiosa, in origine, l’umanità sarebbe stata dedita al culto di una grande Dea Madre benefica, pacifica, prolifica, fecondatrice, all’ombra della quale il mondo viveva privo di guerre e ignaro di violenze. Ma ben presto prevalse purtroppo un principio divino nuovo: il Dio Unico di sesso maschile, dio dei sacerdoti e dei guerrieri. Divinità violenta e assetata di sangue. Da allora cominciarono i sacrifici cruenti, le guerre, le varie forme di repressione politica e sessuale. Secondo la Murray, le streghe perseguitate duramente dalla Chiesa durante il medioevo e l’età moderna altro non erano se non le pacifiche sacerdotesse dell’antica Dea Madre. Tale filosofia è rimasta al fondo dei movimenti radicali femministi per tutto il XX secolo, ha attraversato l’Età dell'Acquario ed è arrivata fino ai giorni nostri. È sulla base di questa dicotomia tra un Bene femminile e un Male maschile che Brown ha costruito il tessuto del suo libro. Il movimento femminista Usa se ne è fatto immediatamente araldo: da qui una delle principali ragioni del suo successo. Bisogna aggiungere dunque anche questo testo alle molte fonti già fino ad oggi citate de Il Codice da Vinci. Non senza dimenticare inoltre che la Chiesa viene indicata, nei Paesi protestanti, come la principale responsabile del mantenimento dell'egemonia maschilista nelle istituzioni religiose. Da qui un elemento anticattolico strutturale, obiettivo, che poi ha trovato un momento ispirativo forte nella trovata di ridisegnare il profilo dell’Opus Dei così come, tra Settecento e Ottocento, si usava disegnare quello della Compagnia di Gesù. A questo punto, il gioco dovrebbe essere chiaro. Ci sono tutti gli elementi per uno “pseudo-capolavoro” il cui pilastro è costituito dalla endiadi femminismo e anticattolicesimo. Può darsi che questo cocktail non piaccia a tutti: ma negli Stati Uniti ha sempre trovato molti buoni fan. Tutto ciò non spiega completamente la fortuna del libro di Dan Brown, la quale ha certamente altri ragioni. Ma la recrudescenza di sentimenti anticattolici scatenati proprio nel 2002, quando si ripropose lo scandalo dei preti pedofili Usa, dovrebbe pur dirci qualcosa. La campagna irachena era alle porte, e il Papa costituiva il più forte ostacolo all’impiego delle armi. Anche di questa circostanza politica si è giovato l’autore del Codice».

(Franco Cardini, Avvenire di oggi)

Per approfondire consigliamo:

- il nostro vecchio post su “Il vecchio abate e l’eterno femminino”

- i precedenti “Codici da Vinci”, soprattutto (1) e (2);

- tre articoli sempreverdi sul Codice delle bufale;

- un accurato sito francese;

- lo speciale del quotidiano Avvenire (con ulteriori rimandi)

- un valido contraltare al Codice di Mammona, in questo 13 maggio da non dimenticare.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (10)
imposture intellettuali, gnosticismi, codici da vinci

giovedì, 11 maggio 2006
cambiavalute esperti

Leggo su Avvenire di ieri: «Rivalutare Chesterton, rileggere Tolkien e Lewis e, insieme a loro, lasciarsi definitivamente alle spalle il Novecento letterario. Forse è questo l’invito che esce dal convegno su “La letteratura tra realtà e fantasia: l’esperienza anglo-americana” che è iniziato ieri e si conclude oggi a Roma, presso l’Istituto dell’Enciclopedia italiana. Organizzato dal Pontificio consiglio della Cultura e dall’Enciclopedia stessa, il convegno è il settimo appuntamento delle giornate di studio su “Cattolicesimo e letteratura del Novecento”».

Il punto è che ci si sveglia sempre in ritardo, noi cattolici. Tolkien e Lewis? Benissimo, ci mancherebbe. Sono – come si diceva un tempo – auctores nostri, malgrado l’appartenenza di Lewis a una diversa confessione cristiana. E insieme a Chesterton rappresentano alcuni dei volti più significativi di un Novecento indubbiamente altro, rispetto a quello cui ci hanno abituati (e ci abituano ancora) i programmi scolastici e universitari, o le “Biblioteche del ’900” in dono con Repubbliche e Corrieri. Ma non vorrei si trasformassero in “monumenti”, in blocchi di marmo che stanno in mezzo a una piazza (vuota) proprio perché non hanno più una voce viva, proprio perché non c’è più nessuno che sappia eguagliarne la grandezza, o riconoscerla operante.

Andrea Monda, all’interno dello stesso articolo, osserva poi che la casa editrice Morcelliana «ha recentemente ha ripubblicato Ortodossia, il capolavoro di Chesterton, che era completamente sparito dalla circolazione. Ma è assurdo che per comperare un libro della Morcelliana sia necessario andare in una libreria religiosa». Intendiamoci, Ortodossia è uno di quei quattro o cinque libri cui personalmente non rinuncerei per nulla al mondo, e che vedrei bene nella libreria di qualunque persona assennata (anche non cattolica, a dispetto del titolo). E questa separazione fra un’editoria “per cattolici” e un’editoria “per laici” è sicuramente cosa sciagurata e perniciosa (andrebbe forse inquadrata fra gli effetti di quel decreto regio che sancì, alla fine dell’Ottocento, la definitiva esclusione della teologia, e quindi di quanto suonasse come “confessionale”, dalle università di Stato). Ma occorre chiedersi di chi sia, oggettivamente, la responsabilità di questo mancato riconoscimento culturale, del fatto che opere simili siano rimaste e rimangano di fatto irreperibili non soltanto nei grandi magazzini Feltrinelli, dove furoreggia il pattume, ma persino nelle librerie cattoliche: per cui le vetrine (anzi: i “box”, come mi disse una commessa un giorno) espongono le dubbiose confessioni di Quinzio (“profeta deluso”) o di Küng (“scomodo e lucido”), ma un Bernanos e un Boutang – per citare due autori che potrebbero stimolare anche l’ateo più indefesso – non li trovi manco a pagarli oro.

È inutile piangersi addosso, magari con la storiella secondo la quale il “marxismo”, dal dopoguerra, avrebbe monopolizzato la scena culturale italiana. Ci fu un’egemonia, certo. Ma non sarebbe stata possibile senza il concorso di tanti, di troppi cattolici, ad esempio di quelli che preferirono l’analogia fidei all’analogia entis, il biblicismo apocalittico al confronto con la storia, Bultmann a De Lubac, Karl Rahner a Cornelio Fabro, i teologi della “morte di Dio” a Del Noce, l’esistenzialismo giornalistico di Heidegger al tomismo di Gilson, le cialtronerie del pensiero negativo al lume della metafisica. Optando di volta in volta per la soluzione più facile, per lo slogan, per la resa senz’alcuna resistenza. Senza la loro miopia, la loro subordinazione, la loro ostinata incapacità di discernimento non saremmo giunti a questo punto. E da questo stato di cose siamo chiamati a guardarci anche oggi. Per capirlo, pur nelle mutate condizioni, basta farsi un giro alle edizioni Paoline, fra libercoli che “spiegano” il catechismo con l’ausilio del cantante Ligabue e l’ennesima raccolta di saggi sull’escatologia nella Bibbia.

Non si tratta allora di vagheggiare un ritorno della “cristianità”, o di puntare tutto su un’apologetica fatta di slogan imparaticci: quel che occorre è ricostruire, faticosamente, una “cultura della soglia”, una cultura che concorra al libero sviluppo delle virtù, e in particolare delle virtù teologali. La simplicitas del “popolo”, in assenza di una cultura comune di questo tipo, è stata vilipesa e avvilita. E per i più “colti” (teologi inclusi) vale ancora la legge di Lewis: i più grulli son quasi sempre e regolarmente loro, quelli insomma che si fanno plasmare dai grandi circuiti del mercato librario, da una cultura che diventa fede e non da una fede che diventa cultura. Come dice un detto di Gesù che ci è stato trasmesso da alcuni Padri della Chiesa: «Siate cambiavalute esperti» (cit. in Clemente Alessandrino, Stromati I,28,177,2; cf. 1Ts 5,21). Bisogna stare attenti alla falsa moneta.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (5)
lettere dalla campagna, plausi e botte

mercoledì, 10 maggio 2006
«guardare il mondo con sicurezza»

Ecco, questo è un post che sarebbe da incorniciare, se non raccontasse una realtà agghiacciante. Meglio di un qualunque trattato di sociologia. Sapete a cosa mi fa pensare? A questa frase di Bertrand Russell: «Dobbiamo essere pratici, vedere il mondo nella sua giusta luce, coi suoi pregî e i suoi difetti. Non dobbiamo temerlo, ma conquistarlo con l’intelligenza, e non esserne schiavi. La nostra concezione di Dio deriva dall’antico dispotismo orientale, ed è una concezione indegna di uomini liberi. Non ha rispetto di se stesso chi si disprezza e si definisce miserabile peccatore. Dobbiamo aver fiducia in noi stessi, e guardare il mondo con sicurezza. Dobbiamo rendere questo mondo il migliore possibile, e se non è proprio come lo desideriamo, sarà sempre migliore di come ce lo hanno ridotto... Non bisogna rimpiangere il passato o soffocare la libera intelligenza con idee che uomini ignoranti ci hanno propinato per secoli. Occorre sperare nell’avvenire, e non voltarsi a guardare a cose ormai morte, che, confidiamo, non rivivranno più in un mondo creato dalla nostra intelligenza» (B. Russell, Perché non sono cristiano, 1927). Lo cogliete il nesso?

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (13)
diario scritto di giorno, interventi incivili

lunedì, 08 maggio 2006
mani (letture di Tommaso / 5)

Nella prospettiva di Tommaso d’Aquino, spiegava giorni fa Inos Biffi, la giustizia precede sempre la carità: non è possibile che l’amore agisca in assenza della virtù cardinale (e dunque tutta umana) della iustitia, vale a dire senza ciò che ci permette di riconoscere e di accogliere l’altro in quanto altro. Tommaso espone e chiarisce la propria visione delle quattro virtù cardinali – ottenuta col sapiente innesto di Aristotele e Cicerone nell’albero dottrinale cristiano (e in particolare agostiniano) – all’interno della Summa theologica, nelle quaestiones 55-70 della Ia IIae: mentre la prudenza è definita come un esercizio dell’intelletto speculativo, ma anche come una virtù afferente all’intelletto pratico, la temperanza risulta essere il dominio delle passioni contrarie alla ragione (dovute all’appetito “concupiscibile”), e la fortezza il coraggio che vincola le passioni a quanto richiesto dalla ragione (avendo come oggetto l’appetito “irascibile”). La giustizia, invece, risiede nella volontà, ed è quella virtù che media razionalmente i rapporti con l’altro e con ciò che gli appartiene. Essendo aperta al bene comune, e ordinata ad esso, la giustizia è presentata dall’Aquinate quale immagine perfetta di tutte le altre virtù (S. Th. Ia IIae, q. 55, a. 4, arg. 4): ogni virtù è una specie di giustizia, dato che non esiste una virtù che sia esclusivamente “privata”, che riguardi cioè un individuo slegato dalle proprie vive relazioni.

Sia chiaro, Tommaso non afferma che la carità vada subordinata alla giustizia: la carità è infatti una virtù soprannaturale (“teologale”), un dono della grazia non acquisibile per vie naturali (S. Th. IIa IIae, q. 23). Dice invece – e questo è davvero sorprendente, a ben vedere – che la giustizia è il presupposto della carità, e che in certo modo la precede. Un gesto supremo di magnanimità, ad esempio una generosa e straordinaria elargizione di danaro, per Tommaso non vale quanto un esatta retribuzione (quest’ultima, peraltro, potrebbe addirittura essere più disinteressata: poiché si presenterebbe come priva di calcoli meritori, docilmente acquiescente nei confronti del bene comune). La mano che allunga un obolo al mendicante è certamente una mano generosa. Ma è la mano che elargisce all’operaio il proprio compenso, ad essere giusta. Dovendo scegliere fra le due, posto che le mani appartengano alla medesima persona, Tommaso preferirebbe la seconda senza la prima, piuttosto che la prima senza la seconda. Proprio perché la giustizia precede la carità, essendone per così dire la sua prima, spontanea “incarnazione”. Per questo è impossibile non avvertire un profondo disagio, un senso di compiuta iniquità, di fronte a quel che segnala l’ormai consueto Blondet, parlando di mani presidenziali:

«Ciampi, con quelle mani, ha percepito per sette anni qualcosa di molto vicino ai 9 miliardi di lire l’anno. La presidenza della repubblica è piena di miliardari di Stato: Gaetano Gifuni il segretario, con i suoi 2 miliardi annui, guida la fila, ma gli stipendi medi dei funzionari corrono tutti sul mezzo milione di euro. L’insieme del Quirinale, con 5 mila dipendenti, costa a noi contribuenti sui 300 miliardi di lire annui, quanto la gestione di una media città, come Padova. D’Alema, se toccherà a lui, alla fine del mandato potrà permettersi un panfilo da regata migliore di quello che ha oggi, che costa un modesto milioncino di euro. Al mantenimento dovrebbero bastare gli emolumenti della carica di senatore a vita che lo attende. Altri mezzi miliardi. E D’Alema è giovane, ha davanti una vita da velista di lusso. Miliardari di Stato: gli unici che ormai esistano in un’Italia che impoverisce e degrada.
Almeno in quelle condizioni di sicurezza, perché Tronchetti Provera è pieno di debiti e può fallire, i furbetti del quartierino finiscono in galera dopo un breve volo nell’arroganza, il volo del tacchino. E i migliori manager privati, per guadagnare 2 miliardi l’anno come Gifuni (me ce n’è qualcuno?) devono almeno portare risultati concreti, esibire profitti, lavorare giorno e notte sotto il rischio del licenziamento immediato, assumersi responsabilità e rischi. Gifuni e tutti gli altri, no. Nessun rischio. Nessuna fatica. Nessuna responsabilità. Nessun obbligo di rispondere delle proprie azioni: né alla magistratura né ai cittadini (non sono eletti). Sapere le cifre dei loro guadagni è impossibile, perché sono “riservate”: fatto inaudito, l’ammontare di paghe pubbliche miliardarie non è pubblico, e le informazioni vengono rifiutate ai pochi giornalisti che le chiedono. Quelle mani danarosissime, è bene che non si mostrino troppo ad accarezzare le bare tricolori di ragazzi che sono andati militari perché altrimenti sarebbero disoccupati, e considerano un buono stipendio i 2-3 mila euro che ricevono quando sono in missione, e credono “una fortuna” la paga per farsi ammazzare. Magari, se fossero patriottiche, quelle mani potrebbero decurtarsi da sole gli stipendi, per dare un segnale all’Italia impoverita che non ci sono privilegiati, che le super-tasse che imporranno con quelle mani ricadono su tutti. Dimezzarsi gli stipendi, per loro, non significa la fame. Gifuni, con un miliardo l’anno, riuscirà a campare. Un capo dello Stato con 4 miliardi l’anno dovrebbe farcela, visto che è spesato di tutto. Ma l’amore della nazione, nei miliardari di Stato, non arriva a questo punto. Ciampi ama la patria e fa bene, visto che dalla patria ha ricevuto tanto. Tutti costoro, se ricevessero meno, già sentirebbero di amarla meno» (testo tratto da qui).

Il fatto poi che un europarlamentare italiano guadagni pressoché il doppio di un suo collega tedesco o francese (144.084 euro annui, a petto rispettivamente di 84.108 e 62.779), dovrebbe spingerci a rivedere le nostre categorie di “corruzione”. Sappiamo quel che accadrebbe qualora un candidato, in campagna elettorale, muovesse battaglia per la riduzione del proprio stipendio («un obiettivo concreto: meno soldi per me»): verrebbe additato come demagogo e aspirante caudillo, o tacciato con gli orribili epiteti di “qualunquista” e “populista”, partigiano dell’“invidia sociale”. Ma la sua battaglia non sarebbe per questo meno giusta. Piacerebbe allora che il decurtamento degli stipendi avvenisse in silenzio, per un automatico e doveroso senso di giustizia, senza stolidi appelli alla “legalità”. Un sogno? A noi pare una banalissima esigenza civile. Quel minimo, ma davvero minimo, che ci consentirebbe forse di tollerare l’ennesimo dibattito sulla crisi economica, o l’agitarsi pecoreccio e inconcludente di “questioni morali”.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (5)
tomismo essenziale,