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giovedì, 29 giugno 2006
avviso ai lettori

Da oggi, per alcuni giorni, staremo qui. Ci si rilegge da lunedì 3 luglio.

A presto, e buona camicia di forza a tutti.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (3)
diario scritto di giorno

mercoledì, 28 giugno 2006
note su cattolicesimo, federalismo e sussidiarietà

È stata chiesta, generosamente e fin troppo fiduciosamente, una nostra opinione in merito alle recenti consultazioni referendarie. La cosa non ci rende entusiasti, innanzitutto per questioni di competenza, e poi perché il voto, causa impegni di forza maggiore, non l’abbiamo dato ad alcuna delle parti in gioco. L’idea iniziale era quindi quella di ripartire da una copertina che la “prestigiosa” rivista Vanity Fair dedicò al referendum del giugno scorso (2005), con Afef, la Ventura e Monica Bellocci minacciosamente schierate per il “Sì”: poi però non s’è riusciti a cavar nulla di piccante dalle spighe del cervello. Comunque sia, una cosa è certa: Scalfaro, Ciampi, Napolitano et similia non ci piacciono proprio. Ma anche chi vi si oppone ci lascia perplessi. Lasciamo dunque al lettore alcune stimolanti riflessioni dovute alla penna di Luigi Copertino, che forse daranno ragione a questa nostra perplessità. Il brano è tratto da un articolo intitolato Sussidiarietà versus federalismo, comparso su “Alfa e Omega” n. 5 (settembre/ottobre 2005), pp. 71-116, che consigliamo comunque di leggere nella sua interezza (traduzione: se non siete d’accordo, non rompete le balle a noi, che ci limitiamo a proporre il testo):

«Il federalismo oggi affascina troppi cattolici. Purtroppo la capacità di discernere il grano dal loglio del Cattolicesimo contemporaneo, dopo le devastazioni teologiche e liturgiche del modernismo post-conciliare, è incredibilmente scemata, riducendosi a ben poca cosa. La maggior parte dei cattolici si dimostra infatti sempre pronta ad inginocchiarsi, come lamentava perfino un Maritain nell’ultima sua opera, ad ogni tipo di aperturismo mondano. In tal modo, aggiungendo ingenuità ad ingenuità ed errore ad errore, i cattolici puntualmente arrivano ormai sempre con ritardo, innamorandosi di tutto ciò che la cultura laicista produce e poi rigetta e generalmente prendono lucciole per lanterne. Non esiste “prenditore di granchi” e “bevitore di bufale” migliore del cattolico medio contemporaneo aggiornato, moderno, politically correct e, naturalmente, “teologicamente adulto”. Ma anche il cattolico “tradizionalista” – il cui limite, eguale e contrario a quello del cattolico modernista, consiste nell’attaccamento dogmatico alle forme storico-sociali del passato come se esse fossero la Chiesa o la Tradizione, e non, nel migliore dei casi, espressione imperfetta di esse sempre da storicizzare, sapendone ereditare i frutti migliori – oggi indulge troppo al federalismo, ritenendolo un revival di forme sociali pre-moderne ispirate al principio di sussidiarietà. Questa situazione di ottundimento dei cattolici rende loro difficile accorgersi dei pericoli insiti nel federalismo.

Ricordavamo come la Chiesa Cattolica, all’epoca del sorgere dello Stato Leviatano, ossia quando la capacità di discernere non era ancora drasticamente ridotta nei suoi figli, si oppose ad esso avendovi giustamente individuato lo stritolatore dell’organicismo comunitario e l’apostata banditore della scristianizzazione. Tuttavia, oggi invocare lo slogan ottocentesco più società meno Stato, senza le debite precisazioni storiche e dottrinali, significa cadere nell’errore di considerare quello hobbesiano-roussoiano lo Stato per essenza. In tal modo si rinnega implicitamente tutta la migliore tradizione del pensiero classico-cristiano sullo Stato, ad iniziare dai Padri della Chiesa come l’Ipponate per giungere, attraverso l’Aquinate e gli scolastici spagnoli del XVI secolo, fino al Magistero dei Papi degli ultimi due secoli. Un Magistero teologico sul “politico” ben saldo nella Tradizione cristiana e che i cattolici liberali o i liberali cattolici hanno dimenticato in nome dello “Stato minimo”.

I cattolici di oggi, infatuati dal liberismo come ieri lo erano dal marxismo, confondono lo Stato moderno con la comunità politica tout court. Lo Stato è solo una forma di comunità politica e quello moderno ed accentratore è forma che si discosta dalla naturalità del vivere associato. La dottrina teologica cattolica ha sempre riconosciuto la naturalità della comunità politica come un fatto conforme al volere del Creatore che, dotando la creatura umana di una natura essenzialmente sociale, ha posto in tale natura la causa secondaria per la nascita delle diverse forme di convivenza politica. Secondo la dottrina cattolica, il peccato originale non è il motivo della nascita della comunità politica, che sarebbe nata lo stesso anche in assenza del peccato, ma soltanto della vis coactiva assunta dalla potestas directiva naturalmente propria, quest’ultima, della comunità politica: frutto della primordiale caduta è soltanto il carattere anche coattivo e sanzionatorio che l’Autorità politica ha dovuto assumere aggiungendolo a quello naturale ed originario del comando cui l’uomo, nello stato di iniziale obbedienza, avrebbe sempre prestato obbedienza. Sia perché egli sarebbe stato privo della tendenza al male, introdotta poi dal peccato, sia perché si sarebbe trattato in ogni caso, per l’innocenza anche di chi avrebbe dovuto esercitarlo, di comando eticamente giusto. Il discostarsi della comunità politica, nella propria organizzazione, dalla legge di natura, per la quale al di sotto dello Stato, societas perfecta, esistono legittimamente i corpi intermedi, societates imperfectae, ha tracciato inevitabilmente anche la via mediante la quale si va compiendo la misera fine che sta travolgendo oggi lo Stato moderno (…).

Nel pensiero cattolico la Comunità politica, della quale lo Stato moderno è solo una forma storica fra le altre conosciute dall’umanità, è sempre un prius nell’ordine naturale, storico e logico. Questo “ordine” è considerato non un atto di “fede” ma una evidenza primaria posta all’intelligenza umana per consentirle, di fronte alla realtà data e non riconducibile alla volontà della creatura, di pervenire alla certezza della necessità ontologica e logica di un Autore del mondo che sia causa prima della realtà oggettiva del creato e che poi l’intelligenza identifica nel Dio biblico fattosi Uomo, aprendosi per fede alla Rivelazione (…). Nell’evidenza primaria dell’ordine naturale, storico e logico, cogliamo il fatto immediato per cui la Comunità politica viene prima della società economica, ossia della cosiddetta società civile. La priorità della Comunità politica sulla società economica non significa che tale Comunità debba agire come un assoluto onnivoro e totalitario e mai il pensiero cattolico l’ha così intesa, ponendosi, al contrario, a baluardo anti-totalitario di fronte alle aberrazioni “giacobine” degli ultimi due secoli. La Comunità politica, come si fa cogliere nella sua naturale evidenza primaria, è limitata sia verso l’alto, dalla libertas Ecclesiae, sia verso il basso dall’autonomia dei corpi intermedi che in essa convivono (…).

Rifiutare lo Stato accentratore non deve erroneamente condurre all’accettazione del primato dell’economia e della società civile sulla comunità politica. Miguel Ayuso Torres, filosofo spagnolo del diritto, ha ben dimostrato che affermare il primato della società civile, e quindi dell’economia, sullo stato, inteso come comunità politica, significa alla fine cedere al soggettivismo individualista e perciò al nichilismo contemporaneo: “…distruggendo lo Stato moderno si corre il rischio di dissolvere qualcosa di più profondo e stabile, la stessa comunità politica…”. La via di uscita dalla crisi dello stato moderno è per Ayuso quella della rifondazione dello Stato-comunità politica. Ed è in tale prospettiva che, perciò, diventa fondamentale chiarire il significato autentico del principio di sussidiarietà, secondo la prospettiva tradizionalmente cattolica. Infatti non sarà mai possibile il risorgere dei radicamenti comunitari senza una vera rievangelizzazione dei rapporti umani e sociali. Opponendo la dottrina cattolica sullo Stato, quella dei Padri della Chiesa, di Agostino, di Tommaso, di Suaréz, di Vitoria, di Soto, di Molina, di Bellarmino, di de Tejada, di Heinrich Rommen, ed altri, alla filosofia laicista dello Stato, quella di Machiavelli, di Bodin, di Hobbes, di Rousseau, bisogna riaffermare non solo il principio di sussidiarietà, ma anche e innanzitutto l’idea stessa della Comunità politica contro il prevalere di una apoliticità nichilista funzionale soltanto alla globalizzazione dei mercati ed al Governo Tecnico Mondiale» (L. Copertino, art. cit., pp. 90-93).

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lettere dalla campagna, plausi e botte, interventi incivili

sabato, 24 giugno 2006
per pura coincidenza

«Champagne su una coppa di gelato in cialda. Si è conclusa così la cena che il Segretario di Stato uscente Angelo Sodano ha offerto ai diplomatici accreditati in Vaticano l’altra sera. Un incontro conviviale divenuto ormai una consolidata tradizione che ricambia la cortesia del pranzo che i diplomatici offrono ai vertici vaticani subito dopo la cerimonia degli auguri d’inizio anno. Per pura coincidenza la cena di quest’anno per il Cardinale Sodano si è trasformata in un congedo. Solo poche ore prima, in mattinata, Papa Benedetto XVI con una mossa a sorpresa [sic] annunciava, infatti, il nome del prossimo Segretario di Stato nella persona del cardinale di Genova Tarcisio Bertone, lasciando in regime di “prorogatio” Sodano per altri tre mesi, fino al 15 settembre, data dell’effettivo cambio. Spettacolare la scenografia della serata: il “Nicchione” del ’500, nel cuore dei giardini d’Oltretevere e dei musei vaticani. Lì sono stati sistemati i tavoli riservati ai capi missione e ad alcuni dei più alti funzionari della Segreteria di Stato. Secondo alcuni invitati Sodano è stato un padrone di casa perfetto, a suo agio e amabile. Agli ospiti si è rivolto all’inizio con un breve discorso di circostanza, concedendosi però qualche bonaria battuta. Riferendosi al “Nicchione” ha esortato tutti alla santità, dato che nelle nicchie si collocano i santi, ha detto Sodano» (fonte: Il Gazzettino, 24/06/06, p. 10). In effetti il riferimento alla santità fa proprio sorridere.

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umorismo vaticano

mercoledì, 21 giugno 2006
Elaine Pagels: come aggiustare i Padri

Della signora Elaine Pagels, ricercatrice all’Università statunitense di Princeton, il pubblico italiano ha potuto leggere due operine tradotte da Mondadori: della prima, I vangeli gnostici (Milano 1987; ed. or. The Gnostic Gospels, New York 1979), parleremo più sotto; della seconda, Il vangelo segreto di Tommaso. Indagine sul libro più scandaloso del cristianesimo delle origini (Milano 2005; ed. or. Beyond Belief. The Secret Gospel of Thomas, New York 2003), ora disponibile anche in edizione economica, ci limitiamo a sottolineare la furbizia editoriale. Il libro, col pretesto di fornire al lettore una rapida introduzione all’omonimo vangelo apocrifo, finisce in realtà per parlare di tutt’altro, presentando teorie molto care all’Autrice (e non solo a lei), ma sulla cui scientificità ci permettiamo di dubitare. Il libro rischia in tal senso di offrire una sorta di vernice accademica agli strampalati teoremi del Codice da Vinci di Dan Brown, con l’esplicita intenzione di recuperare un volto “autentico” del cristianesimo primitivo (lo gnosticismo, per l’appunto) che sarebbe stato brutalmente eclissato dalla “Chiesa imperiale” del IV secolo (a partire da Costantino): tesi non nuova, anzi ottocentesca, che ha il solo, leggerissimo difetto dell’improntitudine storiografica.

Ciò che accomuna i lavori della Pagels, e che appare presupposto sovente taciuto ma illuminante, è il bisogno di trovare nella ricerca storica conferma o consolazione ai propri drammi esistenziali, sui quali ovviamente non appare corretto esercitare giudizi. Così, alcune opere precedenti di questa studiosa, come  
Adam, Eve and the Serpent
(1987) o The Origin of Satan (1995), nascono da un vero e proprio impulso religioso, rispondendo rispettivamente all’esigenza di un cristianesimo “femminista” o al superamento di un grave lutto familiare (la perdita del marito): tutte istanze legittime, addirittura rispettabili, ma che un serio lavoro di indagine storica dovrebbe mettere da parte, o comunque adoperare in altro modo (ad esempio, per un confronto fra prospettive storico-culturali).

Anche quest’ultimo volume, non a caso, si apre con una nota personale, di esperienza vissuta: nella fattispecie, l’Autrice parla di una grave malattia che ha colpito il figlio, e descrive la consolazione spirituale ricevuta fra i banchi di una piccola chiesa newyorkese, appartenente alla comunità di ispirazione cristiana “Celeste Riposo”. Da qui parte per riproporre nuovamente l’idea di un cristianesimo fluido, a-dogmatico, “gnostico” in quanto opposto all’idea di una qualunque mediazione fra il Cielo e la terra: siamo tutti divini, basta guardarsi dentro per scoprirlo, gioendo della luce liberante di una tale conoscenza. Questa visione delle cose, argomenta la Pagels, sarebbe propria anche del vangelo di Tommaso.

Prima di continuare il nostro discorso, riteniamo perciò opportuno dare al lettore qualche informazione su questo testo. Del vangelo di Tommaso, risaputamente, conosciamo due redazioni. La più antica, in lingua greca, risale agli inizi del III secolo, e ci è giunta in forma alquanto frammentaria attraverso tre papiri editati fra il 1897 e il 1904 (papiri di Ossirinco 1, 654 e 655). La seconda, in lingua copta e databile al IV secolo, riporta invece il testo in maniera integrale, ed è stata rinvenuta fra i codici della cosiddetta biblioteca di Nag Hammadi (località dell’alto Egitto: la scoperta avvenne nel 1945). Grazie a questa, si sono potuti identificare i frammenti di cui sopra come appartenenti a un perduto (ma non ignoto alle fonti antiche e medievali) “vangelo di Tommaso”. Un vangelo atipico, rispetto ai canonici e ad altri vangeli apocrifi, perché formato esclusivamente da parole attribuite a Gesù, senza alcuna cornice storica (in particolare, non vi sono accenni alla morte e alla resurrezione).

È importante sottolineare l’esistenza di queste due versioni, greca e copta, le quali presentano, nei passaggi comuni, sensibili differenze (dovute probabilmente ad interpolazioni gnostiche). Dei 114 detti che compongono l’opera nella versione più tarda, un’ottantina circa dispongono di paralleli nei vangeli sinottici accolti all’interno del canone neo-testamentario. Questo ha stimolato gli studiosi al confronto, per verificarne l’eventuale anteriorità, soprattutto in base ai rapporti con la supposta fonte che sarebbe stata utilizzata dagli evangelisti Luca e Matteo, denominata dagli studiosi “Q” (dal tedesco “Quelle”).

Come già notato dai primi commentatori del vangelo di Tommaso (ad es. Puech e Jeremias), il fatto che in alcuni casi il testo risulti più breve rispetto al dettato dei sinottici, non significa necessariamente ch’esso trasmetta materiali più antichi (ma non è questione che si possa discutere qui).

Ad ogni modo, Gesù vi appare come un maestro di sapienza, quasi privo di tratti storici identificabili: da questo punto di vista, il testo appare in linea con la consueta tendenza all’astrazione, propria dei movimenti gnostici. È un Gesù che disprezza le donne, ritenendole indegne del Regno (dovranno diventare maschi per accedere alla vera vita: vd. fr. 114), e che invita a mortificare il corpo, un ricettacolo illusorio paragonabile a uno straccio che va calpestato (fr. 37). Da questi pochi accenni, che andrebbero senz’altro approfonditi, appare tutta l’ingenuità (o la malafede) di quanti si affannano a considerare quello di Tommaso quasi fosse un  “quinto vangelo”, entusiasticamente accolto come più fedele alla “originaria predicazione del Cristo”.

Torniamo allora alla Pagels, e ai suoi Vangeli gnostici. In rete abbiamo trovato un articolo di Paul Mankowski, docente al Pontificio Istituto Biblico di Roma, il quale in un breve intervento denuncia una serie alquanto compromettente di errori della Pagels, a quanto pare voluti e pianificati per suffragare le proprie tesi: si tratta di alcune citazioni adeguatamente “aggiustate”, come vedremo, dall’opera anti-gnostica di Ireneo di Lione (II sec.).

La cosa, pur senza lasciarci di princisbecco, ci sembra meriti attenzione, soprattutto se pensiamo al fatto che la Pagels viene spesso qualificata come studiosa seria e attendibile (basti pensare alle sue recenti apparizioni, televisive e non, a parziale difesa del Codice da Vinci, già di per sé sospette). Alcuni passaggi dell’opera – non segnalati da Mankowski – illustrano efficacemente il modus operandi “scientifico” della Signora, che ha potuto scrivere il volume, fortuna sua, grazie al sostegno economico della Rockfeller Foundation, della Lita A. Hazen Foundation e della Guggenheim Foundation.

Ne scegliamo tre, a titolo esplicativo:

- nell’Introduzione a I vangeli gnostici, la Pagels ci offre un’agile rassegna delle interpretazioni relative alle scoperte di Nag Hammadi. Naturalmente non si limita a questo. Ogni tanto, infatti, fanno capolino affermazioni arbitrarie, che preludono alle teorie che saranno sviluppate nel seguito del volume. A p. 24 dell’edizione italiana, ad esempio, si dice che «attraverso il movimento gnostico emersero in Occidente nel I secolo idee che noi associamo alle religioni orientali, ma furono soffocate e condannate da polemisti quali Ireneo». Qui troviamo una delle prime menzioni esplicite della “bestia nera” della Pagels: il Padre della Chiesa Ireneo, vescovo di Lione (ove morì nel 202), autore dell’importantissima opera Confutazione e smascheramento della falsa gnosi, più nota col titolo latino Adversus haereses (“Contro le eresie”). Il trattato di Ireneo, benché “ideologicamente” orientato, è tra le nostri fonti principali per la ricostruzione della storia e delle idee dei movimenti gnostici. È significativo che la Pagels metta subito in scena questi due supremi attori del suo “dramma” storico: da una parte lo gnosticismo, presentato come un movimento unitario e compatto (cosa che fu ben lontano dall’essere), presentato come attivo sin dal I secolo, e dall’altra Ireneo, rappresentante della supposta repressione ordita dai vescovi della “Grande Chiesa” (già nel II secolo). Il tutto con una strizzatina d’occhio alle “religioni orientali”, come se la distinzione fra Oriente e Occidente (un’invenzione moderna, in questo caso funzionale alla sensibilità “new age” dei committenti, dell’Autrice e dei potenziali lettori) avesse una qualche applicabilità nel quadro storico e religioso del Mediterraneo antico (calcolando oltretutto l’origine anatolica di Ireneo).


- proseguendo nella lettura, a p. 25 ci imbattiamo in una “puntuale” descrizione del quadro storiografico che le scoperte di Nag Hammadi avrebbero “sconvolto”: «Al tempo degli apostoli tutti i membri della comunità praticavano la comunanza di denaro e proprietà; tutti credevano allo stesso insegnamento e partecipavano alle funzioni; tutti riverivano l’autorità degli apostoli. Il conflitto, poi l’eresia, vennero solo dopo quell’età dell’oro: è ciò che afferma l’autore degli Atti degli Apostoli, che si presenta come il primo storico del cristianesimo». In questo caso la Signora vorrebbe farci credere che il ritratto degli Atti (che comunque non tacciono conflitti interni ed esterni alle prime comunità, pur limandoli per esigenze teologiche) non sia mai stato soggetto a critica storica. Prima delle scoperte di Nag Hammadi, secondo la studiosa, tutta la storiografia si sarebbe beata nell’idillio delle origini: come se i contrasti che emergono chiarissimi dalle lettere di Paolo, o dagli altri documenti del I secolo (vangeli inclusi), non testimoniassero ampiamente la presenza di tensioni e conflitti, anche asprissimi, nel contesto del cristianesimo primitivo.

- a
p. 26, infine, la celebre sentenza Extra ecclesiam nulla salus (“Fuori dalla Chiesa non c’è salvezza”), riportata senza alcuna contestualizzazione, viene addirittura attribuita ad Ireneo, mentre essa fa la sua prima comparsa in alcuni scritti di Cipriano (De cath. unit. 6; Ep. 73,21) e Origene (In Jesu nave 3,5). Le annotazioni potrebbero continuare, tante sono le imprecisioni e gli arbitrii ermeneutici dell’Autrice.

Passiamo quindi alle osservazioni di Paul Mankowski, cui facevamo riferimento. Scrive il gesuita:

«In un capitolo intitolato “Un solo Dio, un solo vescovo”, la Pagels cerca di dimostrare che la dottrina monoteistica e la strutturazione gerarchica della Chiesa vennero consolidate reciprocamente, per confermare il potere ecclesiastico ed eliminare le “diversità” – vale a dire lo gnosticismo strenuamente avversato da Ireneo». L’Autrice sostiene infatti che «la pratica seguita dai cristiani valentiani [discepoli dello gnostico Valentino] assicurava l’eguaglianza di tutti i partecipanti. Il loro sistema non permetteva la formazione di nessuna gerarchia e di nessun “ordine” clericale». Tutto ciò poneva Ireneo «in una situazione doppiamente difficile. Certi membri del suo gregge si erano riuniti al di fuori della sua autorità in raduni privati; autonominatosi leader, un certo Marco, che Ireneo schernisce come “esperto in imposture magiche”, li aveva iniziati a sacramenti segreti e incoraggiati a ignorare i moniti morali del vescovo» (pp. 91-92).

Quel che la Pagels non dice è in cosa consistessero, sempre secondo Ireneo, tali “sacramenti”: ad es. il congiungimento carnale delle ricche signore della comunità col “divino” Marco, per accogliere in grembo “il suo Seme di verità”… Scrive poi la Pagels che «la cosa più irritante, per Ireneo, è che invece di pentirsi o sfidare apertamente il vescovo, rispondono alle sue proteste con argomenti teologici di un’abilità diabolica», e qui scatta la citazione “aggiustata” del vescovo di Lione:

«[Ci] definiscono “non-spirituali”, “comuni”, “ecclesiastici”… Siccome non accettiamo le loro mostruose insinuazioni, dicono che continuiamo a vivere nella Ebdomade [le regioni inferiori], come se non potessimo elevare le nostre menti in alto, né capire le cose che stanno sopra».

La citazione di Ireneo, stando alla nota 73 riportata a p. 99 della traduzione italiana, risulta combinare Adv. haer. 3,15,2 e Adv haer. 2,16,4. Mankowski, con elegante ironia, definisce questo come «an interesting method of citation» (“un interessante metodo di citazione”), e propone di esaminare direttamente le fonti. La prima parte della citazione proviene dal capitolo 15 del libro III, laddove Ireneo sta ingaggiando una difesa dell’insegnamento apostolico, contro le asserzioni di Valentino e dei suoi seguaci:

Hi enim ad multitudinem propter eos qui sunt ab Ecclesia, quos communes et ecclesiasticos ipsi dicunt, inferunt sermones, per quos capiunt simpliciores et illiciunt eos, simulantes nostrum tractatum, uti saepius audiant (Costoro infatti, riguardo a quanti provengono dalla Chiesa, definiti “comuni” ed “ecclesiastici”, predicano alla folla discorsi tali da intrappolare e irretire i semplici, adulterando il nostro insegnamento per farsi ascoltare di più).

Da questa frase l’Autrice prende soltanto le parole communes et ecclesiasticos ipsi dicunt, omettendole dal contesto. Mankowski fa notare che il “[Ci]” inserito dalla Pagels non si riferisce ai vescovi, come richiederebbe la sua argomentazione, ma alla totalità dei fedeli: coloro che “provengono dalla Chiesa”. Dopo questo primo, significativo aggiustamento, la citazione della Pagels continua con un brano desunto dal cap. 16 del libro III dell’opera di Ireneo. In questo caso, il Padre della Chiesa non sta nemmeno discutendo di Valentino, o di problemi concernenti l’autorità apostolica, ma della dottrina cosmologica di un altro celebre gnostico, Basilide:

Etenim hoc quod imputant nobis qui sunt a Valentino, in ea quae deorsum Ebdomade dicentes nos remanere, quasi non adtollentes in altum mentem neque quae sursum sunt sentientes, quoniam portentiloquium ipsorum non recipimus, hoc idem ipsum qui a Basilide sunt his imputant (Riguardo alle accuse che ci muovono i seguaci di Valentino – che cioè noi resteremmo nella Ebdomade [le regioni inferiori], come se non potessimo elevare le nostre menti in alto, né capire le cose che stanno sopra, poiché rifiutiamo i loro discorsi stravaganti – , queste stesse accuse le rivolgono a loro i seguaci di Basilide).

Commenta infine Mankowski: «Notiamo che l’ultima frase del passo di Ireneo è omessa, mentre l’ordine delle clausole è invertito per mascherare il non sequitur – e tutto ciò per ovvie ragioni: Ireneo, in realtà, sta dicendo che le stesse accuse che Valentino rivolge agli ortodossi, sono mosse contro di lui da altri gnostici, i seguaci di Basilide. Si tratta di un elemento di forte imbarazzo, per chi voglia sostenere il duello fra “gnostici” e “cattolici”. Ricapitolando: Elaine Pagels ha assemblato una citazione inesistente, apparentemente tratta da una fonte antica, con una tacita soppressione del contesto, un occultamento delle parole non funzionali all’argomentazione, e l’inserimento di una frase che compare 34 capitoli prima. Il tutto pervertendo deliberatamente il significato del testo originale… Qui ci troviamo di fronte non ad una combinazione di citazioni, ma alla creazione di una citazione. Rileggendola, possiamo inoltre constatare come l’espressione “non-spirituali” non compaia affatto nel testo latino di Ireneo. Anch’essa è il frutto dell’immaginazione dell’Autrice. Quest’ultima interpolazione si spiega dando un’occhiata al commento che segue immediatamente. Si consideri che la Pagels sta cercando di dimostrare l’interesse di Ireneo  nei confronti dell’autorità, e quello dei valentiniani nei confronti della vita spirituale: “Offendeva Ireneo la loro pretesa di essere, in quanto spirituali, liberi dai vincoli etici che lui, semplice servo del demiurgo, cercava ignaro di imporre loro” (p. 92 della trad. it). In realtà Ireneo, molto semplicemente, non ha scritto quel che la Pagels desiderava scrivesse: l’unica soluzione, allora, è stata quella di aggiustare il testo».

Il che, per una studiosa presentata come “attendibile”, non è certo motivo di gloria.

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gnosticismi, plausi e botte, cristianesimo antico e dintorni

domenica, 18 giugno 2006
sopra 'l petto del nostro pellicano



In un giorno che ci è caro, poco da aggiungere a questa stupenda prece eucaristica, che la tradizione attribuisce a San Tommaso d’Aquino (*):

Adoro te devote, latens Deitas, /
quae sub his figuris vere latitas: / tibi se cor meum totum subjicit, / quia te contemplans totum deficit.

Visus, tactus, gustus in te fallitur, / sed auditu solo tuto creditur. / Credo quidquid dixit Dei Filius: / nihil hoc verbo Veritatis verius.

In cruce latebat sola Deitas, /
at hic latet simul et humanitas; / ambo tamen credens atque confitens, / peto quod petivit latro paenitens.

Plagas, sicut Thomas, non intueor; /
Deum tamen meum te confiteor. / Fac me tibi semper magis credere, / in te spem habere, te diligere.

O memoriale mortis Domini, /
panis vivus, vitam praestans homini, / praesta meae menti de te vivere / et te illi semper dulce sapere.

Pie pellicane Jesu Domine, /
me immundum munda tuo sanguine, / cuius una stilla salvum facere / totum mundum quit ab omni scelere.

Jesu, quem velatum nunc aspicio, /
oro fiat illud quod tam sitio; / ut te revelata cernens facie, / visu sim beatus tuae gloriae. Amen.

(*) Un bel commento, in lingua spagnola, si può leggere qui;
una traduzione del testo, invece, qui. Il titolo del post è preso da Dante (Par. XXV, vv. 112-113).

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diario scritto di giorno

venerdì, 16 giugno 2006
them evolve for beer hell cool?

Massimo Cacciari è un pensatore mooolto apprezzato da vescovi, cardinali e teologi. Abbiamo dunque pensato di omaggiarlo, trascrivendone un breve profilo biografico (tratto da Wikipedia e convertito dall’inglese all’italiano grazie a Google Toolbar), insieme ad alcuni materiali integrativi, ad utilità del lettore.

VITA DEL MASSIMO CACCIARI

«Sopportato a Venezia, si è laureato in filosofia all’università di Padova (1967) e, poiché, 1985 era professore dell’estetica all’istituto di architettura di Venezia. Ha fondato parecchie revisioni filosofiche ed ha pubblicato i saggi concentrati sul pensiero negativo ispirato dagli autori come Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger e Ludwig Wittgenstein.
Dopo una breve affiliazione con Potere Operaio, Cacciari si è aderito al partito comunista italiano (PCI), posizioni della tenuta che hanno sembrato avere poco collegamento ai suoi interessi filosofici: negli anni 70 era responsibile della politica industriale per la sezione del PCI Veneto e, scelto all’alloggiamento italiano dei delegati in 1976-1983, era un membro della commissione parlamentare per industria. Dopo la morte di Enrico Berlinguer (1984), ha lasciato il partito ed ha commutato alle posizioni più moderate, anche se non ha lasciato mai la coalizione Centro-Di sinistra. In 1993 è stato scelto sindaco di Venezia, una posizione che ha tenuto fino al 2000. Cacciari inoltre è stato proposto come capo nazionale futuro della coalizione, più successivamente chiamato di olivo, ma la sua sconfitta all’elezione 2000 mentre il regolatore della regione di Veneto ha fatto questo wane di occasione. In 2005 di nuovo è stato scelto sindaco di Venezia, vincente le cose principali centro-di sinistra contro il casson precedente del Felice del magistrate» (versione in lingua originale qui).

APPARATI SELEZIONATI

1. Un brano giovenile (versione originale in italiano):

«Il 20 novembre del 1889 Mahler dirigeva alla Filarmonica di Budapest la sua Prima Sinfonia. Possiamo immaginare il pubblico di quella sera? Vi erano i maestri delle future ‘colonie’ artistiche di Nagybánya e Gödöllö? Vi era Ödön Lechner? E come, nella ricerca del rapporto tra le nuove forme architettoniche europee (Wagner, in particolare) e tradizione popolare ungherese, dovette agire la musica mahleriana? Vi era, giovanissimo, Béla Lajta, che giungerà, col cabaret Parisiana o col palazzo Rózsavölgyi (1911-1912), a un decantamento dello stile Sezession di timbro quasi loosiano?» (M. Cacciari, Metafisica della gioventù, in G. Lukács, Diario (1910-1911), cur. G. Caramore, Milano 1983, pp. 69-148: incipit, p. 71).

Spiegazione per il popolo: Qui il Prof. Cacciari  sta cercando di farci capire che ha letto molto, sull’argomento.

2. Un brano senile (versione originale in italiano):

«Il Paradiso neotestamentario è il Regno. Il Regno è qui, è in noi, ma non è Terra promessa. Paradiso non indica né uno stato originario, dove fare ritorno, né l’instaurarsi di una felicità terrestre, il trasfigurarsi di questa terra in vera e ultima dimora. La salvezza preparata in cielo consiste nel rinnovarsi completo di terra e cielo. Questo cielo e questa terra passeranno entrambi; e solo ciò che Lui ha detto, i lógoi del Logos, non passeranno, poiché Lui ha annunciato la letizia oltre ogni terra e ogni cielo. “Epáno pantôn” è rapito Paolo. Così nel Vangelo di Giovanni volontà divina e salvezza sono sempre detti “iperurani”. In 1Cor, 15, 48, iperuranio è l’uomo rinato, lo stesso uomo, in carne e ossa, se ha in sé il Regno. Iperuranio è davvero il pane quotidiano, questo pane. Gli antichi ordini terrestri e celesti si spezzano e irrompe questa ‘comunicazione’ nuova: il Paradiso è qui e iperuranio ad un tempo – è al di là di ogni Terra promessa e, insieme, la più prossima delle prossimità – nell’intimo della tua fede, di te singolarmente, per nome chiamato, e al di là di ogni cielo. Il paese dell’anima, la vera patria, l’ultima città, políteuma en ouranoîs (Fil, 3, 20), dove sono custoditi i beni, árreta, indicibili, degli eletti, non reintegra, ma innova, non restaura ma trasfigura, non è terraneamente determinabile, rifiuta ogni nómos terreno, ma agisce ‘lassù’. E tuttavia questo ‘lassù’ esiste realmente nella realtà dell’anima infinitamente più concreta di ogni ‘terra’ originaria o promessa. È questo Paradiso che ho ‘rivisitato’ nel mio discorso? O è il paradosso che ho addirittura forzato? Ma la stessa halphé, dove la virtù del discorso ‘sormonta’ se stessa ed è letizia, non promessa, ma atto di gioia, continua a non essere ciò che deve essere. Il gioco di possibile e im-possibile abbraccia lo stesso possibile che esso esprime, è nel Riso dell’Inizio che “mi sento ch’io godo” (Paradiso, XXXIII, 93), che si ‘assomma’ il cammino. È nel pre-potente Chaos dell’Inizio che ogni possibile eternamente si definisce – anche quello del “sommo piacer”. E dunque, di nuovo, la gioia del contatto col prâgma toûto significa la gioia per la Relazione con l’Irrelativo, per la Relazione che ogni Relazione manifesta con l’Inattingibile. È questo, caro amico, che anche lei avverte, o sa essere… Paradiso?» (M. Cacciari, Della cosa ultima, Milano 2004, pp. 491-492).

Spiegazione per il popolo: Il Prof. Cacciari sta dicendo che il buon Dio non esiste, e che il Paradiso non è in verità composto di arcangioli e nuvolette, ma però non è cosa che possa spiegarsi facilmente al contadino, dunque occorre girarci a tondo.

COME COSTRUIRE UN CACCIARI

Semplice, anche restando a casa. Occorrente: peli, colla attaccatutto “Bostik”, fango, catalogo edizioni Adelphi, Gesammelte Werke di Carl Schmitt, trattini, giacca blu, pianta della città di Venezia, dizionario etimologico (consigliato G. Semerano, Le origini della cultura europea. Rivelazioni della linguistica storica. In appendice: Il messaggio etrusco, 2 voll., Firenze 1984), vocabolario tedesco-italiano, tenaglie. Istruzioni: non verranno fornite.

(*) La frase del titolo, pronunziata in corretto inglese, darà una dottissima esclamazione in dialetto venetico (oltre a una pregnante chiave di lettura).

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imposture intellettuali, gnosticismi, plausi e botte

giovedì, 15 giugno 2006
nubi dell'inconoscibilità

Con puntuale orrore, com’è d’uopo, Luigi Demiet riferisce dell’ennesima profanazione artistica compiuta all’interno del Duomo di Milano. Dopo la “dolorosa” installazione di Mark Wallinger (della quale parlammo qui, riprendendo Demiet), è la volta di una triplice kermesse, molto chic: “Pause 2006” (un nostro timido commento ad loc.). Fa ancora impressione rileggere le dichiarazioni rilasciate a suo tempo da don Luigi Garbini, fra i propugnatori di quest’uso scriteriato del Duomo: «La Chiesa italiana è stagnante nella propria incapacità di leggere i fenomeni contemporanei»… ergo, «la visione obliterata al 90 per cento [l’installazione di Wallinger] porta il visitatore in una nube dell’inconoscenza, nella quale egli finalmente è di fronte alla sua libera scelta: quella di credere oppure no». Si capisce cosa muova il giovane prelato: non tanto la nube dell’inconoscenza (*), quanto quella dell’inconoscibilità. Niente praeambula fidei, né storia né ragione, nomina nuda tenemus, nudi nudum “Christum” sequentes. Andiamo dunque alla radice del problema: scriviamo una letterina a questi signori.

(*) Il riferimento è all’omonimo libello inglese del XIV secolo, pubblicato guardacaso da Adelphi (Milano 1998). Di una precedente edizione (Àncora, Milano 1981) fu curatore don Antonio Gentili, che scrive: «L’anonimo [autore di The Cloud of Unknowing] si trova in linea con l’attuale spostamento di accento da una concezione oggettivistica della meditazione (su cosa meditare) a una concezione antropologica, secondo cui meditare è un esercizio di immersione nell’io profondo (…). L’unione con Dio nell’esperienza contemplativa non tollera più mediazioni. E se neppure la mediazione dell’io, tanto meno la mediazione di Segni e Parole (…). A tali altezze vertiginose è chiamato il contemplativo. Chi può comprendere, comprenda» (Introduzione a La nube della non conoscenza, Milano 1981, pp. 63-64 e 46). Chi può comprendere, comprenda che quanto prospettato da Gentili non è affatto cristianesimo. Tutt’al più, potrebbe trattarsi di roba da Osho Rajneesh, il «moderno pensatore indiano» entusiasticamente citato a p. 76 della medesima, a tratti confusissima, introduzione.

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imposture intellettuali, gnosticismi, plausi e botte, forma e sostanza

mercoledì, 14 giugno 2006
letture di Tommaso (6)

A settant’anni esatti dalla sua scomparsa, ricordiamo Gilbert K. Chesterton (29 maggio 1874 - 14 giugno 1936), con un bel passaggio tratto dal suo preziosissimo volume su Tommaso d’Aquino (apprezzato e lodato da studiosi come Étienne Gilson e Alasdair McIntyre):

«Fu l’Aquinate a battezzare Aristotele, mentre Aristotele non avrebbe potuto battezzare l’Aquinate; fu un miracolo squisitamente cristiano a far risuscitare il grande pagano. E questo si può dimostrare in tre modi (come direbbe lo stesso san Tommaso), che sarà bene riassumerre come una sorta di sommario di questo libro:

Primo, nella vita di san Tommaso, lo dimostra il fatto che solo la sua enorme e solida ortodossia avrebbe potuto sostenere tante cose che allora non sembravano ortodosse. La carità copre una gran quantità di peccati; allo stesso modo l’ortodossia copre una gran quantità di eresie. Proprio perché il suo personale cattolicesimo era così convincente, al suo impersonale aristotelismo fu concesso il beneficio del dubbio… Un detto tipico del cinismo moderno si riferisce a un uomo così buono da essere definito buono a nulla. San Tommaso era così buono da essere buono a tutto; e il suo nome garantiva per buono ciò che gli altri consideravano come le più efferate e sconvolgenti teorie, destinate a finire nel culto del nulla. Che avesse o meno battezzato Aristotele, di Aristotele fu certamente il padrino; fu il suo garante; giurò che l’antico greco non avrebbe fatto alcun male, e tutto il mondo credette alla sua parola.

Secondo, nella filosofia di san Tommaso, è dimostrato dal fatto che tutto si basava sul nuovo interesse cristiano per l’esame dei fatti, in quanto distinti dalle verità. La filosofia tomistica prese l’avvio dalle radici più basse del pensiero, i sensi e i truismi della ragione; e un sapiente pagano avrebbe magari disprezzato simili cose, così come disprezzava le arti servili. Ma il materialismo, che in un pagano è puro cinismo, in un cristiano può essere umiltà cristiana. San Tommaso era disposto a registrare i fatti e le sensazioni del mondo materiale, così come sarebbe stato disposto a cominciare lavando i piatti e le stoviglie al monastero. Il punto essenziale del suo aristotelismo era che, anche se il buon senso sulle cose era in realtà una sorta di compito servile, egli non doveva vergognarsi di essere servus servorum Dei. Tra i pagani, il puro scettico poteva diventare il puro cinico; Diogene nella sua botte [tub] aveva pur sempre un po’ del trombone [tub-thumber]; ma tra i santi perfino il sudiciume dei cinici veniva trasformato in polvere e cenere. Se perdiamo di vista questo, perdiamo di vista l’intero significato della più grande rivoluzione della storia. C’era un motivo per cominciare dalle cose più materiali, e addirittura più vili.

Terzo, nella teologia di san Tommaso, e dimostrato dalla verità che sostiene tutta quella teologia, e ogni altra teologia cristiana. C’era davvero una nuova ragione per considerare i sensi, le sensazioni del corpo, e le speranze dell’uomo comune, con un rispetto che avrebbe sbalordito il grande Aristotele, e che nel mondo antico nessuno avrebbe lontanamente capito. Il corpo non era più quello che era quando Platone, Porfirio e i mistici antichi l’avevano dato per morto. Era stato appeso su un patibolo. Era risorto dalla tomba. Per l’anima non era più possibile disprezzare i sensi, che erano stati gli organi di qualcosa che era più di un uomo. Platone aveva potuto disprezzare la carne, ma Dio non l’aveva disprezzata. I sensi erano stati veramente santificati, così come sono benedetti a uno a uno in un battesimo cattolico. “Vedere è credere” non era più la piatta banalità di un idiota o dell’uomo comune, come nel mondo di Platone; si mescolava alle condizioni della vera fede… Dal momento che l’Incarnazione era diventata l’idea centrale della nostra civiltà, era inevitabile che vi fosse un ritorno al materialismo, nel senso del profondo valore della materia e della creazione del corpo. Una volta risorto Cristo, era inevitabile che risorgesse Aristotele.

Ecco tre ragioni concrete, e più che soddisfacenti, per il sostegno complessivo dato dal santo a una filosofia solida e oggettiva. Ma c’è un’altra cosa, molto ampia e molto vaga… È difficile esprimerla pienamente senza correre il tremendo pericolo di essere popolari, o ciò che i modernisti a torto ritengono che sia essere popolari; insomma, di passare dalla religione alla religiosità. Ma c’è nell’Aquinate un tono generale e un accento che è difficile evitare, come la luce del sole in una grande casa piena di finestre. È quell’attitudine positiva della sua mente che è intrisa e imbevuta, come della luce del sole, del calore pieno di meraviglie per le cose create. C’è una sorta di personale audacia, nella sua professione di fede, che è quella che spinge gli uomini ad aggiungere ai propri nomi personali i tremendi titoli della Trinità e della Redenzione; cosicché una suora può chiamarsi “del Santo Spirito”, e un uomo portare il peso di un titolo come quello di san Giovanni della Croce. In questo senso, l’uomo che stiamo considerando potrebbe propriamente essere chiamato san Tommaso del Creatore. Gli Arabi hanno un modo di dire a proposito dei cento nomi di Dio; ma ereditano anche la tradizione di un tremendo nome che è impronunciabile perché esprime l’Essere stesso, muto e tuttavia spaventoso come l’esplosione inudibile di un istante: la proclamazione dell’Assoluto. E forse nessun altro uomo è mai arrivato così vicino a chiamare il Creatore col suo proprio nome, che si può solo scrivere Io Sono*» (G.K. Chesterton, San Tommaso d’Aquino, trad. Isa Maranesi, Milano 1998, pp. 95-97).


(*) Si confronti l’eloquente, gustosissimo aneddoto riportato alla voce “Chesterton” di Wikipedia: «Once The Times invited several eminent authors to write essays on the theme, “What’s Wrong with the World?”. Chesterton’s contribution took the form of a letter: Dear Sirs, I am. Sincerely yours, G. K. Chesterton».

[E il nobile Duca de Gandia, da par suo, commemora il settantesimo di Chesterton trascrivendo
un articolo di Andrea Monda, dal Foglio quotidiano. Frattanto l’Avvenire, sbadato, si sta zitto]

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volti e parole, tomismo essenziale

lunedì, 12 giugno 2006
mal di laurea

«In queste elezioni circa il 70 per cento dei laureati hanno votato per me. Il 70 per cento!» (Romano Prodi intervistato da Die Zeit, 8 giugno 2006). Evviva! Questa sentenza dell’attuale premier, se realmente pronunciata, è il sintomo di una precisa volgarità intellettuale e politica. Il dato è sicuramente plausibile: il 70 per cento degli istruiti, dei colti, degli ammaestrati ha votato per il Professore. Avrebbe potuto tranquillamente votare dall’altra parte, intendiamoci, ma questa volta non l’ha fatto. Segno che qualcosa è riuscito, che un argine funziona. Che persino l’invenzione dell’altra parte, composta da “casalinghe ignoranti”, funziona. È un riflesso della vecchia legge di Lewis, della quale abbiamo già parlato qui: «Che sciocco sei! Sono i lettori colti quelli che si possono imbrogliare. La vera difficoltà sono gli altri. Quando mai hai conosciuto un operaio che crede a ciò che dicono i giornali? Parte dal presupposto che fan solo propaganda e quindi salta a piè pari agli articoli di fondo. Compra i giornali per i risultati delle partite di calcio e per i trafiletti sulle ragazze che cadono dalla finestra o sui cadaveri che vengono rinvenuti in qualche appartamento… È lui il nostro problema: dobbiamo cambiargli la testa. Ma le persone istruite, quando leggono le riviste intellettuali, non hanno bisogno che gli si cambi la testa. Credono già a tutto». Forse, però, converrebbe spiegare al Professore che anche le “casalinghe”, oggetto del suo implicito disprezzo, sono vittime dei laureati, in quanto debitamente istruite dagli eccellenti pulpiti della televisione a proposito delle “libertà” tanto care al regime liberal-massonico. O forse bisognerebbe spiegare una volta per tutte cosa sia, oggi, l’istituzione universitaria. Ci provo io, cittadino colto e laureato, scegliendo per l’occasione alcune righe scritte trent’anni fa da Guido Ceronetti (autore che peraltro raramente condivido):

«Nelle università italiane, quest’anno, gli iscritti saranno un po’ più di un milione e un po’ meno di cinquantacinque milioni. Eccoli in fila davanti allo strepitoso baraccone, crivellato come un tirassegno, malfamato come un impero crollante, che ha l’entrata a forma di bocca mostruosa – smaniosi di sparirci dentro; nell’interno una enorme lingua-tapis roulant li porta dopo un oscuro viaggio a un foro d’uscita che li catapulta fuori con regolarità, seminandoli qua e là doloranti, delusi, sonnacchiosi, rabbiosi, avidi e laureati. Questi laureati sono come il vino falso, fabbricato a milioni di ettolitri, al quale il trafficante attacca certe etichette: barbera, grignolino, barolo, freisa, valpolicella. Così abbiamo il medico, l’architetto, il professore di lettere, lo psicologo, l’avvocato, il farmacista, il matematico, l’economista… Ma è sensato volere ancora un figlio laureato, professionista di distinte professioni, in un paese ostruito dalle lauree, attanagliato dalle professioni, disfatto dai tecnici, guidato dai fuoricorso, incessantemente stuprato dagli uomini di legge? È immaginabile che ci siano città intere, storiche, col sindaco, la giunta, il vescovo, le cosche, capaci di fare gli ululi a Ecate, di doversi denudare come Duchobòri, di scucirsi le coglie, di far morire i filistei come Sansone, solo perché prive – miseria – di una sede universitaria? Lo sanno che avere l’università è peggio che ospitare il centro siderurgico, il complesso petrolchimico, il canale della droga?

Università è seme di malavita, di storpiature e brutalità della mente, di fame di vento. Incorporata nella malattia della grande e sterminata città, dove è giusto che seguiti a schizzare i suoi germi di sapienza afflitta dai mali del Pistoia e degli Accademici di Bedlam, non può crescere a spese della città piccola senza disfarla. Fatevela e vedrete. Contaminando una civile popolazione con germi universitari, sarà presto la fine della buona alimentazione locale. Arrivano le nutrizioni senza volto, l’olio e il vino schifosi, si aprono le immonde rosticcerie e i micidiali supermercati, gli studenti mangiano tutto, hanno la colica permanente stampata in faccia. Allo stomaco rovinato corrisponde cervello guasto. Come lo stomaco fa merda di pizze, polli, patate, fritte, cornetti, polpette, bigné, spaghetti innominabili, così il cervello si trangugia cretinismo politico, vernice scientifica, slogan latrinario, odio insulso, amore balordo, pubblicità, carta, ultrasuoni infernali. Il prodotto di tutto questo è un malato, un tipo generalmente aggressivo e melenso, stupito di ritrovarsi disoccupato e insignificante… Una volta iniettato il diploma dell’istruzione elementare a tutti, per sopprimere l’immunità naturale dell’asservimento letterale, restava da far mangiare a tutti la sacra particola del titolo accademico, ed è questo che l’istituzione universitaria è sollecitata a fare nel più breve tempo possibile. Non illudiamoci: non ha più che quell’unico scopo. Il fatto che proceda con lentezza in questo lavoro, che ci siano intralci, selezioni, esami, prove, manda in bestia tutti gli agitati del diploma, i maniaci del possesso di un’illusione di potere che li offrirà invece, già bene frolliti e pronti, alle lobotomie incruente del potere effettivo, insaziabile nell’asservirli, segreto, sempre più triste e turpe. Se cento lauree possono dare accesso a posizioni di ricchezza e di potere, un milione di lauree svalutate generano al massimo, e via via meno fruttuose, complicità col potere; lo irradiano scialbamente su tutto. Solo chi ha il coraggio di contrastare la corsa alle lauree, non ha intenzione di manovrarle… Su tutto pesa la fame di cervello umano dell’industria. Uscirne liberi è un caso» (Guido Ceronetti, La carta è stanca, purtroppo Adelphi, Milano 1976).

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plausi e botte, interventi incivili

giovedì, 08 giugno 2006
il convertito e l'apostata, con classe

Come molti della mia generazione, cresciuti senza una vera e propria educazione cattolica, ho sempre avuto un debole per i “grandi” convertiti, in particolare per quelli approdati alla fede dopo un lungo travaglio spirituale e intellettuale. Credo che il caso di Taylor Marshall, recentemente menzionato nei blog italiani di Angelo Bottone e del “Duca de Gandia”, possa mirabilmente rientrare in questa categoria. Il prelato anglicano, nel suo sito personale, adduce infatti tre limpide ragioni, per giustificare il suo passaggio al cattolicesimo: «Fundamentally, I am a Catholic because I believe with all my heart that the Church is the Body of Christ. The Church is not the invisible Soul of Christ. There is no such thing as “an invisible Church”, because the Church is defined as “the Body” which is a visible empirical reality. Secondly, since the Church is the Body of Christ it must be one. Christ cannot be divided. It must be united. Thirdly, Christ instituted this Church to be authoritative on earth. He appointed Apostles and He promised that the gates of Hell would not prevail against His Church. The only way Hell could prevail against the Church is for the Church to be in error. To exchange the Truth is to deny Christ Who is the Truth. Thus the Church must be free from error. As St Paul said, the Church is the pillar and ground of truth. It must be so. The doctrine that the Church is the pillar and ground of truth is in the Bible, which I hold to be infallible».

Da queste dichiarazioni, solo in apparenza semplici e perentorie, si capisce benissimo quanto per un cattolico il gesto di fede non possa essere ridotto a una questione di “sola Gratia”: il “lampo” della Grazia è indubbiamente necessario, ma per portare frutto ha bisogno di un terreno che sia ben disposto in primo luogo ad accoglierlo, e in secondo luogo a farlo crescere. Quest’idea, che all’irrazionale e antirazionale Lutero parve un’eresia, un’aberrazione rispetto alla (secondo lui) originaria dottrina radicale della Grazia (desunta da un’interpretazione affannosa e incongruente di Paolo e soprattutto di Agostino), risale nientemeno che… a Gesù. Il Maestro la espone molto chiaramente nella parabola del buon seme, riferita dai vangeli sinottici (e, udite udite, anche dal vangelo apocrifo di Tommaso, § 9), fornendo egli stesso la spiegazione ai discepoli: il seme rappresenta la “parola del Regno” (Mt 13,19), la “parola” (Mc 4,14), la “parola di Dio” (Lc 8,11), che può essere seminata lungo la strada, su un terreno sassoso, fra le spine, o nella terra buona. Se è vero che non possiamo nulla senza di Lui (Gv 15,5), è anche vero che il seme del Verbo, per portare molto frutto, dev’essere accolto e coltivato. Infatti, rendendo il passo alla lettera, soltanto «il seme sulla buona terra seminato» corrisponde a «coloro che avendo udito la parola con cuore nobile e buono la custodiscono e portano frutto» (Lc 8,15; cf. Mt 13,23; Mc 4,20).

Il “portare frutto” dipende dunque dall’incontro e dalla congiunzione di due libertà: quella divina e quella umana. Non c’è alcuna svalutazione  dell’intelligenza o delle forze umane, in tutto questo. Tornando allora al caso di Taylor Marshall, riesce difficile non accostarlo, restando sempre nel mondo anglosassone (anglicano o protestante), agli illustri precedenti di J.H. Newman, di G.K. Chesterton, o di M. McLuhan. Tutti questi “convertiti” sono accomunati da un cammino di fede in cui la componente intellettuale non gioca affatto un ruolo secondario. Ovviamente non bisogna pensare a un’intelligenza astratta, puramente speculativa (comunque rispettabilissima), ma ad una certa disposizione dell’animo ad accogliere e trattenere il vero, soffrendo del falso. Che è quanto oggi, con ogni mezzo, ci si adopera appunto a distruggere o avvilire, anche a danno dei tanto disprezzati “semplici”. Il fatto che qualcuno possa passare dal protestantesimo al cattolicesimo, è però il segno che una cultura cattolica è ancora riconoscibile. La faccenda non mi pare così scontata. La profondità e l’ampiezza del cattolicesimo, purtroppo, restano spesso ignote o inaccessibili agli stessi cattolici. E non si tratta di una questione meramente apologetica, o “stupidamente” confessionale. Ci sono non cattolici che sono perfetti cattolici in pectore, e viceversa.
È ancora cattolico, un pensiero incapace di cogliere la differenza fra cattolicesimo e protestantesimo? O la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia? O l’assoluta centralità dei dogmi mariani per l’Incarnazione? O la medesima natura liberante dei dogmi? O il carattere visibile e pubblico della Fede? Ecco, da questo punto di vista avanzo un’idea, forse un po’ paradossale: che il cattolicesimo continuerà ad esistere non fino al momento in cui la gente si convertirà ad esso, ma fino al momento in cui vi saranno apostati che ne conserveranno la forma mentis. Un esempio per chiarire. Tempo fa, da qualche parte in un commento, mi capitò di citare il Dedalus di James Joyce, un’opera che, dicevo, “è in fondo un cattolicissimo congedo dal cattolicesimo”: non per nulla, il monaco Thomas Merton la citò fra i pilastri della propria conversione. Ebbene, nell’ultimo capitolo del libro c’è un dialogo fra Stephen, il protagonista alter ego dell’autore, e l’amico Cranly, a proposito della fede che entrambi stanno abbandonando: 

«Cranly domandò improvviso con un tono semplice di ragionevolezza: - “Dimmi la verità, ti hanno scandalizzato le mie parole?”.

- “Leggermente”, disse Stephen.

- “E perché ti hanno scandalizzato”, insisté Cranly nello stesso tono, “se ti senti sicuro che la nostra religione è falsa e che Gesù non era Figlio di Dio?”.

- “Non ne sono affatto sicuro”, disse Stephen. “Egli ha più l’aria di un Figlio di Dio che non di un figlio di Maria”.

- “Ed è per questo che non ti vuoi comunicare”, chiese Cranly, “perché senti che l’ostia può anche essere il corpo e il sangue del Figlio di Dio e non un semplice disco di pane? Perché hai paura che sia vero?”.

- “Sì”, disse Stephen tranquillo, “è questo che sento e mi fa paura”.

- “Capito”, disse Cranly.

Stephen, colpito da quel tono definitivo, riaprì subito la discussione dicendo: - “Ho paura di molte cose: cani, cavalli, armi da fuoco, il mare, temporali, macchine, strade in campagna di notte”.

- “Ma perché hai paura di un pezzetto di pane?”.

- “Penso”, disse Stephen, “che ci sia una realtà ostile dietro le cose che mi fanno paura”.

- “Hai dunque paura”, domandò Cranly, “che il Dio dei cattolici romani ti fulminerebbe e dannerebbe sul posto, se tu facessi una comunione sacrilega?”.

- “Potrebbe farlo ora il Dio dei cattolici romani”, disse Stephen. “Ma più di questo, temo l’azione chimica suscitata nella mia anima da un falso omaggio a un simbolo dietro al quale si sono ammassati venti secoli autorità e di adorazione” (…).

- “Allora”, disse Cranly, “non hai mica intenzione di farti protestante?”.

- “Ho detto che avevo persa la fede”, rispose Stephen, “non che avevo perduto il rispetto di me stesso. Che razza di liberazione sarebbe, ripudiare una assurdità che è logica e coerente per abbracciarne una illogica e incoerente?”» (*).

Apostata sì, ma con classe.

(*) J. Joyce, Dedalus. Ritratto dell’artista da giovane, cap. V, trad. Cesare Pavese.

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volti e parole, lettere dalla campagna, forma e sostanza

mercoledì, 07 giugno 2006
povero Pupo

Carlo Melina, nel suo sito, riferisce puntualmente di Mara Maddalena e del Codice del Noce. Ma noi sappiamo che anche Pupo (lo ammise lui stesso tempo fa) fu assai inviso alla Santa Sede, per via della sua piccantissima doppia convivenza. Alcuni titoli: “Pupo: la bestia nera di Ratzinger”, “Pupiloquio. Tremano i palazzi vaticani”, “Anatema dei vescovi: Pupo mette in crisi la teodicea”, “Il cantante Pupo: La Chiesa vuole uccidermi”, “Pupo contro tutti. Tuona la madre bigotta: Mio figlio è un uomo di merda”. Lo scandalo coinvolse persino il mondo politico: “Prodi nella bufera: Non conosco quell’uomo”. Uscì per l’occasione un numero speciale di Micromega: “È ancora possibile parlare di Dio, dopo Pupo?”, ove Cacciari tuttavia sembrò invitare alla calma. Il Venerdì di Repubblica, icastico, dedicò una copertina a “Pupo eroe laico”. Pure la Bellucci, in Francia, ne fece un pubblico elogio, nel corso di una cerimonia ufficiale all’École pratique des hautes études. Frattanto il Vaticano minacciò provvedimenti da Santa Inquisizione, roba da medioevo, forse una doppia intervista con Martini durante il programma televisivo “Le Iene”, o un trasferimento in villa con cardinale omofobo. Tutto il mondo si strinse attorno a Pupo.

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laici e laicità, umorismo vaticano

domenica, 04 giugno 2006
conversi ad Dominum

Segnaliamo ai nostri lettori l’edizione italiana di un bel saggio di Uwe Michael Lang, Rivolti al Signore. L’orientamento nella preghiera liturgica, Cantagalli, Siena 2006, pp. 152, euro 14,90. Malgrado alcune leggerissime imperfezioni nella traduzione, è un libro che consigliamo caldamente. Il volume reca una prefazione dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger, che trascriviamo integralmente insieme all’indice delle materie trattate e a un brano tratto dal primo capitolo.

La prefazione di J. Ratzinger:

«Per coloro che abitualmente frequentano la Chiesa i due effetti più evidenti della riforma liturgica del Concilio Vaticano II sembrano essere la scomparsa del latino e l’altare orientato verso il popolo. Eppure chi ha letto i testi al riguardo si renderà conto con stupore che in realtà i decreti del Concilio non prevedono nulla di tutto questo. Certo, l’uso della lingua corrente è consentito, soprattutto per la liturgia della Parola, ma la precedente regola generale del Concilio afferma: “L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini” (Sacrosanctum Concilium § 36.1). Non vi è nulla nel testo conciliare sull’orientamento dell’altare verso il popolo: quel punto è stato sollevato solo nelle istruzioni postconciliari. La direttiva più importante si trova al paragrafo 262 della Institutio generalis Missalis Romani, l’Introduzione generale al nuovo Messale romano pubblicata nel 1969, e afferma: “L’altare maggiore sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo (versus populum)”. Le Istruzioni Generali per il Messale, pubblicate nel 2002, mantenevano senza modifiche questa formulazione, tranne per l’aggiunta della clausola subordinata “la qual cosa è desiderabile ovunque sia possibile”. In molti ambienti questo venne interpretato come un irrigidimento del testo del 1969, a indicare come fosse un obbligo generale erigere altari di fronte al popolo “ovunque sia possibile”. Tale interpretazione venne tuttavia respinta il 25 settembre 2000 dalla Congregazione per il Culto Divino, che dichiarò come la parola “expedit” (“è desiderabile”) non comportasse un obbligo, ma fosse un semplice suggerimento. La Congregazione afferma che si deve distinguere l’orientamento fisico dall’orientamento spirituale. Anche se un sacerdote celebra versus populum, deve sempre essere orientato versus Deum per Iesum Christum (verso Dio attraverso Gesù Cristo). Riti, segni, simboli e parole non possono mai esaurire l’intima realtà del mistero della salvezza, ed è per questo motivo che la Congregazione ammonisce contro le posizioni unilaterali e rigide in questo dibattito.

Si tratta di un chiarimento importante. Mette in luce quanto vi è di relativo nelle forme simboliche esterne della liturgia, e resiste al fanatismo che, purtroppo, non è stato estraneo alle controversie