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lunedì, 31 luglio 2006
Morton Smith: alla ricerca di un movente

Alcuni lettori ricorderanno il nostro post dedicato alla clamorosa “bufala” del “Vangelo segreto di Marco”, puntigliosamente denunciata da un libro del criminologo e neotestamentarista Stephen Carlson (The Gospel Hoax. Morton Smith’s Inventing of Secret Mark, Baylor University Press, 2005). Le reazioni all’esplosiva documentazione di Carlson non si sono certo fatte attendere. Come segnalato in fondo a questa pagina del sito Text Excavation, un buon numero di studiosi si dimostra favorevole all’ipotesi del falso d’autore, suggerita dal volume. Prevedibilmente, ci si divide invece sulle possibili ragioni che condussero Morton Smith, o chi per lui, alla fabbricazione del documento. Carlson, da un mese a questa parte, sta rispondendo in proposito alle osservazioni di un articolo di Scott Brown, The Question of Motive in the Case against Morton Smith, apparso in “Journal of Biblical Literature”, 125 (2006), pp. 351-383. Loren Rosson, nel suo blog di studi biblici, rimanda ai vari capitoli (finora sei) del dibattito che si è venuto a creare:

Part I: Carlson discusses the role of motive in criminal law (misunderstood by Brown), the distinction between motive and intent, and why, in any case, it’s inappropriate to use criminal law standards to determine the authenticity of texts in historical criticism.

Part II: “The Gay Gospel Hypothesis”. Brown devotes most of his attention to refuting this hypothesis instead of the two stronger ones that follow. Perhaps this is a rhetorical trick, meant to imply that skeptics of Secret Mark are homophobes.

Part III: “The Hoax Hypothesis”. This is a good installment, focusing on Brown’s “nonfeasance” as he fails to address the jokes embedded in Secret Mark, and the arguments of Akenson and Carlson in general - particularly Carlson’s demonstration that the confessions in Secret Mark parallel an aspect of Coleman-Norton’s denture joke.

Part IV: “The Hoax Hypothesis” (continued). Brown claims that Smith put too much effort into publishing Secret Mark for it to be a hoax.

Part V: “The Hoax Hypothesis” (continued). Brown claims that for someone who supposedly put so much effort into creating a hoax about a libertine Jesus, Smith almost never referred to his discovery in his subsequent articles about libertinism. But as Carlson says in his book, that just means Smith was smart enough not to become a victim of his own hoax.

Part VI: “The Controlled Experiment Hypothesis”. Carlson: “Although I think that Smith could have well have been a little curious at the process in which Secret Mark was accepted, I agree, largely for the reasons canvassed by Brown, that [this] hypothesis is unlikely to be the primary or a major motivating reason behind Secret Mark”.

Aggiornamenti successivi:

Part VII: Carlson re-emphasizes the pitfall of comparing Secret Mark with Smith’s subsequent writings instead of his prior ones.  

Part VIII: Secret Mark has the “scale and depth” to qualify as a forgery done to support beliefs and opinions, the crucial factor for Anthony Grafton in Forgers and Critics.

Part IX: Carlson wraps up, emphasizing that circumstantial evidence is stronger in law than in popular misconception, and with a wonderfully rhetorical question: “If Brown had a devastating critique of my position, why didn’t he share it in one of the most prestigious journals in the field when he had the chance?”.

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imposture intellettuali, gnosticismi, cristianesimo antico e dintorni

sabato, 29 luglio 2006
la minaccia di non vederci chiaro

Le drammatiche ambiguità del sionismo, che solo l’intontimento mediatico, il richiamo strumentale e ideologico al genocidio nazista e un paio di libri benpensanti possono farci scordare. Una popolazione intera, quella palestinese dei territori occupati, presa ultimamente per fame, col silenzio complice dell’Occidente. Un paese cristiano, il Libano, sconvolto da bombardamenti scriteriati e criminali: ponti, strade, abitazioni civili. Un 40 % di vittime fra i bambini. Fiamma Nirenstein, giornalista coi muscoli, che dice: «Mica possiamo lanciargli le caramelle». E noi tutti in fila, davanti alla televisione e alla carta straccia: «È la lotta al terrorismo». Qualcuno addirittura sentenzia che soltanto un «antisemita di sinistra» può negare il suo appoggio a Israele, «unica democrazia del Medioriente». Eccoli, i criteri di giudizio: l’unica luce è quella che promana dal tubo catodico, o dalle menti illuminate degli “opinionisti” – singolare e significativa dizione – , o dall’appartenenza “politica”. «Lei è un ignorante. S’informi! L’ha letto il Corriere?». «Ma è di “destra” o di “sinistra”, scusi?». «Non vorremmo mica fare gli antiamericani, i pacifisti, i dongalli?». Etichette, etichette per tutti. E sì che basterebbe un’occhiata ai lungimiranti saggi di Hannah Arendt, raccolti nel volume Ebraismo e modernità, per capire molte cose: Ripensare il sionismo (1945), Lo Stato ebraico: cinquant’anni dopo. Dove ha portato la politica di Herzl? (1946), Una rilettura della storia ebraica (1948), “Pace o armistizio nel Vicino Oriente?” (1950), e l’importante carteggio fra la Arendt e Gershom Scholem (1963), sul processo Eichmann a Gerusalemme, che chiude la raccolta. Troppa fatica, di fronte alla minaccia di non vederci “chiaro”.

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scaffale aperto, interventi incivili

venerdì, 28 luglio 2006
intorno all'eutrapelia

Forse abbiamo già scritto, da qualche parte, qualcosa sull’eutrapelìa (oltre alla citazione di Tommaso d’Aquino che fa bella mostra di sé sulla colonna destra del blog). Il termine deriva dal greco, e significa letteralmente, più o meno, “buona disposizione” o “buon orientamento” (pref. eu + deriv. da trépo, “mi volgo a”, “mi dirigo verso”): nelle fonti classiche, esso può indicare versatilità, lepidezza, sottigliezza ironica, un parlare accorto o scurrile. Aristotele, nella sua Etica Nicomachea, ne trattò come di una virtù, e in tal senso venne ripresa e fatta compiutamente cristiana dall’Aquinate, col sostegno di alcuni Padri della Chiesa. Ma come potremmo definire, in poche parole, l’eutrapelia? Grazie a una semplice ricerca in rete, abbiamo recuperato un bell’articolo in spagnolo, dai sottotitoli perfettamente eloquenti: El reposo del trabajo, La elegancia del espíritu, La gracia del hombre liberal (nel senso più vero e profondo, riferito a colui che coltiva le “arti liberali”), El juego y la felicitad.

«
La ética cristiana – conclude l’articolo - heredó así el ideal del humanismo griego y lo llevó a su plenitud, cosa que sólo el cristiano era capaz de realizar perfectamente, porque sólo él tiene conciencia exacta de su situación entre el cielo y la tierra, entre Dios y el mundo, entre el espíritu y la carne, entre la esperanza y la desesperación. Sólo el cristiano que vive en gracia puede ser de manera plenaria un homo ludens; fundado en Dios, puede “orientarse” como corresponde, ser eutrapelos. Doctrina grandiosa, comenta Hugo Rahner; entonces el cristiano puede jugar y divertirse, entonces el sonreír y el reír pueden ser una virtud. “Acá se abren las puertas para la teología medieval del cristiano gozoso, capaz de percibir en todas las cosas creadas sus límites e insuficiencias, y por eso justamente puede reírse de todo, porque sabe de la santa seriedad de lo divino. El que no comprende esto pertenece al grupo para los cuales Santo Tomás acuñó la exquisita expresión de non molliuntur delectatione ludi (no se ablandan con el placer del juego)”. De hecho, la doctrina tomista de la eutrapelia penetró el tejido social de la Edad Media, tan erróneamente considerada como una época triste y aburrida. Las llamadas risa paschalia; las escenas burlescas representadas en los bajorrelieves de numerosos templos y catedrales, como por ejemplo en la iglesia de Vézelay; las denominadas “fiestas de los locos”, en que se festejaba una suerte de superación o abolición de la razón, en un espíritu semejante al que caracteriza a “los locos por Dios” del mundo eslavo; la “fiesta de los asnos”, con sus rebuznos lanzados contra altos “dignatarios” no siempre tan dignos; la llamada “fiesta de los obispillos”, donde un grupo de chicos se disfrazaban de obispos, tomando en chacota a las jerarquías locales; son otras tantas expresiones del humor medieval, libre y ocurrente».

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volti e parole, tomismo essenziale

giovedì, 27 luglio 2006
Francesco Petrarca, l'arcitaliano

Uno degli sport preferiti degli italiani all’estero, specialmente se intellettuali o sedicenti tali (vedi Dario Fo, Monica Bellocci o Antonio Tabucchi, ma l’elenco potrebbe proseguire ad libitum), è risaputamente quello di parlar male del proprio paese, fatta salva in qualche caso la cucina... Ora, è indubbio che l’Italia non sia più quella di un tempo: il paesaggio italiano, per chi giunga ad esempio dalla Francia o dalla Svizzera, è orribilmente sventrato (basti pensare a buona parte della pianura padana); la cultura italica, poi, complici gli epigoni di Garibaldi, è ormai ridotta a un prodotto post-coloniale, spesso privo di forza e bellezza. Vale ancora la pena, tuttavia, considerare quanto scrisse quell’esule arci-italiano per nulla provinciale (e quindi amatore del proprio paese) Francesco Petrarca, riportando alla memoria un colloquio avuto con un cardinale d’Oltralpe:

«Ricordo che quando fummo giunti al Benaco, il più nobile lago del Veneto, il cardinale si fermò su una collina erbosa e, guardando alla sua destra le Alpi, che erano nevose nel mezzo dell’estate, e la distesa ondeggiante delle acque del lago profondissimo simile a quella del mare, e davanti e dietro a sé le dolci colline, e alla sua sinistra la pianura fertile e ridente, lui che era pronto di spirito e facile di parola e allegro, mi chiamò per nome e mi disse, così forte che tutti lo poterono sentire: “Devo ammettere francamente che voi avete una patria più bella e davvero migliore della nostra”; poi, vedendo che io ero lieto di un’ammissione così aperta e che la approvavo non solo con i cenni del capo, ma anche con le parole e con gli applausi, aggiunse: “Noi però abbiamo una situazione più tranquilla e un governo più stabile”. Ciò detto, fece atto di rimettersi in cammino come un vincitore, ma non volendo io ammettere di essere vinto (anzi, non io ma piuttosto la verità), lo feci fermare di nuovo con queste parole, e gli dissi: “Chi potrebbe vietarci di avere un governo come il vostro se solo lo volessimo? Invece a voi la natura vieta di avere una terra come la nostra”. Tacque e sorrise, poiché capiva che avevo detto il vero, ma non voleva darmela vinta e neppure opporsi alla verità. E così ci rimettemmo in cammino» (Sen. VII, 1,75-76, cit. in E.H. Wilkins, Vita del Petrarca, Milano 2003, p. 109).

[Per chi volesse andare alle radici dell’umanesimo cattolico – ben al di là della vulgata che fa del nostro autore uno spartiacque fra la sensibilità medievale e l’umanesimo “laico” del Rinascimento – consigliamo vivamente la lettura del Petrarca latino, e in particolare delle sue opere in prosa, come il Secretum (un dialogo immaginario fra il poeta e sant’Agostino), il breve Itinerarium Syriacum (la descrizione di un pellegrinaggio ideale in Terrasanta, da Genova a Gerusalemme), il De vita solitaria (l’argomento si intuisce), le Invectivae contra medicum quondam (una difesa della poesia contro gli eccessi razionalisti del tempo), il De sui ipsius et multorum ignorantia (una sorta di apologia del cristianesimo, contro l’averroismo radicale) e la Invectiva contra eum qui maledixit Italiam (sul ritorno della sede pontificia da Avignone a Roma), oltre ovviamente al ricchissimo epistolario]

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volti e parole

lunedì, 24 luglio 2006
notarelle su cattolicesimo e massoneria (2)

«Io sentia d’ogne parte trarre guai / e non vedea persona che ’l facesse; / per ch’io tutto smarrito m’arrestai. / Cred’io ch’ei credette ch’io credesse / che tante voci uscisser, tra quei bronchi, / da gente che per noi si nascondesse. / Però disse ’l maestro: “Se tu tronchi / Qualche fraschetta d’una d’este piante, / li pensier c’hai si faran tutti monchi”» (Dante, Inf. XIII, 22-30).

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli»
(Gv 15,1-8).

L’amico Marco, “cattolico e massone”, ha preso congedo (vd. commento, qui). Si è eclissato, “con piacere”. Il piacere, almeno per chi scrive, è venuto meno proprio dopo l’ultima sua risposta. Per prima cosa spiace deluderlo ulteriormente, sul mio essere “studioso di Tommaso” (quel che sono, del resto, non ha molta importanza): la mia devozione a Tommaso, oltretutto, non è maggiore di quella nei confronti della piccola Teresa di Lisieux. Due santi che amo molto, entrambi Dottori della Chiesa, e che voglio invocare al principio di questa comunicazione, giusto per chiarirne gli estremi. Vedo però che alfine Marco ha rivelato qualcosina, di questo contenitore che risponde al nome di Massoneria. Mi concedo quindi alcune considerazioni (in margine alle citazioni apposte):

Innanzitutto, stancamente, una premessa sulla definizione di “religione”, tratta da Durkheim “ateo”, “razionalista”, idioto e quant’altro. Ribadisco, chi se ne frega: sapevo e so che non ci si può intendere, su questo punto. Il fatto ch’io mi ostini a considerare la Massoneria alla stregua d’una “religione” è chiaramente provocatorio. Come l’Islam (al cui interno c’è il sufismo, o meglio, i sufismi), come il cristianesimo (con le sue varie confessioni e le sue diversissime configurazioni teologiche), come l’induismo (che non è soltanto una “forma metafisica”, come soltanto qualche ingenuo orientalista che non è mai stato in Oriente può continuare a ripetere, acconciando i fenomeni secondo il proprio gusto), come (orrore!) Scientology, anche la M. può rientrare nel grande calderone delle religioni. Per comodità si parla anche di “religione” greca (c’è un pantheon, ci sono strutture rituali codificate, etc.): poi vi si distinguono diversi fenomeni, certamente. Dà così tanto fastidio rientrare nelle varie gradazioni culturali dell’homo religiosus? La controproposta di Marco, poi, è troppo vaga, e tende a proiettare strutture proprie di un modello religioso sentito come abituale a sistemi diversi (ad es., il termine dogma ha un’accezione troppo specifica, nel cristianesimo, per essere applicato anche altrove: a differenza di “gruppo sociale”, di “dottrina concernente il soprannaturale”, di “rito”). Quanto alla passione per il calcio, o alla caccia alla volpe, o agli sternuti organizzati, è evidente che si tratta di fenomeni che possono assumere una qualche coloritura religiosa, senza di fatto essere assimilabili a vere e proprie “religioni”.

Ma veniamo al dunque. Fino alla risposta precedente potevo pensare che Marco fosse in buona fede, ora ho buoni motivi ricredermi. Delle due l’una: o l’iniziazione massonica non vale un piffero, o risulta decisamente anti-cristiana. Mi spiego:

1. Marco si appella a Dante, o meglio a una lettura esoterica di Dante che andò per la maggiore dall’Ottocento in poi, a partire almeno dalle interpretazioni (massoniche) del Pascoli. Tali interpretazioni non hanno alcun valore scientifico, costruite come sono su ipotesi che poggiano su altre ipotesi che diramano da ulteriori ipotesi: il tutto viene continuamente smentito da una lettura globale della Commedia. L’intento di Dante fu proprio quello di affrancarsi da una visione ereticale connessa ai circoli dell’Amor cortese, all’averroismo radicale, al catarismo. Lo si capisce da singoli indizi, come la collocazione del trovatore (pentito) anti-cataro Folchetto di Marsiglia, nel nono canto del Paradiso. Ma anche (e soprattutto) dalla struttura complessiva del poema. Prendiamo l’esordio. Dante dichiara risaputamente che «nel mezzo del cammin» di sua vita (35 anni?) si ritrovò «per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita». Al principio del suo percorso (che avrà un valore purificatorio), egli s’imbatte nelle tre fiere, simbolo delle tre concupiscenze di cui parla Giovanni nella sua prima lettera (1Gv 2,16): la “concupiscenza della carne” (simboleggiata da una lonza), la “concupiscenza degli occhi” (simboleggiata da un leone) e la “superbia della vita” (simboleggiata da una lupa). Di queste tre, quella che gli sbarra il cammino con più forza, tanto da fargli perdere «la speranza de l’altezza», è proprio l’ultima, che indica la suprema tentazione “gnostica” dell’auto-redenzione: «E qual è quei che volontieri acquista, / e giugne il tempo che perder lo face, / che ’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista; / tal mi fece la bestia sanza pace, / che, venendomi incontro, a poco a poco / mi ripigneva là dove ’l sol tace». Che non si tratti dell’avidità di beni materiali, come qualche stolido commentatore ancora suggerisce, mi pare chiaro: si tratta infatti di un’avidità eminentemente spirituale. Spetterà a Virgilio (la Ragione), sospinto da Beatrice (la Grazia, o la Teologia), di far riacquistare a Dante l’umiltà perduta in quei suoi trascorsi giovanili. «E venni a te – afferma Virgilio a chiare lettere, rivolgendosi al poeta – così com’ella (Beatrice) volse; / dinanzi a quella fiera (la lupa!) ti levai / che del bel monte il corto andar ti tolse». Chissà se il Nostro, e quelli che la pensano come lui, si sono mai interrogati su cosa sia questo «corto andar»… Tutta la Commedia è un ritorno reale, non allegorico, al cattolicesimo: basterebbe confrontare la prospettiva politica del De Monarchia con quella dischiusa dalle cantiche del poema, per capire il profondo capovolgimento di prospettiva (la conversione) messo in giuoco da Dante. Le stesse critiche ai vertici della Chiesa (Dante non era certo un clericalista, come gli anticlericali) muovono da un tale presupposto. Il V canto del Paradiso è molto eloquente. In faccia a tutti gli esoterismi d’accatto, Beatrice pronuncia infatti una sentenza definitiva: «Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: / non siate come penna ad ogne vento, / e non crediate ch’ogne acqua vi lavi. / Avete il novo e ’l vecchio Testamento, / e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; / questo vi basti a vostro salvamento. / Se mala cupidigia altro vi grida, / uomini siate, e non pecore matte, / sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!». Il «Giudeo di voi tra voi» non è altri che colui che si ferma a una comprensione carnale del Vangelo, supponendo altre vie da quelle ordinarie, favoleggiando di gnosi, sviando alla mala cupidigia di un sapere onnicomprensivo e segreto (Lucifero: colui che promette luce su tutto, negando il Mistero). Questa è proprio la lupa, la superbia della vita, «che di tutte le brame sembrava carca ne la sua magrezza», e che Dante stesso qualifica come scaturita dalla «prima invidia» del Satana (I, 111).

2. Si parla poi di esoterismo. In questo caso non ho voglia di perdere tempo con questioni teoriche: il discorso sarebbe troppo lungo e complesso. Nulla di esoterico, per carità. Comunque il Nostro ha ragione, sull’ambiguità del CESNUR. Ma lasciamo ad altri certe scaramucce di famiglia.

3. Veniamo piuttosto ai testi citati. In primo luogo viene chiamata in causa la Lettera agli Ebrei: «A tale riguardo noi avremmo da dire molte cose, ma son difficili a spiegarsi, perché voi siete diventati lenti a comprendere…tanto che siete ridotti ad aver bisogno di latte e non di solido cibo» (Eb 5,11-12). A Marco piace questo brano. Forse gli gioverà sapere che l’Autore della lettera si rivolge proprio a quelli che ragionano (e si comportano) come sembra fare lui. Se si fosse peritato di comprenderne l’intero messaggio, e non un suo lacerto estrapolato dal contesto, avrebbe notato il fatto ch’essa è indirizzata proprio ad un gruppo di fratelli (probabilmente esseni passati al cristianesimo) che si ritenevano “maestri”, e che posponevano la fede e l’obbedienza (sic!) al sapere e alla conoscenza, a speculazioni sugli angeli, a “dottrine superiori” che appartenevano al regime antico, definitivamente superato da Cristo, UNICO mediatore fra Dio e gli uomini (la cristologia di Eb è singolarmente vicina a quella di Giovanni). «Tanto più – sferza il testo ironicamente – che vi siete ridotti ad avere ancora bisogno di latte invece che di cibo solido» (5,12). L’apostolo è costretto così a «gettare di nuovo le fondamenta», e lo dice subito dopo quali esse siano: «il ravvedimento dalle opere morte, la fede in Dio, la dottrina delle immersioni battesimali, l’imposizione delle mani, la risurrezione dei morti e il giudizio eterno». A pensarci bene, sembra scritto proprio per quanti «sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste (l’eucaristia) e sono divenuti partecipi dello Spirito Santo, e hanno gustato la bella parola di Dio e le energie del mondo futuro», ma «caddero, ed è impossibile rinnovarli a pentimento, perché per loro conto di nuovo crocifiggono il Figlio di Dio e lo espongono all’ignominia» (6,4-6). Il timore dell’Autore per questi passi falsi, compiuti dai fratelli, è davvero enorme. Volgendosi a cose passate, senza comprendere la “dottrina della giustificazione” intorno alle “opere morte”, essi mettono a repentaglio la propria salvezza.

4. Il Nostro cita anche un paio di frasi di Gesù, per comprovare la sua tesi che «un tempo esistesse qualcosa di esoterico o iniziatico all’interno del Cristianesimo che si è dissolto o non è più stato compreso». È la vecchia salsa gnostica, contro la quale si scagliarono con forza i Padri della Chiesa. Uno può seguire fin che vuole queste cose, purché non le proclami in accordo col cattolicesimo. La gravità di questa affermazione fa il paio con quest’altra: “Il punto è che le iniziazioni (massoniche o meno) permettono di accedere ad una forma di conoscenza che la chiesa o nega o non è in grado di dare”. Chi è cattolico, può giudicare da sé. “Ora, tutto quello che non si trova nel Cristianesimo uno non può che cercarlo al di fuori”. Che dire? Buona ricerca, al di fuori di Cristo. Noi cristiani ci atterremo a san Paolo: «Secondo la grazia che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho gettato il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Non può essere gettato un altro fondamento da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà resa palese; la svelerà quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco saggerà quale sua l’opera di ciascuno… Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio [cioè l’unità di noi credenti], Dio distruggerà lui. Perché è santo il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda! Se uno pensa di essere sapiente tra voi in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Colui che coglie i sapienti nella loro astuzia. E ancora, il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani…» (1Cor 3,10-20). Come supposto da vari commentatori, nell’ambiente dei Corinzi circolavano alcuni insegnamenti interpretati come rivelazione di una «sapienza nascosta» (cf. 1Cor 2,7); Paolo, affermando di essere stato inviato per «evangelizzare, non per battezzare» (1Cor 1,15-27), intenderebbe contrastare una forma di relazione religiosa diffusa a Corinto, basata sull’appartenenza a (o sulla dipendenza da) autorità spirituali diverse da Cristo (1Cor 1,12; 3,4-5,22). Ah, Paolo, Paolo, fratello mio, quanto sei stato profetico nel paragonarti a un sapiente architetto!

5. A Marco piace anche un altro autore antico: Clemente Alessandrino. E sì che l’avevamo messo in guardia, qualche giorno fa, dal voler guadagnare Clemente all’“esoterismo”. Ma il Nostro non demorde, e snocciola una frase rovinosamente slegata dal contesto: «Se si potesse immaginare qualcuno che offra allo gnostico di scegliere fra la conoscenza di Dio e la salvezza eterna, e se si potessero scindere le due cose identiche, egli sceglierebbe, senza esitare, la conoscenza di Dio». La citazione, messa in questo modo, farebbe pensare a un primato iperbolico della gnosi, persino sulla “salvezza eterna” (per quanto ad essa assimilata). Peccato che il discorso del brano, che conveniva riportare per intiero, fosse tutt’altro: poco sopra, Clemente stesso infatti afferma che «soltanto fare il bene per amore, quello che si fa per il bene in sé e per sé, deve scegliere lo gnostico (cristiano)». Non dunque il bene per conseguire la salvezza, ma il bene in quanto bene, vero, bello. Un concetto perfettamente cristiano (e cattolico). Più utile sarebbe stata invece l’indicazione di quel che Clemente intenda per gnosi, che è cosa molto diversa da quanto vorrebbe Marco: «La gnosi di quelli che si credono sapienti, si tratti di eresie barbare [cioè cristiane o giudaiche] o di filosofi greci, questa gnosi “gonfia”, come dice l’apostolo [1Cor 8,1]. Degna di fiducia è invece la gnosi che è dimostrazione razionale delle dottrine trasmesse secondo la vera filosofia. E dovremmo dire che essa è un discorso logico che ci dà la fede in ciò di cui si dubita sulla base di quanto è ammesso come certo» (Stromati II,11,48,1). Più avanti egli cita le Scritture e la “sapienza insegnata da Dio”, come basi per questa gnosi del cristiano, tanto simile alla nostra “teologia”.

6. Un’altra perla è questa: «Tutto ciò che rimanda al di fuori della Chiesa cattolica, e va al di là di ciò che vi è incluso, o non si può sapere o NON SI DEVE sapere». Di quale cattolicesimo sta parlando? Del suo, probabilmente.  Dalle nostre parti il cattolicesimo è quello che trasmette i classici, battezza Aristotele, “esamina tutto e trattiene il buono” (1Ts 5,21)… Ci sono pagine stupende del Card. Newman, perfino sull’importanza di una cultura slegata all’utilità. Non è un caso che l’umanesimo sia un atteggiamento intellettuale squisitamente cattolico.

7. Scegliamo infine tre esempi di probabilissima malafede, da parte di Marco:

A) Il primo riguarda le frasi sulla Chiesa che proibì la lettura dei testi sacri. È significativo che questa prassi, esaltata dal Nostro in una comunicazione precedente («ah! La saggezza dei tempi antichi!»), venga ora additata come un legaccio infame imposto dalla Chiesa nel suo percorso storico. Francamente tale legaccio non mi risulta: dovrò informarmi meglio. Credo che una certa cautela sull’uso privato delle Scritture sia scaturita in epoca moderna, per effetto della Riforma e del pullulare di movimenti ereticali che si richiamavano alla lettera biblica. Forse si trattò di una raccomandazione pastorale: ma non di un divieto formale. Per i tempi antichi potrei citare in proposito una bella lettera di san Gerolamo, in cui si parla del presbitero Panfilo di Cesarea († 310), fra gli allestitori di una delle più importanti biblioteche cristiane dell’antichità: «Chi fra gli amanti dei libri non trovò in Panfilo un amico? Se veniva a sapere di qualcuno che avesse bisogno del necessario per vivere, lo aiutava per tutto ciò che era in suo potere. Non solo prestava da leggere copie delle Sacre Scritture, ma le regalava anche volentieri, e non soltanto agli uomini ma anche alle donne, se vedeva che erano dedite alla lettura. Predisponeva perciò numerosi manoscritti, così da poterli dare a chiunque li desiderasse ogni volta che l’occasione lo avesse richiesto». Se non ci s’interroga sul costo che aveva in passato la produzione anche di una sola copia dei testi biblici, o sulla scarsa percentuale di alfabetismo fino all’invenzione della stampa a caratteri mobili, è inutile intervenire superficialmente su certe faccende. Fino all’epoca moderna, peraltro, c’erano altre modalità per l’annuncio della Parola (non meno efficaci, a livello popolare, della lettura individuale). Comunque il quadro offerto dal passo di Gerolamo (potrei citare anche esempi più tardi) risulta assai diverso da quello che il Nostro vorrebbe.

B) Un secondo esempio di affermazione fatta in malafede, giusto per confondere il lettore, è questo: «Ora gli stati mistici, che permettono una forma di conoscenza superiore a quella del normale cristiano, - o no?-, non sono accessibili a tutti, anzi, soltanto a poche persone che hanno particolari predisposizioni, non sono delle vie, con delle tecniche o conoscenze atte a raggiungerli. Per questo sono definiti una “via passiva”, perché tali stati sono ottenuti quasi per caso. Impossibile distinguere poi il vero dal falso, la reale salita verso il cielo dal delirio psicologico; infatti la Chiesa ha sempre guardato con molto sospetto i mistici». Si tratta di un curioso elogio della prudenza esercitata giustamente dalla Chiesa, fatto da chi questa prudenza non ammette, in altri casi… magari proprio di delirio (in senso etimologico)… Gli “stati mistici”, come Marco li chiama, possono derivare dalla Grazia, ma non sempre sono l’effetto di una “via passiva” (encore Guénon!). Se Marco avesse veramente letto la carmelitana Teresa d’Avila, saprebbe di alcune “tecniche e conoscenze” (l’orazione mentale, ad esempio; o la dottrina del Castello interiore) atte a “raggiungerli” (non per se stessi, ma per amore di Dio). Significativo, poi, che la Santa parli di queste cose a più livelli, secondo il proprio uditorio di destinazione. Le pagine del “Cammino di perfezione”, ad es., vengono indirizzate “preferibilmente” alle monache di clausura, ma nulla impedisce a un laico di trarne giovamento.

C) Terzo caso, e con questo chiudo, è quello dell’appello al Catechismo e alle dichiarazioni di qualche papa, a proposito dell’identificazione e dell’unione con Cristo. Marco parlò della via iniziatica come di un insieme di tecniche e conoscenze “volte all’identificazione e all’unione con un principio superiore”, e di un’iniziazione che non soltanto non avrebbe nulla di religioso, ma che addirittura la Chiesa non sarebbe più in grado (o non sarebbe mai stata in grado) di offrire. Adesso invece cita l’esempio dell’Eucaristia. Come si dice fra il volgo: ci è o ci fa? Il Nostro parla infatti di un “principio superiore” indistinto, mentre la Chiesa parla di COMUNIONE con una Persona viva, cioè Cristo. La preghiera, i Sacramenti, l’esercizio delle virtù (cardinali e teologali): questi sono alcuni degli strumenti che, agli intelligenti come agli sciocchi, la Chiesa indica per l’unione spirituale con Gesù. Quanto all’identificazione, bisognerebbe avvertire Marco dell’esistenza della dottrina del Corpo Mistico. Ma forse a lui non basta. O non interessa. Il Nostro dispone di un’iniziazione, la cui natura – a questo punto indubbiamente perniciosa – è dimostrata proprio dal suo atteggiamento di fronte alla Chiesa: col solito repertorio anticlericale e in qualche caso pure arbitrario (prima o poi ci si casca tutti). Ma se la Chiesa schifa così tanto, le soluzioni sono due: o uscirne, o ricondurla a lidi migliori, cooperando al suo miglioramento. Il che è possibile in primo luogo attraverso la santità. Nessunissima iniziazione. Perché, come disse il Maestro: “Chi non raccoglie con Me, disperde”. Buonanotte altrimenti, con l’Oriente e l’Occidente.

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sabato, 22 luglio 2006
l'oscura morte di Culianu

Gianpaolo Romanato – docente di Storia della Chiesa moderna e contemporanea presso l’Università di Padova – è autore di un recente e ricco volume su Daniele Comboni (L’Africa Nera tra Cristianesimo e Islam. L’esperienza di Daniele Comboni, Corbaccio, Milano 2003), oltre che di un profilo biografico dell’ultimo pontefice elevato agli altari, Giuseppe Sarto (Pio X. La vita di papa Sarto, Rusconi, Milano 1992). Su Avvenire di giovedì ha firmato un interessante articolo dedicato all’oscura morte dello storico delle religioni Ioan Petru Culianu (Iaşi, Romania, 1950 – Chicago, USA, 1991), del quale fu amico personale (una testimonianza in proposito si può leggere qui):

«A quindici anni di distanza, l’assassinio di Ioan Petru Culianu, lo storico delle religioni romeno che aveva raccolto l’eredità di Mircea Eliade, continua a rimanere avvolto nel mistero. Culianu fu ucciso il 21 maggio del 1991 in un locale dell’università di Chicago, dove insegnava, con un colpo di pistola alla testa. Fu un delitto incredibile, sconcertante, che ha autorizzato ogni genere di ipotesi. La più plausibile, tuttavia, continua a rimanere quella dell’omicidio politico. Lo si ricava leggendo le numerose rievocazioni della sua figura apparse in questi mesi in Romania. In particolare quella di Andrei Oisteanu, uno dei più noti intellettuali romeni, pubblicata dall’autorevole “Revista22” di Bucarest, che ricorda come si sia trattato di un’esecuzione in tipico stile KGB, forse maturata all’interno dei gruppi ultranazionalisti del movimento Romania mare (Grande Romania), dove erano confluiti non pochi personaggi della Securitate, la famigerata polizia segreta di Ceausescu, disciolta subito dopo la morte del dittatore. Culianu, che era fuggito in occidente nel 1972, trovando rifugio in Italia e successivamente in Olanda e negli Usa, aveva scritto giudizi pesanti sui molti elementi di continuità che legavano i nuovi governanti romeni al precedente regime, a suo parere abbattuto da una congiura di palazzo e non da una rivoluzione. La sua visibilità, non più come intellettuale ma come possibile protagonista nella Romania del futuro, era cresciuta parallelamente ai rancori nei suoi confronti. Dopo la sua morte, la rivista di Romania mare esultò, scrivendo che era stato eliminato uno sporco traditore. Quasi una rivendicazione. Ma non è stata raggiunta nessuna certezza. Anche perché, come rivela Oisteanu, il fascicolo su Culianu raccolto dal Dipartimento Informazioni Esterne della Securitate, quello che controllava i romeni fuggiti all’estero, oggi consultabile, non contiene praticamente nulla, il che fa pensare che sia stato accuratamente “ripulito” prima di esser e reso di pubblico dominio. Oisteanu ricorda ancora che nel Dipartimento esisteva un “servizio eliminazioni” che operava fra i fuorusciti romeni. Ne era a capo il generale Nicolae Plesita, oggi un tranquillo pensionato, il quale ha ammesso che il servizio rimase attivo fino al 1989, assassinando, direttamente o attraverso sicari, decine di oppositori all’estero. Ma si sa anche (la Romania non ha mai fatto realmente i conti col suo passato) che i “metodi” della Securitate sono sopravvissuti al suo scioglimento. Culianu potrebbe essere stato così una delle sue ultime vittime. Non essendo in possesso della cittadinanza degli Stati Uniti, l’indagine condotta dall’FBI fu sbrigativa e non arrivò a nessun risultato. E così la vita e la morte di questo straordinario intellettuale, stroncato a 41 anni, stanno diventando uno dei miti della nuova Romania, dove la sua opera è stata integralmente tradotta (i libri di Culianu erano apparsi in italiano, francese e inglese) e viene pubblicata in una collana dell’editrice Polirom di Bucarest, la più importante del paese, che comprenderà alla fine ben 30 volumi, comprensivi di tutto ciò che è stato scritto da e su di lui. A dirigere l’impresa è la sorella, Tereza Culianu Petrescu. Va avanti regolarmente, inoltre, l’edizione europea dell’Enciclopedia delle religioni, dovuta ad un progetto di Eliade rielaborato da Culianu poco prima di morire, la cui edizione italiana viene pubblicata dalla Jaca Book a cura di Dario Cosi, Luigi Saibene e Roberto Scagno. Culianu pubblicò diversi libri. Il più geniale probabilmente fu il primo, Eros e magia nel Rinascimento, apparso in Francia da Flammarion nel 1984 e poi in Italia presso Il Saggiatore. Lo ripropone ora Bollati Boringhieri, ma la nuova edizione non aggiunge nulla al testo di quella precedente, apparsa nel 1987: né una presentazione, né una postfazione, né un’avvertenza, né una nota. Una scelta editoriale davvero incomprensibile. Solo nell’ultima di copertina, riassumendo in poche righe la vita di Culianu, si accenna al suo assassinio scrivendo che fu “l’epilogo tragico di una vita vissuta all’insegna di un vitalismo dionisiaco”. È una valutazione che chi ha conosciuto Culianu non può condividere».

Già, piacerebbe saperne di più... O forse no.

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venerdì, 21 luglio 2006
notarelle su cattolicesimo e massoneria

Fra i commenti a un recente intervento, è emersa una discussione che meriterebbe di essere proposta con maggiore visibilità. Tutto è scaturito dalle considerazioni di un lettore, che si firma Marco, il quale si definisce “cattolico e massone”: le due cose – egli ha scritto – non sarebbero affatto contraddittorie.  Il confronto, dopo qualche reazione (prevedibilmente) scomposta, è proseguito senza alcuna animosità, su binari  - come si usa dire - molto civili. Per l’interesse e la complessità dei temi affrontati, ho deciso dunque di rispondere direttamente qui all’ultima sua comunicazione. La mia risposta (troppo lunga, per restare in forma di commento) si basa in larga parte sulle precedenti tappe di questo dialogo, alle quali ovviamente rimando il lettore:

Caro Marco,

ribadisco il ringraziamento per la chiarezza delle tue osservazioni, per nulla noiose, cui cerco di rispondere in velocità (si fa per dire):

1. Partiamo dalla tua ritrosia a parlare di “religione”, riguardo alla Massoneria [d’ora in poi, M.]. La definizione di Durkheim continua a sembrarmi efficace, malgrado il suo “riduzionismo”. Comunque non ne ho trovate di migliori, operativamente: resto in attesa di una valida alternativa. Quanto al fatto ch’essa provenga da un sociologo, non ha alcuna importanza: quand’anche l’avesse detta Platinette, vivaddio la accetterei di buon grado come cosa ragionevole, per il suo carattere non “ideologico”. Né osta il fatto che tu personalmente la rigetti. Da quel che mi scrivi, la M. è senza dubbio una “religione”: vale a dire un gruppo sociale che riconosce la propria identità di gruppo (gli Iniziati), condivide un insieme di dottrine che hanno a che fare col “soprannaturale” (monoteismo, cosmologia, conoscenze simboliche, tecniche spirituali, etc.) e di pratiche rituali codificate. Questo rende inconseguenti, ai miei occhi, molte delle tue precisazioni espresse al punto b). Ma su questo punto credo non valga la pena soffermarsi troppo. Piuttosto sui concetti esoterico/essoterico, che affronterò brevemente in seguito.

2. Mi scrivi che «in quei paesi protestanti in cui l’antimassonismo non è uno sport nazionale come in Italia, è abbastanza consueto trovare pastori e reverendi nelle logge. Secondo te non si accorgerebbero di seguire due religioni (magari opposte e in conflitto)?». Sulle capacità di discernimento dei protestanti (privi di Magistero, autorità pontificia e Tradizione, e ostili a tutto ciò) posso pure sorvolare. Innanzitutto non capisco dove tu veda tutto questo sport nazionale anti-massonico, salvo in qualche ambiente cattolico di fronda. Tolto il pre(o post-)giudizio derivante da alcuni (nebulosi) scandali degli anni scorsi, mi pare che l’atteggiamento prevalente nei confronti della M. sia oggi di tre tipi: scettico, indifferente, o rispettoso. La stessa scarsa conoscenza del fenomeno M. è semmai l’effetto di una sostanziale neutralità mediatica. La M., per come è abituato a pensarla un cattolico che si attenga al Magistero e a letture critiche (corrette o meno), non ha bisogno di pubblicità: ha già vinto la propria battaglia, a livello “essoterico”. Siamo di fatto in un regime “liberal-massonico”, dove tutte le idee che la pubblicistica cattolica attribuisce di consueto alla M. permeano largamente la società: l’approccio relativista di fronte alle questioni religiose, il deismo vago, l’idea di una gnosi nascosta (magari dalla Chiesa cattolica stessa, come volgarmente si ripete persino nei romanzucci di quart’ordine), il progresso spirituale dell’umanità (ad es. le grandi conquiste in favore dei “diritti umani”, la lotta all’“oscurantismo” politico e religioso, l’universalismo, etc.). Mi dirai che tutto questo è il frutto di un’ignobile calunnia, o al limite è imputabile all’azione di forze “anti-tradizionali” penetrate nella M. (cosa sulla quale sembri convenire). Eppure, puoi tranquillamente restarci dentro (in maniera largamente minoritaria, stando a quel che si evince dall’esterno), continuare ad essere cattolico nonostante una scomunica, attingere da rituali della cui bontà (o efficacia) potresti davvero dubitare. Con un giro di parole apparentemente tomista, tu dici: «un’influenza spirituale non può che scendere dall’alto o non esiste. Il male è un niente, assenza di spirito e bene, e quindi non può dare ciò che non ha. Lo spirito gli è precluso per definizione. Esistono casi in cui un’influenza non spirituale possa provenire dal basso, e in questo caso si parla di psichismo inferiore. E mi pare evidente che con la massoneria non sia questo il caso». Qui confondi un po’ le acque. Sul fatto che il male sia privatio boni, e dunque carenza d’Essere, ci si può anche intendere. Il problema è che per la dottrina cattolica il diavolo… esiste, ed è pure un essere spirituale… Come la mettiamo? Il cristiano sa bene che le seduzioni peggiori sono proprio quelle di natura spirituale («Non morirete / Sarete come Dio / E i vostri occhi si apriranno»). Non farmi scomodare Paolo: «l
a nostra lotta non è contro la carne ed il sangue, ma… contro gli spiriti del male che dimorano nell’aria» (Ef 6,12). C’è da andar cauti. Il tuo ragionamento, poi, ha un andamento terribilmente tautologico (dai per scontata la premessa che l’Iniziazione massonica sia un bene). A parte Aleister Crowley, che sarebbe ben lieto di scatenare “psichismi inferiori”, qualunque mago mirandolino mi direbbe che lui con le forze basse non ci ha proprio a che fare. Dubitarne non implica affatto fare il giuoco del “materialismo scientista”, sconfessando l’esistenza del “soprannaturale”. È solo buon senso popolare, un po’ grezzo, certamente.

3. Ma proviamo a fare piazza pulita di tutte queste “accuse” (è quello che ho cercato e cerco di fare, dialogando con te): cosa posso arguire da quel che mi dici tu, personalmente, su quel che avviene in loggia? Il punto è che se mi basassi esclusivamente sul tuo resoconto ne otterrei un ritratto parziale: è chiaro infatti che tu sei vincolato, nel rispondere, dalla natura segreta degli insegnamenti che ricevi. Puoi soltanto trasmettermi il livello – diciamo così – essoterico della tua appartenenza massonica (quello che in teoria potrei attingere ugualmente leggendo la rivista Hiram, o le dichiarazioni di qualche “fratello”, o i numerosi siti collegati alla M.: brivido!). In più: sei forse a un livello così “alto” da poter certificare la bontà di tutte le dottrine che riceverai? Immagino ti sarai posto, da cattolico, qualche domanda di tal genere. Certo, alcune tue affermazioni le posso benissimo accettare: sono quelle che ovviamente condividiamo in quanto entrambi “cattolici”, o semplici creature razionali. Ma ne escono anche altre, da quel che scrivi, che non è assolutamente possibile, per un cattolico, condividere. Sono tutte il frutto di impressioni personali? Atteniamoci pure a quel che scrivi: «Come certo saprai la tradizione giovannea è sempre stata considerata “esoterica”». Ecco, ammetto di non essere stato sufficientemente chiaro, sulla nozione di esoterismo. Essa mi pare di derivazione moderna proprio nel senso in cui la intendi tu. Nelle fonti ecclesiastiche antiche non si parla mai di una porzione di dottrina spirituale riservata a pochi, per via di iniziazione. Origene stesso, che postula vari livelli di penetrazione della “gnosi”, dice a chiare lettere, in più punti, che «tutto il mondo può conoscere (nel senso di verificare quale sia) la predicazione cristiana». Ireneo, che si dichiara fedelissimo discepolo di Policarpo e dunque di Giovanni, parla poi del vangelo di quest’ultimo come di un “vangelo spirituale”, più profondo e complesso degli altri, ma ne rifiuta l’utilizzo da parte degli gnostici (che si richiamavano guardacaso a supposte rivelazioni “esoteriche” trasmesse da Gesù a singoli discepoli). La dottrina cattolica è sempre stata alquanto lineare, su questo punto. Il massimo cui si può giungere, con lo studio delle fonti storiche disponibili, è la supposizione di una «tradizione esoterica concernente l’esegesi di certi temi delle sacre scritture» (J. Daniélou, Message évangélique et culture hellénistique, Tornai 1961): affermazione peraltro problematica, che bisognerebbe chiarire (e Jean Borella, che a te non piace, cerca di farlo). Anzi, il cristianesimo si presenta proprio come radicalmente anti-esoterico («Non c’è niente di nascosto che non debba essere rivelato»). Partiamo da due esempi rapidamente confrontabili: Paolo e Giovanni. Gershom Scholem ha sottolineato come Paolo rappresenti un ponte ideale fra quel che sappiamo di “viaggi celesti” dai testi giudaici più antichi (ad es. 2H 22), e la gnosi dei mistici di epoca tannaitica: «Sappiamo che durante l’esistenza del secondo tempio una disciplina esoterica veniva seguita anche nei circoli farisaici, nei quali erano oggetto di discussione (che però in ogni caso era assolutamente sconsigliato di rendere pubblica) specialmente il primo capitolo del libro della Genesi – la storia della creazione, Ma‘asé Bereshìt – e il primo capitolo di Ezechiele – la visione del carro col trono divino, la Merkavà». Il problema dell’ascensione o dell’esplorazione mistica dei cieli (insieme a quello di conoscenze cosmologiche “superiori”) doveva dunque essere molto sentito all’epoca di Paolo e Gesù. L’Apostolo conosceva bene queste cose, a tal punto che non si perita di stigmatizzare con forza quanti si gonfiano per “visioni e rivelazioni”: buona parte della Prima lettera ai Corinzi è dedicata al ridimensionamento di esperienze pneumatiche incontrollabili e di fenomeni (a detta di taluni) “proto-gnostici”. La preminenza conferita dall’Apostolo all’azione divina – per cui è lo Spirito stesso, che «sonda le profondità di Dio» (1Cor 2,10), a nutrire la crescita di pístis (fede) e di agápe (amore) – esclude qualunque gnosi che non si sviluppi insieme all’agape, o che possa essere oggetto di un possesso personale esclusivo o di un vanto. Persino Gesù, stando al vangelo di Giovanni, venne rimproverato da un gruppo di “Giudei” (probabilmente farisei): «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?» (Gv 8,57). L’età di cinquant’anni rappresentava allora un limite per l’accesso a determinate esperienze di visione e di conoscenza. Non è un caso quindi che Giovanni attribuisca a Gesù, nel suo dialogo col fariseo Nicodemo, la seguente affermazione: «Tu sei maestro in Israele e non conosci queste cose? (…) Eppure nessuno è salito al cielo se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo che è in cielo» (Gv 3,13). È chiara l’ironia.

4. A meno che non si voglia considerare “esoterica” la trasmissione di saperi tecnici, come avveniva appunto nelle varie corporazioni medievali di mestiere. Ma dubito che la M. potrebbe considerare oggetto degno di sapere iniziatico la ricetta della coca cola, o il segreto nella conciatura delle pelli. C’è qualcos’altro, ovviamente. Infatti tu scrivi: «Nessun sincretismo. Il simbolismo è sintetico, non c’è spazio per la mescolanza. E soprattutto non è un simbolismo religioso. C’è la squadra e il compasso, non Vishnu o Ahura Mazda. Il pavimento è a quadrati bianchi e neri, non ci sono le immagini di Buddha o Odino». Strano però che proprio in un libro di Naudon compaiano immagini che attestano una situazione leggermente diversa, riguardo a questa “an-iconicità” templare. Ma anche se fosse come affermi, questo “simbolismo sintetico” risulta ben difforme rispetto alla navata di una cattedrale gotica. Lo stesso itinerario “dalle tenebre alla luce”, scopo dell’Iniziazione massonica (di cui tu in definitiva non parli, fornendo soltanto l’immagine romantica d’una pia corporazione di architetti dediti a “lavori” interiori), per un cattolico suona un po’ come la “luce interiore” dei quaccheri (o al massimo, come uno strano rimescolio di qabbalah ed ermetismo rinascimentale). Come scrive il buon Chesterton, tremendamente essoterico, «di tutte le religioni orribili, la più orribile è l’adorazione di questo dio interno. Che Jones adori il dio dentro di sé, finisce per significare, in estrema analisi, che Jones adorerà Jones. Ma adori piuttosto il sole e la luna, qualunque cosa, piuttosto che la luce interiore! Adori i gatti, o i coccodrilli, se può trovarne la strada, ma non il dio dentro di sé. Il cristianesimo è venuto nel mondo prima di tutto per affermare con violenza che l’uomo doveva guardare non solamente dentro di sé, ma anche fuori… Il piacere che si prova ad essere cristiani è quello di non sentirsi soli con la luce interiore, e di riconoscere nettamente un’altra luce, splendida come il sole, chiara come la luna, terribile come un’armata con tutte le sue bandiere». Rileggo allora le tue parole: «per chi ne sente l’esigenza, il desiderio e il bisogno, sono sempre esistite, ed ovunque ancora esistono, altre vie (… ) che permettono di accedere ad esperienze di conoscenza e di realizzazione spirituale che la religione ignora, di cui non si occupa o non rende disponibili perché non è quello il suo scopo. Le vie sono diverse come può esserlo in Oriente il Taoismo dallo Yoga, o come in Occidente lo erano i Misteri Eleusini dalla Massoneria. Si usa spesso il termine gnosi, che letteralmente vuol dire conoscenza, e che è stato usato anche dai padri della Chiesa, come Clemente Alessandrino, per descrivere una forma di conoscenza diretta, diversa quindi da quella indiretta e discorsiva della ragione filosofica, che permetta in qualche modo l’identificazione e l’unione con un principio superiore». Touché. Questa prospettiva (che non è assolutamente quella di Clemente Alessandrino: posso tornarci sopra con testi alla mano) è davvero incompatibile con la fede cattolica. Tu parli di una “gnosi” ignota alla “religione”, mettendo insieme sotto quest’ultimo termine anche la tua (il cattolicesimo), insieme a tutte le altre (implicitamente parificate). Tale gnosi sarebbe attingibile grazie ad alcune “vie”: e nomini in proposito lo yoga, il taoismo, i misteri eleusini e… la massoneria. Ma la M. non era compatibile col cattolicesimo? Stando al tuo ragionamento, sì. Ebbene, non capisco davvero come sia possibile che il cattolicesimo abbia accolto (e possa accogliere in futuro) nel suo pur largo e generoso abbraccio l’utilizzo di tecniche o conoscenze che sottendano l’assunzione di una prospettiva radicalmente non cristiana (simili a yoga, taoismo, etc.), e soprattutto che permettano «in qualche modo l’IDENTIFICAZIONE e l’UNIONE con un principio superiore» (!). Il cristianesimo (almeno quello cattolico) non prevede né l’identificazione né l’unione con alcun essere superiore. Donde si capisce perché un tuo autore di riferimento, il sig. Guénon, ce l’avesse tanto con il misticismo e le devozioni, in quanto valide alternative (disponibilissime a tutti) alla “via iniziatica”.

5. In definitiva, a me spiace intuire che le cose probabilmente non stanno come me le presenti, o come credi che siano. Mi spiace in primo luogo per te, per il dissidio che avverti, e che forse contribuirò ad aumentare (ma è più probabile che tu ne esca solamente infastidito per la mia stoltezza caparbia). L’importante è che tu non finisca per considerare l’intera nostra discussione come una perdita di tempo. Fatta salva la tua buona fede, credo d’altronde che tu possa comprendere le ragioni che spingono un cattolico comune a considerare inaccettabile l’adesione alla M.: secondo te, va tutto bene. Ma se mi guardo in giro, se leggo un po’ qua un po’ là, ad es. quel che scrisse padre Giantulli, accumulando ampie citazioni da fonti massoniche, e basando l’indagine anche sulla propria attività di confessore (di massoni “pentiti”), cosa dovrebbe spingermi a mutare opinione? La (pessima anche per te) architettura di Botta o di Piano, che qualcuno mi assicura essere ispirata a principi massonici? Da questa parte ho Leone XIII, il papa della Aeterni Patris. Non sono noccioline.

Un cordiale saluto, in IC XC

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giovedì, 20 luglio 2006
a proposito del Libano

Un avviso ricevuto dal Servizio Lettori della casa editrice Jaca Book: «Di fronte alle notizie dei drammatici eventi che ci giungono in questi giorni dal Libano, riteniamo opportuno riproporre all’attenzione dei nostri lettori e a chi segue le nostre pubblicazioni il libro di Georges Corm “Il Libano contemporaneo”, da noi pubblicato nello scorso mese di febbraio. Oltre ad essere l’unica storia del Libano moderno e contemporaneo, questa è oggi una pubblicazione indispensabile per capire gli avvenimenti recenti e comprendere un paese divenuto scacchiera degli interessi delle grandi potenze e dei conflitti locali, in cui Siria e Israele hanno giocato con violenza come purtroppo la cronaca di queste ore illustra. Qualora si fosse interessati a ricevere il libro, peraltro disponibile in tutte le librerie italiane, è possibile ordinarlo via Internet entro giovedì prossimo 28 luglio: non saranno addebitate spese postali (salvo l’eventuale diritto di contrassegno di Euro 2,50 se il pagamento è richiesto con tale modalità). Dopo questa data non sarà possibile evadere in modo tempestivo la richiesta, dato che i nostri uffici riapriranno Lunedì 28 Agosto».

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scaffale aperto

Elia, il profeta nascosto

Oggi la Chiesa festeggia la memoria del profeta Elia, singolarissima figura di confine tra le fedi “abramitiche”. I Libri dei Re, dopo averne narrate le gesta, ne registrano l’ascensione al cielo su di un carro di fuoco (2Re 2,11-12). Il profeta insomma nacque, ma non morì: disparve. E dal cielo nel quale era asceso se ne cominciò ad attendere il ritorno. Come accadde con Enoc e Melkisedek, la figura “super-umana” di Elia venne  perciò investita di funzioni “messianiche”: «un’aggiunta posta in fine al Libro di Malachia (3,23-24) e di data imprecisabile diceva che un giorno Elia sarebbe ritornato sulla terra per fare opera di pacificazione in Israele e di invito alla conversione prima del Giorno Grande di Yhwh» (P. Sacchi, Storia del Secondo Tempio. Israele tra VI secolo a.C. e I secolo d.C., Torino 2002, p. 365), prima cioè del Giudizio finale. L’attesa di Elia è documentata anche all’epoca di Gesù, come dimostrano i numerosi accenni nei testi che entrarono a far parte del Nuovo Testamento, ove il profeta è sovente affiancato al personaggio di Giovanni Battista (cf. Mt 11,14; 16,4; 17,10-12; Mc 6,15; 8,28; 9,11; 15,36; Lc 1,17; 9,8.19; Gv 1,21.25). Nell’enorme fioritura di leggende intorno al suo conto, Elia si muoverà sempre fra due estremi: quello della sua predicazione infuocata e dello “zelo per il Signore”, dimostrati con la sfida e il massacro dei profeti di Baal sul monte Carmelo (1Re 18,20-40), e quello della sua attività “nascosta”, in seguito all’ascensione. Il rituale ebraico (seder), durante la cena di Pesach (Pasqua), prescrive che si lasci libero un posto per Elia, con un calice riempito di vino: cosa che significa l’accostamento fra le due “redenzioni”, la prima, simboleggiata da Mosè (liberazione degli Ebrei dall’Egitto, commemorata appunto nella Pasqua), e l’ultima (quella finale), simboleggiata appunto da Elia. Nell’immaginario popolare ebraico Elia diventa un povero forestiero errante, sofferente con i sofferenti ed elargitore di benefici, il cui nome è invocato nelle discussioni rabbiniche ogni qual volta una questione risulti insolubile: «nel Talmud – scrive Paolo De Benedetti – ricorre talvolta la parola aramaica tequ, che significa “sospeso”, ossia che indica la rinuncia a trovare una soluzione definitiva, come a dire che il problema rimane sospeso. Però la letteratura omiletica la considera un acrostico di una frase che tradotta in italiano suona così: “Verrà il profeta Elia [il Tisbita Elia] e risolverà le difficoltà”, ossia i tempi messianici sono l’epoca delle conclusioni» (P. De Benedetti, Ciò che tarda avverrà, Bose 1992, p. 19). Elia ha un posto di rilievo anche nelle tradizioni islamiche, ov’è venerato come al-Khidr o al-Kadir, “il Verde”, simbolo di fecondità spirituale. Questo già a partire dal Corano: il profeta compare infatti nella sura 17 (65-82) con un ruolo davvero interessante, come “sapiente nascosto” (non viene nemmeno nominato: l’identificazione è tradizionale), dispensatore di enigmi e di prove che Mosè non riesce a superare (sull’argomento vd. A. Augustinovic, “El-Khader” e il profeta Elia, Gerusalemme 1971). Nella tradizione cristiana, infine, il nome di Elia viene costantemente associato all’esperienza ascetica e mistica. Gli stessi Padri della Chiesa, fin dall’antichità, interpretano in senso eucaristico gli episodi dell’incontro con la vedova di Sarepta (1Re 17) e della visita sul monte Oreb da parte di un angelo, che offre al profeta sconsolato e desideroso di morire una «focaccia cotta su pietre infuocate e una brocca d’acqua» (1Re 19,1-8), mentre sotto la protezione di Elia, segno “profetico” di pacificazione, si pone l’Ordine Carmelitano, alla cui storia accennammo pochi giorni fa. Agli inizi del V secolo, Agostino congiunge con certezza il ritorno di Elia, «poiché si crede fondatamente che egli sia ancora vivo» (Civ. Dei XX,29), alla conversione a Cristo degli Ebrei, un evento atteso dai cristiani per i tempi ultimi.

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volti e parole, cristianesimo antico e dintorni

martedì, 18 luglio 2006
cristiani in armi

Un breve editoriale di Franco Cardini, su Avvenire di oggi:

«“Cristiani in armi”, un piccolo libro - o, se si preferisce, un lungo saggio - di Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri (Laterza), affronta di nuovo - con gli strumenti della medievista di rango e la vivezza dell’eccellente scrittrice - il rapporto tra cristianesimo e pace e lo spinoso argomento dei momenti in cui nella storia il fedele di Gesù Cristo ha impugnato le armi: i casi in cui lo ha fatto in deroga alla fede, sostanzialmente tradendola, e quelli nei quali invece la sua scelta è stata conforme allo spirito della religione cristiana, o più specificamente della confessione cattolica. Questo saggio arriva a proposito, in un momento di opposte strumentalizzazioni: da una parte il pacifismo integralista e anticattolico; dall’altra le tentazioni “neocrociate” degli ambienti fiancheggiatori dei teocons. Da Agostino a Giovanni Paolo II, la Fumagalli Beonio Brocchieri ha pazientemente tessuto il percorso, non certo sempre lineare, che ha condotto in particolare la Chiesa cattolica da un lato a ribadire - anche nel suo nuovo Catechismo - la legittimità del “iustum bellum” (espressione che va tradotta come “guerra giuridicamente legittima”, non come “guerra giusta”: c’è una bella differenza!), dall’altro a impegnarsi strenuamente per la pace, come con fermezza fece il Santo Padre tra 2002 e 2003, quando si stava delineando l’aggressione all’Iraq. Stupisce pertanto che Rossana Rossanda (“Il Manifesto”, 30 giugno), recensendo questo libro, lo abbia interpretato come la prova scientifica che “cristianesimo e pace non sono sinonimi” (sic). In questi termini, la questione è improponibile. È noto che, nella lunga storia del cristianesimo, molte sono state le correnti e le sètte “pacifiste”. Ma il dettato evangelico (lasciamo da parte, per evidenti motivi, l’Antico Testamento) non può essere interpretato come tale: né tanto meno il “mainstream” della religione cristiana, quello che dai grandi Concili del IV-V secolo si è andato differenziando nelle varie confessioni. Secondo, in particolare, la Chiesa cattolica, la guerra - antica e tragica compagna dell’uomo in conseguenza del peccato originale - viene guardata con spirito di carità e con concreto realismo: evitarla finché si può, combatterla come cittadini della “città terrena” solo se e nella misura in cui è giuridicamente giustificabile, allontanare perfino dai suoi sanguinosi confini l’odio per chi contingenzialmente è un nemico eppure rimane un fratello. Senza dubbio (e non va scordato il mirabile esempio di san Francesco), vi sono state deroghe e tradimenti, fughe “in avanti” o “all’indietro”: la Fumagalli Beonio Brocchieri le testimonia con sorvegliato senso scientifico. Ma lo spirito evangelico, legittimamente interpretato, non è mai stato tradito. Ed esso non risiede nella pace come assenza di guerra, bensì nella Pace di Cristo: “la mia Pace, non quella che dà il mondo”».

Mentre nel sito di Effedieffe, a firma di Domenico Savino, compare un’intelligente riflessione critica, ma anche avveduta, sul “riflusso” di CL: superate le chiacchiere intorno al caso Farina-Betulla, merita una lettura integrale.  

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scaffale aperto

lunedì, 17 luglio 2006
monsignor Milingo e il celibato dei preti

Il caso di Mons. Milingo illustra perfettamente dove possa condurre una fede vissuta in maniera puramente sentimentale o emotiva. L’incontro con Cristo, non ci stancheremo di ripeterlo, è infatti cosa che coinvolge e ridisegna l’intera realtà umana, nelle sue molteplici dimensioni: intellettuale, affettiva, estetica. L’ex arcivescovo di Lusaka (Zambia), che non vogliamo banalmente giudicare, ma solo prendere ad esempio per un discorso più ampio, ha una sola colpa, in fondo: quella di non aver fatto cristiana la propria mente. Lo si è visto qualche anno fa, allorquando Milingo abbracciò le “delizie” della carne aderendo alla setta mascalzona del “reverendo” Moon (amico personale dei Bush e socio d’affari degli Agnelli), dai traffici assai poco celesti. A quel tempo, il Vaticano lo richiamò piuttosto morbidamente, ben sapendo del rischio (concretissimo) che lo stolido e forse ingenuo personaggio trascinasse con sé i suoi numerosi fedeli, o l’intera sua diocesi (seicentomila anime).

In pochi, fra gli opinionisti nostrani, compresero la posta in gioco: non fu un caso isolato, in Italia, quello dello scrittoruncolo Mauro Covacich, che difese pubblicamente il prelato dalla terza pagina del Corriere, quale eroico martire del “grigio centralismo romano”, reo quest’ultimo di cassare la “colorata religiosità degli Africani”. Un’interpretazione dei fatti che desta ancora imbarazzo, per la sua imbecillità.

A distanza di cinque anni dal suo scivolone, Milingo non si è per nulla ravveduto, e pare abbia dato vita in questi giorni a una peregrina associazione internazionale di preti con moglie (“Married Priest Now”): «Sono in missione per conto di Dio, come apostolo dei sacerdoti sposati», avrebbe detto da un altare sconsacrato. Ora, ci vuol poco a capire quanto una simile affermazione costituisca un formale congedo dalla fede cattolica: nessun cattolico, infatti, potrebbe mai rivestirsi con tale leggerezza di incarichi divini, elevando un proprio desiderio privato a fondamento per un diritto universale, con tanto di sanzione da parte dell’Onnipotente (il quale, ultimamente, ha ben altro cui pensare).

«Ho chiesto al Signore cosa dovevo fare ogni giorno e piano piano ho sentito che quanto avevo compiuto con il mio matrimonio era giusto»: abbandonando l’umana ragione, primo lume del discernimento, e sconfessando il principio della comunione ecclesiale (la Tradizione viva della Chiesa), l’ex arcivescovo ha seguito il proprio “istinto”, scambiandolo nientemeno che per lo Spirito. Ma i tre elementi (intelletto / comunione / Spirito), di fronte al vero, non possono mai entrare in conflitto: una prospettiva genuinamente cattolica li intende sempre in reciproca e armonica compenetrazione. Personalmente, va pur detto, non avremmo nulla da eccepire nei confronti di una revisione del celibato dei preti (che non è oggetto di fede, ma norma canonica passibile di modifiche), purché ad esso si guardi rettamente, senza abiurare il principio irrinunciabile dell’unità della Chiesa, e dei tre elementi di cui sopra.

Assolutamente sbagliato sarebbe, ad esempio, guardare all’abolizione del celibato come ad una soluzione per la crisi delle vocazioni, o come un caritatevole venire incontro alla debolezza personale degli uomini. Né varrebbe qualcosa, ugualmente, richiamarsi alla supposta consuetudine delle origini, sfoderando i passi del Nuovo Testamento (come Seconda lettera a Timoteo 3,2-4) che richiedono l’irreprensibilità matrimoniale del “vescovo” (carica che allora era stanziale, con caratteristiche profondamente diverse rispetto a quel ch’è oggi). Sappiamo tutti che il celibato sacerdotale, valido peraltro solo per le Chiese di rito latino, è norma di molto posteriore.

Porre il richiamo alle Scritture al di sopra della Tradizione viva (che peraltro le ha preservate ed elevate a Canone) significa già assumere una prospettiva che non è cattolica: dimenticando che Parola di Dio non è la lettera dei testi biblici, ma la persona di Cristo. Attentando all’unità della Chiesa, con le proprie scomposte intemperanze, Mons. Milingo non fa che confermare l’adagio di san Tommaso d’Aquino: più grave dell’eresia, ch’è pur sempre un peccato contro la Fede (Fides), è l’intenzione di scisma, in quanto peccato contro l’Amore (Caritas).

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