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giovedì, 28 settembre 2006
la grande illusione

Pare che alcuni lettori non abbiano gradito le considerazioni sviluppate in questo blog, sul rapporto fra “Occidente” e “islam”. Ho anche ricevuto delle mail, cui pensavo di rispondere in forma privata, nelle quali mi si accusa d’essere un po’ troppo “filo-islamico”, dimostrando in questo modo un totale fraintendimento di quanto ho scritto (bene o male) qualche giorno fa. Se torno ulteriormente sulla questione, non è soltanto per chiarire meglio la “mia” posizione, ma anche perché mi sento chiamato in causa – seppure indirettamente – da un post di Rubytuesday che ho appena finito di leggere, data la presenza in esso di allusioni a cose che ho scritto qui o altrove (sbaglio?). Non mi sento per nulla rappresentato dal calderone di idiozie denunciato nel post, a partire dal silenzio che viene rimproverato a “cattocomunisti” e “clericofascisti” in merito all’incontro del Santo padre con alcune delegazioni diplomatiche di paesi musulmani, incontro avvenuto in Vaticano lunedì scorso (25 settembre). L’accusa del silenzio, se fosse rivolta a me, sarebbe del tutto assurda (di quanti silenzi potremmo accusarci?). Se non ho riportato la notizia, come del resto mille altre, è principalmente perché essa non mi pare aggiungere nulla rispetto a quanto ho già espresso. Anzi, essa non fa che confermare nel modo più completo la mia fedeltà alle posizioni del papa: con l’islam il dialogo non soltanto è possibile, ma è anche auspicabile; e lo strumento di un tale dialogo non può essere la sola convinzione religiosa (una rivelazione opposta a un altra), ma la ragione, il confronto per via razionale. Che questo rappresenti un problema per alcune frange dell’islam radicale, non mi sono mai sognato di negarlo. Dirò di più. Non serve appartenere a CL, per condividere nella sostanza questo comunicato di Julian Carron:

«In merito alle accuse a Benedetto XVI, ci sono tre cose evidenti: 1) il Papa non voleva affatto offendere i credenti islamici, ma richiamare tutti a un uso corretto della ragione; 2) il Papa ha chiara consapevolezza di alcuni aspetti estremi delle vicende dell’islam, che sono verità della storia davanti agli occhi di tutti; 3) c’è un’intolleranza nei confronti della critica pacifica che è intollerabile, sia per quanto riguarda le posizioni preconcette di certi esponenti islamici sia per quanto riguarda l’indifferenza e la superficialità di molti commentatori occidentali.

Noi stiamo col Papa. Affermando che “non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”, Benedetto XVI dice una cosa vera che vale per chiunque, a cominciare da noi cristiani. Questa posizione del Papa salva la possibilità di un’autentica esperienza religiosa per ogni uomo e permette un incontro nella pace. Non è questione di scontro di civiltà, ma dell’esperienza elementare dei “poveri di spirito” di ogni religione: questi vivono un rapporto ragionevole con Dio, a partire dalle esigenze di verità, bellezza, giustizia e felicità che ci sono nel cuore di ogni uomo, e proprio per questo non possono seguire le degenerazioni violente di coloro che, in nome di un’ideologia, rinunciano alla ragione per un potere, siano essi in Occidente o da qualunque altra parte».

Più chiaro di così si muore. Ma non c’è niente da fare. Chi osa opporsi alla propaganda mediatica dello scontro di civiltà, chi contesta la supremazia idolatrica di un certo “Occidente” (come del resto ha fatto il papa, nel suo discorso dell’undici settembre), si trasforma d’ufficio in “cattocomunista” o in “clericofascista”, in un nemico della “libertà” e della “democrazia”.

È singolare il modo in cui ci facciamo ammaestrare dai giornali e dalla televisione (gli stessi mezzi che veicolano valori opposti alla ragione e alla fede, con “libertà” d’insulto al papa e di sistematico discredito della Chiesa), riguardo allo scontro di civiltà, all’odio – perché di odio si tratta, perfino metafisico – nei confronti dell’islam. Il sottoscritto ha già ampiamente dichiarato di non sentirsi affatto obbligato ad “amare” la religione islamica. Ma evidentemente non basta: evidentemente devo proprio dire che siamo “sotto attacco”, che l’islam è una minaccia da estirpare dalla faccia della terra, che i musulmani vogliono convertirci tutti al burqa (convertirci? DA cosa?). Devo tacere le contraddizioni del nostro Occidente – eppure è nostro, eppure è la possibilità stessa di criticarlo a renderci “strutturalmente superiori”, o no? Devo intrupparmi senza indugio in questa stupida guerra psicologica. Devo negare che siamo talmente deboli da aver bisogno di crearci un nemico, che siamo superficiali al punto tale da discettare di una religione complessa e multiforme come l’islam – trattata alla stregua di un blocco unico – al livello in cui Dario Fo tiene le sue lezioni di anticatechismo la sera, su rai tre.

Strano metodo liberale, poi, quello di condannare un presunto avversario attribuendogli tesi non sue, stigmatizzandolo non con la discussione puntuale e pacifica delle sue tesi (come pure si è capaci di fare), ma con la pura retorica. Non sono “d’accordo”? Sono un “cattocomunista” o un “clericofascista”, accidenti. Ma quale di queste due posizioni “spirituali” si avvicina di più alla mia? Sono indeciso, tanto mi risultano simili e contraddittorie in se stesse. Farò come l’asino di Buridano, preferendo morir di fame piuttosto che nutrirmi da questi due cesti di paglia perfettamente identici. Mi spiace, ma non ho alcuna intenzione di partecipare ancora a questi giochini.

Mi si rimprovera di non amare la libertà, di non difenderla in quanto base della nostra civiltà. Io contesto semplicemente che la base consista in quest’idea puramente negativa di libertà: la libertà di fare questo o quello. Sono perfettamente cosciente di essere libero di uccidere o di negare Dio. Ma so anche che difendere questa libertà sacrosanta è un puro truismo. Come mi è capitato già di scrivere, una riflessione sulla libertà è sempre una riflessione sull’uomo. L’attuale insistenza sulle libertà individuali, ad esempio, scaturisce spesso da una visione che fa dell’uomo una “macchina desiderante” o un animale fra gli altri, il cui unico orizzonte sarebbe rappresentato dal proprio soddisfacimento materiale. Questa visione dimentica che l’uomo è uomo proprio in quanto aperto a ciò che lo supera, a ciò che lo trascende. Da un punto di vista che potremmo definire classico-cristiano, qualunque idea di libertà che non tenga conto di questa destinazione ultima dell’uomo è il risultato di una falsificazione, o di un impoverimento dell’immagine stessa di uomo.

Viene in mente la domanda provocatoria che il grande scrittore cattolico Georges Bernanos, all’indomani del secondo conflitto mondiale, rivolse ai suoi connazionali: La liberté, pour quoi faire? – “A cosa serve la libertà?”. Bernanos, che giocava in anticipo sui tempi, intendeva denunciare una sorta di inconsapevole “disamore per la libertà”. Ma non faceva allusione ai grandi totalitarismi del ’900: all’epoca del suo discorso (era il 1947), il regime nazista appariva ormai dissolto, mentre l’alternativa comunista gli risultava «prossima al collasso, per debolezza interna». Egli denunciava piuttosto la minaccia di un totalitarismo diverso, più sottile rispetto a quello nazista e comunista, e i cui germi annidavano, secondo lui, proprio nei sistemi liberali e democratici dell’Occidente: «Oggi la civiltà non ha soltanto bisogno di essere difesa; deve anche creare senza sosta, perché la barbarie continua a distruggere e non è mai stata tanto minacciosa come quando finge di costruire». Questa pseudo-costruzione sociale, stando alla sua analisi, si sarebbe fondata proprio sulla degradazione dell’idea di libertà. Come indicato dallo scrittore e dissidente russo Aleksandr Solzenitsyn, «il concetto [di libertà] si è quasi esclusivamente ridotto a libertà dalle pressioni esterne e dalla costrizione statale. La libertà è ormai intesa come concetto meramente giuridico». Riducendo la libertà al suo aspetto negativo (libertà di fare questo o quello) o positivo (libertà da una costrizione o da un vincolo), non ci si interroga più sulla sua essenza profonda.

La visione cristiana, pur senza rifiutare queste due dimensioni, collega invece il concetto di libertà a quello di verità. Nelle parole di Gesù, è la Verità che ci fa liberi: veramente libero è l’uomo trasfigurato da Dio, dalla sua grazia santificante. La libertà è concepita quindi come un’esperienza spirituale di riscatto dal non senso, dal peccato e dalla morte, ma anche come una suprema assunzione di responsabilità: è sostanzialmente una libertà per, una libertà orientata. Parte cioè dalla consapevolezza di un fine che ci supera, e che ci rende “umanamente più uomini”. Nel momento in cui la libertà prende le sembianze di un pungolo per la riduzione dell’uomo alla sua dimensione animale, dovremmo ricordarci della frase del Marchese De Sade: «Se vuoi controllare la gente, promuovi il vizio». Ci accorgeremmo immediatamente del fatto che molte delle libertà che vengono oggi proposte e difese come “conquiste della civiltà” altro non sono che forme estremamente raffinate di controllo e di manipolazione della nostra libertà.

A questo si obietta, anche legittimamente: «un Dio che rinnova l’umanità rispettandone la libertà di “deicidio” non può poi contestare quella di “pornolatria”». Vale a dire: se Dio mi lascia libero persino di rifiutarlo e di ucciderlo, dedicandomi a ogni sorta di marioleria, è giusto ch’io costruisca un ordine sociale metafisicamente fondato su questa mia suprema libertà. L’assunto si regge a mio avviso su una pericolosa confusione di piani, e conduce a un’idea di ordine sociale estremamente lontana dal diritto naturale e dalla dottrina cattolica (la prospettiva di Cicerone, Agostino, Tommaso, ripresa e sviluppata dalla scuola di Salamanca, ma anche dalle elaborazioni di autori come Bellarmino, Vico, Voegelin, MacIntyre). Non siamo lontani da ciò che san Paolo intravide nella seconda lettera ai Tessalonicesi, parlando della parusia, del ritorno glorioso di Cristo: «Nessuno vi inganni in alcun modo», afferma l’apostolo, a proposito dei «tempi e dei luoghi». Infatti la parusia, la fine dei tempi, non potrà giungere «se prima non viene l’apostasia e non si rivela l’uomo dell’iniquità [in greco, anomia = trasgressione, assenza di legge], il figlio della perdizione, colui che si oppone e si innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio o che è oggetto di culto, fino a sedersi egli stesso nel tempio di Dio [il Tempio di Gerusalemme, ancora in piedi al momento in cui l’apostolo scrive? L’insieme dei credenti?], dichiarando se stesso Dio» (2Ts 2,3-10). Paolo allude poi a qualcosa o qualcuno che trattiene la manifestazione di quest’uomo dell’iniquità, dell’anomia: è il celebre katechon, la forza che trattiene il dispiegarsi dell’Anticristo. Qui si allude a un potere civile o religioso, a una forza che agisce nella storia degli uomini, la cui funzione non è quella di annientare l’anomia, di distruggere il male, ma d’impedirne la proliferazione, di trattenerne appunto il dilagare. «Infatti – continua Paolo – il mistero dell’iniquità è già in atto: c’è solo da attendere che chi lo trattiene sia tolto di mezzo. Allora si manifesterà l’iniquo… per opera di Satana, con ogni genere di potenza, con prodigi e segni di menzogna, con tutte le seduzioni dell’anomia per coloro che si perdono, perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi». Non occorre aggiungere altro.

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lettere dalla campagna, plausi e botte, interventi incivili

lunedì, 25 settembre 2006
anch'io sto col papa (Pio XII, in questo caso)

Sì, perché anche allora, nel 1951, vi fu chi tentò di piegare la Dottrina cattolica a pretese politiche unilateraliste, in buona o cattiva fede. Il presidente americano Truman, ad esempio, invitò il Santo Padre affinché si ergesse a “Guida spirituale del mondo libero”, di fronte alla minaccia, pur grave, del comunismo. In piena guerra fredda, papa Pio XII rispose all’invito con questo radiomessaggio:

«Ora quelli che a torto considerano la Chiesa quasi come una qualsiasi potenza terrena, come una sorta d’impero mondiale, sono facilmente indotti ad esigere anche da essa, come dagli altri, la rinunzia alla neutralità, la opzione definitiva in favore dell’una o dell’altra parte. Tuttavia non può per la Chiesa trattarsi di rinunziare ad una neutralità politica per la semplice ragione che essa non può mettersi al servizio di interessi puramente politici… Il divin Redentore ha fondato la Chiesa, al fine di comunicare mediante lei all’umanità la sua verità e la sua grazia sino alla fine dei tempi. La Chiesa è il suo “corpo mistico”. Essa è tutta di Cristo, Cristo poi è di Dio (cfr. 1 Corinzi 3,23). Uomini politici, e talvolta perfino uomini di Chiesa, che intendessero fare della Sposa di Cristo la loro alleata o lo strumento delle loro combinazioni politiche nazionali ed internazionali, lederebbero l’essenza stessa della Chiesa, arrecherebbero danno alla vita propria di lei; in una parola, l’abbasserebbero al medesimo piano, in cui si dibattono i conflitti d’interessi temporali. E ciò è e rimane vero anche se avviene per fini ed interessi in sé legittimi

Lo Stato, la Società degli Stati con la sua organizzazione sono dunque – per loro natura, secondo l’indole sociale dell’uomo, e nonostante tutte le ombre, come attesta l’esperienza storica – forme dell’unità e dell’ordine fra gli uomini, necessarie alla vita umana e cooperanti al suo perfezionamento. Il loro concetto stesso dice la tranquillità nell’ordine, quella “tranquillitas ordinis”, che è la definizione che sant’Agostino dà della pace: esse sono essenzialmente un ordinamento di pace. Con esse, come ordinamento di pace, Gesù Cristo, Principe della pace – e con Lui la Chiesa, nella quale continua a vivere – è entrato in nuovo intimo rapporto di vitale elevazione e conferma. Tale è il fondamento del singolare contributo che la Chiesa dà alla pace per natura sua, vale a dire quando la sua esistenza e la sua azione fra gli uomini hanno il posto che loro compete. E come si effettua tutto ciò se non mediante il continuo, illuminante e confortante influsso della grazia di Cristo sull’intelletto e sulla volontà dei cittadini e dei loro capi, affinché essi riconoscano e perseguano gli scopi assegnati dal Creatore in tutti i campi della convivenza umana, si studino di dirigere verso questi fini la collaborazione degl’individui e dei popoli, ed esercitino la giustizia e la carità sociale nell’interno degli Stati e fra loro?

Se la umanità, conformandosi alla volontà divina, applicherà quel sicuro mezzo di salvezza che è il perfetto ordine cristiano del mondo, vedrà ben presto praticamente dileguarsi fin la possibilità della stessa guerra giusta, che non avrà più alcuna ragione di essere dal momento che sarà garantita l’attività della Società degli Stati come genuino ordinamento di pace. Ma essa urta qui in una difficoltà particolare, dovuta alla forma delle presenti condizioni sociali: la sua esortazione in favore dell’ordine cristiano, in quanto fattore principale di pacificazione, è al tempo stesso uno stimolo alla giusta concezione della vera libertà. Perché infine l’ordine cristiano, in quanto ordinamento di pace, è essenzialmente ordine di libertà. Esso è il concorso solidale di uomini e di popoli liberi per la progressiva attuazione, in tutti i campi della vita, degli scopi assegnati da Dio all’umanità. È però un fatto doloroso che oggi non si stima e non si possiede più la vera libertà. In queste condizioni la convivenza umana, come ordinamento di pace, è interiormente snervata ed esangue, esteriormente esposta ogni istante a pericoli.

Coloro… che attendono oggi il loro unico nutrimento spirituale quotidiano, sempre meno da loro stessi, – vale a dire dalle loro proprie convinzioni e conoscenze – e sempre più, già preparato, dalla stampa, dalla radio, dal cinema, dalla televisione; come potrebbero concepire la vera libertà, come potrebbero stimarla e desiderarla, se non ha più posto nella loro vita? Essi cioè non sono più che semplici ruote nei diversi organismi sociali; non più uomini liberi, capaci di assumere e di accettare una parte di responsabilità nelle cose pubbliche. Questa è la condizione dolorosa, la quale inceppa anche la Chiesa nei suoi sforzi di pacificazione, nei suoi richiami alla consapevolezza della vera libertà umana, elemento indispensabile, secondo la concezione cristiana, dell’ordine sociale, considerato come organizzazione di pace. Invano essa moltiplicherebbe i suoi inviti a uomini privi di quella consapevolezza, ed anche più inutilmente li rivolgerebbe ad una società ridotta a puro automatismo. Tale è la pur troppo diffusa debolezza di un mondo che ama di chiamarsi con enfasi “il mondo libero”. Esso si illude e non conosce se stesso: nella vera libertà non risiede la sua forza. È un nuovo pericolo, che minaccia la pace e che occorre denunziare alla luce dell’ordine sociale cristiano. Di là deriva altresì in non pochi uomini autorevoli del cosiddetto “mondo libero” una avversione contro la Chiesa, contro questa ammonitrice importuna di qualche cosa che non si ha, ma si pretende di avere…» (Pio XII, Radiomessaggio del Natale 1951).

Questo, ovviamente, non è un discorso né di “destra” né di “sinistra”: è semplicemente un discorso cattolico, fatto da un grande papa, senza sconti per nessuno.

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volti e parole, plausi e botte

sabato, 23 settembre 2006
Pordenone guarda le figure



È iniziata ieri la drammatica kermesse. Nella città, asserragliata dagli stand e dalle folle affamate di vento, m’aggiro smarrito, con Virgilio in tasca. Un vero autore mi protegga. Frattanto, s’odono le voci allucinate della propaganda anitrèa: «Devi devi leggere devi devi leggere devi devi leggere devi devi leggere devi devi leggere devi devi leggere devi devi leggere devi devi leggere devi devi leggere devi devi leggere devi devi leggere devi devi leggere devi devi leggere devi devi».

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diario scritto di giorno

giovedì, 21 settembre 2006
lo scontro di civiltà spiegato alla maestra

Cara maestra,

oggi a lezione Lei ha detto che leggere i giornali è importante, perché bisogna farsi un’idea su come va il mondo e non basta fidarsi della televisione che poi voti Berlusconi e compri la coca cola light che fa venire il cancro. Lei ha anche detto che compito della scuola è fare di noi dei buoni cittadini. Ma per essere buoni cittadini occorre leggere i quotidiani, santiddio, altrimenti si resta ignoranti come zucche. Bisogna anche leggere libri. Andare in libreria, pigliarne uno come capita cos’è questo ah è l’ultimo di Melissa P. sulla Chiesa, ché tanto l’importante è partecipare pardon leggere, e leggere leggere. Beh, magari non proprio la prima cosa che capita. Bisogna informarsi prima. Per questo, Lei dice, ci sono i critici. I critici più importanti scrivono sui giornali: sono loro che leggono molto e poi ci fanno i servizi su quel che va letto e quel che va scartato. Dunque leggere i giornali è doppiamente importante. Informarsi. Non farsi fregare dalla televisione. È – ancora una volta – molto importante. Quante cose sono importanti per Lei, signora maestra.

Però mi permetto di dire che non sono completamente d’accordo. Insomma, Lei ha detto che bisogna leggere i giornali, poi però ci ha dato questo tema da fare, sui “miei rapporti con l’islam alla luce delle recenti vicende”.

Bene, voglio partire proprio da questo problema. Tutto è scaturito dall’affare di Ratisbona, giusto? Sì, insomma, dal discorso del Santo Padre del 12 settembre, per cui i musulmani si sono un tantino incazzati. A me ’sta cosa mi convince poco, signora maestra. Vede, io credo che fra qualche tempo non ci ricorderemo un piffero di tutto il casino che è successo. Rimarrà che i musulmani sono contro di noi. Di noi tutti, capisce?

Intanto, la cosa più strana è che quasi nessuno ha sottolineato qual era il vero bersaglio polemico del bellissimo discorso del papa: e cioè, in primo luogo, un certo approccio protestante, che implicherebbe da un lato la riduzione della fede cristiana alla pura interiorità, e dall’altro il rifiuto dell’accordo tra fede e ragione (e il mio babbo m’ha detto che sono parecchi che la pensano così); e poi tutti quei teologi e intellettuali dei miei stivali che parlano di de-ellenizzare il cristianesimo, cioè di togliergli i praeambula Fidei. Su questo argomento, almeno per quanto mi riguarda, avrei voluto vedere un minimo, dico un minimo di dibattito. Invece, sui giornali, nulla di nulla.

Poi qualcuno ha avuto la bella pensata di sparare in aria una frase di Manuele II Paleologo (l’imperatore e umanista bizantino, conosce?), estrapolandola dal contesto e attribuendola direttamente a Benedetto XVI. No, dico, ma Le pare sia una cosa intelligente? La frase è subito rimbalzata sui media del mondo musulmano, con la complicità di Al Jazeera, sì, quella che trasmette le cassette di Bin Laden. Apriti cielo, che non s’attendeva altro: il papa contro l’islam. E l’islam contro il papa. Piovono minacce, scoppiano i tafferugli, e soffia che ti soffia ci scappa pure un morto: una povera missionaria italiana in Somalia.

La cosa strana è che la tv e i giornali han dato tantissimissimo spazio, signora maestra, non a un islam fondamentalista qualunque, ma a ben vedere proprio all’islam fondamentalista che agisce in quei paesi che risultano amici dei nostri alleati uessei: sauditi, marocchini, turchi.  Ma non voglio perdermi in dietrologie: è meglio fare di tutta un’erba un fascio. Sono musulmani e basta: cosa vuoi andare per il sottile! Eppure, non Le sembra una strana coincidenza che il
nazista Ahmadinejad  e le Corti islamiche della Somalia abbiano preso le distanze da tutto questo casino? Si dirà: è la solita doppiezza dei musulmani, è solo opportunismo. Fanno tanto i bravi, per poi tagliarti meglio la gola. Però vorrei capirci di più: perché nessuno mi aiuta?

Vede, signora maestra, io non nego le contraddizioni, anche tragiche, in cui si dibatte il mondo islamico. Non nego i difetti presenti nei loro regimi. Ma sono anche un po’ stufo dei miei compagni che mi ripetono a pappagallo che i musulmani son tutti dei tagliagole patentati e che son tutti delle merde. Un miliardo di persone, capisce? Come cristiano, sento che dovrei pensarla in modo diverso, perché c’è tanto da fare: i musulmani li vedo come una bella sfida, di quelle da chiedere al buon Dio come regolarsi. Io li vedo come un miliardo di singoli, non come un miliardo di merde.

Di più, signora maestra, sa cosa Le dico? Che mi pare curioso che tutti alla fine contraddicano le parole del nostro papa: quando indica nella ragione uno strumento di dialogo e di comprensione reciproca. Ci è o ci fa? Eh sì perché mi sa che il papa si sbaglia di brutto: con questi non si può mica ragionare. Il dialogo è roba da rammolliti, questi se ne fottono. Lo si capisce dalle immagini della tivù, ma anche dai giornali, che ci mostrano turbe bestiali di fanatici, e ci dicono che non dobbiamo mica calarci le brache, e no signora maestra, dobbiamo scendere in piazza e manifestare per la nostra libertà sovrana, fino all’ultimo peto. Intendiamoci, signora: io come cristiano non son mica tenuto ad amare l’islam. Ci mancherebbe. Ma ad amare i musulmani, nella loro dignità di uomini, un pochino sì. 

Oltretutto, in quanto uomo, per via di ragione posso pure parlare di solidarietà umana. No, non lo prenda come un pervertimento sentimentale dell’idea di carità. È una cosa razionale. Una solidarietà che si fondi sul sentimento potrà trasformarsi in odio non appena qualcuno le diventa infedele, o si ponga contro di essa. Al contrario, una relazione di solidarietà pratica, basata cioè sulla prudenza e sul rispetto, può perdurare e dare buoni frutti. Mi creda. Non ho mai visto nascere nulla di buono dalla diffusione d’odio. E non è che devo cominciare ad odiare qualcuno se questo mi odia. Ma poi, è sicuro che mi odia, che odia proprio me e Lei? Non staremo sbagliando qualcosa? Non ci odiamo più noi, da soli? Forse sono io che mi sbaglio.

Qualcuno parla di uno scontro di civiltà. Il ring sarebbe già pronto. Svegliamoci, presto! Ma non è mica come ai tempi di Vienna: al posto di padre Marco d’Aviano, oggi avremmo telepredicatori, codici da Vinci e film porno. Le prime due cose mi sa che non funzionerebbero: ma la terza, beh la terza credo stia già funzionando. Quasi quasi mi perdo anch’io fra questi sogni di conquista democratica: ma sì, tra un po’ ridisegneremo tutta la cartina geopolitica del mondo. Lo faremo per il bene dei musulmani, i quali avranno finalmente società migliori, come già accade. Per fortuna che c’abbiamo l’atomica (non dobbiamo lasciargliela, diamine): almeno potranno dire anche loro che non esiste un Occidente moderato.

Suo  Luigino

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mercoledì, 20 settembre 2006
premiata ditta Terzani & Mattioli

Un articolo di Roberto Beretta, apparso una settimana fa su Avvenire, spiega finalmente come (e perché) il giornalista Terzani sia potuto diventare un “guru”:

«Il guru e il banchiere. La grisaglia e il sari. Il maestro della spiritualità orientale e uno dei più spregiudicati esponenti del capitalismo occidentale. La sinistra utopista e la destra addirittura “degli intrighi”. Che ci fa Tiziano Terzani, di sera, nella penombra di un ufficio riservato ai piani alti della più importante banca d’affari italiana, a parlare con il maestro di Enrico Cuccia, il potentissimo gran sacerdote della finanza laica, il grand commis della più esclusiva oligarchia liberale della Penisola, insomma: con Raffaele Mattioli? Nel dibattito assai estivo sul “terzanismo” e sui molti fans conquistati da TT – il giornalista toscano di Der Spiegel e dell’Espresso, passato nel suo itinerario essenzialmente asiatico dagli articoli a favore dei Vietcong alla propaganda della nonviolenza – questo elemento ancora non è stato sottolineato. Eppure Terzani stesso ne parla senza remore, anzi quasi divertito, nella lunga intervista autobiografica rilasciata al figlio Folco prima di morire nel luglio 2004 e recentemente uscita in libreria per Longanesi (pp. 466, euro 18,60) sotto il titolo La fine è il mio inizio: che sembra una sentenza zen di schietta provenienza indù e invece è una colta citazione del suddito di Sua Maestà coloniale e britannica T.S. Eliot.

Dunque, all’inizio degli anni Settanta il giovane Terzani è appena rientrato in Italia da un soggiorno di studio negli Stati Uniti, dove ha imparato il cinese e il giornalismo a spese dei “capitalisti”. Attraverso il collega Corrado Stajano, viene presentato a “quell’uomo meraviglioso... coltissimo, intelligente, coraggioso, che si chiamava Raffaele Mattioli” ed era all’epoca presidente della Banca Commerciale Italiana, transitato indenne (e anzi con crescente potere) in tale funzione dal regime fascista – durante il quale aiutò vari antifascisti – ai governi democristiani del dopoguerra – quando cominciò a corteggiare intellettuali di sinistra e cattocomunisti. Mattioli dice di voler portare la sua banca in Oriente e dunque gli interessa il giovane giornalista che sta per partire come corrispondente per l’Asia: “E qui cominciò - scrive Terzani - una stupenda, segreta, romantica serie di incontri con quel vecchio”.

Ogni sera TT usciva dalla redazione del suo giornale, entrava “da una porta secondaria” nella banca e incontrava Mattioli “in una stanza tappezzata di libri”. “Questo bellissimo rapporto con quel vecchio andò avanti per mesi” e alla fine il colto banchiere (era molto amico, tra gli altri, di Bacchelli, Manzù, Paolo Grassi, Malaparte, Montale...) propose al cronista: “Scrivimi una volta al mese una lettera in cui mi dici cosa pensi della situazione politica dei vari Paesi del Sud-est asiatico, e io al mese ti pago mille dollari”; contratto suggellato all’istante grazie al cognato di Mattioli, che era anche l’amministratore delegato della Comit e che – apparso misteriosamente, secondo uno scenario davvero da “gnomi” della finanza, da “una porticina nella libreria” – ricevette l’ordine: “Fagli un contratto in modo che lui ogni mese riceva, discretamente, su un conto privilegiato che gli apriamo, questi soldi”. Il che puntualmente avvenne tra il 1972 e il 1973, quando l’ormai affermato reporter tornò da Mattioli a dire: “Non ho più bisogno dei mille dollari al mese” (ma qui le date proposte da Terzani non tornano del tutto, visto che lui dice di essere partito per l’Oriente a fine 1971 e Mattioli venne estromesso dalla Comit il 22 aprile 1972).

In una stagione in cui sembra normale che i giornalisti facciano anche gli informatori, potrebbe sembrare un innocuo contratto di consulenza tra un imprenditore alla ricerca di notizie utili e un giovane bisognoso di soldi per avviare la sua nuova avventura; tra l’altro – rivela il biografo Giancarlo Galli – Mattioli incontrava volentieri “i cronisti migliori... senza distinzioni politiche, ‘purché siano di razza’”. Se non fosse per due elementi. Il primo e più prosaico è l’entità della paga: 1000 dollari esentasse di quell’epoca, se non ingannano le stime e i cambi, corrispondono a circa 4500 euro attuali! Al valore dei primi anni Settanta, la cifra equivaleva a 6 volte lo stipendio medio, che si aggirava sulle 120 mila lire: niente male, per un solo “rapporto di geopolitica” al mese, no?

Comunque, l’elemento più sorprendente è un altro, e cioè l’apparente assoluta distanza ideale tra i protagonisti della vicenda. Da una parte Terzani, che si autodescrive come ferocemente antiamericano e di sinistra – tanto che voleva far nascere il primo figlio a Cuba e chiamarlo Mao (sic!) – , amico di molti contestatori, simpatizzante delle varie rivoluzioni comuniste dell’epoca, insomma uno che studiava la Cina come un paradiso in cui cercare “un’alternativa al mondo occidentale” e aveva scritto persino un elogio del Grande Timoniere, rimasto “fortunatamente” (avverbio dell’autore) inedito. Dall’altra parte Mattioli, ovvero il simbolo stesso del potere oligarchico e altoborghese, il burattinaio occulto dei peggiori capitalisti “oppressori del popolo”, lo spregiudicato manovratore di trame internazionali che poteva ospitare a casa sua addirittura Rockefeller: il quale, nell’immaginario dell’epoca, era il contraltare esatto di Mao. Com’è possibile che TT, il quale protesta scelte assolutamente “morali” (anche se all’epoca parzialmente differenti da quelle dell’ultima parte di vita) e la sua sincera ricerca della “verità”, non sapesse queste cose, anzi addirittura accettasse emolumenti così cospicui dalla parte opposta a quella per cui diceva di lottare?

E c’è un altro livello di lettura, quello “religioso”. Mattioli era anche il banchiere “eretico”, non credente e anzi ferocemente anticlericale fattosi però seppellire nel 1973 (grazie a una procedura eccezionale tenacemente e personalmente perseguita) all’abbazia di Chiaravalle e nella tomba di un’eretica boema, né si può ignorare che – secondo le indagini di Maurizio Blondet – egli avrebbe fatto parte di un inquietante gruppo intellettuale di tendenza gnostica e nichilista. In questo senso, il “rivoluzionario” e maoista Terzani poteva ben incontrare l’interesse del vecchio banchiere (il quale, del resto, non aveva mai disdegnato di trattare anche coi comunisti, da Togliatti in poi). È pure curioso infine che Mattioli sia stato introdotto alla sfolgorante carriera Comit – durata ben 47 anni – dalla seconda moglie e da un’amica del banchiere Giuseppe Toeplitz, rispettivamente l’una cultrice di esoterismo tibetano e l’altra esperta di induismo: e qui sembra che l’ultimo Terzani, versione “guru”, abbia davvero chiuso il cerchio, ripagando abbondantemente il suo debito inconscio con l’antico e generoso finanziatore» (Roberto Beretta; fonte: qui).

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imposture intellettuali, gnosticismi

lunedì, 18 settembre 2006
disinformatjia

Un articolo di Franco Cardini, apparso ieri sul quotidiano “La Nazione”:

«Brutta bestia, la folla; brutta e talora incontrollabile. Il che non significa che non sia manipolabile. Anzi, di solito – ve lo dice un vecchio sessantottino, che se n’intende – le “folle” e le “masse” non si organizzano e non si muovono mai da sole. Quella della spontaneità è una vecchia fiaba, come diceva Vladimir Ilich Ulianov (in arte Lenin) che se n’intendeva. A proposito dei molti, gravi, condannabili eccessi delle folle musulmane di un po’ tutto il mondo all’indomani della divulgazione delle notizie relative alla lezione tenuta dal Santo Padre nell’Università di Regensburg, è evidente che le centrali fondamentaliste hanno soffiato potentemente sul fuoco; e che l’hanno fatto perché hanno ritenuto “provvidenziale” un evento facile a distorcersi e a manipolarsi. I giudizi attribuiti al papa sul profeta, sul Corano e sull’Islam sono sembrati una manna per tutti i seminatori di odio e di rabbia.

Ora, tutto è più difficile. Ma, premesso appunto che la gravissima situazione che oramai si va delineando giova ai seminatori di odio e di rabbia, il passo successivo è chiedersi con disincantata serenità chi mai siano questi signori. E’ troppo comodo parlare solo dell’intolleranza dell’Islam radicale. In effetti, non possiamo certo immaginarci il miliardo e trecento milioni dei musulmani che oggi popolano la terra come un tiaso di dotti e posati signori e signore, i quali attentamente soppesino le notizie fornite loro e magari leggano con attenzione il testo della lezione regensburgense del Santo Padre. Quel testo è già stato fornito in traduzione inglese e francese, presto circolerà anche in arabo, in turco, in farsì, in urdu, e senza dubbio contribuirà almeno in parte a diradare i malintesi e a calmare gli animi. Ma solo in parte, perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E perché la maggior parte del mondo musulmano è d’età giovanile, di cultura bassa o inesistente, addirittura analfabeta o quasi: e si nutre d’immagini televisive e di prediche d’ulema o di mullah.

E allora, se almeno noi – che siamo notoriamente più civili, più colti, più informati, più liberi – volessimo capire sul serio che cosa sta accadendo nel mondo, e non accontentarci delle immagini delle emittenti musulmane (che in genere ci vengono tutte rimbalzate da una sola emittente: la www.intelcenter.com, con sede – guarda, guarda… – nel Maryland) ritrasmesse dai nostri mass media e sovente accompagnate da commenti allarmistici che aggravano la già grave tensione, ci accorgeremmo di qualcosa di molto interessante. Le folle musulmane si sono indignate e hanno occupato strade e piazze, senza dubbio instradate e inquadrate dai mestatori fondamentalisti, sulla base di notizie riprese da fonti occidentali che, con poca onestà e nessun senso di responsabilità, hanno diffuso, estrapolandole senza alcun rispetto per il contesto, alcune parole e frasi del papa.

Tale operazione non è imputabile solo a leggerezza o a scarsa professionalità. Il fatto è che le varie centrali informative in un modo o nell’altro legate alla “Nuova Destra” americana ed europea, che sta tentando di convincerci che l’Islam è in blocco il nemico dell’Occidente, hanno diffuso scientemente quelle notizie coartate e manipolate. E l’hanno fatto con due scopi: primo, dimostrare che il papa è dalla loro, che la pensa come loro, che vuole al pari di loro lo scontro di civiltà e che il dialogo con l’Islam è impossibile; secondo, cavalcare appunto le certo non giuste, tuttavia prevedibili reazioni dal mondo musulmano, parte del quale – a differenza di noi – è del tutto incapace di capire sia che papa Ratzinger – in questo momento, poi – non poteva né voleva aver alcuna intenzione di offendere l’Islam, sia che da noi c’è qualcuno interessato invece a spingere la situazione alle estreme conseguenze per lucrarne un vantaggio politico (o magari, domani, un alibi militare). Cosi è, se vi pare. Questa è la verità. La rabbia dei musulmani sfrutta il fanatismo delle folle indottrinate dai fondamentalismi, ma ha le sue radici qui, tra noi, fra abili e colti opinion makers. Il resto sono chiacchere» (dal sito Identità Europea).

Aggiornamento (19/09):

Segnaliamo questo intervento di Carlo Gambescia.

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imposture intellettuali, interventi incivili

l'Islam è una religione violenta?

L’islam è una religione violenta? Gli avvenimenti cui stiamo assistendo in questi giorni non contribuiscono di certo a una riflessione serena sull’argomento. Bisognerebbe domandarsi, innanzitutto, cosa faccia di una religione una “religione violenta”. Una prima risposta, ovviamente, può essere cercata esaminandone la dottrina teologica, secondo le indicazioni che abbiamo cercato di trarre nel nostro intervento sul discorso del papa a Ratisbona. L’islam potrebbe essere qualificato come “violento” per il suo stesso modo di porre la questione della verità e del bene, slegandoli dalla ragionevolezza e dalla comprensibilità umana.

Assumendo una prospettiva di questo genere, però, finiremmo per considerare anche l’ebraismo, forse addirittura più dell’islam, come una religione strutturalmente “violenta”, al di là dei suoi esiti storici. Per tacere di alcune elaborazioni teologiche e filosofiche partorite all’interno della tradizione cristiana. Quanti, fra quelli che si stracciano le vesti di fronte al fondamentalismo islamico,  sarebbero disposti ad accettare un  simile discorso, peraltro rigorosamente documentabile? La nostra non è una provocazione: è semplicemente un modo per far capire quanto un’analisi puramente teologica, che ha comunque qualcosa da dire, possa avere dei limiti.

Meglio sarebbe spostare il discorso sul piano umano e razionale, quello che renderebbe possibile, e che ha reso possibile, la convivenza. È ciò che Benedetto XVI, con grande lucidità, ha richiamato alla nostra attenzione. È l’autentico umanesimo, fondato su un’idea di ragione che non escluda la trascendenza dal proprio orizzonte speculativo: è l’umanesimo che accetta l’esistenza del mistero, e che non ripiega l’uomo su se stesso, animale fra gli altri animali. Questo umanesimo permise, in altri tempi, le dispute medievali fra intellettuali cristiani, musulmani ed ebrei. Con un codice d’onore: il buon senso comune, l’accordo umano, quello che consentì per anni, ad esempio in una città come Sarajevo, la convivenza pacifica di tre culti così diversi.

Non sappiamo cosa dire a quei cristiani che nutrono dubbi sull’esistenza di un islam “moderato”. Bisognerebbe interrogarsi, piuttosto, su quale sia stata la forza che ha reso “moderato” il cristianesimo. Perché il cristianesimo, anche quello cattolico, “moderato” non lo fu sempre (basterebbe leggersi il bel libro di Lucetta Scaraffia, Rinnegati. Per una storia dell’identità occidentale, su quel che accadeva al principio dell’età moderna se un cristiano passava all’islam, e poi tornava in seno alla propria confessione originaria, o viceversa). Fu esattamente l’incontro fra la civiltà classica, nei suoi esiti più alti, e l’approfondimento del messaggio biblico a rendere “moderato” il cristianesimo.

Gli episodi di questi giorni, pur tragicamente dolorosi, non possono in alcun modo essere invocati come esempi di un atteggiamento esclusivamente islamico. L’impressione che abbiamo, al contrario, è che la nostra avversione emotiva all’islam sia dovuta a ben altre ragioni: a un’intrinseca debolezza “identitaria” e “religiosa” (donde la retorica viriloide degli anti-islamici: “Morte al Terrore”, “Difendiamo il papa”: detto da “cristiani” che non danno più alla Chiesa né figli né sacerdoti), a una sapiente orchestrazione mediatica, ma anche e soprattutto a motivi di ordine politico: in primo luogo la necessità di trovare un nemico comune, di identificare il male in qualcuno o qualcosa che stia fuori di noi, e che ci minacci.

È il solito problema dell’altro, sul quale si esercitano tutti i “buonismi” di questo mondo, ma che pure esiste. Viene spesso citata, negl’infiniti dibattiti sull’islam che agitano la rete, una frase di Ratzinger sull’Occidente che “non amerebbe più se stesso”. Il discorso dell’ex Cardinale, in questo caso, c’entrava solo marginalmente col cristianesimo (che non è “Occidente”): l’Occidente che non ama se stesso, pur essendo un derivato (anche) del cristianesimo, non include per forza di cose il cristianesimo. E infatti comincia ad odiarlo: come il suo altro, come il solo elemento che sfugga, soprattutto nella variante cattolica, alla religiosità fluida, inafferrabile, indistinta, soggettiva, l’unica che risulti veramente gradita e accettabile al sistema dei consumi.

Ci sembra preoccupante l’appoggio di molti cattolici a una concezione puramente “secondaria” del cristianesimo: come strumento identitario, da contrapporre all’islam in uno “scontro di civiltà”. Non troviamo nulla di particolarmente glorioso nel difendere dalla minaccia del “terrore” il sistema delle democrazie liberali, con le sue televisioni al plasma, la sua profonda scristianizzazione, le sue bombe “intelligenti”. Siamo quasi tentati di pensare che questo islam violento, dopotutto, altro non sia che una proiezione di fantasmi “occidentali”: della corruptio optimi pessima che ci ostiniamo a chiamare “Occidente”. La parte di noi che adultera il cristianesimo, e che squalifica la nostra umanità. Il fatto poi che ci sia qualche benpensante che richiede al papa di porgere le sue scuse, e che a questa sublime idiozia si risponda con “Le scuse le devono porgere loro”, non fa che dimostrare la confusione imperante. Come se l’islam fosse un organismo univoco, compatto, e potesse mettersi d’accordo nel porre le sue scuse grazie a un organismo rappresentativo.

Non stiamo difendendo l’azione (indifendibile) dei fondamentalisti. Stiamo auspicando che i cristiani non si pieghino a un ragionamento secondo le coordinate del mondo. Da cristiani, siamo piuttosto chiamati a considerare l’islam per quello che è, secondo una prospettiva che ci è propria: vale a dire, prima di tutto, come un “mistero e una spina nel fianco”. È forse ciò che intuì san Francesco d’Assisi, quando sulla Verna gli apparve Cristo in forma di serafino crocifisso: fu questo stesso Amore a infiammare così tanto la mente di Francesco, a imprimere nella sua carne le sacre stimmate della Passione.

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plausi e botte, interventi incivili

sabato, 16 settembre 2006
la vera "crociata" di Benedetto XVI

C’è un “terra santa” che il cosiddetto Occidente ha occupato, calpestato, svilito: è l’intelletto, la ragione, «fra tutte le realtà umane – come dice san Tommaso d’Aquino – la più nobile e alta, quella che Dio ama più di ogni altra» (cfr. In X Eth., lect. 13). È questo il succo del bellissimo discorso che papa Benedetto XVI, il 12 settembre, ha pronunciato davanti al pubblico dell’Università tedesca di Ratisbona: “Fede, Ragione e Università”.

Appare in tutta la sua dolorosa gravità, a nostro avviso, il tentativo di strumentalizzazione che di tale discorso si è fatto, in chiave anti-islamica, nei nostri media come anche in quelli del mondo musulmano. Una lettura integrale del testo (la cui traduzione in molte lingue è peraltro ancora indisponibile) potrà dissipare ogni dubbio. Ciò che il papa contesta con forza è la riduzione della ragione a puro orpello, la negazione della sua capacità di cogliere il bene e la verità, senza un soccorso trascendente (che pure resta necessario alla salvezza). Per farlo, egli si richiama al concetto di analogia entis, principio vitale del cattolicesimo, come è stato formulato dal Concilio Lateranense IV: «
Inter creatorem et creaturam non potest tanta dissimilitudo notari, quin inter eos maior sit dissimilitudo notanda» (in H. Denzinger, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, Bologna 1995, 432). Che non è poi dissimile da quanto disse Agostino, indicando la divinità come «interior intimo meo et superior summo meo» (Conf. 3,6,11).

Spiega il Santo Padre: «
La fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l’analogia e il suo linguaggio (cfr. Lateranense IV). Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come “logos” e come “logos” ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l’amore “sorpassa” la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l’amore del Dio-“logos”, per cui il culto cristiano è spirituale [in greco: logikos] – un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Romani 12,1)».

Da qui, papa Benedetto perviene a una critica di tutti quei tentativi di de-ellenizzazione del cristianesimo, di negazione cioè dell’incontro provvidenziale fra messaggio biblico e pensiero greco (filtrato attraverso le categorie del cristianesimo). Alfiere di questa posizione de-ellenizzante, nel panorama teologico del Novecento, fu il luterano Adolf von Harnack, puntualmente citato nel discorso. Ma le radici di un tale pensiero affondano molto più indietro, come una tentazione costante all’interno del cristianesimo, e possono esser fatte risalire, secondo il papa, al volontarismo di Duns Scoto e al biblicismo di Lutero (col suo principio “Sola Fide, sola Gratia, sola Scriptura”). Non si pensi a una critica esclusiva di Ratzinger nei confronti del protestantesimo. Potremmo citare, dalle nostre parti, l’afflato “anti-metafisico” di Giuseppe Dossetti, il quale prese spunto da una celebre frase dell’Esodo, «Faremo e ascolteremo» (Es 24,6), già commentata in tal senso da Emmanuel Lévinas, per sostenere il primato dell’adesione al bene sulla conoscenza che abbiamo di esso: «essi (il popolo ebraico davanti a Mosé)
scelsero un’adesione al bene precedente alla scelta tra il bene e il male. Realizzarono così un’idea di una pratica anteriore all’adesione volontaria. L’atto con il quale essi accettarono la Thorà precede la conoscenza» (Sentinella, quanto resta della notte?, Roma 1994, p. 48). Assunto pericoloso, perché sgancia l’idea di bene dalla sua riconoscibilità da parte della ragione: sostenendo che bene è ciò che, quand’anche fosse arbitrariamente, Dio decide sia bene.

Come nota accortamente papa Ratzinger, «
Qui si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: “In principio era il logos”. È questa proprio la stessa parola che usa l’imperatore [Manuele II Paleologo, citato in precedenza]: Dio agisce con “logos”. “Logos” significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il “logos”, e il “logos” è Dio, ci dice l’evangelista. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell’Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: “Passa in Macedonia e aiutaci!” (cfr Atti 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una “condensazione” della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi greco».

Donde l’invito finale del papa, più che mai urgente: «Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. È a questo grande “logos”, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università».

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volti e parole, lettere dalla campagna

venerdì, 15 settembre 2006
"un muro non basta"

Su invito dell’amica Chiara, segnaliamo questa iniziativa: si tratta di una mostra itinerante dedicata al muro di separazione eretto fra Israele e i territori palestinesi, con fotografie documenti e testimonianze. La mostra farà tappa a Vicenza per alcuni giorni, da oggi al 21 settembre, con sede espositiva presso il Seminario Vescovile (Borgo Santa Lucia 51), e apertura al pubblico dalle ore 9:00 alle 12:30 e dalle 15:00 alle 19:00 (tranne la domenica pomeriggio). L’ingresso è libero. Sabato 16, alle ore 20:30, è previsto un incontro con alcuni ragazzi palestinesi, cui seguirà un collegamento in videoconferenza con una religiosa vicentina, infermiera all’Ospedale pediatrico di Betlemme (Baby Caritas Hospital). Proprio dall’ingresso dell’ospedale, nel suo recente viaggio in Terrasanta, Chiara ha scattato alcune foto del muro.

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diario scritto di giorno, interventi incivili

giovedì, 14 settembre 2006
un (veridico) apocrifo di Ratzinger

L’altro giorno ero a Monaco, per la visita del papa. A un certo punto, appressandosi alla fila di fedeli nella quale mi trovavo, Benedetto XVI in persona mi ha fatto un cenno con la mano. A me – capite? – a me! «Mi dica, Santità, mi dica!». «Ecco, figliolo, ecco, io ora ti do un foglietto che non posso tenere con me. Sai… la Curia… non capirebbero… Che il Signore ti benedica». Questo mi disse, la voce flebile di mezzo al tramestìo, continuando nel frattempo a stringere le mani e proseguendo il cammino. Il testo del foglietto (la traduzione è mia) era il seguente:

Cose da fare (2-continua).

Tirare orecchie Pera.

Telef. Nicola Bux! Motto: Va’, Benedetto, e sconsacra le mie case che, come vedi, fanno schifo. Sensibilizzare laici.

- Betilo detto del SS. Redentore, Paderno-Seriate (Italia): sconsacrare e disporre a museo dello stivale e della calzatura;

- cappella della Katholische Akademie di Freiburg (Germania): sconsacrare e adattare a sala prove orchestra locale;

- chiesa di Sant’Antonio da Padova, Marzocco di Senigallia (Italia): sconsacrare e trasformare in aula per esercizi ginnici;

- chiesa della Decima Parrocchia di Legnano (Italia): rimuovere parroco;

- chiesa di San Giuseppone [sic] Lavoratore, Casanella (Italia): sconsacrare e adattare ad alloggio per studenti di architettura;

- chiesa di San Luca, Graz (Austria), sconsacrare e cedere a gestione disco-pub;

- chiesa di Santa Maria, Marco de Canaveses, Oporto (Portogallo): sconsacrare e convertire a magazzino di frattaglie;

- chiesa Notre Dame di Stockel, Woluwe Saint-Pierre (Belgio): sconsacrare e adibire a palazzetto degli sport;

- chiesa di San Timoteo, Mesa (Arizona): sconsacrare e adibire a centro congressi;

- chiesa della SS. Trinità, Wien (Austria): sconsacrare e procedere a demolizione…

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diario scritto di giorno, plausi e botte, forma e sostanza

mercoledì, 13 settembre 2006
Inner Light

“Inner Light” – la nuova linea di chiese per “cattolici”.

By George Fox Massimiliano Fuksas:

“Mamma, papà, guardate: quella è una croce!” - “Ma no, ma cosa dici, sciocchino! Non vedi ch’è solo un’ombra sulla parete?”. Entri in chiesa, e scopri che l’architetto era quacchero. Qui.

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plausi e botte, umorismo vaticano, forma e sostanza

martedì, 12 settembre 2006
“Torino spiritualità”

Tante domande, nessuna risposta: è l’etica del nuovo salotto libresco organizzato in Piemonte, per la nuova edizione di “Torino spiritualità”. Saranno «domande a Dio e domande agli uomini, da porsi soprattutto dal 19 al 24 settembre», con «dibattiti, workshop, spettacoli, letture e commenti dei testi sacri delle diverse religioni e lezioni-incontri». Un’occasione per confrontarsi, dibattere, dialogare: in un clima sereno, a due passi da piazza Statuto. E di fronte a nomi di tutto rispetto. Eccone alcuni, con la confessione d’appartenenza indicata fra parentesi:

il pornolatrico James Hillmann (barbelognostico),

il cabbalistico Haim Baharier (maestro dell’ateo Moni Ovadia),

l’antropologico Marc Augé (ateo),

il sofofilico Massimo Cacciari (cainita o bogomilo, non si capisce bene),

l’ontosofistico Emanuele Severino (circoncellione autolatrico),

il barbiturico Remo Bodei (àlogo apocolochintico),

l’assenteistico Roberto Vecchioni (filodossico),

l’eremitico pantòtopo Enzo Bianchi (bosico).

Tra i temi del simposio: “L’Oriente al di là dell’Occidente” (“L’Occidente aldilà dell’Oriente”), “Conflitti, convivenze e riconciliazioni” (“Ti amo: parliamone”), e “Nuove moralità: il valore del silenzio” (beh, speriamo imparino qualcosa).

Molte le novità di quest’anno: ad esempio “Giovani leader per la pace”, un «seminario di 14 giovani esponenti politici israeliani e palestinesi che hanno scelto il Piemonte per trovarsi e discutere di pace» (previsto lancio di patatine; portarsi roba da casa; pranzo al sacco), e infine, remedium in cauda, “Domande al male”, una sezione a cura di Ernesto Ferrero.

Sì, Ernesto Ferrero, il traduttore italiano del Viaggio al termine della notte di Louis Ferdinand Céline. Sulla quarta di copertina dell’edizione Corbaccio hanno scritto che Ferrero è «
uno scrittore particolarmente attento al “colore” dei linguaggi»; grazie alla sua nuova traduzione, il romanzo di Céline «si offre così a nuove generazioni di lettori con l’intatta freschezza di un “classico” che non finisce di stupire per la sua modernità». Sapete perché hanno scritto così? Perché il linguaggio colorito e visionario di Céline è stato reso come se a parlare fosse un frequentatore del Cocoricò. Senz’alcun rispetto per la vena immaginifica dell’autore francese, né per la lingua italiana. Nella vecchia traduzione, degli anni Cinquanta, potevate trovare “porcacchione” e “stercaccio”: oggi, al loro posto, abbiamo “ciumbia” e “stronzo”. Diamine, che progressi. E che rigore filologico! Per non parlare di “nom de Dieu”, un’espressione che in Francia suona forte, ma che soltanto un demente potrebbe comparare alle bestemmie scelte da Ferrero (per la precisione: “boia”, “cane” e “porco”, e ogni volta in luogo del medesimo “nom de Dieu”).

Chissà come avrebbe tradotto, il simpatico Ferrero, quel titolo dello scrittore e polemista cattolico Maurice Clavel: Dieu est Dieu, nom de Dieu! Forse si sarebbe fatto aiutare dall’organizzatore di “Torino spiritualità”, Gabriele Vacis (non ricordate? Leggete qui, l’ultimo capoverso). Ma un suggerimento per la versione corretta (e aggiornata) io stesso ce l’avrei: Dio è Dio, non rompete le balle.

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imposture intellettuali, gnosticismi

domenica, 10 settembre 2006
per grazia ricevuta

ovvero la cognizione del dolore, e della consolazione, di Ferretti Lindo Giovanni

Che Giovanni Lindo Ferretti fosse un grande, lo sospettavamo da tempo. Ora ne abbiamo la conferma definitiva. Dal quotidiano Il Foglio del 12 agosto scorso (*): 

«Due giorni fa è arrivata al Foglio la lettera di un “Giovanni Lindo Ferretti”. L’autore della burla – come noi del resto, che abbiamo pubblicato lo scritto apocrifo – non sapeva che il cantante musicista e autore non si firma così. Il tema dell’intervento era l’utopia dell’eliminazione scientifica del dolore. Questa è la risposta dettata da “Ferretti Lindo Giovanni”:

Tre possibilità: è un mio omonimo, è un anonimo scrivente voglioso di farsi notare, è qualcosa che non comprendo e, passato il momento, insignificante oltre che inutile. Solo la seconda possibilità ha qualcosa di intrigante ma siamo al punto di partenza perché anonimo. Già allertato da un messaggio e una telefonata, trovo finalmente il Foglio e leggo la “mia” lettera. Incredulo e sempre più sorridente mi viene voglia di sottoscriverla, anzi farla mia, riconoscerla. Sono vent’anni che i giornalisti mi fanno dire cose che non mi appartengono nella forma e spesso anche nella sostanza. Dettato e riassunto sono stati banditi dalla scuola dell’obbligo che preferisce fomentare la creatività senza sapere che questo è il modo migliore per distruggerla. È raro ormai che rilasci interviste, non solo per la banalità delle domande, ma anche per la sciatteria nel trascrivere le risposte. Ebbene io credo in ciò che dice la “mia” lettera ma: troppa grazia sant’Antonio. Non sono così colto, non argomento in questo modo le mie opinioni e soprattutto non ascolto la radio, tantomeno Radio radicale. Non è un particolare insignificante. La lettera esiste come polemica con la suddetta, e per quanto giusta, ne risulta determinata, confinata in quel contesto. Dei polemisti apprezzo arguzia, bella scrittura, concisione. Dopo la sfogliata generica è: Andrea’s Version, a seguire Preghiera e la ricerca dell’Elefantino mio laico rito mattutino, ma se io dovessi scrivere di dolore preferirei raccontare del mio che attanaglia la carne e ottenebra la mente. L’ho conosciuto e attraversato cercando di coglierne il senso, anche il ringraziamento. La malattia, il dolore che ne deriva e accompagna la guarigione è parte essenziale del cambiamento, del fiorire come personalità, del crescere. Permette di acquisire il senso del tragico e del meraviglioso nel quotidiano. Se dovessi scrivere di dolore, lo farei con pudore e timore perché so che senza dolore non c’è vita.

La pretesa di abolire il dolore nasconde la voglia di bandire la compassione, la riduzione della propria e altrui vita a meccanica animaloide determinata da parametri medico-psicologici e politico-economici. È la nuova frontiera del privilegio in cui la genetica si erge a deità principe in un olimpo affollato come mai. È proprio della follia moderna, la superstizione scientista, dire, banalizzare il mistero della vita. Erodere lo spazio del sacro, del religioso, per poterlo rivendere come vizio, prima a caro prezzo per le avanguardie, poi scontato per tutti. Non è forse con l’erosione della mistica che si è fatto campo alle droghe di massa? Dal rifiuto del dolore ci si può solo aspettare la glorificazione del sadismo e del masochismo come forma contemporanea dell’eros. La crescita esponenziale delle turbe da depressione e dei suicidi adolescenziali. È proprio dei Santi accettare con gratitudine il dolore, il proprio non quello altrui. È proprio dei Santi, nell’esempio del Cristo, farsi carico del dolore di tutti. Per noi che santi non siamo, l’analgesico è una necessità e la buona salute il miglior augurio. Lenire il dolore ché la carne è debole è una conquista della civiltà, quindi un problema di misura, un riconoscere il limite. La pretesa di debellarlo non è che l’apertura di nuove soglie, imprevedibili, nel dolore. C’è un dolore sconosciuto che già affiora qua e là sul presupposto della sua sconfitta. Conoscete gli incubi da sovradosaggio di anestesia? Lo strazio di un corpo prostrato da un intervento chirurgico e incapace di utilizzare la propria riserva energetica perché obbligato a un benessere irreale e falso che contrasta il processo di guarigione doloroso ma vitale? Non posseggo cultura medica e solo in caso di necessità, ahimè frequente, mi affido paziente ubbidiente ma traggo dall’esperienza motivi di riflessione e di giudizio. Combatto le superstizioni tanto millenariste che positiviste anche in ospedale.

Per ciò che riguarda la difesa della Chiesa, delle sue posizioni, della necessità di ponderazione nel suo operare, rifuggo ogni polemica. Per troppo tempo sono stato succube, seppur volontario, di una falsificazione della Storia che la identifica come controparte reazionaria alla libertà umana. Quel tempo è finito, Dio sia lodato, e non lascio ai suoi nemici dichiarati, occulti, anche compartecipi e ben posizionati, l’ordine del giorno dei miei interessi, del mio impegno, delle mie priorità. Sono ogni giorno più cattolico, cattolico bambino, felice di addormentarmi stanco e nell’aprire gli occhi contento di questo dono che è vivere. Un dono vero, non facile, non ovvio, sempre rischioso e sorprendente. Sono così bambino nel mio essere cattolico da essere fermo, inchiodato nel mistero dell’Incarnazione. Forse perché, generazione su generazione, figlio di pastori, e c’erano pastori in quella capanna grotta stalla sotto una stella nel regno di Giuda in terra d’Israele al tempo dell’Imperatore Augusto in Roma, quando da una giovane Madre, Immacolata in eterno, è nato il Salvatore del mondo, l’Incarnato. Mistero che si può solo sfiorare ma fa vibrare nuova tutta l’umanità.

P.S. Se fossi un politico, cercherei l’anonimo omonimo per ingaggiarlo. Intelligenza e cultura, la giusta dose di strafottenza, sono comunque merce rara e preziosa. Ha studiato dai gesuiti per caso? Lo chiedo senza invidia, con orgoglio, ché io sono stato educato dai salesiani (Ferretti Lindo Giovanni)» (**).

(*) Grazie a Claudio, che ha segnalato la cosa in un commento, qui.

(**) Questa non è la prima lettera di Ferr