«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Una riflessione di Olivier Clément, apparsa su Avvenire:
«Talvolta, nei momenti di scoraggiamento, mi viene un dubbio: se tutto ciò fosse solo un sogno? Questi cristiani talmente ordinari, io per primo, talmente divisi, attaccabrighe, gli uni più o meno persi nell’umanitarismo, gli altri chiusi in un pietismo senza orizzonti, in un moralismo spietato, sarebbero questi gli uomini della Natività? La liturgia prosegue, monotona, estranea alle angosce degli uomini. Prorompe un salmo di maledizione, io mi scuoto come un dormiente che si svegli, esco, tocco un ramo, già ci sono le gemme, io sono vivo, la vita in me viene dall’aldilà della vita: ma cosa significa tutto ciò? Mi viene la tentazione di Kirillov che si immergeva, al di là del bene e del male, nella contemplazione di una semplice foglia, una foglia autunnale, gialla, con ancora un po’ di verde, l’impeto delle nervature, l’eternità nell’istante, l’estasi d’essere. Eppure io morirò. Kirillov si è ucciso, non si è immortalato. Torno in chiesa. Ho bisogno che il Bambino nasca anche per me, nel mio cuore. Vano il cristianesimo? Molti lo dicono. Penso allora alla dimostrazione “negativa” (così come si dice “teologia negativa”) che ha proposto Jean Delumeau all’inizio del suo libro Le ragioni di un credente. Supponiamo, dice, che sparisca dai nostri paesaggi, dalla nostra cultura, dalla struttura stessa della nostra sensibilità, tutto ciò che proviene dal cristianesimo. Cosa resterebbe? La già vecchia “nuova destra”, almeno in Francia così paganeggiante, avrebbe i suoi megaliti e la sua volontà di potenza. Io preferisco la più umile chiesa dell’Alvernia o dell’arcipelago greco, preferisco la compassione ed il perdono. L’ateismo costituito, che bellezza ha creato? Cosa andavamo a vedere in Unione sovietica (e anche oggi in Russia), il mausoleo di Lenin o le icone di Teofane il Greco o di Rublëv? Certo i tempi di cristianità hanno peccato gravemente contro il dono più prezioso del Vangelo all’umanità: la libertà. Il Dio che si fa bambino non s’impone, deve fuggire mentre massacrano gli innocenti. Nel deserto, Gesù rifiuta il miracolo magico e l’onnipotenza divinizzata (cioè satanizzata) che attirerebbero a lui gli uomini come schiavi incantati. Tace quando gli bendano gli occhi, lo colpiscono e lo scherniscono: “Profeta, profetizza, dicci chi ti ha colpito!”. Non scende dalla sua croce. Risorto, non si mostra né all’imperatore né ai grandi sacerdoti, soltanto a quelli che credono in lui, a quelli che, nella magnifica libertà della fede, discernono, fino ad oggi, il Trasfigurato nello Sfigurato coperto di sputi e sangue. I tempi di cristianità hanno avuto tendenza a fare del cristianesimo - per lo meno quello della Chiesa - l’ideologia obbligatoria della società. Allora è venuta la rivolta moderna contro queste immagini vincolanti di Dio. Ma la rivolta sfocia oggi nel nichilismo, in uno scetticismo più o meno cinico. Il pianeta si unifica ma nel caos, nell’ingiustizia, nella distruzione o nello spasmo astioso delle culture non occidentali. Del resto il cristianesimo, così spesso privo di dimensione cosmica, ha lasciato che si sviluppasse un prometeismo che ci minaccia oggi di mostruosità genetiche e di un suicidio collettivo, nucleare o ecologico. Non si supererà la modernità rifugiandosi nei suoi margini, che essa raggiunge irresistibilmente, trasformando le religioni orientali in ideologie o in scientismo dell’interiorità. Non si supererà la modernità se non dal di dentro: non con un Dio chiuso nella sacralità, ma col Dio venuto nel cuore stesso delle nostre tenebre, nel cuore stesso del profanato: e qual è la profanazione più grande se non il massacro degli innocenti, il massacro dell’Innocente? Non si supererà la modernità se non con il Dio che non nasce su un altare, ma in una mangiatoia».
Del teologo ortodosso Olivier Clément, le edizioni Jaca Book hanno recentemente pubblicato il libro-intervista Memorie di speranza (cur. Jean-Claude Noyer, pp. 224, euro 18).
Da buon pubblicano, casa mia si truova sotto assedio del vario parentame. Riflettevo oggi, fra i molti e doverosi bicchieri di vino, sugli auguri di lieto Natal che avrei potuto scrivere qui, per gli amici e i lettori. Facciamola breve: non mi viene in mente nulla. Potrei lasciarvi un bel brano che leggevo stamane, ancora rimbecillito per la veglia, dal trattato De Christo et antichristo, scritto dal vescovo orientale Ippolito attorno al 200 (così sembrerò coltissimo, il che non guasta). L’autore parla dell’Incarnazione utilizzando una metafora molto diffusa nella letteratura cristiana antica, quella della tunica e del telaio:
«Per ciò, infatti, il Verbo di Dio che era privo di carne rivestì la santa carne della santa Vergine come uno sposo la veste nuziale, intessendola nella passione della croce, così da salvare l’uomo ormai perduto, e congiunse il nostro corpo mortale alla sua potenza e mescolò il corruttibile all’incorruttibile e il debole con il forte. Il telaio del Signore è come la passione patita sulla croce, la trama poi è la santa carne intessuta nello spirito, il filo la grazia che per l’amore di Cristo lega e unisce entrambi in unità, la spola è il Verbo, e i tessitori sono i patriarchi e i profeti che intessono la bella veste talare e la tunica perfetta di Cristo, e il Verbo, attraversando costoro come una spola, intesse grazie ad essi tutto ciò che il Padre vuole» (4,1; trad. M. Rizzi).
Ma queste son metafore, appunto. La realtà delle cose, in maniera asciutta e stupenda, l’ha scritta invece Giovanni, al principio della sua prima lettera. Così, per meditarci sopra e festeggiare, ci prendiamo pure una pausa, suvvia. A presto, e ancora auguri.
Da qualche giorno, pare, il Corriere della sera s’è messo discettare di questioni liturgiche. Certo, noi preferiremmo che Mieli chiedesse perdono per l’atroce campagna di diffamazione (mai smentita) contro papa Pio XII, ma non si può chiedere troppo. Ed è comunque un bene che si torni a parlare di liturgia. Alcune polemiche, recentemente, sono scaturite in seguito all’appello lanciato da Antonio Socci, sulle pagine del quotidiano Il Foglio, a favore di un “indulto” nei confronti della messa tridentina, che Benedetto XVI sembrerebbe ben disposto a concedere. Questo appello per la liberalizzazione del rito preconciliare, paragonabile a quello che venne firmato al principio degli anni Settanta da un pugno di intellettuali (anche non credenti), peraltro con scarso successo e con un’operazione non priva di ambiguità, è una prova in più dell’esigenza, condivisa oggi da più parti, di una vera e propria riforma liturgica. Il sito “Korazym” ospita in proposito un ampio e documentato dossier, diviso in quattro sezioni, con lo scopo di presentare i punti chiavi dell’intera faccenda: Il dibattito sul messale tridentino. La vera posta in gioco è il Concilio Vaticano II (1), (2), (3), (4).
Parte del dibattito, ultimamente, riguarda anche la discussa traduzione di un’espressione (pro multis) contenuta nella versione latina delle parole dell’Ultima cena, come vengono pronunciate nella formula di consacrazione al centro della liturgia eucaristica. Al termine di un’indagine durata circa un anno,
1. Un testo corrispondente alle parole pro multis, tramandato dalla Chiesa, costituisce la formula che è stata in uso nel rito romano in latino fin dai primi secoli. Negli ultimi trent’anni, più o meno, alcuni testi approvati in lingua moderna hanno riportato la traduzione interpretativa “for all”, “per tutti”, o equivalente.
2. Non vi è alcun dubbio sulla validità delle messe celebrate con l’uso di una formula debitamente approvata contenente una formula equivalente a “per tutti”, come già ha dichiarato
3. Ci sono, tuttavia, molti argomenti a favore di una traduzione più precisa della formula tradizionale pro multis:
a. I Vangeli Sinottici (Mt 26,28; Mc 14,24) fanno specifico riferimento ai “molti” [in greco: polloi] per i quali il Signore offre il sacrificio, e questa espressione è stata messa in risalto da alcuni esegeti in relazione alle parole del profeta Isaia (53,11-12). Sarebbe stato del tutto possibile nei testi evangelici dire “per tutti” (per esempio, cfr. Lc 12,41); invece, la formula data nel racconto dell’istituzione è “per molti”, e queste parole sono state tradotte fedelmente così nella maggior parte delle versioni bibliche moderne.
b. Il rito romano in latino ha sempre detto pro multis e mai pro omnibus nella consacrazione del calice.
c. Le anafore dei vari riti orientali, in greco, in siriaco, in armeno, nelle lingue slave, ecc., contengono l’equivalente verbale del latino pro multis nelle loro rispettive lingue.
d. “Per molti” è una traduzione fedele di pro multis, mentre “per tutti” è piuttosto una spiegazione del tipo che appartiene propriamente alla catechesi.
e. L’espressione “per molti”, pur restando aperta all’inclusione di ogni persona umana, riflette inoltre il fatto che questa salvezza non è determinata in modo meccanico, senza la volontà o la partecipazione dell’uomo. Il credente, invece, è invitato ad accettare nella fede il dono che gli è offerto e a ricevere la vita soprannaturale data a coloro che partecipano a questo mistero, vivendolo nella propria vita in modo da essere annoverato fra “i molti” cui il testo fa riferimento.
f. In conformità con l’istruzione Liturgiam authenticam, dovrebbe essere fatto uno sforzo per essere più fedeli ai testi latini delle edizioni tipiche.
Le Conferenze episcopali di quei paesi in cui la formula “per tutti” o il relativo equivalente è attualmente in uso sono quindi invitate a intraprendere la catechesi necessaria ai fedeli su questa materia nei prossimi uno o due anni per prepararli all’introduzione di una traduzione precisa in lingua nazionale della formula pro multis (per esempio, “for many”, “per molti”, ecc.) nella prossima traduzione del Messale Romano che i vescovi e
Non essendo liturgisti, non riteniamo di poter aggiungere granché a queste dichiarazioni di Arinze. Né possiamo pretendere di esaminare la questione esegetica nel dettaglio: se sia preferibile, cioè, una traduzione di pro multis (gr.: perì pollôn) con senso inclusivo (“per la moltitudine”, per la totalità degli uomini) o con senso esclusivo (“per molti”, vale a dire per quanti lo vogliano). Le parole pronunciate da Gesù durante l’ultima cena sono state trasmesse in differenti versioni, nei documenti protocristiani: nei vangeli sinottici, in Paolo, nella Didaché. La più antica di queste versioni, verosimilmente, è quella riferita dall’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi (11,20-34), che presenta vari elementi in comune con la resa lucana. A differenza di Matteo (26,26-29) e di Marco (14,22-24), Paolo riporta infatti le frasi «fate questo in memoria di me» e «dopo aver cenato», comuni al dettato di Luca (22,19-20), che forse può averle mutuate proprio dalla frequentazione delle comunità paoline o da Paolo stesso, integrandole poi con le tradizioni che troviamo negli altri due vangeli sinottici. Solo Luca e Paolo precisano inoltre che il corpo (meglio sarebbe dire: la carne) è offerto «per voi», una nota assente in Matteo e Marco, mentre il fatto che il sangue sia «versato» e «per voi», particolare ignorato dalla versione paolina, è attestato da tutti e tre i sinottici, seppur con sfumature diverse (Lc 22,20: «versato per voi»; Mc 14,24: «versato per molti»; Mt 26,18: «versato per molti in remissione dei peccati», aggiunta dovuta forse alla contestazione della “remissione dei peccati” che Lc 3,3 e Mc 1,4 attribuiscono al battesimo di Giovanni, ma che Mt omette di citare). L’espressione controversa, quindi, ricorre solo in Marco e Matteo. Ma si è detto che tutto ciò richiederebbe una trattazione specifica, che finirebbe per torturare, ancor più di quanto già fatto finora, il benevolo lettore.
Intendiamo quindi sottolineare un solo punto, tra quelli evidenziati nella lettera di Arinze: laddove si afferma che «“Per molti” è una traduzione fedele di pro multis, mentre “per tutti” è piuttosto una spiegazione del tipo che appartiene propriamente alla catechesi». Ora, l’affermazione ci sembra centrale perché denuncia implicitamente l’abbassamento didascalico, didattico-catechetico, della nostra percezione attuale dell’agire liturgico. Come si diceva qui, il protagonista reale della liturgia, del cuore della vita cristiana, non può essere semplicemente l’assemblea dei fedeli. Ciò sminuirebbe infatti il suo carattere “oggettivo” di Mistero, il cui supremo e unico agente è Dio. Come nella parabola giovannea della Vite e dei tralci (Gv 15,1-8), il Padre (e solo il Padre: non il sacerdote o l’assemblea) è il vignaiolo che nutre i tralci della vera Vite (il corpo di Cristo) attraverso la linfa dello Spirito. Lo scopo primario della Messa è proprio il contatto con questa fonte viva, in un movimento che parte da Dio e a Dio ritorna, per il tramite dell’Eucaristia. La celebrazione di questo Mistero non può essere assolutamente subordinata alle esigenze dottrinali o agli slanci emotivi (pur legittimi) del celebrante o dell’assemblea. Slanci ed esigenze che dovrebbero avere altri spazi per la loro espressione. Troppo spesso, invece, le diverse parti del rito vengono sostituite da una mera descrizione di esso: come accade quando il sacerdote spiega (o tenta di spiegare) il significato di taluni suoi gesti mentre li esegue. Così quel “molti” che diventa “tutti”, lungi dal tradurre efficacemente o meno il senso di un’espressione enigmatica, rischia in primo luogo di farne smarrire l’irriducibile e asciutta concretezza, a favore di una spiegazione (quale che sia) che potrebbe fornirsi a parte.
Probabilmente esageriamo, ma questo non ci sembra affatto l’unico esempio di quel processo di astrazione e di impoverimento che sembra affliggere molto spesso la vita liturgica della Chiesa d’oggi. Se ne accorse, in altro modo e forse con altri intenti, quell’acutissimo sociologo della cultura che fu Marshall McLuhan, quando al principio degli anni Sessanta, poco prima della promulgazione del meraviglioso (e in parte disatteso) documento conciliare sulla liturgia, la costituzione Sacrosanctum Concilium, osservò quanto segue: «Se una tecnologia viene introdotta in una cultura sia dall’interno sia dall’esterno, e se provoca una nuova accentuazione o supremazia di uno o dell’altro dei nostri sensi, allora il rapporto tra tutti i sensi ne risulta alterato. Noi non sentiamo più nello stesso modo, né i nostri occhi e orecchi e gli altri sensi rimangono gli stessi. L’intreccio dei sensi è costante eccetto in condizioni di anestesia. Ma ognuno dei sensi quando venga acutizzato ad un alto livello di intensità può fungere da anestetico nei confronti degli altri sensi» (La galassia Gutenberg. Nascita dell’uomo tipografico, University of Toronto Press 1962, trad. it. Roma 1976, p. 50). McLuhan sapeva bene che, in fondo, non sarebbe stata l’abolizione del latino ad anestetizzare la liturgia, quanto piuttosto l’impiego acritico del microfono… Vedeva in questo, come in altre cose, una potenziale minaccia per l’intreccio liturgico dei sensi (la “sinestesia”), così radicato nel profondo realismo della percezione cristiana delle cose. Chissà se le commissioni liturgiche ne terranno conto, a giochi fatti.
Wikipedia non sarà come Richard Krautheimer, ma il suo progetto sulle chiese di Roma merita un’occhiata.
Un articolo di Roberto Beretta:
«Don Camillo ha sessant’anni, e continua a parlare col Crocifisso e a menar sberle ai comunisti come se il Muro non fosse nemmeno incrinato. Ha 60 anni anche Peppone, ma non si è iscritto alla Quercia e non pensa ad alcuna “fase due”. Bei tempi, quando il bipolarismo italiano erano questi qui: irriducibilmente avversari, ma sinceri, onesti, simpatici, veri. Sì, “Mondo Piccolo” entra (benché vigorosissimo) in età pensionabile, essendo nato per caso e per necessità l’antivigilia di Natale 1946: come ha testimoniato il suo creatore, Giovannino Guareschi da Parma, quella sera infatti mancava un pezzo “per completare l’ultima pagina del settimanale Candido”; ma per fortuna c’era, già impaginato, il “raccontino” scritto per Oggi: “Allora - scrive il giornalista - faccio cavar fuori il pezzetto da Oggi, lo faccio ricomporre e lo butto dentro Candido. ‘Sia come Dio vuole!’ esclamo”. E come Dio volle appunto fu: un successo sterminato, mondiale. Da quel primo pezzo - uscito il 28 dicembre e intitolato, per la cronaca, Don Camillo (titolo poi cambiato in Peccato confessato quando uscirà in volume nel 1948) - scaturisce una saga di ben 346 racconti scritti spesso di notte e consegnati “sempre in ritardo”, 8 libri antologici (di cui 5 postumi) tradotti in tutto il mondo, per milioni di copie vendute, 5 film continuamente replicati, ma soprattutto l’umanità di una coppia immortale. E pensare che, credeva l’autore, “se fosse uscito su Oggi il raccontino sarebbe finito lì e non avrebbe avuto nessun seguito”…» (continua qui).
Pare che in Italia, ogni giorno, vedano la luce circa 150 nuove pubblicazioni. Il ritmo è impressionante, e la quantità complessiva delle novità editoriali prodotte in un anno risulta davvero criminosa. Ciò costituirebbe, di per sé, un invito a leggere di meno. Perché leggere, di questi tempi, è tutto fuorché un dovere. Ma non può essere nemmeno, soltanto, un piacere. I nostri consigli di lettura, concepiti come un appuntamento semestrale, intendono segnalare alcuni di questi nuovi titoli (talora semplici ripubblicazioni): quelli che ci sembrano di volta in volta più aderenti ai gusti e alle esigenze che immaginiamo nei nostri lettori, o meritevoli almeno d’una occhiata. Ovvio che, sul comodino, tutti questi libri non ci possano stare. Sotto l’albero, qualcuno. Ma il miglior consiglio che possiamo dare è sempre quello di leggere poco, cercando parole e pensieri che resistano all’usura del tempo.
Autori Vari,
Autori Vari, Nuovo dizionario patristico e di antichità cristiane, Marietti, Genova 2006, pp. 950, euro 80. Si tratta di una nuova edizione del Dizionario diretto da Angelo Di Berardino, e curato dall’Istituto patristico Augustinianum di Roma (tre volumi: 1983-1988). «L’ambito cronologico coperto si estende dal I secolo d.C. fino al termine dell'età patristica e all’affermarsi del cristianesimo di epoca più propriamente medievale: per l’Occidente fino a Beda (ca. 673-735) e per l’Oriente greco fino a Giovanni Damasceno (ca. 675 - ca. 749). Per le altre aree cristiane (siriaca, copta, etiopica, georgiana e armena), in alcuni casi concreti, i criteri cronologici sono stati più elastici in ragione dell’evangelizzazione di tali aree e della particolare natura degli scritti e delle traduzioni in queste lingue. Le voci che compongono il Dizionario sono state scelte con la preoccupazione di riflettere nello spettro più ampio possibile la ricchezza e la varietà di aspetti dell’epoca patristica. Esse includono personaggi, dottrine, correnti culturali, vicende storiche e dati geografici, elementi liturgici e di spiritualità, realizzazioni artistiche e testimonianze archeologiche».
Divo BARSOTTI, Introduzione al breviario. Lo spirito della Liturgia delle ore, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, pp. 112, euro 8. Scritto poco prima del Concilio Vaticano II, questo piccolo libro di don Divo Barsotti approfondisce il tema della preghiera, “primo lavoro del cristiano”, e fornisce in particolare ai laici un’affascinante introduzione alla pratica della Liturgia delle ore.
Nikolaj BERDJAEV, Autobiografia spirituale, Jaca Book, Milano 2006, pp. 448, euro 38. Un’opera ricchissima, anche per la comprensione del contesto intellettuale nel quale è stata scritta. «L’Autobiografia spirituale di Nikolaj Berdjaev (1874-1948) non è l’ultimo libro scritto dal grande filosofo russo; cacciato dalla propria patria per decisione diretta di Lenin e stabilitosi a Parigi dal 1924, Berdjaev ne terminò infatti la versione iniziale già nel 1940 e prima della morte vi portò alcuni ritocchi, ma quest’opera resta comunque il suo testamento spirituale per la chiarezza con la quale, ripercorrendo la propria storia personale e quella di un mondo devastato da guerre e rivoluzioni, riscopre la propria storia personale creata da Dio e definita dal rapporto con un Dio che vuole la sua creatura come essere libero e creatore. In un mondo che stava sempre più negando il reale, per ridurlo al prodotto del soggetto o di presunte leggi della storia e della natura, la filosofia che viene qui presentata da Berdjaev è dunque una filosofia della riscoperta della realtà come mistero irriducibile, non fatto da mani d’uomo». L’edizione italiana è curata da Adriano Dall’Asta.
Roberto BERETTA, Chiesa padrona. Strapotere, monopolio e ingerenza nel cattolicesimo italiano, Piemme, Cinisello Balsamo 2006, pp. 188, euro 12,90. Una valida alternativa alle ingiunzioni “colte” di Alberto Melloni (Chiesa madre, Chiesa matrigna), sullo stato attuale di salute della Chiesa (in particolare italiana). «Tattiche politiche calate dall’alto, risorgente trionfalismo, assenza di opinione pubblica, gerarchie onnipresenti, le controindicazioni dell’8 per mille. Un nuovo clericalismo è il male che rischia di soffocare
Klaus BERGER, Gesù, Queriniana, Brescia 2006, pp. 672, euro 46. Ecco un libro su Gesù che non si fa dimenticare, robusto da un punto di vista spirituale e validissimo da un punto di vista storico-esegetico. Frutto della pluridecennale ricerca del teologo e orientalista tedesco Klaus Berger, il volume rientra fra i migliori contributi divulgativi sulla figura storica di Gesù apparsi negli ultimi decenni (assieme a pochi altri titoli, fra i quali, in Italia, indicheremmo Gesù e la sua gente del giudaista Paolo Sacchi). L’autore può vantare una competenza scientifica di primo livello, e al contempo un’esperienza di fede estremamente singolare. Dopo essersi formato nelle università di Monaco, Berlino e Amburgo, dalla metà degli anni Settanta Berger insegna infatti Nuovo Testamento presso la facoltà di Teologia Evangelica dell’università di Heidelberg, unico docente cattolico. Questa posizione di confine, pur essendogli costata in passato qualche polemica, da una parte e dall’altra, incide in maniera inaspettatamente fruttuosa sulla composizione stessa del libro.
Joseph BOCHENSKI, Nove lezioni di logica simbolica, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2006, pp. 144, euro 15. «Questo testo rappresenta un prezioso strumento, forse unico nel suo genere per chi vuole introdursi alla materia senza particolari cognizioni preliminari. L’autore infatti sa spiegare con chiarezza ed essenzialità la sua disciplina rendendola accessibile anche al lettore non esperto».
Nicola BUX – Michele LOCONSOLE, I misteri degli orientali. I sacramenti bizantini comparati con la liturgia romana e i riti giudaici, Cantagalli, Siena 2006, pp. 144, euro 15,60. «Negli ultimi due secoli la teologia ortodossa ha registrato non pochi sviluppi tesi a chiarire le problematiche interne all’ortodossia. Anche per questo, vanno riesaminate le questioni controverse tra cattolici e ortodossi che restano sostanzialmente invariate. I documenti del dialogo ufficiale, cominciato nel 1980, hanno tentato di affrontarle e risolverle, ma la valutazione è contraddittoria da entrambe le parti, anche perché non sono stati ufficialmente recepiti dalle Chiese; pertanto restano suscettibili di riflessione e di dibattito. Il libro introduce alla conoscenza dei sacramenti degli orientali attraverso un’accurata analisi delle fonti eucologiche. La differenziazione tra la dottrina ortodossa sui sacramenti e quella dei latini comincia sotto l’influsso protestante, mentre anteriormente è possibile constatare l’esistenza di concordanze. È per questo che oltre alla trattazione della liturgia orientale e bizantina dei sacramenti, sono posti degli accenni alla teologia sacramentaria soggiacente o conseguente, che da quella ha preso avvio».
CLEMENTE ALESSANDRINO, Stromati. Note di vera filosofia, Paoline, Milano 2006, pp. 1048, euro 54. Viene finalmente ripubblicato, in un’edizione accresciuta, il capolavoro del grande padre alessandrino Tito Flavio Clemente (ca. 150 – ca. 215), indicato dallo storico antico Eusebio di Cesarea come successore di Panteno nel Didaskaleion, la celebre scuola catechetica di Alessandria d’Egitto (ove ebbe forse fra i suoi allievi Origene). Gli Stromata (lett., in greco, “tappezzerie”: vale a dire miscellanea di scritti) sono concepiti come un insieme di note, apparentemente prive d’ordine, intorno alla “vera gnosi”, alla comprensione cioè della divina Rivelazione attraverso il “Logos maestro”. «Muovendosi ininterrottamente tra Bibbia, filosofia, letteratura e storia umana, Clemente compie l’audace tentativo di insediare il cristianesimo nel cuore stesso della cultura e della pratica di vita del mondo antico, indicandolo come una forza di rinnovamento, intellettuale ed etico, capace di trascendere ogni confine di classe, di censo e di genere per guidare ciascun uomo e ciascuna donna sul cammino che conduce alla piena conoscenza (gnosis) del fine ultimo dell’uomo: la contemplazione di Dio nell’amore». Il volume comprende un’ampia introduzione, firmata da Marco Rizzi, un aggiornamento bibliografico, la vecchia traduzione del testo a cura di Giovanni Pini, una traduzione (inedita) del libro VIII, e infine un ricco apparato di indici: scritturistico, onomastico a analitico.
James D.G. DUNN, Gli albori del cristianesimo, vol. I, La memoria di Gesù, tomo I, Fede e Gesù storico, Paideia, Brescia 2006, pp. 364, euro 35,90. È la versione italiana della parte iniziale del primo volume di una monumentale opera di Dunn, professore emerito di Storia del cristianesimo e di Teologia del Nuovo Testamento presso l’università britannica di Durham: Christianity in the Making (vol. I: Jesus Remembered, 2003, pp. 1019). Gli obiettivi di questa prima sezione, secondo lo stesso autore, sono i seguenti: a) riandare alle origini della ricerca storica su Gesù, che non comincia affatto con l’illuminismo, come spesso si sostiene; b) riconsiderare quali progressi siano stati effettivamente raggiunti dalla ricerca storica, e quali dei problemi (storici, ermeneutici, teologici) posti da essa risultino veramente irrisolti e centrali per il dibattito futuro; c) illustrare i principi che dovrebbero informare la ricerca storica sulle origini del cristianesimo e la figura di Gesù, con particolare attenzione alle tendenze più recenti, anche radicali, della critica. Da quest’ultimo punto di vista, il volume risulta utilissimo, per rigore metodologico e per chiarezza espositiva. Nell’ottica di Dunn, la memoria di Gesù è il grande problema delle origini: esso va affrontato con una disamina accurata delle prime tradizioni riguardanti il Maestro, presentate per le caratteristiche storiche loro proprie più che per la loro diversità.
Mircea ELIADE, Storia delle idee e delle credenze religiose, 3 voll., Rizzoli, Milano 2006, pp. 1444, euro 32. Per la prima volta, in un cofanetto che comprende i tre volumi, si rende disponibile in edizione economica il capolavoro dello storico delle religioni rumeno Mircea Eliade (1907-1986). Il primo volume, Dall’età della pietra ai misteri eleusini, «ripercorre il profilo cronologico delle manifestazioni religiose delle tradizioni più antiche, insistendo sulle crisi in profondità e soprattutto sui momenti creativi delle tradizioni stesse». Il secondo, Da Gautama Buddha al trionfo del Cristianesimo, si concentra sul progressivo declino del mondo “pagano” di fronte alla «inesorabile avanzata delle grandi religioni monoteistiche». Il terzo, Da Maometto all'età delle riforme, affronta il problema dei mutamenti e delle evoluzioni delle varie confessioni cristiane, dell’ebraismo e dell’islam, accanto al «permanere diffuso di pratiche e culti popolari e al diffondersi di un esoterismo più o meno magico nella civiltà occidentale», giungendo in tal modo al cuore nero (e inconfessato) della modernità.
Chiara FRUGONI, Una solitudine abitata. Chiara d’Assisi, Laterza, Roma-Bari 2006, pp. VI-278, ill., euro 24. «Chiara d'Assisi fu la prima donna a scrivere una regola originale per le donne, rifiutandosi di declinare al femminile una preesistente regola maschile: una regola stupefacente, piena di dolcezza, tesa a comprendere più che a giudicare e punire. Di lei scrissero soprattutto uomini: il biografo, il papa e le gerarchie ecclesiastiche, scrissero tutti per farla dimenticare. Chiara consumò la vita dietro le mura del monastero di San Damiano. Contrariamente a quanto avrebbe desiderato, fu costretta alla clausura, ma la sua solitudine fu abitata da molti affetti e da una fortissima tensione spirituale. Nelle pagine di Chiara Frugoni, le voci fresche e vivaci delle consorelle e dei testimoni laici del processo di canonizzazione raccontano una santa assai diversa dal ritratto agiografico ufficiale. Accanto a loro, parla Chiara stessa, questa volta ascoltata con orecchio fine di storica dalla Frugoni, che intreccia fonti scritte e figurate: miniature, tavole, affreschi, alcuni dei quali restaurati con risultati sorprendenti. Documenti noti, tra le cui pieghe si nascondeva una biografia diversa».
Gherardo GNOLI (a cura di), Il manicheismo, vol. II, Il mito e la dottrina, Mondadori / Fondazione Lorenzo Valla, Milano 2006, pp. 350, euro 27. Dopo un primo volume (dei tre previsti), dedicato alla vita e alla ricezione del messaggio di Mani (216 – 277), Gherardo Gnoli ci guida alla scoperta dei testi manichei in copto e delle prime polemiche dottrinarie contro questa importante religione antica. Contemporaneamente a questo, si possono segnalare altre pubblicazioni nell’ambito della stessa collana: ad es. il secondo volume dei Dialoghi (libri III-IV) di san Gregorio Magno, apparso col titolo complessivo Storie di santi e di diavoli, a cura di Manlio Simonetti e Salvatore Pricoco (il primo volume venne già segnalato fra i nostri consigli di lettura del 2005).
Hubert JEDIN, Breve storia dei Concili, Morcelliana, Brescia 2006, pp. 308, euro 23. Un classico del grande storico della Chiesa Hubert Jedin, giunto alla decima edizione: «la storia dei Concili, dagli otto Concili della Chiesa unita sino al Vaticano II. Attraverso queste circostanze straordinarie d’incontro e di verifica, il lettore può praticamente ripercorrere l’intera storia della Chiesa, dai primi secoli sino ai giorni nostri, con i suoi personaggi maggiori e minori, i suoi momenti più importanti, i successi e anche le sconfitte. Un libro fondamentale, utile per comprendere meglio
Jacques MARITAIN, Il Dottore Angelico. San Tommaso d’Aquino, Cantagalli, Siena 2006, pp. 184, euro 14,30. Quest’opera inedita di Maritain, pubblicata con una prefazione di mons. Inos Biffi, «mette in luce alcuni aspetti della personalità e dell’opera di S. Tommaso, e dell’armatura dottrinale indispensabile alla Chiesa». Fra le pubblicazioni “tomiste”, oltre a questa, non possiamo non segnalare l’uscita del secondo e del terzo volume di Tommaso d’Aquino, Commento al Corpus paulinum, ESD, Bologna 2006 (Prima lettera ai Corinzi, pp. 924, euro 140; Seconda lettera ai Corinzi e Lettera ai Galati, pp. 924, euro 140); oltre a una raccolta di studi su Neotomismo e suarezismo. Il confronto di Cornelio Fabro, cur. Jesús Villagrasa, Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma 2006, che raccoglie gli atti di una giornata di studi, sul tema del ritorno a Tommaso che sarebbe stato operato da padre Cornelio Fabro contro molte “interpretazioni falsificanti” (inaugurate dal razionalismo della Seconda Scolastica), diffuse soprattutto in ambienti neotomisti, e concernenti massimamente il problema dell’atto e della potenza e la distinzione fra essenza ed essere.
Catherine MEYER, Il libro nero della psicanalisi, Fazi, Roma 2006, pp. 689, euro 29,50. «Nel 150° anniversario della nascita di Sigmund Freud, Fazi pubblica l'edizione italiana dell'atto di accusa contro la psicoanalisi e il suo fondatore, un'opera di divulgazione scientifica che ospita contributi di illustri epistemologi, psichiatri e storici della scienza». Noi ci accontentavamo del Freud di don Ennio Innocenti, ma tant’è, c’è anche questo, da parte “laica”.
Joseph RATZINGER (BENEDETTO XVI), Chi crede non è mai solo. Viaggio in Baviera – Tutte le parole del Papa, Cantagalli, Siena 2006, pp. 136, euro 8,30. «Il volume raccoglie integralmente i testi dei discorsi, delle omelie, delle preghiere e delle riflessioni di papa Benedetto XVI in occasione del suo viaggio compiuto in Baviera (9-14 settembre 2006). L’occasione è dettata dal bisogno di far conoscere le parole del Papa nella loro esatta natura e collocazione ritrovando, in tal modo, la bellezza di un ragionamento complesso eppure privo di oscurità, in modo da opporre ai frammentari appigli di citazioni vaganti, la parola chiara e precisa che esprime la verità e la reale natura del pensiero del Santo Padre».
Antonio M. SICARI, Atlante storico dei grandi santi e dei fondatori, Jaca Book, Milano 2006, pp. 260, ill. 640, euro 83. «Il volume ha un andamento cronologico e si avvale di una documentazione ricca e variegata, composta da illustrazioni a colori che attraverso espressioni artistiche, miniature, oggetti della religiosità popolare, carte e piante, dà corpo al contesto sia storico che geografico. Nel caso dei santi fondatori vengono offerte informazioni sulla diffusione attuale e sul ruolo dei diversi ordini, seguendone anche la storia interna».
Timothy VERDON, L’arte cristiana in Italia, vol. II, Rinascimento, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, pp. 400, euro 100. «Oltre 400 immagini e fotografie per il secondo volume della prima storia dell’arte in Italia in cui viene messo a tema il legame tra ispirazione cristiana e realizzazione artistica, una chiave ormai imprescindibile per capire il patrimonio d’arte del nostro Paese. Questo secondo volume è dedicato all’epoca d’oro dell’arte in Italia: il Rinascimento. È un periodo che si distingue per il formarsi di un concetto nuovo di arte, più umana, più carnale e anche più cristiana. I grandi maestri – Masaccio, Beato Angelico, Brunelleschi, Michelangelo, Leonardo, Tiziano – portano il discorso artistico a una fioritura mai più eguagliata. Come nel precedente volume, all’interno della trattazione sono previsti box con approfondimenti specifici sull’architettura, le tecniche artistiche, sulle arti minori, sulla viabilità, sulla musica, sui temi iconografici».
NOTA. Le segnalazioni si riferiscono esclusivamente a volumi pubblicati in Italia: le note informative, qualora poste fra virgolette, sono adattate dalla quarta di copertina delle singole opere. Per ulteriori segnalazioni, si vedano i precedenti consigli di lettura e la rubrica “scaffale aperto”.
«La vittima viene portata legata su una barca, mentre gli altoparlanti fanno sentire ai partecipanti le sue vane richieste di pietà. Il gran sacerdote dà fuoco a una pira, su cui viene trascinata la vittima, mentre gli altoparlanti trasmettono strazianti urla di dolore. Il luogo del rito, il Bohemian Grove, è un bosco di difficile accesso, in California, per la precisione un sito sacro rubato agli indiani Pomo e che oggi appartiene a un’organizzazione chiamata Bohemian Club. Il rito, a cui sono ammessi solo maschi, è contornato da bevute sfrenate, orge omo ed eterosessuali (gli alloggi per le prostitute femmine si trovano all’esterno, ma vicino al luogo della cerimonia) e gare falliche tra uomini per urinare sugli alberi… Le fonti concordano nel dire che l’incontro dura due settimane. Non so se tutti ci rimangono per tutto quel periodo. Quest’anno, la riunione ha coinciso con l’attacco al Libano, bisogna vedere chi c’era e chi no. Può darsi che Rumsfeld ci faccia una capatina di un paio di giorni, mentre un pensionato come Bush padre ci resti per tutte e due le settimane. Non so esattamente in base a cosa si venga ammessi al Club. Lo scheletro di legno ovviamente non emette suoni. In un recente incontro, a recitarne la voce (non il personaggio fisico) fu il noto giornalista americano, Walter Cronkite. Ovviamente, le 2.500 persone non sono il governo occulto del mondo, che come tale non esiste. Sono per la maggior parte persone di una discreta importanza che hanno l’esaltante sensazione, per un momento, di stare vicini alle persone più famose del pianeta, e di condividere con loro un segreto» (Miguel Martinez, qui).
Ignoro cos’abbia detto Prodi, nella mattinata di lunedì, al convegno bolognese su “Giuseppe Dossetti – la fede e la storia”. Ma se il succo è questo, allora Prodi è perfettamente luterano:
«L’intervento di una quarantina di minuti, ieri mattina, di Romano Prodi ha dato un’idea suggestiva del ruolo che gioca ancora don Dossetti. Prodi ha citato una riflessione sulla Lettera ai Romani in cui Dossetti “fa rilevare l’altissima considerazione di san Paolo per l’autorità dello Stato e per gli uomini che lo governano, anche se sono romani, anche se sono pagani, anche se si valgono di questa autorità contro Dio” [Nd.R.: il riferimento vorrebbe essere a Romani 13,1-7]. “San Paolo li chiama ministri e diaconi, cioè uomini dediti al servizio - ha detto Prodi citando sempre Dossetti - e tuttavia alla fine, quando si tratta di inculcare ai romani che bisogna pagare il tributo a chi si deve, qualunque tributo, allora si indicano coloro che esigono il tributo non più come diaconi, come ministri semplicemente, ma con una parola più forte, più comprensiva: quella di operatori liturgici, nel senso evidentemente dei liturgici che apprestavano i servizi pubblici nello Stato greco, gli operatori liturgici di Dio”» (tratto da qui).
Tra Hobbes e la finanziaria discesa dal cielo: è la teologia politica dell’operatore liturgico Romano Prodi. E il giornale della Cei si sta zitto: d’altronde hanno celebrato Berlusconi fino all’altro giorno, come vuoi che s’accorgano.
Grazie a una segnalazione di Upi, ho visitato il sito che
«Vedete, c’è ehm san Paolo che cade ehm da cavallo… trattengono il cavallo, ma il personaggio principale di questo discorso è il Padreterno, è Dio in persona, il quale s’affaccia dietro al cavallo e c’è un angelo che lo trattiene, lo trattiene per evitare che si butti con troppo furore addosso a ehm san Paolo...
Voi sapete: san Paolo non era uno… così, molto lineare, e coerente… era stato ooh un uomo del potere, potere romano, ed era un persecutore, proprio, capo dei persecutori del cristianesimo… Si imputeva [?] a lui eh spionaggio, esecuzione, anche di persone eccetera eccetera… la morte, il massacro di diecine e diecine di fedeli cristiani. Addirittura il fratello di Cristo fu ammazzato grazie a questa operazione da parte… di san Paolo.
Allora ecco che c’è il Padreterno che si lancia contro di lui e lo insulta, lo si vede… gli dice: “Ma perché mi perseguiti, infame, maledetto!”… quasi arivelaaea [sic] a prenderlo, a strozzarlo, a ucciderlo di persona! C’è l’angelo che lo trattiene, e naturalmente questa scena non si poteva… insomma… san Paolo è una cosa molto importante, non si può metter nelle mani di Dio, così, e dire: accettiamo l’idea che Dio possa far fuori uno che ha tradito, e ricordare il tradimento, ricordare il fatto che fosse una spia, un infame e via dicendo. Non si può: via, cancellato.
E allora fanne un altro! E si fa un altro ed è questo appunto, del cavallo [la Conversione di Saulo del 1600-1601]: stavolta il cavallo è rip… prende tutta la scena: è molto più importante del santo che è aperto, così, apre le braccia e, tant’è vero che qualcuno ha osservato e dico ma… ma chi è il santo, il cavallo o quello che ci sta sotto? [risate]
E c’è… ehm Caravaggio che dice: è la luce che viene a illuminare di riflesso il cavallo, e che ha condotto il cavallo a buttare giù il santo. Questo quadro, ha una particolare, eh, così, evidenza, sulla… sul movimento: c’è il gioco del cavallo nel cerchio del… del santo caduto, e ancora qui, il giro proprio, la rotazione in due sensi, in un senso e nell’altro, opposto, a indicare proprio l’atto in cui… edh edh… il botto della caduta… POM! e il cavallo di sopra…».
Vien da chiedersi subito: ma che quadro sta commentando, il Dario Fo? Una semplice occhiata al triplice racconto che gli Atti degli apostoli riportano, sulla conversione di Saulo/Paolo, avrebbe perlomeno evitato lo svarione sul “Padreterno” (che, comprensibilmente, non compare affatto sulla scena).
E il ritratto “storico” di Paolo come agente romano, donde l’avrà tratto il Nostro? Non certo dagli Atti o dalle dichiarazioni autobiografiche di Paolo stesso, dove si parla chiaramente di «un giovane (neanías) chiamato Saulo» (At 7,58; cf. At 22,20), il quale s’impegnerà solo in seguito nella persecuzione dei primi seguaci di Gesù (At 8,3; 9,1-2; 22,3-5; 26,9-20; cf. 1Cor 15,39; Gal 1,13; Fil 3,6; 1Tim 1,13). Luca, l’autore degli Atti, presenta la figura di Paolo durante la lapidazione di Stefano con un ruolo subordinato, e poco dopo, munito di raccomandazioni da parte del Sinedrio (At 22,4-5; 26,12), con una funzione decisiva, in qualità di giudice delegato dai sommi sacerdoti ebrei: il che fa supporre un’età non inferiore ai 25 anni (cf. Mishnah Sanh. 6,4).
Gli episodi vanno inseriti nel contesto dello “zelo” farisaico del Paolo precristiano (già, c’è di mezzo la conversione, Dariuccio). Un recente contributo di Torrey Seland propone ad esempio di leggere questo “zelo”, confessato a più riprese dall’apostolo (Gal 1,13-14; Fil 3,6; cf. At 22,3), alla luce degli scritti di Filone Alessandrino, che adoperava il termine “zelota” per indicare singoli individui disposti all’azione, anche violenta, nei confronti di gravi trasgressori della Torah, specialmente contro quanti si fossero macchiati di reati di blasfemia e idolatria, e contro “falsi profeti” che avessero sedotto il popolo conducendolo all’apostasia (cf. Filone, Spec. 1,315-318; 2,253).
Che dire, poi, del “fratello di Gesù”, che secondo Dario Fo sarebbe stato accoppato grazie a un’operazione ordita da Paolo? Può darsi che il Nostro, molto cialtronescamente, confonda Giacomo detto il maggiore, fratello di Giovanni, ucciso per ordine di Erode Agrippa (regnante fra il 41 e il 44: ma siamo già fuori tempo massimo per consentire una partecipazione “attiva” di Paolo; cf. At 12,1-2; Giuseppe Flavio, Ant. Iud. 19,7,3), con Giacomo detto il minore, il “fratello del Signore” (titolo usato dallo stesso Paolo, per indicare questo parente e consanguineo di Gesù nel gruppo degli apostoli), martirizzato molto più tardi (nel 62, secondo quanto riferisce lo storico Giuseppe Flavio, sempre nelle Antichità giudaiche).
Ma Dario Fo non è così poco cialtrone, no. Il suo non è un semplice svarione. Sapete chi è che sostiene, ultimamente, la strampalata (e indifendibile) teoria di Paolo “spia dell’impero romano”? Gente come Michael Baigent e Richard Leigh (i dioscuri di Dan Brown, sempre loro, yeah), o come lo sgangherato Sabato Scala (che qui cita la povera Marie-Françoise Baslez pigliandola per maschio) oppure, udite udite, come David Icke (ma sì, quello che fa un mucchio di quattrini parlando della cospirazione mondiale dei “rettiloidi”). Che dire? Fonti da premio Nobel.
Nota. Per approfondire la quistione: M. Hengel, Il Paolo precristiano, trad. it. Paideia, Brescia 1992; M. Hengel – A.M. Schwemer – J. Bowden, Paul Between
Lo 007 Mario Scaramella ha inciso una cansone, nel 2005. È proprio lui.
N.B. Le parole sono qui.
Pavel Florenskij, teologo scienziato matematico e sacerdote russo, venne fucilato nei pressi di San Pietroburgo, forse l’otto dicembre del 1937. Nel calendario cattolico, l’otto dicembre ricorre la solennità dell’Immacolata concezione, ovvero di Maria “piena di grazia”, priva di peccato originale (una festa antichissima, nota in Oriente fin dall’ottavo secolo come Concezione di Sant’Anna). Al nome della Vergine, padre Florenskij dedicò il suo capolavoro assoluto, La colonna e il fondamento della verità (1914), che ci auguriamo venga presto ripubblicato e reso disponibile ai lettori italiani (la prima traduzione mondiale dell’opera comparve proprio nel nostro paese, presso l’editore Rusconi, nel 1974; ventiquattro anni dopo se ne approntò una ristampa in pochissime copie, oggi esaurita). Il libro si compone di dodici ampi trattati, in forma di lettera, sul tema dell’antropodicea, la “giustificazione dell’uomo”. È estremamente difficile rendere conto della ricchezza e del fascino, non solo teoretici ma anche letterari, di queste pagine. Il tema di Maria, della sua celomudrennaja (termine russo che solo impropriamente renderemmo con “castità” o “immacolatezza”: le si avvicina, ad sensum, “integrità”) ricorre in diverse occasioni. Cercando una frase che fosse adatta per la festa di oggi, ci siamo imbattuti in un passaggio (alle pp. 425-427) nel quale Florenskij trascrive e discute un documento apocrifo: uno scambio epistolare tra il vescovo Ignazio di Antiochia (martirizzato attorno al 107) e Maria stessa. La brevità di queste lettere, l’assenza in esse di qualunque traccia di formulazioni dogmatiche, come pure di amplificazioni retoriche, e in ultimo la presenza di tratti che rimandano alla vita reale, secondo padre Pavel «ne rendono molto probabile l’autenticità», contro la maggior parte della critica, che anche oggi vede in questo testo, molto cautamente, un prodotto d’epoca medievale. Da parte nostra, molto più degli echi scritturistici presenti qua e là nel documento, che si potrebbero giustificare anche senza l’idea di un falso, sono soprattutto banalissime ragioni di ordine cronologico e di trasmissione del testo a rendere improbabile (ma non impossibile) l’ipotesi dell’autenticità.
Resta inalterata, in ogni caso, l’asciutta bellezza del testo, in particolare della risposta di Maria a Ignazio, che forniamo in calce nella versione latina (l’originale greco è riportato dal Migne, Patrologia Graeca, V, coll. 945-946): «Ignatio dilecto condiscipulo, humilis ancilla Christi Jesu. – De Jesu quae a Joanne audisti et didicisti, vera sunt. Illa credas, illis inhaereas; et christianitatis susceptae votum firmiter teneas, et mores et vitam voto conformes. Veniam autem una cum Joanne, te et qui tecum sunt visere. Sta in fide, et viriliter age: nec te commoveat persecutionis austeritas; sed valeat et exsultet spirituus tuus in Deo salutari tuo. Amen» (A Ignazio, amato condiscepolo, l’umile ancella di Cristo Gesù. – Le cose che hai udito e appreso da Giovanni su Gesù, sono vere. Queste mantieni, a queste aderisci. Conserva con fermezza il tuo voto di cristiano, ad esso conforma le abitudini e la vita. Quanto a me, verrò con Giovanni a visitare te e quanti stanno con te. Resta saldo nella fede, agisci con coraggio: non ti turbi la durezza della persecuzione; ma il tuo spirito sia forte, ed esulti in Dio tuo salvatore. Amen).
Nota. Di Florenskij, Mondadori ha recentemente stampato in edizione economica le bellissime lettere dal Gulag, Non dimenticatemi (Milano 2006, pp. 419, euro 10,40), mentre presso le edizioni San Paolo è appena uscita una raccolta di saggi a cura di Natalino Valentini: P. Florenskij, La mistica e l’anima russa, Cinisello Balsamo 2006, pp. 248, euro 20.
«Durante le tre settimane di assenza ha girato e rigirato nella sua testa una bella frase, cerimoniosa come una riverenza, che le è stata in parte consigliata: “Mademisello, boulet aoué la bountat de me disé que es, s’il bou plait? Signorina, volete avere la bontà di dirmi chi siete, per piacere?”. Ma la “bella frase” è troppo complicata. Bernadette s’imbroglia, incespica e dice boulentat (volontà) anziché bountat (bontà): due parole che non sa ben distinguere. La più lunga le è sembrata più fine. La “Mademisello” di luce sorride ancora. La prende forse in giro, come dice il curato? Ma no. Bisogna ricominciare: “Boulet aoué la boulentat de disé…”. Aqueró sorride nuovamente, con più forza. Ride, ma Bernadette, questa volta, non lascerà la presa. Supplica ancora: “Boulet aoué la boulentat!”. Sempre silenzio. Ma la nostra bigordana è decisa; niente potrà fermarla. Ripeterà dieci volte se occorre, tanto la “Signorina” non si offende. Ma non c’è bisogno di arrivare a questo punto. Alla quarta volta, Aqueró non ride più. Passa il suo rosario al braccio destro. Le mani giunte si aprono, si stendono verso terra. Da quel gesto così semplice si irradia maestà: la sua figura di fanciulla ne assume una sorta di grandezza; la sua giovinezza, un peso di eternità. Con uno stesso movimento, unisce adesso le mani all’altezza del petto, alza gli occhi al cielo e dice: “Que soy era Immaculada Councepciou. Io sono l’Immacolata Concezione”» (René Laurentin, Lourdes. Récit authentique des apparitions, Paris 1987, trad. it. Milano 1998, p. 220: giovedì 25 marzo 1858).
Un anno fa, più o meno in questi giorni, parlavamo dell’avvento come di un tempo di “memoria” e di “attesa”. La formula, apparentemente banale, può trovare un’adeguata giustificazione a partire dalla comprensione stessa di Gesù come Cristo, come “messia”. Il termine greco christòs, risaputamente, non è altro che una traduzione letterale dell’ebraico mashiach, parola con la quale si indicava inizialmente, nel giudaismo antico, il re che fosse stato “unto”, che avesse cioè ricevuto l’unzione sacra, e più avanti anche il sommo sacerdote. Il termine finirà per indicare poi, nella storia delle religioni, un insieme abbastanza ampio e variegato di figure di mediazione tra il divino e l’umano.
Volendo trovare un elemento comune, nelle diverse speculazioni messianiche fiorite in ambiente giudaico prima di Gesù, potremmo parlare della speranza dell’avvento, in un futuro non sempre precisabile, di un mondo pienamente realizzato, di un mondo contrassegnato dallo shalom, dalla pace perfetta e duratura. Le proposte, allora, divergevano soprattutto sull’identità di colui che avrebbe inaugurato o realizzato lo shalom: si pensava a un intervento diretto di Dio, oppure di un mediatore dotato da Dio di particolari carismi, o di entrambi insieme. Una forma molto arcaica di messianismo è quella testimoniata dal secondo Libro di Samuele, laddove si parla della promessa di un regno eterno a David da parte del profeta Natan (2Sam 7,11b-17). La profezia di Natan garantiva alla “casa” (la dinastia) di David la benevolenza di Dio e il perdurare del suo regno. Fu con la predicazione del cosiddetto primo Isaia, attorno al
Nel corso del VI secolo questo messianismo regale davidico subisce un primo contraccolpo, soprattutto per mano di Ezechiele, profeta avverso alla casa regnante di Giuda, che per primo attribuisce al re David un ruolo esclusivamente “tipologico”, di figura e anticipazione del vero David, il “messia che deve ancora venire” (Ez 37,24-26; cf. Ez 34,23-24). Ad eccezione del cosiddetto deutero-Isaia (la sezione del corpus isaiano costituita dai capitoli 40-55), in cui persiste un messianismo di tipo regale (pur profondamente mutato nella sostanza, come in Geremia), col crollo della dinastia davidica e con l’inizio dell’epoca persiana