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mercoledì, 28 febbraio 2007
la saggezza del mondo ordinario

Ecco un libro insolito, che ci piacerebbe venisse discusso da chi si interessa di logica e di questioni etiche: è il Manuale di saggezza del mondo ordinario (Armando, Roma 2005, pp. 94, euro 10), scritto dal filosofo e logico domenicano Joseph-Maria Bochenski (Cracovia, 1902 – Friburgo, 1995). Esponente di spicco del cosiddetto Circolo di Cracovia, Bochenski rivendicò per tutta la vita il titolo di “razionalista analitico”, nella linea di un “naturalismo moderato”: da qui derivò il suo creativo ad Aristotele e Tommaso (per una filosofia scientifica, intesa come descrizione dell’essere e indagine sui rapporti e sui fondamenti complessi della struttura del mondo e della nostra esperienza di esso), e il suo deciso no a Cartesio e Kant (riduzione della filosofia a critica delle possibilità di conoscenza).  Amico e collega di Carnap, Quine, Tarski, Popper e Russell, padre Bochenski prospettava una riforma del pensiero tomista attraverso l’applicazione critica della moderna logica formale, con l’intento di «liberare la logistica dall’accusa di costituire il nucleo teorico del positivismo antimetafisico» (del quale si facevano araldi, all’epoca, il medesimo Carnap e il circolo di Vienna). In questa direzione, propose fra l’altro una raffinata formalizzazione della prova causale dell’esistenza di Dio elaborata da Tommaso. Il libro citato, secondo una recensione stilata da D. Turco (qui), si presenta invece come «una sorta di compendio divulgativo delle varie posizioni in materia di morale che i diversi filosofi hanno assunto nell’arco dei secoli, per quanto nell’opera non siano citati esplicitamente». Esso parte da una rigorosa distinzione metodologica fra morale, etica e saggezza (si vedano i “metateoremi” esposti alle pp. 89-90). La “saggezza del mondo ordinario” è intesa dall’autore in termini puramente secolari e terreni, potremmo dire “laici”: si tratta – come spiega bene il recensore – di «una saggezza ben diversa da quella religiosa di stampo tradizionale, e quindi apparentemente in contrasto con le dottrine professate da un domenicano come Bochenski nel corso della sua esistenza». È la “saggezza di questo mondo”, appunto, che secondo la lezione di san Paolo si oppone alla “follia” della fede, ma che al contempo è “resa folle” dalla “sapienza di Dio” (1Cor 1,18-20). Tale saggezza vive di una fondamentale antinomia: «Da una parte insegna che tutto è vanità, ma, d’altra parte e ciò malgrado, ci dice di godere la vita» (p. 15). Bochenski, da cristiano, non può raccomandarla ad alcuno. Ma allora, si chiede egli stesso nella prefazione all’opera, perché occuparsene? Perché, secondo Bochenski, «il fatto di professare una determinata confessione, come il Cattolicesimo, non esime dall’indagare filosoficamente altri domini, pertinenti in questo caso alla prospettiva laica di quei pensatori capaci di stimolare la riflessione spesso pigra dei credenti». Quest’opera, quindi, «è costruita intorno al paradosso di considerare sul serio idee che il cattolicissimo Bochenski non condivide affatto, come l’eutanasia o altri concetti condannati in ambito cristiano. L’uso dell’ironia è funzionale al progetto di svelare la fragilità della visione filosofica del mondo come e in quanto concezione laica».

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tomismo essenziale, scaffale aperto

martedì, 27 febbraio 2007
stili liturgici

Segnalo questi appunti, molto utili, apparsi nel blog Astitèrunt reges terrae.

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plausi e botte, forma e sostanza

il vangelo che il mondo vorrebbe

Il buon Duca de Gandia, commentando il precedente post, ha rispolverato la pungente provocazione del card. Giacomo Biffi, quando approntò un “quinto vangelo” secondo il gusto dei tempi, «un vangelo che non esiste ma che il mondo vorrebbe» (la versione integrale qui). Ne forniamo in calce alcuni passaggi:

Marco 1,35-37: Al mattino Gesù si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto a pregare. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce, e trovatolo gli dissero: “Tutti ti cercano!”.

Nuovo Evangelo: Gli dice Simone: “Maestro, non ti apparti mai in un luogo solitario a pregare?”. Rispose Gesù: “La mia preghiera è lavorare per gli altri, la mia solitudine è restare in mezzo alla folla”.

Commento: Simon Pietro rivela una mentalità nettamente post-tridentina: “Non ti apparti mai a pregare?”. Ma noi abbiamo capito che la religione non è egoistico rapporto personale col Creatore, ma totale fusione del singolo nella comunità: l’importante è l’essere insieme, l’essere in tanti, ripetendo senza stanchezza e vicendevolmente le stesse passioni e le stesse esperienze. Chi tace è perduto: finirebbe per essere preso dal dubbio. Non bisogna mai restare soli in silenzio, altrimenti si rischia di cominciare a pensare, il che disgrega la comunità. 

Luca 6,12-13: In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli. Marco 3.13-15: Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici, perché stessero con lui e per mandarli a predicare.

 Nuovo Evangelo: In quel tempo passò tutta la notte a presiedere la discussione dell’assemblea dei discepoli per la scelta dei dodici apostoli. Diceva infatti: “Nessuno può veramente rappresentare gli altri uomini, se non è eletto da loro”. Poi chiamò a sé coloro che l’assemblea gli aveva indicati.

Commento: Contro ogni clericalismo, per vivere fino in fondo la vita. 

Matteo 5:14-16: Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini. 

Nuovo Evangelo: Voi siete una città nascosta e una luce posta sotto il moggio. La vostra luce non abbagli gli uomini, ma risplenda solo al cospetto del Padre vostro che è nei cieli.

Commento: Niente città sul monte, nessun orgoglio intacchi la chiesa: essa è una rete sotterranea di microscopiche comunità, che si radunano a discutere con molta franchezza se il Signore sia o meno risorto.

Giovanni 15,18-19: Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.

Nuovo Evangelo: Se il mondo vi odia è segno che non lo capite. Conformatevi al mondo, e il mondo vi salverà.

Matteo 5,27-28: Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.

Nuovo Evangelo: Vi era stato detto: Chiunque guarda una donna con desiderio impuro ha già commesso con lei adulterio nel suo cuore. Ma adesso io vi dico: Non bisogna esagerare. La donna è fatta per l’uomo e l’uomo per la donna. Purché tutto si faccia per amore.

Commento: Ah, l’amore. 

Giovanni 12,4-5.7-8: Giuda Iscariota, uno dei discepoli, che stava per tradirlo, disse: “Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”… Gesù allora disse: “Lasciala fare, doveva conservarlo per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, me invece non mi avrete sempre”.

Nuovo Evangelo: E Gesù disse a Maria, sorella di Lazzaro: “Un profumo di trecento denari non poteva essere venduto per aiutare i poveri?”. Giuda mormorò: “Tu guarda! È proprio quello che volevo dire io”.

Matteo 18,12-13: Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà di più per quella che per le novantanove che non si erano smarrite.

Nuovo Evangelo: Il Regno dei cieli è simile a un pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l’ultima pecora per la sua scarsità d’iniziativa, la caccia via e, chiuso l’ovile, se ne va alla taverna per discutere di pastorizia.

Commento: Può capitare che il pastore non sia sufficientemente perspicace per rendersene conto: in tal caso bisogna avere il coraggio di forzare la mano. Una volta smantellato l’ovile, allora si potrà tornare tutti insieme, pecore, lupi altri e animali, e ci sarà un solo branco senza un solo pastore. 

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plausi e botte

da non crederci

«Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Quegli è stato omicida fin dal principio e non si mantenne nella verità, poiché non c’è verità in lui» (Giovanni 8,43-44: versione letterale).

«Ciao a tutti. Perché non dialogate per comprendere meglio il modo in cui vi parlo ora
, in questo momento che sto seduto in mezzo a voi? Se vi mettete d’accordo, magari qualcosina salta fuori. O forse avete per genitore un uomo molto cattivo, e desiderate che i diritti del vostro genitore siano rispettati? Ma questo vostro genitore, diciamolo, è violento per colpa dei suoi genitori, e se si è comportato in maniera intollerante è prima di tutto perché loro non gli hanno voluto bene» (Giovanni 8,43-44: versione easy-to-follow; maggiori dettagli, qui).

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imposture intellettuali

domenica, 25 febbraio 2007
scenderemo nel gorgo se muti

Camillo Langone, sul Foglio di ieri, discetta molto accortamente di musica sacra e liturgia (La vera dottrina spiegata alle ragazze / 10):

«“Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipenda in gran parte dal crollo della liturgia” ha scritto anni fa Joseph Ratzinger, quando avendo meno responsabilità di oggi poteva permettersi il pessimismo. Un pessimismo costruttivo, però. La liturgia è possibile rimetterla in piedi, basta volerlo. E la musica sacra, che della liturgia è tanta parte, idem. “L’originalità consiste nel tornare alle origini” ha detto Antoni Gaudì, l’autore della Sagrada Famiglia di Barcellona, il più visionario architetto cattolico di ogni tempo (la chiesa catalana ne ha chiesto la beatificazione). Per aderire meglio all’argomento musicale citerò anche Giuseppe Verdi: “Torniamo all’antico: sarà un progresso”. Il problema del 90 per cento della musica sacra contemporanea è che non è abbastanza sacra e nemmeno abbastanza contemporanea. Non è sacra perché segnata in profondità da stilemi profani (ad esempio le chitarre sferraglianti) che la fanno assomigliare, in brutto, alle canzoni della radio, per ascoltare le quali non c’è bisogno di andare in chiesa. Non è contemporanea perché non prende come modello le canzoni del 2007 e nemmeno del 2006 o del 2005 bensì quelle degli anni Sessanta-Settanta, fra Lucio Battisti e il beat. Ci fu un’ondata compositiva nell’immediato dopo-Concilio e oggi di quel fervore ingenuo resta solo un polveroso magazzino di modernariato musicale: niente di male, se non inquinasse l’acustica delle navate e non trascinasse nel ridicolo la liturgia. Ci sono tre soluzioni.

Soluzione numero uno: l’aggiornamento costante dei canti, da commissionare non a frati nient’altro che volenterosi ma a compositori cristiani di valore come Angelo Branduardi, Carmen Consoli [!!! Nd.R.]o Giovanni Lindo Ferretti. In passato per la musica sacra si coinvolgevano i grandi nomi, non vedo perché oggi non si possa fare altrettanto. Se in giro non c’è nessun Mozart andrà benissimo un Salieri. La canzone religiosa contemporanea è sconosciuta prima di tutto alla Chiesa… Mentre ti scrivo sto ascoltando “The transfiguration” [di Sufjan Stevens] e il suo delizioso crescendo di banjo e coretti. In Inghilterra c’è la bellissima Lou Rhodes, in Scozia Isobel Campbell, in Irlanda Enya e Dolores O’Riordan, nell’Ulster Van Morrison, in Polonia Anna Maria Jopek, in Etiopia Gigi (dal nome non si direbbe ma è una donna)… in Brasile quasi tutti e tutte. Ci sono poi le sorprese, come Mick Jagger che simpatizzò col diavolo ma è approdato al Terzo Millennio cantando “God gave me everything”, un testo esemplare trascinato dalla chitarra cattiva di Lenny Kravitz. Il vecchio mascalzone del sesso, droga e rock’n’roll è molto meglio, non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello evangelico, di certi spiritualisti astratti e sopraffini, insomma nichilisti, insomma Franco Battiato (non a caso la sua ultima canzone si intitola “Il vuoto”).

La soluzione numero due è la tradizione, mille anni di gregoriano e polifonico. Qui si va sul sicuro. Anche sul difficile, dici tu. Sono discorsi che non mi piace sentire, tutto è difficile quando non si ha voglia di farlo. L’abbazia di Sant’Antimo, in Toscana dalle parti di Montalcino, è piena di gente che senza alcuna preparazione musicale riesce a seguire lo splendido coro dei frati, mentre ogni uomo vocalmente ineducato è costretto ad abbandonare a metà la maggior parte dei canti post-conciliari, tanto sono innaturali, strozzati e sdruccioli. Temo che il problema sia un altro. “Nobile è solo ciò che dura” ha scritto Nicolás Gómez-Dávila e nell’avversione per il gregoriano leggo simpatia per l’ignobile e l’effimero. Come se quella che tu chiami “la scelta preferenziale per gli ultimi” abbia generato una spinta complessiva verso il basso ovvero sciatteria liturgica, candele elettriche, chitarre scordate, sedie di plastica. Io invece penso che agli ultimi non andrebbero rifilati gli scarti del Festival di Sanremo. I poveri e i malati meritano niente di meno che Santa Ildegarda di Bingen. Dar da mangiare pane vecchio agli affamati o latte scaduto agli assetati è meglio che niente ma non è il massimo della carità. Ci vuole roba buona. A chi sta male bisogna far sentire il soffio di Dio che spira dall’organo a canne. E’ qualcosa che non necessita di ragionamento, lo percepiscono subito tutti: dentro un organo c’è Dio, dentro una chitarra Jimi Hendrix o Carlos Santana (se va bene, mentre se va male c’è Alex Britti). Le verità della fede vanno supportate con adeguata colonna sonora. E’ più facile credere all’ostia come cibo di eternità se una musica solenne ti trasporta lontano dalle contingenze. Quello che sembrava l’ostinarsi su un dettaglio, su quello che in fondo è un accompagnamento sonoro, mi sta portando dritto al centro della questione… La musica sacra è teologia e liberazione.

La terza soluzione per il problema del cattivo suono è una sintesi, per non dire un compromesso, delle prime due: compositori contemporanei in stile più o meno tradizionale. Penso soprattutto ad Arvo Pärt ed Henryk Gorecki che però non mi sembrano più cantabili del gregoriano, anzi. Siccome voglio essere buono nella soluzione numero tre inserisco anche Marco Frisina. “I cieli narrano” l’ho sempre sentita in versioni stonate e a questo punto mi domando se qualche coro è mai riuscito a prenderla giusta. Eppure sempre mi ha commosso, significa che dentro c’è qualcosa. Ad esempio ci sono le parole del Salmo 18 e avere un paroliere come Davide aiuta molto. Spigolando nel repertorio: lo cantate il famoso Symbolum ’77 di monsignor Sequeri? Nei suoi confronti sono combattuto perché c’è di peggio (ad esempio il Symbolum ’80) ma è stato l’autore stesso a dichiararlo poco sacro, datandolo. Diciamo che non fa scappare nessuno dalla chiesa ma nemmeno ce lo fa entrare. Dobbiamo puntare più in alto, mi pare. Dobbiamo strappare quei disgraziati dalle unghie dei multisala, della televisione. Dobbiamo fargli capire che nelle chiese avvengono cose belle e grandi. Più belle e più grandi di quelle a cui sono comunemente abituati. Non dobbiamo tirare giù l’alto per metterlo al livello del basso, il tentativo l’hanno già fatto ed è fallito. Dobbiamo sollevare il basso verso l’alto e la musica è il miglior argano a nostra disposizione. Perfino a Sant’Anna, che essendo a forma di asciugalattuga non risulta la chiesa più mistica del mondo, mi è capitato di uscire da me stesso, quando un Natale cantammo “Tu scendi dalle stelle”. L’importante è cantare, mi dirai. Certo, è meglio cantare una canzonaccia piuttosto che ascoltare un cd dei monaci di Silos diffuso dagli altoparlanti. Sono reduce dalla Messa delle Ceneri, qui a Parma nella chiesa di San Rocco, con musica chitarrosa suonata dal vivo e canto gregoriano registrato, un pastrocchio inaudito. A Firenze in via del Corso c’è un prete molto volenteroso e molto semplice che sonorizza tutto il giorno la sua chiesa con musiche misticheggianti, da film di Zeffirelli.

Il kitsch non è mai soltanto un problema estetico: Cristo è la verità e non può essere annunciato con mezzi inautentici, che fatalmente condizionano e forse addirittura smentiscono il fine. “Chi canta prega due volte” dice Sant’Agostino, ma bisogna cantare in proprio, ascoltare le preghiere altrui non vale. Quindi la musica registrata è nociva, trasforma in spettatori, rende passivi, ammutolisce. Assieme all’iPod e allo stereo in automobile è uno dei tanti modi escogitati dal Maligno per atrofizzare le corde vocali. “Scenderemo nel gorgo muti” scrive Pavese nella sua poesia più tremenda. Propongo una piccola modifica: “Scenderemo nel gorgo se muti”. Siamo cristiani perché odiamo la morte quindi non dobbiamo farci zittire da niente e da nessuno, figuriamoci da Bill Gates o Steve Jobs…» (fonte: Il Foglio, 24/02/2007, p. I dell’inserto).

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laici e laicità, plausi e botte, forma e sostanza

sabato, 24 febbraio 2007
il punto sui nipotini di Nietzsche

«Nietzsche è un ispirato, ma non si sa da che cosa… egli lo sa? Egli stesso ha il senso delle sue intensità senza intenzione, delle sue tonalità senza partitura? Nessuno fu più parola e meno linguaggio. Nessuna comunicazione. Egli penetra, o no. Come si possono fare delle tesi di laurea su di lui? Al limite egli dovrebbe potere, in noi, imprimersi senza esprimersi. Con lui non si può che essere in comunione o no, risuonare senza ragionare. Hitleriani, deleuziani, leninisti esangui, aborti ammalati di rivincita, antibigotti di giovinezza, belli tenebrosi di poco valore, dilettanti senza gloria e desideranti mucosi si alimentano a bocconi di Zarathustra – un solo legame profondo: contro Dio – , ciascuno dicendo dell’altro che Nietzsche lo avrebbe schiacciato col tallone, cosa che è perfettamente esatta» (Maurice Clavel, Deux siècles chez Lucifer, 1978).

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plausi e botte

venerdì, 23 febbraio 2007
un ricordo di Luigi Calabresi

A firma di Roberto Beretta, qui.

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volti e parole

giovedì, 22 febbraio 2007
tutti protestanti: è Liberazione

Giorni fa (18/2), nella sua divertente rubrica quotidiana, Rosso Malpelo ha segnalato l’ennesima grullata giornalistica sulla Chiesa:

«Venerdì “Liberazione”, prima pagina con strillo, pezzo non firmato: “Il dogma della transustanziazione è incivile: chiediamo alla Chiesa di cancellarlo”. Che idea! Siccome la Chiesa chiede allo Stato di cambiare le sue leggi, noi chiediamo alla Chiesa di abolire l’Eucaristia dove si mangia carne umana, perché l’antropofagia è proibita. Diktat: la Chiesa abolisca la transustanziazione o dovrà accettare che lo Stato proibisca la Messa con il suo “cannibalismo selvaggio” e dichiari “dementi” Ruini e tutti i preti, anche se poi Rutelli piangerà. La trovata brillante è esibita con orgoglio che spiega al lettore che la Redazione ci ha studiato su molto, circa le date della Pasqua regolata sulla Luna. Testuale: “Per farvi capire che ci siamo informati: non improvvisiamo”! Compagni “informati”? Forse non del tutto, se spiegano così la sostanza del problema: “Sapete cos’è la transustanziazione? È quella teoria scoperta da san Tommaso d’Aquino, ripresa dal quarto Concilio Lateranense (1215) e definitivamente confermata come dogma dal Concilio di Trento (1545-63)”. Che precisione! Però succede che san Tommaso, “scopritore della teoria”, sia nato nel 1225, dieci anni dopo (!) il Concilio Lateranense che l’avrebbe “ripresa”! “Rifondano” tutto: anche le buffonate in pagina».

Comunque stiano tranquilli, Sansonetti e soci: data l’atroce e massiccia protestantizzazione della Chiesa, una buona fetta di cattolici (o sedicenti tali) ha ormai smesso di pensare all’Eucaristia in termini di presenza reale: «È solo un simbolo, suvvia!». L’abolizione della messa, pertanto, quelli di Liberazione sono a un passo dall’ottenerla: basterà coprirci di sondaggi ed exitpoll, fuori e dentro le chiese. E poi via, tutti al bar a discutere di destra e sinistra. Io naturalmente mi dichiarerò incivile, in quanto cristòfago, e attenderò le manette e la pubblica gogna, tronfio del mio bestiale dogmatismo.

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laici e laicità, imposture intellettuali

mercoledì, 21 febbraio 2007
quaranta giorni (2)

Quest’anno, per accompagnare la Quaresima, scelgo una meditazione di Edith Stein (santa Teresa Benedetta della Croce) sul tema della grazia:

«Chi vuol conservare la propria anima la perderà [Lc 17,33]. Quindi l’anima può entrare in se stessa solo se non agisce direttamente per se stessa. Come è da intendersi questo? Si può certo immaginare che un uomo si stanchi del mondo e cerchi di trovare se stesso prima che la Grazia lo afferri. Egli può tentare di ritrovare se stesso liberandosi dal mondo, cioè sospendendo le relazioni naturali. Il risultato di quest’attività puramente negativa sarà quindi negativo. Egli si svuota chiudendosi nei confronti di un riempimento dall’esterno: la mortificazione conduce alla morte. La peculiarità della vita animata è che essa deve affluire nell’anima. E quanto più si tratta della propria vita, quella più intima, tanto meno essa è in grado di procurarsela da se stessa. Un altro tentativo per conservare se stessi consiste nel contrapporre la propria singolarità al mondo; non sottrarsi alle impressioni e alle reazioni, ma porre l’accento su un modo di reagire. “Può essere sbagliato, può essere una cosa irragionevole – io mi comporto come pare a me”(…).

Il risultato è che l’anima si consuma in reazioni che certamente portano l’impronta della propria individualità, ma che non poggiano su di essa. Rimane ancora una terza strada: che l’uomo cerchiai ottenere la Grazia, al fine di trovare se stesso nel regno della Grazia. In questa situazione egli non è ancora stato toccato interiormente dalla Grazia (proveniente), ma è solo consapevole che in essa e solo in essa si possa trovare pace e sicurezza. Ora, esiste la legge singolare secondo cui lo sguardo rivolto alla propria anima sbarra la strada alla Grazia e quindi a se stessi. Solo chi si volge alla Grazia senza riserve può diventarne partecipe. Questo appare molto strano, poiché solitamente è la sollecitudine [Sorge] per la propria salvezza che fa tendere l’anima alla Grazia. Come può essa allo stesso tempo prendersi cura di sé ed allontanarsi da sé? Certo non è possibile, finché la cura [Sorge] è veramente tale. Ma dietro a questa parola si celano diverse cose. La cura per presuppone l’essere occupati con l’oggetto di cui ci si prende cura. Non è questo prendersi cura che conduce alla salvezza. Esso tiene la cosa stretta a sé. Distinto da esso è qualcosa che è ben indicato anche come cura, ma che in nessun modo è cura per e non implica alcun interesse per ciò di cui ci si prende cura: è l’angoscia [Angst] di cui è piena ogni anima insicura (…). Ciò che sicuramente rende sperimentabile il peccato e risveglia la l’angoscia è il contatto con la grazia e la visione della santità. Essi si implicano reciprocamente. Chi non è interiormente toccato dalla Grazia non vede la santità, neanche laddove la incontri. Ma non appena la Grazia lo illumina con la sua luce, anche prima che egli si sia aperto ad essa, i suoi occhi si dischiudono e la santità diviene in lui visibile. Cronologicamente le due cose possono avvenire insieme: egli può, dinanzi alla santità, essere toccato dalla Grazia. Ma può anche accadere che la Grazia inizi in lui senza che egli incontri un santo (…).


L’amore misericordioso può quindi chinarsi su ognuno. Noi crediamo che lo faccia. Dovrebbero dunque esservi anime che ad esso si chiudono continuamente? In linea di principio, questa possibilità non si può negare; di fatto può diventare infinitamente improbabile, proprio in ragione di ciò che la Grazia preveniente è capace di operare nell’anima. Essa può bussare appena, e vi sono anime che già a questa sommessa chiamata si aprono ad essa. Altre la trascurano. Ancora, essa può penetrare nell’anima e diffondervisi sempre di più. Quanto maggiore è lo spazio che così occupa in modo illegittimo, tanto più diviene improbabile che l’anima si chiuda ad essa. Già vede il mondo alla luce della Grazia. L’anima riconosce la santità dove la si incontra e si sente attratta da essa. Si accorge anche di ciò che non è santo e ne viene allontanata. Tutto il resto impallidisce di fronte a queste qualità» (Edith Stein, La struttura ontica della persona e la problematica della sua conoscenza (1930-1932), in Natura Persona Mistica, trad. it. Città nuova, Roma 1997, pp. 49-113: pp. 68-74).


[Queste righe sono dedicate, in amicizia, a F.P. e C.M.]

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volti e parole, diario scritto di giorno

martedì, 20 febbraio 2007
vacanze romane

Si avvicina S., trafelato:

- «Padre, da quel portone è uscito il cardinale Kasper!»
- «Gliel’hai chiesto, di ridiventare cattolico?».

- «Padre, guardi, questa è la sede della Prelatura!» (dell’Opus Dei)
- «Ah, bravissimi… meritano di stare così vicino a san Pietro, meritano, meritano»
- «Padre, la curia generalizia dei gesuiti!»
- «Eh, se ce la dessero a noi…»
- «Se ce la dessero a noi tornerebbe cattolica».

(preso da qui)

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umorismo vaticano

lunedì, 19 febbraio 2007
una presentazione di Ernst M. Jones

Il sito Effedieffe dedica oggi un articolo ad uno dei più vivaci intellettuali viventi, l’americano Ernst Michael Jones. Fra i nostri link, potete trovare un rimando alla pagina internet di “Culture Wars”, la rivista mensile da lui fondata e diretta. Merita un’occhiata anche l’intervista che riportammo qui, con alcune osservazioni a margine e un titolo davvero piccante. 

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scaffale aperto

venerdì, 16 febbraio 2007
Ariel Toaff: un triste epilogo

Un editoriale di Franco Cardini, comparso oggi su Avvenire:

«Ariel Toaff chiede all’editore Il Mulino di ritirare il suo Pasque di sangue, di recente comparso nelle librerie e che aveva suscitato, come si sa, molto interesse ma anche molte polemiche. La quarta di copertina del libro che non vedremo più in circolazione, o che ricomparirà magari tra qualche mese in edizione “riveduta e corretta”, o che saremo costretti ad acquistare e a leggere in una lingua diversa dalla nostra, diceva che questo libro “affronta coraggiosamente uno dei temi più controversi nella storia degli ebrei d’Europa”. In un articolo comparso il 10 scorso su Repubblica, che discuteva appunto tale libro e che conteneva peraltro molte interessanti e condivisibili osservazioni, uno studioso che ammiro, Adriano Prosperi, osservava: “Non si capisce bene dove sia il coraggio visto che la tesi qui sostenuta legittima le accuse dei vincitori e le persecuzioni dei vinti”: ma, parlando di “vincitori”, Prosperi alludeva evidentemente a quelli ch’erano stati tali alcuni secoli fa, ma che senza dubbio - da allora - hanno subìto una forte e dura sconfitta dinanzi alla storia. Ora, penso che anch’egli si sia ricreduto: se Ariel Toaff è giunto a un passo del genere, è evidente che la situazione attorno a lui si era fatta pesante; e, siccome nessun essere umano è tenuto a un coraggio illimitato, egli ha esaurito la sua scorta. Lo comprendo: io, l’avrei esaurita molto prima. Poiché era appunto evidente in che cosa consistesse il coraggio di Ariel Toaff: nel fatto cioè che oggi il discutere di qualunque tema storico riguardi ebrei ed ebraismo è divenuto estremamente difficile e delicato» (continua qui).

In proposito, segnaliamo anche una riflessione di Domenico Savino, qui.

Aggiornamento del 17 febbraio:

Trascriviamo un passaggio significativo, dalla prefazione al libro di Ariel Toaff, Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali (Bologna 2007, pp. 8-9):

«Fino a oggi la quasi totalità degli studi sugli ebrei e l’accusa del sangue si sono concentrati in modo pressoché esclusivo sulle persecuzioni e sui persecutori, sulla loro ideologia e sulle loro presumibili motivazioni, sul loro odio verso gli ebrei, sul loro cinismo politico o religioso, sul loro astio xenofobo e razzista, sul loro disprezzo per le minoranze. Nessuna o quasi nessuna attenzione è stata prestata agli atteggiamenti degli ebrei perseguitati e ai loro comportamenti ideologici, anche quando essi si confessavano colpevoli delle accuse specifiche di cui erano fatti oggetto. E ancor meno, ovviamente, sono sembrate degne di interesse e di indagine seria le motivazioni di quei comportamenti e di quegli atteggiamenti, che si liquidavano apoditticamente come inesistenti, inventati di sana pianta da menti malate di antisemiti e cristiani esaltati, ottusamente apologeti. Tuttavia, per quanto di ardua digestione, quelle azioni, una volta dimostrata o anche supposta come possibile la loro autenticità, vanno affrontate seriamente dallo studioso. E non gli può essere lasciata come unica e banale alternativa la loro condanna o la loro aberrante giustificazione. Deve essergli invece concessa la possibilità di tentare una seria ricerca sulle loro effettive o presumibili motivazioni religiose, teologiche e storiche. Una cieca apologia vale quanto una cieca e apodittica condanna, che non può dimostrare quanto agli occhi di chi la esprime era già dimostrato. Proprio la possibilità di sfuggire a una definizione netta, precisa e univoca della realtà degli infanticidi, radicati nella fede religiosa, ha facilitato la cecità, intenzionale o involontaria, di studiosi cristiani ed ebrei, filosemiti e antisemiti. Anche in questo caso dobbiamo lamentare un ulteriore esempio dell’appiattimento stereotipico della storia degli ebrei, sempre più considerata come storia dell’antisemitismo, religioso o politico. Quando domande a senso unico presuppongono risposte a senso unico, quando lo stereotipo dell’antisemita aleggia minaccioso all’ingresso di ogni problematica ricerca storica sugli ebrei, questa finisce con il perdere gran parte del suo valore. Anzi, si trasforma per forza di cose in una visita guidata e pilotata sullo sfondo di un panorama fittizio e irreale, in uno sforzo virtuale di trovare la prevista soluzione, che ci hanno già messo in tasca».

Aggiornamento del 20 febbraio:

Un altro articolo di Franco Cardini (La Nazione, 10/02/2007) si può leggere qui.

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scaffale aperto, plausi e botte

martedì, 13 febbraio 2007
ingresso dell'Europa in Portogallo

Insomma, pare che in Portogallo il referendum sull’aborto non abbia raggiunto il quorum. Ma il Governo si è detto comunque deciso a «proseguire sulla strada della depenalizzazione» (che strano affare, la democrazia). Essendosi ormai quasi annullato il confine che passa tra moralità e legalità, sappiamo cosa ciò voglia dire. Dopotutto, era il secondo tentativo: «Coraggio – han detto tutti i giornali – è un dato incoraggiante se confrontato con quello di nove anni fa, quando prevalse il no e l’astensionismo fu al 68%». Perché oggi almeno hanno vinto i sì, col 59%. In Portogallo fanno come in Isvizzera: tenta che ti ritenta, a colpi di referendum, prima o poi ti entreranno in Europa, tutti ’sti svizzeri. Ma torniamo al Portogallo. Euro News, il prestigioso canale satellitare degli europei, di noi europei intendo, ha trasmesso la notizia in grande stile, con perfetto aplomb massonico: siamo a un passo dal riconoscere nel «piccolo paese lusitano» un paese «moderno, laico, finalmente europeo», hanno detto. E noi lì a malignare, a insinuare che l’Europa la fa solo l’euro. Macché: è tutta una cultura, è un modo di vivere, sono le nostre radici. Cazzo, in fondo su dieci umani intervistati da Euro News solo un vecchio rincoglionito ha detto che l’aborto è un “omicidio” (e mamma mia quanto l’era cattivo, quel vecchio! E che sguardo, ci aveva! Un serpente a sonagli!). Gli altri nove, tutti di sesso (pardon, genere) femminile, erano invece parecchio soddisfatti del risultato. Gli astenuti, purtroppo, si sono astenuti. Ma Euro News documenta tutto, attendibile e rigoroso. E poi ci sono gli altri canali, uno può scegliere. Ad esempio al Tg1, il telegiurnale dell’Italia stretta dalla morsa del Vaticano, il giornalista almanaccava così: «Qui in Portogallo la legge è effettivamente molto, molto rigida: l’aborto è consentito soltanto in caso di violenza carnale, di malformazione del feto o di pericolo di vita per la madre». Capite? Nemmeno dopo un party è consentito, dannazione. Figurati, allora, se lo consentiranno fra l’ora di storia e quella di scienze. Ce n’è di strada da fare, e campa cavillo. Incrociamo le dita, dai. Ancora uno sforzo, portoghesi. E fatela entrare, ’sta Europa.

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interventi incivili

lunedì, 12 febbraio 2007
post hoc ergo ante hoc

Quando Isaac Casaubon dimostrò che il Corpus Hermeticum trasmetteva tutt’altro che dottrine di antica e veneranda memoria, probabilmente sapeva che la cosa non avrebbe scalfito gli Adepti del Velame (come li chiama, con grande efficacia, Umberto Eco): costoro infatti prestano fede da sempre al criterio ermeneutico del post hoc ergo ante hoc, in luogo del razionalistico post hoc ergo propter hoc.

Un esempio di questo atteggiamento, per l’appunto, si trova nel modo in cui i rinascimentali guardavano al Corpus Hermeticum: non come a un prodotto della cultura ellenistica del II secolo, ma come a un documento scritto persino prima di Platone.«Poiché il Corpus contiene idee che circolavano già ai tempi di Platone – si ragionava – ciò significa e prova che esso apparve prima di Platone» (U. Eco, I limiti dell’interpretazione, Milano 1990, p. 46). 

Analogamente li massoni, le grosse pietre al collo, si attribuiscono a tutt’oggi un gran numero di “martiri” (*), fin dal lontano Quattrocento (lontano cioè dal Settecento, che vide la nascita ufficiale delle logge). È il loro libero pensiero. E non è detto che la cosa non funzioni punto. Prendiamo il Rondò Veneziano. Il brano Prime luci sulla laguna è del 1985. Jump in the Fire dei Metallica è del 1983.
Roundabout degli Yes è del 1973. Ebbene, il Settecento di Reverberi viene prima del trash metal e del progressive, e in tal modo li anticipa entrambi. Facile, no? Post hoc ergo ante hoc.

(*) Il sito è strutturato a frames: per accedere al curiosissimo martirologio basterà seguire il percorso: Entra – Next – Sezione Documenti – Chiesa e Massoneria – Un olocausto.

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imposture intellettuali, gnosticismi

sabato, 10 febbraio 2007
il dibattito che noi tutti vorrem

Non possumus non segnalare questo.

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laici e laicità

giovedì, 08 febbraio 2007
l'idealismo spiegato al mio cane (1)

Sara Tommasi: non solo bella, ma anche intelligente. E colta, molto colta. Intervistata dal Tg2 (sì, il telegiurnale), ribadisce la sua passione per la psicanalisi e la filosofia, segnatamente per Hegel: «Lui disce che tutto è razzionale, e quindi, in un certo senso, tutto è possibbile per l’uomo». Hegel e Sara: come dire Faust e il Golem.

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imposture intellettuali

mercoledì, 07 febbraio 2007
sulle soglie di un abisso

Sergio Luzzatto, sul Corriere della sera (06/02/2007, p. 41), ha recensito il nuovo libro di Ariel Toaff, Pasque di sangue (in uscita presso Il Mulino, Bologna, pp. 364, euro 25), dedicato alla spinosa faccenda degli omicidi rituali che sarebbero stati perpetrati, a danno di bambini cristiani, in alcune comunità ebraiche fra il basso medioevo e gli inizi dell’età moderna (celebre è il caso di Simonino di Trento, del 1475, che alcune pubblicazioni recenti, fra le quali un libro di Massimo Introvigne, indicavano come frutto di fantasie antiebraiche).

«Durante troppi secoli dell’era cristiana – scrive Luzzatto – gli ebrei si sono sentiti accusare di infanticidio, perché quelle accuse non abbiano finito con l’apparire alla coscienza moderna più che il parto di un antisemitismo ossessivo, virulento, feroce. Unicamente la tortura - si è pensato - poteva spingere tranquilli capifamiglia israeliti a confessare di avere ucciso bambini dei gentili: facendo seguire all’omicidio non soltanto la crocifissione delle vittime, ma addirittura pratiche di cannibalismo rituale, cioè il consumo del giovane sangue cristiano a scopi magici o terapeutici… Così, al giorno d’oggi, soltanto un gesto di inaudito coraggio intellettuale poteva consentire di riaprire l’intero dossier… Pasque di sangue propone una tesi originale e, in qualche modo, sconvolgente. Sostiene Toaff che dal 1100 al 1500 circa, nell’epoca compresa tra la prima crociata e l’autunno del Medioevo, alcune crocifissioni di “putti” cristiani - o forse molte - avvennero davvero, salvo dare luogo alla rappresaglia contro intere comunità ebraiche, al massacro punitivo di uomini, donne, bambini. Né a Trento nel 1475, né altrove nell’Europa medievale, gli ebrei furono vittime sempre e comunque innocenti. In una vasta area geografica di lingua tedesca compresa fra il Reno, il Danubio e l’Adige, una minoranza di ashkenaziti fondamentalisti compì veramente, e più volte, sacrifici umani».

Piacerebbe, soprattutto oggi, che ci s’interrogasse serenamente sul perché Luzzatto abbia definito quello dello storico Toaff come «un gesto di inaudito coraggio intellettuale». Franco Cardini, intervenendo su Avvenire, osserva in proposito che, «
per parlar chiaro, il problema non è affatto puramente storico. Sono certo che in molti studiosi è già affiorato più volte il ragionevole sospetto al quale Ariel Toaff dà adesso voce. Ma tra certe lontane e cupe pagine storiche e il giorno d’oggi vi è di mezzo l’ala nera della storia: vi è di mezzo il mare amaro e profondo della Shoah. Nessun non ebreo oserebbe mai esprimere dubbi o formulare ipotesi analoghe a quella che, con misura e prudenza esemplari, ci propone adesso Ariel Toaff. Comunque, aspettiamoci le polemiche. Che cosa ne pensano gli altri studiosi ebrei? Noi non ebrei non possiamo in questo caso che arrestarci con rispetto sulle soglie di questo abisso».

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scaffale aperto

immagine di Pippo

Sono d’accordo, almeno in larga parte, con quanto dice Kelebek, su tutta questa recente esibizione di stupidaggini e lagrime, per cui si pretende non che la Chiesa non dica nulla, ma che invece esprima il nulla. Un esempio l’avrebbe fornito Pippo Baudo, l’altro giorno, dal pulpito circense di Simona Ventura. Pipobàldo, come lo apostrofa mia nonna, s’è infatti profuso in accorate geremiadi ai danni del Pontefice, colpevole di non avere detto il nulla a proposito dei recenti «episodi di violenza negli stadi». Giustamente Pipobàldo, il “cattolico” Pipobàldo, con la benedizione della sventurata Ventura, auspica con forza una Chiesa che sia pura, una Chiesa tutta sua, che intervenga sulle cose che «interessano davvero alla gente»: e che la smetta, beninteso, di parlare di aborto ed eutanasia. Questo, alla gente, non importa. Alla gente, adeguatamente istruita, importa ed è importante che Gesù sia sposato con figli, perché Gesù è uno di noi e lava più bianco (chiaramente, se la gente è contro una tal cosa, la Chiesa dovrà maledire la tal cosa, e se la gente è a favore di talaltra, la Chiesa dovrà benedire la talaltra, altrimenti è una stronza e contravviene al Vangelo). Epperò, ammonisce don Pippo, ben altri sono i problemi concreti di noi che viviamo la vita quotidiana. Problemi che debbon leggersi, si ribadisce ognora, fuor dell’intero. Senza un quadro di riferimento. Questo perché, nella visione molto “cattolica” del sor Pippone, tutto il mondo è sfilacciato, è come un insieme d’immagini convulse, schizoidi, senza centro, è come una cascata di fogna, composta da cento canali: standovi sotto, ad uno di essi, si ignoreranno gli altri. Sfido, io, ch’egli esiga una Chiesa senza credo, senza liturgia, senza morale e senza preci, una Chiesa acconcia ai tempi. Sono solo canzonette, per don Pippo. Tre minuti e poi un’altra, avanti tutta, e che vinca la migliore (è la democrazia, si può scegliere tra un vasto assortimento di cose perfettamente uguali). E che arrangiamenti, gran maestro! Mentre l’intero, purtroppo, continua a sfuggire, vien sottratto allo sguardo: e in effetti cosa c’entrano mai, l’aborto e l’eutanasia, con «l’omicidio di un funzionario delle forze dell’ordine»? Niente, ci mancherebbe, un nulla. L’omicidio etc. è soltanto l’ennesima espressione del “disagio sociale”. Anzi, anchormèno, è una preoccupante dimostrazione di “bullismo”. Per arginarla il ministro Fioroni, gran volpe, ha disposto di dotarsi, in tutte le squole, d’un kit di soprammorenza, con tanto di t-shirt e logo “Smonta il bullo” (vedi relativo, utilissimo, sito internet). In questo paese, come negli altri del resto, è davvero un dar di matto: si giuoca al massacro dell’intelligenza, del caro vecchio intero. Almeno Pipobàldo ha gettato la maschera, e ha detto quel che vorrebbe, lui come tanti, dalla Chiesa: una Chiesa a propria immagine e somiglianza. Umile e mutola. Una Reuters delle buone intenzioni, un Ansa dell’Italia sul due (le diete fanno male? L’è giusto ch’io mi rifaccia il seno, se i bimbi muoiono di fame? Com’è che mio marito è naturalmente poligamo, come le bestie?). Una Chiesa, vivaddio, che non interferisca colle privatissime cose di Pipponi e Venture («Ma come si permette? A me, fare questo? A me che son Pippo? A me che son contemporaneamente la Ventura?»). Finalmente una Chiesa a immagine del nulla. Immagine di Pippo, come cantava giustappunto Gion Lennon. Roba da inquietarsi. Mai avrei pensato, anni fa, a Pippo come a un agente dell’inquietudine, segno dei tempi, promotore di encicliche.

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laici e laicità, interventi incivili

martedì, 06 febbraio 2007
valde bonum, Joannine

Una straordinaria pagina di Guareschi:

«Leggendo un testo latino, non si troverà mai una parola in più del necessario, una parola inutile. Non è vero che lo studio del latino non serva a nulla. E non è neppur vero che il latino sia una lingua morta. Il fatto che non lo si parli più ha un’importanza relativa: il latino è talmente vivo che, oggi, non esiste lingua parlata capace di esprimersi con tanta precisione e con così scarso numero di parole. Il latino è una lingua precisa, essenziale. Verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del prossimo futuro, ma perché gli uomini non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire, e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un pubblico discorso e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto “sonoro”, potrà parlare un’ora senza dire nulla. Cosa impossibile col latino» (1964).

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volti e parole, forma e sostanza

lunedì, 05 febbraio 2007
Cheney Dick, o la balena

«Chiamatemi Israele».

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interventi incivili