«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Nell’ultima, splendida udienza del mercoledì, papa Benedetto XVI ha spiegato ai fedeli l’attualità di Ireneo di Lione:
«Nelle catechesi sulle grandi figure della Chiesa dei primi secoli arriviamo oggi alla personalità eminente di sant’Ireneo di Lione. Le notizie biografiche su di lui provengono dalla sua stessa testimonianza, tramandata a noi da Eusebio nel quinto libro della Storia Ecclesiastica. Ireneo nacque con tutta probabilità a Smirne (oggi Izmir, in Turchia) verso il 135-140, dove ancor giovane fu alla scuola del Vescovo Policarpo, discepolo a sua volta dell’apostolo Giovanni. Non sappiamo quando si trasferì dall’Asia Minore in Gallia, ma lo spostamento dovette coincidere con i primi sviluppi della comunità cristiana di Lione: qui, nel 177, troviamo Ireneo annoverato nel collegio dei presbiteri. Proprio in quell’anno egli fu mandato a Roma, latore di una lettera della comunità di Lione al Papa Eleuterio. La missione romana sottrasse Ireneo alla persecuzione di Marco Aurelio, nella quale caddero almeno quarantotto martiri, tra cui lo stesso Vescovo di Lione, il novantenne Potino, morto di maltrattamenti in carcere. Così, al suo ritorno, Ireneo fu eletto Vescovo della città. Il nuovo Pastore si dedicò totalmente al ministero episcopale, che si concluse verso il 202-203, forse con il martirio.
Ireneo è innanzitutto un uomo di fede e un Pastore. Del buon Pastore ha il senso della misura, la ricchezza della dottrina, l’ardore missionario. Come scrittore, persegue un duplice scopo: difendere la vera dottrina dagli assalti degli eretici, ed esporre con chiarezza le verità della fede. A questi fini corrispondono esattamente le due opere che di lui ci rimangono: i cinque libri Contro le eresie, e l’Esposizione della predicazione apostolica (che si può anche chiamare il più antico “catechismo della dottrina cristiana”). In definitiva, Ireneo è il campione della lotta contro le eresie.
Radicandosi saldamente nella dottrina biblica della creazione, Ireneo confuta il dualismo e il pessimismo gnostico che svalutavano le realtà corporee. Egli rivendicava decisamente l’originaria santità della materia, del corpo, della carne, non meno che dello spirito. Ma la sua opera va ben oltre la confutazione dell’eresia: si può dire infatti che egli si presenta come il primo grande teologo della Chiesa, che ha creato la teologia sistematica; egli stesso parla del sistema della teologia, cioé dell’interna coerenza di tutta la fede. Al centro della sua dottrina sta la questione della “regola della fede” e della sua trasmissione. Per Ireneo la “regola della fede” coincide in pratica con il Credo degli Apostoli, e ci dà la chiave per interpretare il Vangelo, per interpretare il Credo alla luce del Vangelo. Il simbolo apostolico, che è una sorta di sintesi del Vangelo, ci aiuta a capire che cosa vuol dire, come dobbiamo leggere il Vangelo stesso.
Di fatto il Vangelo predicato da Ireneo è quello che egli ha ricevuto da Policarpo, Vescovo di Smirne, e il Vangelo di Policarpo risale all’apostolo Giovanni, di cui Policarpo era discepolo. E così il vero insegnamento non è quello inventato dagli intellettuali al di là della fede semplice della Chiesa. Il vero Evangelo è quello impartito dai Vescovi che lo hanno ricevuto in una catena ininterrotta dagli Apostoli. Questi non hanno insegnato altro che proprio questa fede semplice, che è anche la vera profondità della rivelazione di Dio. Così — ci dice Ireneo — non c’è una dottrina segreta dietro il comune Credo della Chiesa. Non esiste un cristianesimo superiore per intellettuali.
La fede pubblicamente confessata dalla Chiesa è la fede comune di tutti. Solo questa fede è apostolica, viene dagli Apostoli, cioè da Gesù e da Dio. Aderendo a questa fede trasmessa pubblicamente dagli Apostoli ai loro successori, i cristiani devono osservare quanto i Vescovi dicono, devono considerare specialmente l’insegnamento della Chiesa di Roma, preminente e antichissima. Questa Chiesa, a causa della sua antichità, ha la maggiore apostolicità, infatti trae origine dalle colonne del Collegio apostolico, Pietro e Paolo. Con
a)
b)
c) Infine,
Come si vede, Ireneo non si limita a definire il concetto di Tradizione. La sua tradizione,
Quando negli oratori (compresi quelli dei salesiani) si insegnava ancora il catechismo, un don Bosco spiegava così, gustosamente e nient’affatto ingenuamente, la genesi dei vangeli:
«Vangelo è parola greca che significa buona notizia, o buona novella. Da questo nome si intitolano i quattro libri dettati dallo Spirito del Signore ai quattro sacri scrittori, che narravano la vita, la predicazione e la morte di Gesù Cristo. Queste cose sono certamente pei cristiani un fasto annunzio, perché viene loro significata la venuta del Salvatore, il quale liberandoli dalla schiavitù del peccato, chiuse l’inferno e aprì loro le porte del Paradiso. Per la predicazione e diffusione del Vangelo il Salvatore scelse dodici Apostoli. Questo pure è vocabolo greco, che vuol dire inviato, perché gli Apostoli furono di fatto da Gesù Cristo mandati a tutte le nazioni della terra, per compiere il sacro ministero della predicazione evangelica. Agli Apostoli il Salvatore aggiunse settantadue Discepoli, quali scolari o alunni suoi e degli Apostoli. Molti scrissero le azioni del Salvatore, ma
Il primo dei quattro Vangeli tenuti dalla Chiesa in ogni tempo nel canone delle divine scritture, è quello di san Matteo. Era figlio di Alfeo, di professione pubblicano, ossia gabelliere. Chiamato da Gesù Cristo all’apostolato, fu testimonio oculare di tutte le cose, che di Lui ha narrato nella sua storia evangelica. Si crede comunemente che dopo l’Ascensione del Salvatore egli abbia predicato la fede nell’Etiopia, nella Persia e tra i Parti. Prima ch’e’ partisse dalla Giudea, fu inviato dai fedeli e dagli stessi Apostoli a scrivere il suo Vangelo. Ciò avvenne circa l’anno ottavo dopo l’Ascensione di Gesù Cristo, quarantesimo primo dell’era volgare. Lo scrisse in lingua ebrea, e si vuole che egli stesso, o san Giacomo Maggiore, l’abbia tradotto in greco. La traduzione latina, che abbiamo noi, è antichissima ed è approvata dalla Chiesa.
Il secondo evangelista è san Marco, di nazione Ebreo, e si crede comunemente che sia uno dei settantadue discepoli del Salvatore. Fedele compagno di san Pietro, lo seguì ne’ suoi viaggi fino a Roma. Ivi fecegli da segretario, da interprete, e lo coadiuvò a predicare la fede in quella capitale del Romano impero. Per consolazione dei fedeli di questa città scrisse, circa l’anno 44, il suo Vangelo in greco, lingua molto conosciuta in quel tempo dai Romani. Compiuto il lavoro, lo diede al suo padre spirituale e maestro san Pietro, che lo approvò e lo diede a leggere alle chiese come scrittura autentica. La più reputata versione del Vangelo di san Marco rimonta ai primi tempi del Cristianesimo, ed è la traduzione latina approvata dalla Chiesa.
San Luca, di Antiochia, era medico di professione. Fu guadagnato alla fede da san Paolo, di cui fu fedele compagno nelle lunghe e faticose peregrinazioni di quel grande apostolo delle Genti. Predicò il Vangelo nella Dalmazia, nell’Italia, nella Gallia e finalmente nella Macedonia e nell’Acaia. Qui in età di ottantaquattro anni riportò la corona del martirio. Scrisse il suo Vangelo l’anno 53 di Gesù Cristo raccogliendo le notizie avute da testimoni oculari e dai racconti uditi da san Paolo. Si crede pure che
San Giovanni ebbe a padre Zebedeo, a madre Salomé, ed era fratello di Giacomo il Maggiore. Nato in Betsaida esercitò con suo padre la professione di pescatore, finché fu chiamato alla sequela del Divin Maestro in molto giovanile età. Fu da Gesù Cristo trattato con particolare affetto per l’innocenza de’ suoi costumi, e per la virtù della purità che conservò illibata. Per questo motivo il Salvatore pendente in croce diede Giovanni per figlio a Maria, e Maria per madre a Giovanni. Nella persona di questo santo apostolo sono rappresentati tutti i cristiani, di cui Maria è Madre pietosa. Dopo l’Ascensione del Divin Maestro egli predicò specialmente nell’Asia Minore, e stabilì sua dimora in Efeso, che governò come vescovo fino all’età di oltre 100 anni, e quivi cessava di vivere nel 107. Mosso da divina inspirazione e dalle preghiere dei fedeli, negli ultimi anni di vita scrisse il suo Vangelo contro ad alcuni eretici, che negavano la divinità di Gesù Cristo. Di fatto egli si sofferma di preferenza ad esporre quelle azioni del Salvatore, che lo fanno conoscere per vero Dio. Parla più volte di sé, ma senza mai nominarsi: scrisse in greco, e narrò cose da lui vedute.
San Girolamo dopo aver parlato dei quattro evangelisti, conchiude così: san Matteo si fa a scrivere le azioni di Gesù Cristo come uomo, e ne tesse la genealogia chiamandolo figliuolo di Davide, figliuolo di Abramo. San Luca comincia dal sacerdozio di Zaccaria. San Marco dalla profezia di Malachia e di Isaia. Perciò il primo ha per simbolo la faccia di uomo; il secondo la faccia di vitello, che indica il sacrificio solito a farsi dal sacerdote levitico; il terzo la faccia di leone a cagione della voce di san Giovanni Battista, che gridava nel deserto: Preparate la strada del Signore, raddrizzate le sue vie. San Giovanni poi ha per simbolo l’aquila, perché egli come aquila s’innalza a volo in verso il cielo in seno all’Eterno Padre, dicendo: Nel principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo» (San Giovanni Bosco, Storia Sacra, Torino 1938, pp. 2 e 186-187).
Insomma, Corrado Augiàs scopre l’acqua calda, ci butta dentro il minestrone, e lo fa sapere in giro. E in poco più di mezz’ora fa dire a mons. Romano Penna, ospite al suo programma “Le storie”, che la resurrezione non è un fatto storico, che il vangelo di Giovanni è certissimamente un’opera di fantasia e che
Quando san Paolo, al quindicesimo capitolo della sua prima lettera ai Corinzi, scrive di aver ricevuto, “ultimo fra tutti”, un’apparizione del Cristo risorto, abbiamo almeno quattro possibilità di valutazione del suo testo: a) Paolo mentiva scientemente (e in tal caso, mentiva comunque rivolgendosi a persone convinte che il suo elenco di testimoni fosse degno di considerazione: sapeva di poter contare su questo; ma allora perché non spararla più grossa?); b) Paolo non mentiva, ma era completamente pazzo (ipotesi alquanto improbabile, leggendo accuratamente l’epistolario, ma tant’è, la si può sostenere); c) Paolo non mentiva, e dunque riteneva che gli fosse apparso, almeno una volta, Cristo risorto; d) Paolo non mentiva, proprio perché gli apparve realmente Cristo risorto. Le ultime due ipotesi, stringi stringi, sono le più ragionevoli: se ne potrebbe discutere e infatti se ne discute ancora oggi, molto urbanamente. Le prime due, pur nella loro improbabilità, sono ugualmente affermazioni legittime. Ma sono soddisfacenti? O servono soltanto a chiudere ciecamente una questione, aprendone altre di più gravi e irresolubili? In altre parole, quanto sono “economiche”, come ipotesi? Non varrebbe la pena mantenersi aperti al dubbio che Paolo dicesse il vero, quando affermava certe cose? La faccenda, ponendosi dal punto di vista di chi non crede, fa davvero impressione. E perché mai dovremmo escludere quest’impressione, dagli interrogativi che ci facciamo in sede storico-critica, e non semplicemente teologica o confessionale?
Ma torniamo nuovamente alla resurrezione. C’è la solita ovvietà che si dice, e che il giornalista presenta come una scoperta fulminante (tipo l’ebraicità di Gesù…). È quanto affermano esegeti come per l’appunto Romano Penna: “La resurrezione non può essere considerata un fatto storico. Storica è invece la fede di quei discepoli di Cristo che sostennero di averlo visto risorto” (durante la trasmissione, però, il discorso di Penna è diverso, altrettanto interessante, ma viene interrotto perché “troppo difficile”). Si tratta apparentemente di un buon compromesso, che forse rende ragione della differenza tra un “fatto” e un “fatto storico”. E in effetti, che cos’è un fatto storico? Non è sempre il risultato di una ricostruzione, necessariamente congetturale e pertanto discutibile, di un “fatto”? Eppure, potremmo discuterne all’infinito? Le apparizioni di Fatima, ad esempio, sono un “fatto” o un “fatto storico”? Storico, senz’alcun dubbio, pare il fatto che sessantamila persone videro “danzare il sole”, per circa dodici minuti, il 13 ottobre del 1917, alla Cova de Iria. Per l’incredulo giornalista del quotidiano anticlericale O seculo, che vide tutto e che documentò, procurandosi qualche grana in redazione, quello fu un fatto. Per noi, grazie a lui, è un fatto storico. Cioè storicamente documentabile: è ragionevole pensare che sia accaduto, nei termini restituibili in base ad alcune testimonianze. Per l’Augiàs che ci scriverà sopra tra un migliaio d’anni, invece, probabilmente non lo sarà. Come il fatto che l’Augiàs che conosciamo ora sia esistito e abbia scritto libri, magari.
g.p.
Soddisfo una richiesta giuntami per posta pneumatica:
Questo è il celeberrimo Trionfo di san Tommaso, eseguito da Andrea di Bonaiuto (noto anche come Andrea Bonaiuti o Andrea da Firenze) tra il 1367 e il 1369, su commissione dell’ordine domenicano. L’affresco si trova nel Cappellone degli Spagnoli, presso la basilica di Santa Maria Novella a Firenze.
In alto si vedono le tre virtù teologali. Da sinistra: Fede, Carità (in posizione suprema) e Speranza. Sotto di loro, con i tipici attributi, le quattro virtù cardinali: Temperanza, Prudenza, Giustizia e Fortezza. A sinistra del trono (ovviamente occupato da san Tommaso d’Aquino
Cito il blog Magis amica, che cita nientemeno che Antonio Socci:
«Una vera concezione laica della politica esige che lo statista venga giudicato non per la propria vita privata, ma per le proprie scelte pubbliche. Un ministro non deve essere un maestro di vita, ma un buon amministratore e un buono statista. Da uno statista si deve esigere che rispetti gli impegni presi con gli elettori: questa è la moralità della politica».
«
«La vera purezza consiste nel restare certi ed entusiasti della Verità a prescindere da come la si vive, senza scandalizzarsi dei peccati propri o altrui. L’entusiasmo con cui gli amici di Gesù parlavano di lui ai quattro venti non era affatto delegittimato dai loro limiti, dalle loro paure e dai loro peccati. Nel “Processo a Gesù” di Diego Fabbri, san Pietro parla con appassionata commozione di Gesù e quando gli rinfacciano di averlo tradito, l’apostolo risponde: “Se non sai che si può amare e tradire, che uomo sei?”. L’uomo autentico ama il Vero più di se stesso e non riduce
Giusto, molto giusto. Rincresce, tuttavia, che argomentazioni simili vengano spesso invocate, da molti cattolici, soltanto per preservare da critiche d’incoerenza certi politici – putacaso divorziati – che si atteggiano d’ufficio a difensori della famiglia (e lo fanno legittimamente, sia chiaro: appunto per le motivazioni di cui sopra). Mi sembra una prova in più del fatto che la propaganda dei nostri compagnucci di parrocchia per il centrodestra, non di rado, fa schifo quanto quella dei compagnucci per il centrosinistra: semplicemente perché è propaganda. È certo, poi, che se alle belle parole seguisse anche il “buon esempio”, sarebbe tanto meglio. Proprio per il bene comune, ch’è il vero obiettivo della politica. Perché adeguarsi alla pochezza dei tempi, sulle pretese nei confronti degli uomini pubblici? Non è affatto moralistico, reclamare che un politico si misuri, almeno ogni tanto, diciamo in camera caritatis, con l’interrogativo di Tommaso nel De regimine principum: «Come potrà, chi non sa governare se stesso, pretendere di governare gli altri?». È solo un argine in più rispetto alla barbarie. Guardate cosa accade oltreoceano: la politica è un mero affare amministrativo, dicono. E la moralità, buttata fuori dalla finestra, rientra vergognosamente dal buco della serratura.
…e i giornali che svolazzano... Racconta Marco Tosatti, sulla Stampa di sabato:
«Quando nell’autunno scorso il “motu proprio” [sulla liberalizzazione della Messa tradizionale] ha cominciato a prendere forma concreta, in un’abbazia sull’Aventino, dopo i vespri, si sono riuniti a cena alcuni prelati: fra gli altri, l’abate e un personaggio molto importante dell’entourage papale, notoriamente nemico della messa tridentina. Si è parlato di come fosse necessario “aiutare” il Papa, facendogli capire che la liberalizzazione era un errore; si è fatto il nome del vescovo Le Gall, di Tolosa, come di un punto di riferimento in quest’opera. E in effetti Le Gall ha fatto dichiarazioni molto dure, e in rapida successione sono giunti a Roma (“la calata dei Galli”, commenta qualcuno in Vaticano) il cardinale Lustiger, il suo successore a Parigi Vingt-Trois e il cardinale di Bordeaux, Ricard, per fare campagna contro il “motu proprio”. I maligni sostengono che
Tra parentesi: chi se ne frega dei Lefebvriani.
In due parti ([1] e [2]), il sito Effedieffe anticipa alcuni brani dall’edizione italiana di Ernst Michael Jones, Il ritorno di Dioniso. Musica e rivoluzione culturale (ed. or.: Dionysos Rising. The Birth of Cultural Revolution out of the Spirit of Music, Ignatius Press,
Trovandomi a Ginevra per un periodo di ricerca (il che spiega il diradarsi degli interventi in questo blog), mi capita pressoché ogni giorno di passare accanto al celebre, imperioso monumento dei Quattro Riformatori (potete ammirarlo qui, in quasi tutto il suo splendore; da sinistra: Guillaume Farel, Jean Calvin, Théodore de Bèze e John Knox; prego notare la scritta sulla panchina). Ai lati del complesso di statue, inciso sulla pietra a lettere cubitali, campeggia inoltre il motto della città: Post tenebras lux, piccante allusione al trionfo della luce dopo un lungo periodo di tenebra. È quindi una tentazione irresistibile, per il sottoscritto, quella di scrivere qualcosa sull’argomento. Non senza malizia, mi piace l’idea di farlo rispolverando la domanda impertinente e provocatoria che dà il titolo a questo post, e che emergeva da un dossier pubblicato al principio degli anni Novanta all’interno del mensile “30 giorni”, sulla base di un volume di Theobald Beer, Der fröhliche Wechsel und Streit (apparso in Germania nel 1980). Un’opera che al momento della pubblicazione destò immediato scalpore, per l’arditezza della tesi proposta, ma anche per l’acribia filologica con la quale intendeva darne prova. L’allora cardinale Ratzinger, positivamente colpito dalla lettura, scrisse personalmente all’autore: «Ritengo il Suo lavoro oltremodo stimolante. L’influenza avuta su Lutero dal neoplatonismo, dalla letteratura pseudo-ermetica e dalla gnosi, che Lei considera di primaria importanza, getta nuova luce sulla polemica ingaggiata dal riformatore nei confronti della filosofia greca e della Scolastica. Originale, e decisivo, mi sembra anche il modo in cui Lei approfondisce le caratteristiche sostanziali della cristologia e della dottrina trinitaria luterane». L’articolo che riportiamo di seguito, tratto appunto da un vecchio numero di “30 giorni”, riassume efficacemente i risultati del volume di Beer:
«Dai manuali di storia abbiamo appreso che Lutero ha iniziato la sua ribellione a Roma all’epoca della questione delle indulgenze. Nella realtà, quando rese pubbliche le 95 tesi sulle indulgenze, aveva già maturato un nuovo modo di vedere il cristianesimo. Theobald Beer ha dimostrato che la fonte ispiratrice di Lutero è il Liber XXIV philosophorum, un’opera neoplatonica che venne attribuita ad Ermete Trismegisto. In Germania, sin dal Due-Trecento, si diffuse un indirizzo teologico e mistico di tendenza panteista e nichilista, chiaramente influenzato dal neoplatonismo riemergente. Questa forma di misticismo si alimentava dell’umanesimo neopagano che andò affermandosi nel secolo XV e che fu portato avanti in particolare dal “Circolo di Erfurt”, frequentato da Lutero fin dal 1505. Un circolo, segretamente collegato al cabbalismo di Reuchlin, nel quale si coltivò ante litteram quel relativismo antidogmatico e soggettivista che, per il tramite del protestantesimo e del rosacrucianesimo, ritroveremo successivamente nella massoneria. Agli inizi dell’età umanistica, Meister Eckart predicava la necessità di “unirsi all’Eterno Nulla”: l’anima, particella divina imprigionata nel corpo, deve riunirsi al Nulla/Tutto dal quale deriva, ossia deve annichilirsi nella “divinità”. È in questo ambiente che Martin Lutero matura le opzioni fondamentali della sua teologia antiscolastica, nell’avversione non solo a San Tommaso d’Aquino, ma anche ai Padri della Chiesa, che hanno costituito il riferimento principale dell’Aquinate (…). “Gnostica” è la forma sostanziale delle tesi luterane sull’irresponsabilità assoluta della anima umana, sulla totale inconoscibilità di Dio e, soprattutto, sul ribaltamento di ogni manifestazione divina nel suo esatto contrario (il bene si nasconde dietro il male, la santità si manifesta nel peccato, la virtù nel vizio) e sulla impossibilità che l’uomo collabori all’opera della sua salvezza. Per Lutero, infatti, la divinità e l’umanità di Cristo sono unite solo accidentalmente, e non ipostaticamente. Da qui conseguono da un lato il “sopranaturalismo”, ossia l’assorbimento dell’umano nel divino, e dall’altro lato, il naturalismo, ossia la riduzione di Cristo alla sua sola umanità.
Lutero, mentre studiava un passo della Scrittura, ebbe a suo dire l’improvvisa “illuminazione”, immediata e diretta – ossia di carattere psicologico e soggettivo –, di essere stato salvato nonostante la corruzione irrimediabile della propria natura segnata indelebilmente dal peccato. Questo radicale soggettivismo dell’esperienza religiosa fa di essa un’esperienza del tutto incomunicabile. Nel soggettivismo fideistico di Lutero il mondo è inteso come rappresentazione dell’io, nel senso proprio che sarà di tutto l’idealismo tedesco da Kant ad Hegel, passando per Fichte, Schelling e Schopenauer. Per Lutero non vi è vera oggettività di Dio al di fuori di ciò che il soggetto sente e crede come vero. Senza il soggettivismo fideistico non può capirsi neanche l’odio di Lutero verso
Anche nell’approccio esegetico alla Scrittura Lutero utilizza l’“auto-illuminazione soggettiva”, e l’ermetismo. Questo tipo di approccio esegetico porta Lutero al radicale disconoscimento del rapporto Creatore/creatura, inteso come rapporto di amorevole “filiazione”. Nei suoi scritti principali, Lutero afferma che tutto ciò che non è Dio è “contraria species” a Dio, e quindi senza valore, anzi totale corruzione e malvagità. Dietro questa affermazione si scorge l’influsso della dottrina gnostica secondo la quale, essendo la creazione (in termini gnostici la “manifestazione”) una frammentazione dell’unità divina primordiale, Dio crea negandosi, alienandosi nella creatura, sicché la redenzione della creatura consiste nel suo annientarsi, nel suo annichilirsi in questo Dio inteso come unità indifferenziata e perciò come “Nulla che tutto contiene” (…). La teologia luterana afferma l’assoluta inconoscibilità di Dio e il suo manifestarsi attraverso il ribaltamento dialettico nella “contraria species”: Lutero, in altre parole, dichiara che tutto ciò che non è Dio è “antidio”, e che la creazione è essenzialmente malvagia. Come per la gnosi, anche in Lutero la creazione è il contrario negativo della divinità.
L’antropologia di Lutero dipende dalla sua teologia del “doppio contrario”. Infatti, l’uomo è dualisticamente colto, da un lato, nella sua assoluta impotenza, nella sua totale passività, nella sua irrimediabile corruzione, sicché tutte le opere umane sono vanità, e, dall’altro lato, al contrario, nella sua sconfinata pretesa di essere, di porsi e di proclamarsi, autosufficiente. Questo dualismo antropologico è manifesto nella concezione luterana, che fu già catara, della intrinseca peccaminosità di ogni atto sessuale, anche se atto d’amore, sull’impossibilità e sull’inutilità alla resistenza ad ogni impulso sessuale trasgressivo e, quindi, sull’inevitabilità del permissivismo morale. Il soggettivismo diventa immediatamente relativismo etico e, su un altro piano, liberalismo politico e liberismo economico. L’uomo luterano è del tutto determinato dal peccato, che gli è talmente connaturato da impedirgli ogni scelta, volontaria e spontanea, di bene morale. In tale convinzione luterana si rinviene la base teologica dell’assolutismo politico e del totalitarismo, che hanno avuto la pretesa di costringere l’uomo al “bene” per mezzo della coazione giuridica e poliziesca o per mezzo delle mobilitazioni di massa. Ma questa antropologia negativa è anche la base teologica del capitalismo liberista che, come aveva ben intuito Max Weber, è stato storicamente favorito da un’organizzazione economica fondata sul “metodismo” o “ascetismo mondano”, ossia sulla rigida morale professionale del calvinismo. Calvino, come è noto, per placare l’ansia da incertezza della salvezza dovuta al Dio irrazionale di Lutero, che salva indipendentemente dalle opere, introdusse l’idea per la quale segno di predestinazione è il successo economico. Il che spiega perché il liberismo, dopo l’Olanda e l’Inghilterra, ha messo radici soprattutto in America. Il medesimo “biblismo sociale”, con la sua etica degli affari, che soggiace al puritanesimo, fu fonte ispiratrice anche per Adam Smith nella giustificazione religiosa del “libero mercato”. La forma autoritario-conservatrice del contrattualismo sociale e, in economia, del liberismo, che propugna l’egoismo come vera radice del vivere sociale, trova dunque il proprio fondamento teologico indispensabile nell’antropologia negativa introdotta dalla Riforma protestante» (fonte: “30giorni”, febbraio 1992).
Già ne parlò Berlicche, qualche tempo fa, ma questo è un libro ch’è bello riprendere in mano ogni tanto: si tratta de La vita degli studenti nel medioevo, dello storico belga Léo Moulin (trad. it. Jaca Book, Milano 1992), noto soprattutto per alcuni pregevoli studi sul monachesimo benedettino. Il volume si compone di tre ampie sezioni: la prima è dedicata appunto agli studenti (tra gli argomenti affrontati: la vita comunitaria, il piano di studi delle diverse facoltà, l’organizzazione delle lezioni, i tempi di vacanza e di svago, la fatica degli esami, i riti di laurea e di addottoramento, etc.), la seconda ai maestri (con gustosissimi aneddoti), la terza al funzionamento complessivo delle strutture universitarie medievali, dal rettore al bidello (con qualche nota sui momenti di tensione e di crisi). Ecco dunque alcuni passaggi dell’opera, che spero inviteranno a una lettura integrale:
Sull’origine e gli scopi dell’università: «L’università è una creazione del medioevo, nata dalla sua visione dell’uomo, della natura e di Dio. Qualcosa di esplicito, di originale nella storia delle civiltà quanto per esempio il canto fermo e la musica polifonica. Tutte le grandi civiltà hanno le loro liturgie e le loro cattedrali, i loro santi e i loro vangeli. Tutte hanno il senso del sacro e del religioso. Tutte hanno dato prova della loro creatività artistica, intellettuale e spirituale. Ma solo la civiltà europea del medioevo ha fondato delle università, da Bologna a Cracovia, da Parigi a Toledo, da Oxford a Uppsala. Nel 1600 si contano più di cento università nel mondo: tutte sono racchiuse nell’area socio-culturale dell’Europa. Non ve ne sono altre nel resto del mondo (tranne che in America Latina, opera dei conquistatori spagnoli). Non è un caso. Infatti l’università è il frutto di un immenso slancio dell’intera società medievale (…). Nella bolla che emana, nel 1388, per esprimere il proprio consenso alla fondazione dell’università di Colonia, il papa Urbano VI scrive che gli obiettivi principali della nuova istituzione saranno quelli di diffondere la scienza per scacciare le nubi dell’ignoranza (“scientia per quam pelluntur ignorantiae nubila”), di porre gli atti e le opere “in lumine veritatis”, alla luce della verità, e infine ciò che definisce la missione sociale dell’università: essa dovrà essere utile “tanto alla comunità quanto ai singoli” (“tam publica quam privata res geritur utiliter”) e “accrescere il benessere degli uomini” (“prosperitas humanae conditionis augetur”)» (pp. 5-6).
Sui rapporti con l’Inquisizione: «Il nostro studente ha tremato, giorno e notte, davanti ai fulmini dell’Inquisizione? È ben lontano dall’averlo fatto. Ha tremato anche solo una volta? Bisogna ignorare l’insolenza dei fedeli riguardo al potere ecclesiastico per crederlo. L’Inquisizione svolge la sua azione secondo regole giuridiche assai precise. Esse esigono in particolare che l’accusatore fornisca le prove di ciò che denuncia (…). Il nostro studente, per quanto fosse audace, non aveva nulla da temere, anche tenuto presente che la libertà accademica era totale: bisogna spingersi molto lontano, fino alla provocazione, per essere richiamati all’ordine (…). Il Parlamento e gli altri tribunali laici, per parte loro, condannavano raramente alla prigione. Nella maggior parte dei casi, bastavano ammende, spesso peraltro considerevoli, da versarsi al re o alla parte lesa. E i tribunali ecclesiastici erano indulgenti, sino ad arrivare talvolta alla bonarietà» (pp. 9-10).
Sulla libertà di ricerca: «L’università è anche considerata e considera se stessa come il luogo per eccellenza di una totale libertà di pensiero. Col pretesto di porre un problema che merita di essere discusso, fosse anche per il semplice desiderio di esercitare la mente, non ci sono questioni fondamentali per
Sulla pedagogia e il “razionalismo” medievali: «Con il suo alternarsi di lezioni mattutine, inizialmente ex cathedra, di ripetizioni e di verifiche del sapere, di discussioni e di dispute destinate ad acuire lo spirito critico, in cui i contatti intellettuali tra il maestro e i suoi allievi sono intimi e vibranti, la pedagogia medievale sarà, tutto sommato, durante i due secoli del suo apogeo (XII e XIII) di notevole efficacia (…). Un vademecum anonimo del 1230-1240 serve da guida al nuovo pupillo di un maestro parigino. Vi si trovano menzionati Prisciano e Donato per la grammatica; Cicerone, De inventione, per la retorica; Aristotele (sei trattati), Boezio, Porfirio e il Liber sex principiorum per la logica; Tolomeo e l’Almagesto per l’astronomia; Euclide per la geometria; Boezio per l’aritmetica e la musica; infine, per la metafisica, la fisica, le scienze naturali e la morale, Aristotele (con dodici trattati), il Liber de causis e il De motu cordis, Cicerone e il De officiis, Platone e il Timaeus, Boezio e il De consolatione. Non si deve giudicare la pedagogia medievale sul suo contenuto, ma sul suo modo di formare gli spiriti e di offrire loro larghi spazi di libertà intellettuale. Libertà così grande e così reale che finirà per rendere possibile la propria ridefinizione e soprattutto l’analisi delle verità religiose più indiscusse. Infatti è proprio all’interno di un sistema che era ben lontano dall’essere chiuso (esso ricerca e assimila volentieri gli apporti giudaici e arabi) che, sotto le spoglie di tecniche della disputatio, si sono sviluppati sistemi di pensiero ortodossi ma contraddittori, marginali ma precursori del pensiero moderno».
Sulla composizione sociale degli studenti: «Non è facile determinare le origini sociali degli studenti. Alcuni criteri puramente geografici possono indicare tanto una capanna che un maniero (e chi proviene da una capanna può avere delle ragioni per non dirlo). Provenire da un ambiente urbano non significa necessariamente appartenere a un ambiente agiato (…). Il New College (Oxford) fornisce le seguenti cifre per il periodo che va dal 1380 al 1500: “figli di contadini”: più del 61% degli studenti (il cui totale ammonta a poco più di un migliaio); “borghesi e artigiani”: circa il 18%; “piccola nobiltà”: 8,4%; “aristocrazia”: 0,6%. Il numero degli studenti di origine rurale è dunque nettamente superiore a quello degli studenti di origini urbane» (p. 115).
Sull’accoglienza riservata agli studenti più poveri: «Il papa Urbano V manteneva, come sembra, 1400 borsisti. A chi gli faceva qualche obiezione riguardo alla sua eccessiva generosità, egli rispondeva innanzitutto che un buon numero dei suoi “protetti” non diventavano preti, ma padri di famiglia, per i quali, anche se dediti a lavorare la terra, gli studi avrebbero avuto effetti benefici (…). Ma le borse di studio non furono le sole forme di aiuto agli studenti poveri [circa un quarto del totale degli studenti usufruiva di una borsa, secondo una media europea]. La società medievale si ingegnò a moltiplicare le vie di accesso all’università offerte ai figli delle classi proletarie. Il papa Gregorio IX concede un’indulgenza di 40 giorni ai “benefattori” che finanziano le spese di alloggio, se occorre negli ospedali, degli studenti poveri (1233). A Tolosa il gesto viene considerato come un obbligo di coscienza. Si raccolgono così 56 letti di legno, 52 materassi di paglia e 49 di piuma. Il papa Innocenzo IV ingiunge nel 1245 al vescovo di questa città di provvedere all’alloggio dei “poveri scolari” e di vegliare che essi siano accolti caritatevolmente, in locali “extra viam publicam”, per garantire loro il massimo della tranquillità (e, senza dubbio, per poterli meglio sorvegliare)» (pp. 54-55).
Sulla crisi degli alloggi: «Nelle città universitarie ben presto la domanda superò l’offerta (…). Infatti, se nel
Sulle abitudini e gli svaghi degli studenti: «Se ci si attiene ai regolamenti dei collegi e ai sermoni dei moralisti, lo studente modello pratica ogni giorno le sei opera scholarium, e cioè: levarsi di buon mattino, vestirsi, pettinarsi, lavarsi le mani, recitare le preghiere e andare con gioia a scuola. È impegnato, studioso, obbediente, casto e serio. Non gioca a scacchi e non fa sport» (pp. 24-25). Ma le regole, si sa, son fatte per essere infrante. Anzi, se vi sono regole è il segno evidente che qualcuno è solito trasgredirle… Così, non senza ironia, Moulin cita un Manuale del perfetto studente (1495), che elenca appunto «ciò che è proibito allo studente», ovvero ciò che lo studente, probabilmente, faceva quasi di norma: «star fuori la notte (che comincia alle
Sulla disperazione dei genitori, attraverso lettere private: «Borbottano: “Tu perdi il tuo tempo a gironzolare a cavallo per la città”, “a giocare a dadi” (gioco generalmente proibito agli studenti), “a carte o a pallacorda”, “ti sei comprato un cane e vai a caccia”, “spendi il tuo denaro in vestiti regali, in morbide pellicce”, dimostri “la tua grande mattezza”. O ancora: “Ho saputo, non dal tuo maestro (precisazione fatta, senza alcun dubbio, su richiesta del maestro stesso), ma da alcune persone di fiducia, che tu non studi seriamente, che ti diverti a suonare la chitarra, che frequenti luoghi sconvenienti (meretricia frequentando)” (…). A volte il padre spiega: “Sono meno ricco di quanto tu creda”, “anche le tue sorelle hanno diritto…”, “la vigna non ha dato nulla quest’anno” (…). Severa risposta di uno studente: “Chi resta a casa giudica gli assenti come vuole, mentre è a tavola, mangiando di buon appetito marmitte di carne e pane a sazietà, dimenticando completamente chi, sottomesso alle dure regole della scuola, è oppresso dalla fame, dalla sete, dal freddo e dalla nudità”. Talvolta la ramanzina paterna assume un tono patetico: “I tuoi genitori sono ormai pieni di pena e degni di pietà… tu accorci la loro vita…”» (p. 101).
Sugli alquanto vivaci rapporti fra le Nazioni: «Tutta l’Europa viene messa alla berlina dall’Europa stessa. È ovvio che ogni Nazione abbia delle buone ragioni per combattere con ardore le altre Nazioni – di preferenza le più vicine. Per i polacchi, i mazoviani hanno la caratteristica di essere nello stesso tempo sempliciotti e intriganti. Gli inglesi criticano i normanni frivoli e millantatori, i tedeschi furiosi e osceni, i borgognoni stupidi e collerici. A Parigi, secondo Giacomo di Vitry (1180-1240), i tedeschi sono detti ladri e lenoni, gli inglesi ubriaconi e codardi, i francesi (d’Ile-de-France) superbi ed effeminati, i bretoni volubili e indecisi, quelli di Poitiers traditori e “cortigiani della fortuna”, i borgognoni grossolani e sciocchi, i lombardi avari e maliziosi, i romani sediziosi e violenti, i siciliani tirannici e crudeli, i normanni fatui e orgogliosi, i fiamminghi prodighi ed epuloni, i brabantini incendiati e ladri. I tedeschi sono dipinti dai cechi come “lupi nell’arena, mosche nel piatto, serpenti sul petto e puttane nei bordelli”. “È più facile che un serpente si scaldi nel ghiaccio, che un ceco auguri del bene a un tedesco”. Per i boemi, i teutoni nascono “de culo Pilati” (occorre tradurre?), mentre essi stessi provengono “de corpore Christi”…» (pp. 118-119).
Sulle intemperanze di certi maestri: «L’università di Cracovia denuncia il vizio di ubriacarsi (“detestabile vitium ebrietatis”) di certi professori, in occasione di uscite notturne (“occasione nocturnae vagationis”), accompagnate da schiamazzi che disturbano gli abitanti della città (“inquietationis hominum”). Il maestro che si comporta in tal modo perderà il suo salario (“suspenditur a salario et lectura”). Se persevera, ogni possibilità di carriera (“ascensus”) gli sarà preclusa. Si può arrivare fino alla scomunica» (p. 161).
Sull’uso della lingua latina: «La lingua comune a tutti gli studenti, in tutte le università d’Europa, è il latino (questo spiega la facilità con cui, e talvolta con il minimo pretesto, maestri e allievi passano da un’università all’altra). È la lingua della Chiesa e di ogni élite intellettuale (…). I maestri del XV secolo – questa volta siamo in Sassonia – avevano inventato un gioco (“discretio magistralis”) in cui vi era un asino che parlava tedesco (ma quale tedesco?), dunque non come un essere razionale (“velut homo rationalis”), il quale, evidentemente, parlava latino. Gli abitanti di Bologna, esasperati dalle ripetute stravaganze degli studenti, si gettano all’assalto delle loro case, urlando: “Exite foras, ribaldi”, “Uscite, mascalzoni” (…). Gli scolari che avevano a che fare con le guardie, con gli osti e le prostitute, conoscevano il dialetto locale? È lecito dubitarne. Ci si dice che gli stessi mendicanti e vagabondi conoscevano sufficientemente il latino per esercitare il loro mestiere. Si cita poi il caso del papa Giovanni XXII (di Cahors), il quale, dopo aver studiato a Parigi e a Orléans, dovette farsi tradurre una lettera del re Carlo IV (1294-1328) scritta in francese» (p. 129).
Sulla “disputatio”: «I corsi iniziavano con una lezione pubblica (principium) che era inframmezzata da “dispute” (disputatio temptatoria) incentrate su diversi temi delle Sentenze [raccolte da Pietro Lombardo], seguite da una “disputa generale su un qualsiasi argomento” (“de quodlibet”) e proposta da “chiunque”, in cui l’estro aveva libero sfogo. Poiché si dava per acquisito il sapere, restavano la sottigliezza dell’analisi, la sua profondità, la sua intelligenza e anche la maniera, più o meno brillante, di difendere la tesi proposta alla riflessione. Nessuno poteva essere ammesso a un esame preparatorio alla licenza se non aveva frequentato dispute di maestri per un anno “o per la maggior parte dell’anno” e partecipato “attivamente” (“respondebit”) a due dispute, in presenze di qualche maestro (statuto di Parigi, 1366). Altre “dispute” avevano luogo nel pomeriggio (le “meridiane”) o anche alla sera (le “vespertine”). Il successo di queste disputationes era grande. Ci vengono descritti ascoltatori appassionati che assistono alle finestre. A Parigi sono pressoché giornaliere. Un cronista arriva a scrivere che Parigi è simile a “un alveare di api industriose, avide di sapere”, che sono attive “notte e giorno”. A Padova si proibisce agli studenti di far rumore durante le “dispute”, di intervenire contro i disputanti o i loro avversari, di accordarsi con l’uno o con l’altro di loro prima del dibattito» (pp. 140-141).
Sui cattivi e sui buoni maestri: «Giovanni di Salisbury, vescovo di Chartres (XII secolo), condanna i maestri che “ottundono le facoltà intellettuali dei loro studenti, cercando di dar prova della propria erudizione”. Sfortunatamente, egli aggiunge, vi sono insegnanti i quali vedono nella dialettica soltanto dei giochi di parole e, in realtà, non sono altro che degli sciocchi che argomentano col solo scopo di argomentare. Daniele di Mornay, un altro inglese, prende in giro i silenzi, la gravità, il sussiego di certi maestri. Tutto ciò, egli dice, non è altro che il mantello che ricopre la loro ignoranza, la quale appare, in tutto il suo infantilismo, non appena aprono la bocca (…). Ecco quali saranno le domande che Dio farà al maestro, quando questi si presenterà davanti a lui [secondo un Manuale di iniziazione alla vita universitaria, redatto da Martino da Fano, nel 1255]: “A qual fine hai studiato?”, “Come hai ‘letto’ (insegnato)?”, “Come hai pregato?”, “Come hai ‘disputato’?”, “Sei stato zelante?”. Anche perché “non è la toga che fa il dottore, né la berretta, né la posizione più elevata” che egli occupa, dice un altro testo latino; ciò che fa il dottore è contemporaneamente il suo sapere e il suo modo di trasmetterlo, “ad utilitatem auditorum”, per essere utili a coloro che ascoltano» (pp. 149-151).
Come ti spiego l’Introvigne in cinque minuti.
Torno brevemente sulla faccenda di Beppe Grullo. Per la gioia e lo sconforto dei lettori, riporto qui di seguito il commento disastroso (da un punto di vista ortografico) e decisamente imbarazzante (per quanto riguarda i contenuti) cui ho dato risposta. Buon divertimento:
«Lo sapete che alcuni dei dogmi che la chiesa nei suoi scritti chiude con un:"Parola di Dio" o "Parola del Signore",sono stati decretati da "uomini semplicissimi"?Avete mai sentito parlare del Concilio di Nicea 325D.C.presieduto dall’imperatore Costantino primo? in quel concilio si decreto’l’unicita’ di Dio,la relazione di Gesu’con Dio,decretandolo loro"Figlio di Dio"!!,decretarono loro quando far conicidere la nostra pasqua,diversamente come periodo da quella ebraica,ma Gesu’,ebreo non dimentichiamolo mai,non mori’ durante la pasqua ebraica tant’e’ vero che per la legge ebraica ,il venerdi sera al calar del sole(inizio pasqua ebraica)nessun corpo poteva rimanere appeso in croce,per legge?decreto’definitivamente la verginita’ della Madonna.Non vorrei essere blasfemo,ma nei vangeli,diciamo,non "canonici",quelli fatti cercare e bruciare dalla chiesa(con quale diritto),ma per fortuna qualcuno si è salvato e ritrovato,si parla di "fratelli e sorelle" in senso vero non metaforico,di Gesu’.Molti di questi vangeli "scomodi",sono stati scritti da gente contemporanea a Cristo,quindi presente ai fatti,mentre quelli "canonici" sono stati scritti molti decenni dopo,non lo dico io,e’ un dato di fatto!!Ma la chiesa(fatti di uomini ed in quanto tali non infallibili)ha ricosciuto solo quelli che in un certo senso non hanno neanche un accenno a tutto cio’ che potrebbe in qualche modo "scalfire" o "aprire" le menti delle persone,rischiando cosi’ di indebolire l’enorme potere che ha accumulato nei secoli la chiesa,fino ad oggi.Credere va bene,ma farlo ciecamente senza porsi mai un seppur piccolissimo dubbio,non lo ritengo sinonimo di liberta’,ma quasi un opposizione.Senza porre in dubbio l’altissimo valore morare e spirituale del Cristo e dei suoi insegnamenti,leggendo quanto sopra scritto,posso pormi dei dubbi che forse qualcosa è stata forzatamente alterata(dagli uomini),tutto a vantaggio della chiesa? Datemi pure del miscredente,mandatemi al rogo,ma non ci vedete nulla di strano?».
Elementari, Watson!
Complimenti vivissimi al sig. Beppe Grullo, o a chi per lui, che ha cancellato diversi commenti del sottoscritto, in risposta a puttanate di vario genere emerse qui, sulla storicità dei vangeli e sugli apocrifi che
Illuminante, Fioroni bacchetta gli insegnanti e dà consigli a laici e prelati sull’ora di religione:
«Se la scuola non va bene è anche perchè i professori si estraniano dalla cultura giovanile e quindi non hanno gli strumenti per dialogare con i ragazzi. Ne è convinto il ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, che ha denunciato ieri gravi carenze nella preparazione dei docenti [Smonta il bullo!]. “Non è pensabile - ha spiegato - che un docente che sia tale non viva in una realtà non impregnata di cultura [sic], non sia informato su quello che accade nel mondo, non frequenti un cinema, non ascolti musica, non cerchi di avvicinarsi e conoscere quelli che sono i gusti degli allievi per capire il loro mondo e cercare di avvicinarsi il più possibile ad essi”. Su questi temi il ministro è intervenuto al Convegno sulla formazione degli insegnanti di religione promosso dalla Cei. “Gli studi di settore mettono in risalto il legame esistente tra qualità degli insegnanti e innovazioni educative e didattiche. Ma non si può pretendere che tutto arrivi dall’alto”» (fonte: Avvenire).
E così, dall’alto, si benedicono i consigli dal basso. Ecco dunque i possibili obiettivi di una formazione scolastica finalmente viva, non impregnata di cultura, moderna e di qualità:
Materie letterarie: esercizi di scrittura creativa, composizione poesie, visita in libreria con relativo acquisto del libro di Federico Moccia, Scusa ma ti chiamo amore