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giovedì, 31 maggio 2007
i cristiani d'Iraq

Nell’ultimo numero di 30giorni, c’è una recensione al libro di Joseph Yacoub, I cristiani d’Iraq (Jaca Book, Milano 2006, pp. 224, euro 17), firmata da Roberto Morozzo della Rocca:

«Scriveva nel 2004 don Andrea Santoro, il prete romano ucciso a Trebisonda poco più di un anno fa: “In Medio Oriente Satana si accanisce per distruggere la culla in cui siamo stati generati e distruggere con la memoria delle origini la fedeltà a esse. Il Medio Oriente deve essere riabitato come fu abitato ieri da Gesù: con lunghi silenzi, con umiltà e semplicità di vita, con opere di fede, con miracoli di carità, con la limpidezza inerme della testimonianza, con il dono consapevole della vita”.

Alla luce di questa pagina si può leggere l’accorato libro di Joseph Yacoub,
I cristiani d’Iraq, uscito in edizione francese nel 2003 e ora pubblicato in italiano con ampia revisione e aggiornamento all’ultimo dopoguerra iracheno. Di famiglia assiro-caldea originaria della Siria, Yacoub insegna nell’Università Cattolica di Lione. Il suo libro non è peraltro di tipo accademico.

Yacoub tocca rapidamente tutti i temi principali della storia e del carattere del cristianesimo nello spazio iracheno. Inizia dalla memoria degli “abitanti di Mesopotamia” che ascoltavano Pietro nel giorno di Pentecoste, passa attraverso la grande espansione missionaria della “Chiesa d’Oriente” in India, Cina, Siberia, e finanche a Giava e alle Molucche, e conclude con le vicende degli ultimi anni, ossia il periodo di Saddam e quello dell’occupazione americana. Il pregio del libro non sta in questa affrettata e talora encomiastica retrospettiva di fatti e di glorie del passato. E neppure consiste nell’analisi del tragico presente.

Le diligenti spiegazioni del complesso articolarsi della presenza cristiana nell’Iraq odierno, tra assiro-caldei, siriaci, armeni, latini, melchiti, protestanti, sono un aiuto a capire per chi non ha dimestichezza con il cristianesimo orientale. Come d’aiuto all’esperto e al ricercatore è la mole di documenti e citazioni di cui è intessuta la parte del libro dedicata all’attualità. Ma l’interesse principale dell’opera sta nella maniera in cui essa è scritta, ossia nella foga appassionata, nella partecipazione personale, nella voglia di trasmettere una realtà di sofferenza a un Occidente indifferente e letargico di fronte al destino dei cristiani d’Oriente. Vi sono tratti che avvicinano il lettore ai drammi dei cristiani iracheni, al di là di analisi accademiche scientifiche ma asettiche.

Il destino dei cristiani iracheni è stato largamente determinato dall’Occidente, specie con gli eventi bellici degli ultimi quindici anni. Yacoub svolge quasi un
j’accuse. In senso duplice: verso gli europei per i fatti del Novecento (si pensi ai massacri di cristiani nel 1933 utilizzati dal colonialismo britannico); verso gli americani per gli eventi di oggi. Di certo, il libro merita di essere segnalato in quanto dei cristiani iracheni poco si parla, malgrado si trovino in uno dei momenti più difficili della loro storia bimillenaria (…).

La destabilizzazione della società irachena verificatasi a seguito dell’occupazione straniera, fino all’atmosfera di guerra civile che si respira oggi, ha colpito in maniera davvero drammatica i cristiani iracheni, la più inerme e indifesa delle comunità costitutive della nazione mesopotamica. Da Bassora a Mosul è stato un susseguirsi di assassini di cristiani, rapimenti, estorsioni, divieti di esercitare attività economiche non previste dal Corano. Le bombe alle chiese hanno sparso il terrore. Numerosi preti sono stati rapiti e alcuni barbaramente uccisi.

Vi erano due fondamentali condizioni di sicurezza garantite alle comunità cristiane dal Baath di Saddam: che il fondamentalismo islamista non avesse spazio e legalità; che l’Iraq avesse una forma di Stato unitario in cui convivessero popoli e minoranze diverse. I cristiani iracheni, che sono tali da 2000 anni, ossia dai tempi apostolici, si sono sempre sentiti patrioti, anzi i più iracheni di tutti perché discendenti degli antichi assirobabilonesi. Come amano dire: “Noi siamo i primi cristiani d’Iraq, ma anche i primi iracheni”.

L’occupazione americana ha invece suscitato violentissimi movimenti islamisti; ha scatenato i comunitarismi; ha legittimato ipotesi di spartizione e disintegrazione dell’Iraq, come alternativa alla guerra civile. Gli sciiti hanno colto l’occasione fornita loro dal principio democratico (sono il 60% della popolazione) per sostituirsi ai sunniti nel potere centrale. La democrazia si è concretizzata nel passaggio da un’egemonia sunnita a una sciita. E in Iraq gli sciiti sono più intolleranti dei sunniti in materia religiosa.

Così l’emigrazione cristiana dall’Iraq è aumentata in maniera esponenziale. In tre anni molte comunità si sono dimezzate di numero. Va svanendo una presenza niente affatto trascurabile – si pensi che a Baghdad fino al 2003 c’erano 500mila cristiani su sei milioni di abitanti, con 50 luoghi di culto (25 dei caldei cattolici, 9 degli assiri, 7 dei siriaci, 3 degli armeni, e il resto di altri). Significativamente Yacoub scrive a volte di “esilio” anziché di “emigrazione”.

Una dichiarazione di un sacerdote di Mosul, nel 2003, chiariva bene le nuove difficoltà della minoranza cristiana davanti alla maggioranza islamica: “Nella mentalità della maggioranza dei musulmani, un uomo non può essere privo di religione. Per loro Bush è un cristiano e un crociato, dunque i cristiani d’Iraq sono degli agenti di Bush, mentre quest’ultimo non conosce neppure l’esistenza dei cristiani di Mosul”.

L’afflusso di missionari neoprotestanti ed
evangelical, quasi embedded nell’esercito statunitense, o comunque nella sua ideale scia, doveva confermare simili idee. E del resto lo svanire di tali missioni è poi avvenuto parallelamente alla messa in scacco delle truppe statunitensi nel Paese, libere di circolare soltanto a loro rischio e pericolo. A questo proposito l’analisi di Yacoub non è molto aggiornata, per soverchio timore del proselitismo evangelical. “Il Paese esausto” egli scrive “non è forse una facile preda per le sette che accompagnano i furgoni dell’esercito a caccia di prediche?”. A ragione invece egli rileva lo stupore dei cristiani iracheni di fronte a tale proselitismo, stupore dovuto alla fierezza di due millenni di cristianesimo, fondato tra l’altro sulla lingua aramaica di Gesù ancora in uso nelle liturgie. I cristiani iracheni sentono di non avere lezioni da ricevere sulla fede, dopo aver resistito fino al sangue in tante persecuzioni.

Come osservava il 23 agosto 2005 il patriarca della Chiesa caldea unita a Roma, Emmanuel III Delly, gli
evangelical “non vogliono il bene dell’Iraq, né del cristianesimo. Eccitano i giovani con il denaro. Noi eravamo qui prima di loro, siamo dei cristiani apostolici, originari dell’Iraq. Perché cercano di convertirci?” (…).

Interessanti sono infine alcune precisazioni lessicali di Yacoub che evidentemente sottendono determinate visioni dell’autore. Egli sottolinea l’esistenza di una “Chiesa d’Oriente”, piuttosto che di una Chiesa assira o di una Chiesa caldea. Valorizza così un antico sentimento di questi cristiani che si concepivano come gli autentici cristiani orientali, allorché classificavano come cristiani occidentali non solo i latini ma anche i cristiani di ceppo bizantino, greci o slavi che fossero. E questa Chiesa d’Oriente è vista da Yacoub sostanzialmente in via d’unificazione ecumenica, tra assiri “nestoriani” e caldei cattolici, nel quadro di un’unità con Roma. Se questo avverrà, e se avverrà ancora in un contesto mediorientale oppure nello scenario di una completa disseminazione nella diaspora, lo si saprà entro tempi relativamente brevi, seguendo l’evolversi della crisi irachena» (versione integrale: qui).

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scaffale aperto

martedì, 29 maggio 2007
exsurge Domine

Il De senectute di Bernanos, buono per questi tempi come il salmo nove:

«L’uomo mediocre in una civiltà superiore non è mai altro che un conformista e un imbecille. Ma l’uomo mediocre in una civiltà mediocre non può essere altro che un disperato. La disperazione dei mediocri sprigiona enormi energie di odio. Noi crediamo volentieri che la disperazione sia l’elemento di certe anime orgogliose, eccezionali. E abbiamo ripugnanza a mostrare la disperazione di esseri che l’egoismo sommario e l’indifferenza ad ogni angoscia metafisica parrebbero dover preservare da un tale male. Oh, senza dubbio essi non hanno coscienza della loro disgrazia, essi non sanno di essere vuoti, di questo vuoto orribile: essi non accusano che la noia, e la noia non potrebbe avere per essi altro rimedio che un’attività senza freno, l’accelerazione del ritmo della vita quotidiana ottenuta a spese di quel poco che loro resta di una vita interiore. Eppure in quest’ultima soltanto troverebbero salvezza.

Disperare dell’uomo e del suo destino quando gli si crede un’anima immortale non è la stessa cosa che disperare di lui quando lo si consideri semplicemente una bestia, adatta a fabbricare meccanismi per conto del futuro termitaio mondiale: non può avere, evidentemente, il medesimo senso. Ma se è vero che esiste un principio spirituale dell’uomo, l’angoscia metafisica non potrebbe essere assente da queste due forme di disperazione. E l’esperienza ci dimostra che nella seconda accade ch’essa si trasformi in odio, ch’essa sviluppi un’enorme disponibilità all’odio. Non ci resta che diventare liberi, o morire. Amico, questo è scritto nell’angoscia della speranza, piangendo ai piedi della croce. Tutta la forza che mi rimane, prodigata, sperperata, gettata a piene mani: questo si chiama agonia. Ma tutto ciò è meno duro che tornare a coricarmi nella cuccia. Patientia pauperum non peribit in aeternum. La speranza, alla sua tensione più alta, finirà per consumarci. Ma la completa privazione è il segno divino che tutto ricomincia.

La vita non reca nessuna disillusione. La vita ha una sola parola e la mantiene. Peggio per coloro che affermano il contrario. Impostori o vigliacchi. Gli uomini, solo gli uomini, in effetti, deludono. Tanto peggio per coloro che si lasciano avvelenare da tale delusione. La loro anima funziona male, la loro anima non elimina le tossine. Quanto a me, gli uomini non mi hanno deluso. E io non mi sono ingannato a mia volta, di più. Ero preparato al peggio, ecco tutto. Quel che vedo innanzitutto nell’uomo è la sua infelicità. Ma l’infelicità umana è la meraviglia dell’universo. Io chiedo solamente all’esperienza – dalla quale non mi sono mai aspettato il dono della saggezza – una pietà più profonda, la quale penetri tanto addentro in me, che la sorgente delle lacrime non possa più inaridirsi. O Dio, a me che non so amare secondo la Tua grazia, non togliere l’umile compassione, il rozzo pane della compassione che noi peccatori possiamo spezzare insieme, seduti sul ciglio della strada, in silenzio, al modo dei vecchi poveri» (Georges Bernanos, da Ultimi scritti politici, trad. it. Brescia 1964).

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volti e parole

venerdì, 25 maggio 2007
un libro su Rivelazione e conoscenza

Dovrebbe uscire a giorni, presso l’editore Rubbettino, Rivelazione e conoscenza, a cura di Giovanni Grandi e Luca Grion. Il volume comprende vari interventi sul tema, alcuni dei quali presentati nel corso di un convegno che l’Istituto Internazionale Jacques Maritain, in collaborazione con il Forum Studi e Ricerche di Gorizia e l’associazione Kud Logos di Ljubljiana, ha organizzato dal 3 al 5 maggio 2005, presso l’abbazia di Rosazzo (in Friuli Venezia Giulia).

Per quanto ciò possa suonare patetico, dico subito che il saggio in apertura è mio: Rivelazione e conoscenza nell’esperienza apostolica di Paolo (pp. 9-42). A una rilettura (l’ho scritto quasi tre anni fa), mi sembra piuttosto faticoso: ora non lo scriverei più così. Ma dal punto di vista dei contenuti, è abbastanza accettabile (spero si colga l’amarezza di quell’abbastanza).

I vari contributi hanno il merito di offrire una panoramica di alcune delle tante, possibili declinazioni che si possono offrire sul tema, all’interno del pensiero cristiano. Particolarmente significativi, nella loro asciuttezza, risultano gli interventi di Armando Rigobello (pp. 139-141) e Inos Biffi (pp. 149-164). Gli altri interventi sono firmati, nell’ordine, da Giuseppe Barzaghi (su san Tommaso d’Aquino), Orlando Todisco (su san Bonaventura), Ettore Perrella (su Gregorio Palamas), Nike K. Pokorn (sull’anonimo trattato medievale The Clowde of Unknowyng), Christos Yannaras (sulla prospettiva dell’Oriente cristiano), Andrea Aguti (su Karl Barth), Natalino Valentini (su Pavel Florenskij), Giuseppina De Simone (su Max Scheler), Goradz Kocijančič (sul pensiero apofatico) e Giovanni Grandi (su Jacques Maritain).

In tutto sono 260 pagine, al prezzo di 14 euro. A me non arriva una lira (e nemmeno un euro,
s’intende), quindi potete acquistare il volume con gioia, o consigliarlo ad amici e nemici, oppure leggerlo a scrocco, o ancora utilizzarlo come elegante soprammobile per il vostro scrittoio in radica di noce, etc.

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scaffale aperto

giovedì, 24 maggio 2007
una definizione di obbedienza

«Obbedienza è la fame di essere nelle mani di Dio» (Madeleine Delbrêl).

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diario scritto di giorno

crimen sollicitationis (2)

Dopo il post precedente, torniamo sull’argomento citando alcuni passaggi da un intervento di Maurizio Blondet:

«Ricevo in questi giorni una quantità di lettere relative all’intervista del sacerdote irlandese alla BBC... Annuso in questi lettori moralisticamente scandalizzati la voglia di rivincita: dopo la manifestazione delle famiglie che ha di fatto liquidato le nozze gay, hanno voglia di colpire, di infangare, di vendicarsi con un bello “scandalo” della Chiesa. Ed è proprio questo lo scopo della campagna, partita dalla BBC ma ben bene agitata in Italia: una campagna di screditamento, volta precipuamente contro Ratzinger. Infatti la BBC dice, mentendo, che il documento segreto che “copre i delitti sessuali dei preti” è stato firmato da Ratzinger in quanto capo del Sant’Uffizio. È una menzogna.

Il documento è del 1962, quando al Sant’Uffizio non c’era Ratzinger, ma il cardinale Ottaviani. E fu approvato da Giovanni XIII, il “Papa buono” della propaganda anticlericale di vario stampo (Pio XII era il “Papa cattivo”). Il documento è stato in vigore fino al 2001, quando proprio Ratzinger lo ha sostituito. È la prima menzogna di un insieme di inesattezze non casuali, ma ispirate da uno spirito malvagio e falso. Come la “segretezza” del documento. La segretezza - o meglio riservatezza - è una costante dei processi canonici: evidentemente ci scandalizziamo perché noi siamo troppo abituati a giudici laici che spifferano ai giornali notizie riservate d’indagini non concluse, che distruggono reputazioni di innocenti prima che siano giudicati. Ma i tribunali ecclesiastici non spifferano, e ciò è giusto.

La Chiesa
ha a cuore, in faccende di così tragica delicatezza come il “crimen sollicitationis” (delitto di provocazione a cose turpi) la reputazione di tutte le parti, vittime dei presunti abusi, oppure gli imputati, che possono essere accusati falsamente. Che la segretezza non sia imposta per insabbiare scandali, lo dimostra il paragrafo 15 del documento: che obbliga chi venga a conoscenza di abusi sessuali commessi con il pretesto e durante la confessione, a denunciarli. È un obbligo grave, per la violazione del quale viene ingiunta la scomunica. Inoltre la segretezza riguarda il procedimento di diritto canonico, ma non vieta al vescovo, se lo ritenga, di riferire all’autorità giudiziaria laica.

Il documentario della BBC è del settembre 2006. Arriva in Italia un anno dopo, con doppiaggio nella nostra lingua eseguito dalla redazione di “Bispensiero”, un sito internet di ispirazione radicale. Naturalmente Santoro e Mentana se lo strappano di mano, vogliosi di mostrare gli “scandali” di una Chiesa che ha condannato i matrimoni tra omosessuali. È evidente il movente. Sono evidenti i mandanti. Ed è insopportabile la domanda melliflua: “Cristo, se fosse fra noi, approverebbe o condannerebbe il crimen sollicitationis?”. Evidentemente l’ipocrita scandalizzato frequenta poco il Vangelo. Cristo ha parlato: meglio per chi fa certe cose contro questi piccoli, che si metta al collo una macina da mulino… il che non significa che ingiunga di affidarlo a un Caselli o a quel giudice che nutre i giornalisti con le storiacce sulle veline, o a qualunque procuratore abituato a violare il segreto istruttorio...

Un credente non si scandalizza. Non può, perché può dire di sé quello che disse Amleto: “Io sono un uomo mediamente onesto, eppure potrei accusarmi di cose tali che mia madre avrebbe fatto meglio a non mettermi al mondo. Ho più peccati sottomano che pensieri in cui versarli”... Un credente sa che, fra i primi dodici cristiani, ce n’era già uno che tradì Cristo: una bella percentuale, circa l’8%. Nessuno scandalo ripugnante, nessun prete indegno - soprattutto - potrà mai costituire un argomento contro la nostra fede.

La nostra fede è in Colui che ha accettato la croce per salvarci, e che ora ci si dona come Pane e Vino. Questo ci nutre e ci rende sempre più forti, nonostante le debolezze e le cadute. Perché non è la nostra forza (inesistente), ma la Sua a sostenerci. Io non ho mai taciuto le magagne e le derive della Chiesa, e continuerò a non tacerle, convinto di compiere un dovere di credente. Ma non mi unirò mai allo “scandalo” degli ipocriti. Anzi queste cose private, se pur mi addolorano, in fondo non mi colpiscono più di tanto. Sono purtroppo prevedibili. E sono in parte colpa mia e nostra, di noi credenti “mediamente onesti”: non abbiamo pregato abbastanza per i nostri preti. Che ci danno il Pane, qualcosa per cui non li ripaghiamo abbastanza con la nostra gratitudine. Io - e spero di poter dire “noi” - sto con i miei preti, i miei preti oggi tutti quanti umiliati e sospettati, la mia Chiesa dispensatrice di grazia che si vuol gettare nel fango in questo modo» (fonte: qui).

Cos
’altro leggere sulla questione:

- un intervento, molto accurato, nel blog Critica della ragion pubblica;

- una raccolta di sciocchezze sul Crimen sollicitationis, a cura di Bizblog;

- alcuni rilievi sulla credibilità della BBC, nel blog di Angelo Bottone;

- una acuta riflessione di Francesco Agnoli, segnalata da Carlo Melina;

-
il dossier del CESNUR sull’argomento;

- il dossier approntato da Avvenire.

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imposture intellettuali, interventi incivili

martedì, 22 maggio 2007
codici da Vinci (7): no Martini no party?

Una notizia apparsa ieri sul sito di gossip Dagospia:

«Vi ricordate la cena massonica-cattolica, poi saltata per colpa di Dagospia, per Angeli & Demoni, il film che deve essere tratto dall’omonimo libro di Dan Brown? Ebbene. Un “antipasto” è andato in scena ieri sera al Circolo degli Illuminati di piazza di Spagna. Ospiti dell’ex gran maestro Di Bernardo, il regista Ron Howard con avvocato al fianco, il cardinale Wetter (ex arcivescovo di Monaco di Baviera), un misterioso politico del governo Prodi e il lobbysta Piergiorgio Bassi. La discussione, iniziata alle 22, è stata piuttosto tesa: l’eminenza vaticana ha fatto sapere al regista che non sarà più ammesso un altro “Codice da Vinci”, con infamie sull’Opus Dei. Dunque, il cardinale ha chiesto di visionare la sceneggiatura. Il prossimo appuntamento è in agenda a Trento per il 30 giugno».

Dicunt.

Nel frattempo, è scomparso ogni riferimento a Rupert Murdoch.

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codici da vinci

lunedì, 21 maggio 2007
un'indagine sulla Passione

Una bella recensione di Andrea Nicolotti, per un ottimo libro fresco di stampa: Willibald Bösen, L'ultimo giorno di Gesù di Nazaret, Elledici, Leumann 2007 (ed. or. Der letzte Tag des Jesus von Nazaret, Herder, Freiburg im Breisgau 1994). Potete leggerla qui, assieme ad altre, in una nuova sezione del sito Christianismus.

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scaffale aperto

un mistero sospeso tra preservativi e pantofole

Ogni tanto, anche fra i teologi, capita che si parli di quella cosa che i moderni, con termine insopportabilmente logoro, chiamano “sesso”. Fra le pagine più belle, ve ne sono alcune del teologo ortodosso Olivier Clément. Nel suo libro Occhio di fuoco, Clément parte dal principio che «Cristo, nel pensiero dei padri della Chiesa, non possiede un eros individuale, o per essere più precisi non possiede un eros individuale perché assume in se stesso tutta la natura umana, quella femminile e quella maschile, e perché avvolge con il suo amore tutta l’umanità. All’ombra luminosa di questo amore Paolo pone l’unione tra l’uomo e la donna…».

L’apostolo, per essere più precisi, definisce questa unione come un mysterion, utilizzando un vocabolo accordato a pochi altri aspetti della Rivelazione: Paolo se ne serve infatti per indicare la permanenza d’Israele nonostante il rifiuto di Cristo (Rm 11,25), la condizione gloriosa della Resurrezione (1Cor 15,51), il celebre mysterium iniquitatis già in azione nel mondo (2Ts 2,7), e appunto per descrivere il rapporto fra uomo e donna, interpretato alla luce dell’unione sponsale fra Cristo e la Chiesa.

Prosegue
Clément: «Il cristianesimo ha introdotto una rivoluzione fondamentale in rapporto alle religioni arcaiche, rivoluzione già largamente abbozzata dalla tradizione biblica, anche se in forma più esclusiva che inclusiva… Questa rivoluzione è l’apparire della persona, in contrasto con il solo gioco della specie e con le estasi fusionali. Al posto della prostituzione sacra della religione cananea, l’unione con Dio appare ormai come una comunione, il cui simbolo più profondo è l’amore fedele tra un uomo e una donna. E la donna è affermata come persona e non come essere-per-la-procreazione». Non è un caso, allora, che l’evangelista Giovanni segnali, come primo miracolo compiuto da Gesù, proprio quello avvenuto durante le nozze di Cana. O che in opposizione a Eva, come già spiegato qui, nella verginità di Maria sia stato adombrato il sigillo di una “nuova creazione”, dove la donna non è più concepibile quale semplice latrice di figli, subordinata a una funzione, ma come essere umano pienamente libero e in sé compiuto.

Ora, parlando del vincolo matrimoniale, «Cristo riprende il testo della Genesi sull’uomo e la donna chiamati a diventare “una sola carne” (Gn 2,24), ma non fa cenno all’invito a crescere e a moltiplicarsi (Gn 1,28)». Questo particolare, che segnala come la procreazione per un cristiano non possa essere concepita quale fine esclusivo della coniugalità, viene spiegato dal teologo attraverso il confronto «tra una delle numerose statue dell’Artemide di Efeso e una delle non meno numerose icone di Maria con il bambino, preferibilmente quella della Vergine della Tenerezza o della Vergine Odighitria Artemide è raffigurata con un volto bellissimo ma impersonale, assente: ciò che importa è il suo corpo sul quale sono disposti numerosi grappoli di seni. È l’inesauribile genitrice, l’Alma Mater. Nell’icona, al contrario, la dimensione del corpo lascia posto al volto, il volto di una persona che si realizza liberamente nella fede, in un legame unico con il Dio vivente».

«Il monachesimo – afferma ancora Clément – ha voluto liberare nell’uomo, al di là della vita biologica che non si moltiplica se non per morire, l’immortale immagine di Dio. Ben prima degli psicanalisti, i monaci, questi uomini ebbri di Dio, hanno esplorato in profondità il legame tra sessualità e morte: liberarsi dalla sessualità nella sua espressione genitale è sfuggire alla necessità, quotidiana forma della morte. Accade che in alcuni monaci, grazie a un’ascesi vigorosa che consente loro di non vivere più nella morte ma nello Spirito, l’eros si interiorizzi e si trasfiguri… per tendere direttamente a Dio e identificarsi con l’agape… Nella folgorante contemplazione del Volto dei volti, anche il prossimo si rivela come volto, il mondo è un roveto ardente, e il monaco diventa separato da tutti e unito a tutti e a tutto».

Per questa ragione, conclude il teologo, «l’uomo spirituale non è affatto un essere asessuato. Se è un uomo, realizza pienamente la sua virilità e la sua paternità; se è una donna, la sua femminilità, la sua maternità, ma integrando la polarità sessuale, in modo tale che il padre spirituale raggiunga una tenerezza materna, e la madre spirituale una forza virile. E così nel vero monaco l’eros non è rinnegato, ma è illuminato e illumina: “L’eros fisico ti sia modello per il tuo desiderio di Dio”, diceva Giovanni Climaco; e ancora: “Beato chi ha per Dio una passione non meno violenta di quella dell’amante per l’amata” (Scala, 26,153; 30,198)».

È vero però, osserva sempre il nostro autore, che dall’ascesi intransigente dei padri del deserto, «fatta di veglie e digiuni, e che testimonia d’altro canto un vigore sessuale fuori del comune», si è spesso passati a un «moralismo sentimentale e profondamente malvagio». È lo stesso moralismo, verrebbe da dire, che rovesciato di segno imperversa oggi nel fiacco libertinismo di massa, privo di spirito ma anche privo di corpo. Da una parte, una concezione puramente sentimentale dell’amore, che impedisce ai cristiani stessi la comprensione dell’autentica natura dell’agape cristiana e del sacramento matrimoniale; dall’altra, la scissione dell’eros da quanto è più profondamente umano (l’auto-trascendenza, la natura personale dell’uomo), cosa che degrada la sessualità riducendola ai suoi aspetti più bassi. Un mistero sospeso tra preservativi e pantofole.

La nostra civiltà freudiana e scientista ci cresce a colpi di mass-media, lasciandoci prigionieri dell’immanenza, dell’oceano narcisistico delle nostre stanche soggettività, o tutt’al più delle “vogliuzze per la sera e la mattina”. Essa produce spostamenti che possono alleviare la sofferenza, ma non guarire. È necessario allora adoperarsi per far riscoprire quale profondità si celi dietro lo slancio ontologico di cui la sessualità non è che un’espressione.

Anche da questo punto di vista, sono interessanti le riflessioni di Clément: «Oggi la donna ha conquistato la padronanza della propria fecondità: avere un figlio può forse diventare un capriccio, ma non è più una fatalità. L’eros non ha altro senso che il proprio mistero, non è più dettato dalle necessità della specie, ma dall’incontro di due persone… È vanificata allora l’amara considerazione di Nietzsche: “Non ho mai incontrato una donna dalla quale desidererei avere un figlio”. L’amore, che non ha altro fine che se stesso, è fecondo per sovrabbondanza. Amare un altro vuol dire anche, un giorno, desiderare da lui, o da lei, un figlio. Amare qualcuno è favorire il suo slancio creatore, e questo slancio può tradursi talvolta in una creazione comune… Il gesto di Alëša Karamazov – che  bacia la terra quando avverte che i mondi angelici, manifestandosi nelle stelle, si uniscono allo splendore della terra, agli ultimi meravigliosi fiori autunnali – è la vera risposta alla “fedeltà alla terra”, altrimenti sterile, di tante filosofie col martello».

I brani citati sono tratti da O. Clément, Occhio di fuoco, trad. it. Qiqajon, Magnano 1997, pp. 17-31.

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volti e parole

giovedì, 17 maggio 2007
il Marcione di Harnack

A più di ottant’anni dalla sua pubblicazione, è finalmente disponibile in lingua italiana un testo fondamentale del teologo luterano Adolf von Harnack, Marcione. Il Vangelo del Dio straniero. Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa cattolica, cur. F. Dal Bo, Marietti, Genova-Milano 2007, pp. 338, euro 22. L’originale, Marcion. Das Evangelium vom Fremden Gott, apparve in Germania nel 1921, e in una seconda edizione nel 1924, seguito dai Neuen Studien zu Marcion (che non sono stati tradotti). La traduzione di quest’opera è importante per almeno tre motivi:

a)
il valore storico-critico dell’opera, che resta a tutt’oggi fondamentale per lo studio della vita e del pensiero di questa grande figura “eretica” del cristianesimo antico; la versione italiana, pure a così grande distanza di tempo, colma una grossa lacuna editoriale, com’è accaduto per altri testi dello stesso periodo che hanno avuto un’influenza decisiva anche al di là del proprio ambito specialistico (potremmo citare Letteratura europea e Medioevo latino di E.R. Curtius, o Dio ignoto di E. Norden, entrambi tradotti con notevole ritardo);

b)
la presentazione del volume all’interno di una collana di teologia politica, “Kairos” (diretta da R. Panattoni e G. Solla), accanto a testi di Ernst Kantorowicz, Hannah Arendt o Franz Rosenzweig, che rende ragione dell’intentio profundior di Harnack, il quale non voleva semplicemente fare opera di erudizione storiografica, ma lanciare un preciso messaggio di natura teologico-filosofica (cosa sottolineata da alcune scelte del traduttore, che segnala tra parentesi l’uso da parte di Harnack di termini filosoficamente rilevanti, come l’hegeliano Aufhebung);

c)
l’attualità dell’autore, ma anche del suo oggetto di ricerca; Harnack è stato recentemente citato da Benedetto XVI, nel celeberrimo discorso di Ratisbona, come esempio – solo apparentemente paradossale – di “de-ellenizzazione” del cristianesimo (cf. quanto detto qui).

Ma chi era Marcione? Morto all’incirca nel 160 d.C., originario di Sinope (nel Ponto, regione nord-orientale della penisola anatolica), Marcione fu attivo a Roma, nella prima metà del secondo secolo. Alcune fonti ce lo presentano come di origine ebraica, ma la notizia è oggi messa in discussione. Giunto nell’Urbe, entrò forse in contatto con i circoli dello gnostico Valentino, anche se difficilmente la sua teologia può essere assimilata allo gnosticismo. Venne espulso dalla comunità romana attorno al 144.

Testimonianze su Marcione, tra le quali ampi estratti di una sua opera chiamata Antitesi, ci sono giunte grazie a quei padri della Chiesa che polemizzarono con lui e con i suoi seguaci: ne parlano fra gli altri Tertulliano (che gli dedica l’Adversus Marcionem), Ireneo di Lione (alcuni capitoli dell’Adversus haereses) ed Epifanio di Salamina (Panarion, cap. 42). Grazie a loro, apprendiamo che il sistema religioso di Marcione si presentava come una sorta di paolinismo radicale. Lo stesso Harnack suggerisce un paragone: «gli oppositori di Diogene l’avevano soprannominato “Socrate impazzito”: ebbene, potemmo pensare qualcosa di simile a proposito del rapporto tra Marcione e Paolo».

Alla base delle sue concezioni, c’era una violenta opposizione fra il Dio dell’Antico Testamento (e quindi della creazione e della Legge ebraica) e il Dio del Nuovo Testamento (e quindi della redenzione e del Vangelo). Egli rifiutava il primo, visto come un demiurgo malvagio, e propugnava il secondo, il “Dio straniero”, apparso in forma umana come Cristo. Il “Dio straniero” non condannava soltanto il mondo e la carne, in quanto creati dal demiurgo, ma anche la Legge mosaica, e con essa l’intero contenuto delle Scritture ebraiche.

Marcione fu il primo, pare, a selezionare un canone di testi cristiani. Questo canone comprendeva soltanto alcune lettere di Paolo (non tutte!) e il vangelo di Luca, adeguatamente mutilati di alcuni passi, come scherzava Tertulliano: «Chi è tanto topo del Ponto, roditore, come colui che ha rosicchiato i vangeli?» (Adv. Marc. 1,1,5). A questi, veniva aggiunto il testo citato delle Antitesi, che in realtà doveva presentarsi come una semplice raccolta di proposizioni esegetiche o teologiche.

La personalità di Marcione, infatti, è innanzitutto quella di un biblista ante litteram. Come teologo, le sue conclusioni furono contraddittorie: come esegeta, si distinse per l’approccio fortemente razionalista, segnatamente nei confronti dell’Antico Testamento. A differenza dei primi cristiani, egli rigettava il metodo allegorico nell’interpretazione delle Scritture, così come il proposito di leggerle alla luce di Cristo. In questo senso, Marcione non rifiutò mai la lettura delle Scritture ebraiche, che anzi dichiarava “veridiche” e “utili”: si limitava ad opporne il messaggio, interpretato sempre alla lettera, alla “novità assoluta” della rivelazione del Dio straniero, operata da Cristo. Pertanto, come puntualmente osservato da Harnack, «il cristianesimo di Marcione si rappresenta esclusivamente come religione del Libro. Per primo in tutta la cristianità, Marcione si richiama a due grandi raccolte di libri: ma non si appartengono a vicenda, bensì la seconda soppianta la prima».

L’attitudine esegetica di Marcione si fondava anche sull’assunto che il Vangelo annunciato da Paolo, e le sue stesse epistole, fossero stati falsificati in senso giudaizzante. Pertanto, egli si adoperò in un’opera di “restituzione”, ma diremmo meglio di “purificazione”, di quello che a parer suo doveva essere il testo originale, liberandolo da tutto ciò che non si accordasse alla propria personale visione (quanto è moderno, in questo atteggiamento!). Le correzioni del vangelo di Luca e delle lettere paoline, approntate da Marcione, furono fondamentalmente di tre tipi: aggiunte, cancellature e trasformazioni del testo.

Un esempio di aggiunta, piuttosto ingegnoso a onor del vero, è quello operato sul versetto iniziale della lettera ai Galati, documento che era posto in apertura al canone marcionita: Paolo, apostolo… per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha resuscitato dai morti. Scrive Harnack: «Marcione cancella l’espressione “e di Dio Padre” che compare dopo l’espressione “di Gesù Cristo”: in questo modo, intende sostenere che Gesù è resuscitato da sé. Proprio questo gli deve essere sembrato piuttosto opportuno a proposito della sua concezione del rapporto del Padre con il Figlio, formulata in termini vicini al modalismo. La correzione è piuttosto interessante perché prende come punto di partenza una difficoltà testuale esistente» (p. 60).

Un esempio di cancellatura, invece, è rappresentato dall’eliminazione di una lunga sezione della lettera ai Romani, laddove si parla dell’Alleanza d’Israele (capp. 9-11), cosa peraltro abbastanza prevedibile.

Un esempio di autentica trasformazione del testo, infine, si può trovare leggendo Luca 16,17: È più facile che abbiano fine il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della legge, dove l’espressione “della legge” viene tendenziosamente sostituita con “delle mie parole” (di Gesù).

È sintomatico, comunque, che Marcione non si sia richiamato ad alcuna tradizione segreta, com’era proprio degli gnostici, né a rivelazioni personali o fonti apocrife: il suo fu un metodo, per così dire, esclusivamente “storico-dogmatico”. Scavava nel testo con l’intenzione di restituirne il senso “più vero”: era una specie di “settario filologicamente corretto” (o che, almeno, pretendeva di esserlo). Harnack vi vide l’alfiere di una Privatreligion, di un’essenza irriducibile e scandalosa (perché in anticipo sui tempi) del cristianesimo: e finì inevitabilmente col sovrapporsi a lui.

Questo lo si capisce soprattutto nelle ultime pagine del saggio, quando si legge che «la tesi che verrà argomentata in seguito suona così: rigettare l’Antico Testamento nel II secolo era un errore che la Grande Chiesa ha giustamente evitato. Conservarlo nel XVI secolo fu una fatalità a cui il Riformatore [Lutero] non è stato capace di sottrarsi. Ma continuare a conservarlo ancora nel XIX secolo come documento canonico nel Protestantesimo è la conseguenza di una paralisi religiosa ed ecclesiastica». Una tesi audace, non priva di forzature (dato che fu proprio il protestantesimo a conferire storicamente e teologicamente un ruolo centrale all’Antico Testamento), ma che nascondeva anche altro.

Perché Harnack fu “marcionita”, a volte, persino nel metodo. Ad esempio, quando a p. 18 stigmatizza una celebre affermazione di Agostino, Evangelio non crederem, nisi me catholicae Ecclesiae commoveret auctoritas (“Non crederei al Vangelo, se non mi convincesse l’autorità della Chiesa cattolica”), vi sostituisce tacitamente catholicae Ecclesiae con Veteris Testamenti… Un aggiustamento in piena regola, da “moderno marcionita”, che ci fa comprendere quale fosse, sotto sotto, il suo bersaglio polemico.


Il volume reca una prefazione di Pier Angelo Carozzi e un breve saggio di Ioan Petru Couliano, L’abolizione della legge e del padre reale: Marcione di Sinope (già apparso ne I miti dei dualismi occidentali. Dai sistemi gnostici al mondo moderno, trad. it. Jaca Book, Milano 1989, pp. 175-191). È un peccato che il curatore non abbia corredato il testo di un apparato di indici, approntato nell’edizione originale dallo stesso Harnack.

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scaffale aperto, gnosticismi, cristianesimo antico e dintorni

crimen sollicitationis (1)

Un lettore, in un commento, ci chiede un parere a proposito del crimen sollicitationis. Non ne sappiamo nulla, come non sappiamo nulla di quel video anglosassone su Chiesa e pedofilia, che tanto circola per la Rete in questi giorni.

Sappiamo però un’altra cosa. È significativo, ci pare, che i due mali mitologici dell’Occidente (mitologici perché non se ne comprendono le cause, mitologici perché visti come assoluti, cioè privi di fondamento, indicibili e fatali), cioè nazismo e pedofilia, vengano entrambi rinfacciati con forza alla Chiesa cattolica: la Chiesa complice del nazismo, la Chiesa rea di proteggere i suoi sacerdoti pedofili... La Chiesa: che non si è mai concepita sine ruga, pudore integra, in forza dei suoi meriti.

Eppure, è chiaro come il sole che nazismo e pedofilia non possano esser visti in alcun modo come prodotti “squisitamente” cattolici. Essi, al contrario, appaiono come il segreto oscuro e inviolabile dell’Occidente, di quell’Occidente perverso, cioè privo di attenzione e di memoria, avvoltolato su di sé come Narciso, che rifiuta il suo umanesimo.

Chiediamoci perché, fra le accuse alla Chiesa, non figurino quelle di eventuali collusioni, poniamo, col comunismo e la pornografia: forse per il fatto che la forza di suggestione mitologica di questi ultimi due mali, rispetto agli altri, risulterebbe inferiore? Tuttavia, le radici ideali sarebbero le stesse: il prometeismo, la libertà come autodeterminazione... Così, tantum religio potuit suadere malorum, come diceva Lucrezio. È questa la religio dell’Occidente, ciò che ne tiene uniti i fasti: la proiezione ad extra dei suoi mali.

Da questo punto di vista il cristianesimo, nella sua variante cattolica (la meno riducibile, la meno manipolabile, ancora per poco), si appresta davvero a diventare il totalmente altro dell’Occidente. Un segno eloquente del mysterium iniquitatis, di quel Male che sedurrà molti, nei tempi ultimi, con la sua forza di rovesciamenti e d’inganno.

g.p.

Aggiornamento:

Del crimen sollicitationis parla Angelo Bottone, qui.

La discussione procede qui.

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imposture intellettuali, interventi incivili

martedì, 15 maggio 2007
l'idealismo spiegato al mio cane (2)

«Per idealismo si intende in filosofia una visione del mondo secondo cui tutto ciò che è reale è già contenuto preliminarmente (a priori) nella nostra mente… L’oggetto della conoscenza è ridotto a idea o a rappresentazione… In pratica, la realtà non è la realtà, ma l’idea di realtà posseduta dal soggetto».

Qualche esempio. Un soggetto conoscente chiamato Eugenio Scalfari commenta una grossa manifestazione di piazza, fatta da gente ordinata e civile, all’interno di un paese a regime democratico, come un «duro colpo alla democrazia». Solo perché lui non è d’accordo con i manifestanti. Ma che c’entra?

Altro esempio. Un secondo soggetto conoscente, a nome Piero Fassino, sempre a proposito della suddetta manifestazione, ribadisce che la «laicità» deve restare «un valore assolutamente irrinunciabile» (si badi, non la giustizia, non il bene comune, no: la “laicità” dello Stato laico, nomina nuda tenemus; ma forse questo andrebbe bene per un altro post, sul “nominalismo spiegato al mio cane”).

Terzo esempio. Un ulteriore soggetto conoscente, che chiameremo piuttosto convenzionalmente Fausto Bertinotti, intervenendo ancora sul medesimo tema, afferma che «le manifestazioni, specie quando sono di massa, vanno rispettate»; ma poco dopo aggiunge che «la politica farebbe bene a considerare queste posizioni come non incidenti sul processo legislativo». Insomma lui, che di manifestazioni ne ha sempre fatte tante, e che del popolo avea fatto trombetta fino all’altrieri, adesso niente, mi diventa un novello Dracone.

Aggiungiamo allora un cappello finale, sulla sensatezza della visione idealista: un campione a caso di idealisti, quale quello testé esaminato, si trova d’accordo sull’idea di realtà. La realtà, dunque, parrebbe un dato intersoggettivo, risultante dall’armonica consonanza di tre teste messe in fila. Questo conduce all’assunzione di posizioni averroiste: forse l’intelletto è unico.

Adeguiamoci a
ll’assunto. Diamo ragione anche a un quarto soggetto conoscente, che risponde al nome di Francesco Rutelli. Costui, dapprima favorevole alla citata manifestazione di piazza, appoggia ora l’interpretazione proposta dagli illustri colleghi. Ma noi ci spingeremo oltre: diremo pure che c’è stata, una manifestazione in piazza. E che essa, lungi dal remare contro le nostre intenzioni, vieppiù le conferma. Essa è scaturita da una profonda esigenza di rinnovamento e di progresso.

In primo luogo, perché vi saranno più diritti per tutti, nessuno escluso, il che è un bene dato che lo dice la Costituzione e saremo in linea con l’Europa. In secondo luogo, perché il popolo sarà allegro, e farà festa, in un tripudio di trasfigurazioni democratiche. Vi sarà un mondo di valori e diritti. L’homo oeconomicus, a quel punto della storia, assisterà al luminoso compimento del proprio destino unisex: come dire, «percepiremo tutti  la stessa realtà e avremo, a parte qualche trascurabile variante esteriore, gli stessi bisogni».

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imposture intellettuali, interventi incivili

lunedì, 14 maggio 2007
il mistero di Leonardo etc.



Cosa si nasconde dietro l’enigmatico sorriso della Gioconda?

Forse il vero volto di Leonardo? O la chiave per decifrare un segreto iniziatico etc.?

Ogni anno, migliaia di visitatori etc.

Gli studiosi sostengono etc.

Non sapremo mai etc.

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umorismo vaticano

sabato, 12 maggio 2007
a proposito di Gesù e di matrimonio

Nel suo recente intervento di presentazione della Nota pastorale Cei su famiglia, convivenze e unioni di fatto, mons. Bagnasco ha invitato i credenti, e in particolare i cattolici attivi in politica, a non impiegare ragioni di fede o di ordine religioso nel dibattito pubblico su questi temi, «per non cadere – dice – nella facilissima accusa, anche motivata se vogliamo, che i cattolici vogliano imporre la propria fede e le proprie convinzioni (…) in un contesto di chiaro pluralismo e di frammentazione culturale, di pluralità culturale, religiosa, filosofica ed etica (…). Se noi come cattolici usassimo solo ed esclusivamente delle ragioni di fede, giustamente saremmo fuori da questo dinamismo democratico che è il confronto delle ragioni: confronto retto, onesto, il più possibile pacato e rispettoso, cosa che non sempre accade. Ragion per cui dobbiamo sempre più, tutti quanti noi, abituarci ad usare le ragioni della ragione». Pertanto, è assolutamente necessario rivolgersi «all’intelligenza comune, al buon senso, alla ragione, attraverso delle motivazioni di tipo puramente antropologico».

Ora, fra le ragioni che andrebbero evitate nel dibattito attuale sulla famiglia, da un punto di vista “laico”, cioè politicamente spendibile nella situazione attuale, sono evidentemente inclusi il ricorso alle Scritture e l’appello all’autorità di Gesù. Certamente, è difficile pretendere una cosa simile da un prete, o da un semplice fedele. Ma per un politico o un giornalista, e per chiunque intervenga da “laico” in queste faccende, magari criticando le opinioni messe in campo dalla Cei o dalla Chiesa (ma anche intendendo difenderle!), dovrebbe essere evidente la sensatezza dell’invito, e il suo valore dialogico. Comportarsi altrimenti non aiuta lo sviluppo di un sereno «confronto fra le ragioni».

È interessante, allora, notare quanto spesso siano proprio gli opinionisti contrari alle posizioni espresse dalla Chiesa, a richiamarsi, peraltro piuttosto confusamente, a brani della Bibbia o a pie considerazioni su “Gesù che ha detto di amare il prossimo”, e sul “messaggio autentico del Vangelo che la Chiesa non rispetta”, etc. Nel corso di una recente trasmissione televisiva, ad esempio, abbiamo sentito parlare di Gesù, come novelli telepredicatori, non dei cattolici presenti in studio, ma uomini politici e giornalisti che si considerano “assolutamente laici” (nel senso di non credenti), e che di questo - evidentemente in mancanza d’altro - fanno la loro bandiera politica.

Questo ricorso a Gesù (a un Gesù percepito in termini estremamente sentimentali e soggettivi), se non è compiuto con decisa malafede, cosa che siamo propensi ad escludere per nostro inguaribile ottimismo, ha comunque tutti i tratti dell’ingenuità. Il perché lo spiega benissimo un noto studioso di cristianesimo delle origini, Klaus Berger, nel suo bellissimo volume su Gesù, che tante volte si è citato qui. Ne trascriviamo alcuni passaggi:

«Chiediamoci ora che importanza attribuisse Gesù al matrimo­nio. Per Gesù la famiglia è un’immagine del regno di Dio. La con­cepisce secondo la metafora del matrimonio tra Dio e il suo popo­lo, che in Gesù compare nella nuova edizione originale di “Messia e popolo”. Lui in persona è lo sposo, i suoi discepoli sono gli amici dello sposo, Giovanni Battista è l’amico per eccellenza, che gioisce delle nozze. Dio e il suo popolo - è un legame per sempre, un impegno che non viene annullato da niente, da nessun errore, da nessun calo dei sentimenti, da nessuna eventuale forma di estraniamento. Da qui si spiega, tra l’altro, anche il ripetuto divieto del divorzio. La fa­miglia è la cellula essenziale del regno di Dio. Le nozze di Cana di­ventano il segno dell’abbondanza messianica portata da Gesù.

Che cosa bisogna dire del divorzio? Oggi ben poche cose susci­tano più scalpore del fatto che la chiesa cattolica, con la sua prassi restrittiva, si richiami a Gesù. Era davvero tanto spietato, tanto inumano? Di recente una donna si è lamentata con me del fatto che il papa avesse definito l’omosessualità praticata come “contro na­tura”. Le ho risposto: “E Gesù ha definito contro natura già il di­vorzio (seguito da un nuovo matrimonio)”. Gesù, infatti, adduce a motivo del suo divieto la struttura di base della creazione, il fatto cioè che Dio abbia creato tutte le cose viventi “maschio e femmina”. Dice, infatti, in Marco 10:

Mosè ha permesso di rimandare la pro­pria moglie dopo aver scritto l’atto di ripudio... Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione Dio li creò come un unico maschio e un’unica femmina… L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto”.

In tal modo Gesù giudica un compromesso la norma relativa all’atto di ripudio in Deuteronomio 24. Egli, invece, si rifà all’ordine della creazione. All’epoca di Gesù il rifarsi all’ordine della creazione, cioè al diritto naturale, è senz’altro motivato anche dal fatto che la filosofia stoica del tempo aveva contrapposto criticamente l’ordine razionale della natura al diritto statale positivo. La radicalizzazione della legge secondo la volontà creatrice di Dio in Gesù si incrocia quindi con l’idea stoica dell’ordine razionale nella natura. Entrambe si rafforzano a vicen­da. Il divorzio, seguito da un nuovo matrimonio, è contro la natu­ra, perché il mondo è ordinato a coppie di maschio/femmina e in Dio un solo uomo e una sola donna vengono congiunti a formare qualcosa di nuovo (…).

A ciò si aggiunge ancora qualcosa di strettamente collegato alla persona di Gesù. Gesù torna sempre ad autodefinirsi lo sposo di Israele rinnovato. Anche in Paolo, nella Lettera agli Efesini, e nell’Apocalisse di Giovanni, ci si riferisce a lui con tale apostrofe – un discorso metaforico antichissimo ed evidentemente molto diffuso sul ruolo di Gesù. Egli è lo sposo che corteggia la sposa, Israele rin­novato (…). Forse si può così spiegare perché la parola di Gesù sul divieto del divorzio (seguito da un nuovo matrimonio) è il suo detto più frequentemente citato (cinque volte) nel Nuovo Testamento Gesù vede, infatti, nella fedeltà e nell’amore coniugali un’immagine reale del rapporto tra Messia e popolo.

Se il matrimonio tra esseri umani è distrutto, il matrimonio non può più essere un simbolo reale del futuro regno di Dio. È qualcosa di analogo alla riconciliazione: solo quando gli esseri umani si sono perdonati a vicenda an­che Dio può perdonare. Come il perdono tra esseri umani è il nu­cleo e il presupposto del perdono che si spera da Dio, allo stesso modo il risanamento dei matrimoni umani è il presupposto affin­ché venga rinnovato il matrimonio di Dio con il suo popolo. In entram­bi i casi il rapporto sanato tra esseri umani è più di un semplice simbolo, è cioè nucleo e presupposto a un tempo.

Per questo si può senz’altro dire, secondo le intenzioni di Gesù: il matrimonio e la famiglia risanati sono il nucleo, la cellula germinale del regno di Dio. Perciò su questo Gesù istruisce i discepoli anche in “segreto”, “in casa”. Ciò fa desumere che Gesù stesso voglia che la sua parola a proposito del matrimonio e del peccato dell’adulterio venga intesa anche sul piano del mistero orientato al regno di Dio. Certo esiste il fallimento dei matrimoni, perché a contrarre matrimonio sono esseri umani soggetti all’errore. Ma quanto più profondamente si sa che un matrimonio cristiano rinvia al di là di esso in maniera ra­dicale, che la sua fedeltà è il riflesso, debole eppure autentico, della fedeltà divina all’essere umano, da realizzarsi con la massima pas­sione, tanto più si sarà prudenti nel minimizzare le separazioni a cuor leggero (…).

Un’ultima osservazione: regolarmente (e in particolar modo in epoca recente) si tenta di distinguere il puro insegnamento di Gesù da un piano inferiore della morale, che non sarebbe davvero “reli­gione”. A Gesù sarebbe importato solo l’annuncio dell’avvento del regno di Dio – e non di qualche principio regolatore riguardo al sesso e simili. Tale punto di vista può richiamarsi a molte cose, ma non alle Scritture. Certamente Gesù non era un moralista, ma uno che collocava nel contesto di Dio i concreti processi di base umani (…). Cioè: il rapporto con Dio (vale a dire la religione) non esiste indipendentemente dalle grandezze popolo, sessualità, famiglia, matrimonio.

Lo scandalo non è nuovo. Già gli ascoltatori pagani del vangelo avranno chiesto spesso se e perché dalla loro fede in Dio dovessero scaturire delle conseguenze per gli ambiti della poli­tica, del potere, della sessualità e del matrimonio. La risposta del Nuovo Testamento è: proprio questi ambiti ora non sono più “autonomi”, come affermate voi pagani. Proprio per questi ambiti la fede in Gesù Cristo, nel Dio di Israele, è della massima esplosività. Qui, infatti, devono cambiare e cambieranno un sacco di cose. Questi campi hanno “perso l’innocenza”. E proprio per questo a una chiesa coraggio­sa è lecito “governare in camera da letto”. Affermare che questi ambiti continuino a essere autonomi sarebbe puro paganesimo» (K. Berger, Gesù, trad. it. Queriniana, Brescia 2006, pp. 158-163).

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lettere dalla campagna, cristianesimo antico e dintorni

giovedì, 10 maggio 2007
codici da Vinci (6): Roma città aperta

Scrive Michela Tamburrino:

«Metti una sera a cena, se l’intento è diplomatico, se ci sono in ballo i destini di un film, se ci si mette di traverso nientemeno che il Vaticano. Una cena organizzata nei minimi dettagli, saltata in aria perché si era sparsa voce, luogo, giorno e ora del convegno segretissimo [grazie a una soffiata di “Dagospia”]. Solo l’idea di questo incontro è degna di un libro fantastico, appunto del genere Dan Brown, neanche a dirlo, uno dei convitati, anzi, l’ospite d’onore. Già, perché questa cena che si sarebbe dovuta svolgere domani sera [8 maggio] a piazza di Spagna 35, sede dell’Accademia degli Illuminati, era stata parto della volontà del professor Giuliano di Bernardo, già Gran Maestro della Massoneria fino al 2000 e oggi alla guida, appunto, dell’Accademia degli Illuminati. Obiettivo, cercare di far digerire al Vaticano, assieme al pesce crudo, anche il possibile impatto deflagrante del nuovo film tratto da Dan Brown, Angeli e Demoni, che diventerà un film girato dallo stesso regista del Codice da Vinci, Ron Howard (anche lui tra gli intimi della cena), soprattutto a Roma, dunque la città giusta per un riavvicinamento generale.

Seduti al tavolo rigorosamente cosparso da simboli massonici con il cibo servito in piatti anch’essi a forma simbolica di triangolo equilatero, oltre all’autore e al regista, anche l’attore Tom Hanks, il potentissimo editore Rupert Murdoch con il figlio, il cardinale Friedrich Wetter, già arcivescovo di Monaco di Baviera, e Pier Giorgo Bassi: “Banalmente imprenditore, volgarmente lobbista, perché per fare un business bisogna conoscere le stanze della Camera e del Senato e sapercisi muovere”. La cena si svolgerà in maggio, segreti luogo e data, con doppi, anzi, tripli obiettivi: “Una semplice riunione di interessati - dice Bassi - per avvicinare il mondo religioso a queste problematiche senza che deflagrino come è successo con il Codice da Vinci. Parlando insieme i nodi possono sciogliersi e si possono capire meglio i sentimenti che hanno mosso l’autore. Inoltre cerchiamo di far conoscere meglio gli Illuminati che stanno prendendo piede in Italia in modo sempre più massiccio. In America sono già fortissimi, operano nei gangli del potere. A ottobre presenteremo l’organizzazione a Taormina con una grande manifestazione”. Ne fanno parte solo uomini? “Assolutamente no, dicono addirittura che Hillary Clinton sia un’illuminata”. Ma non basterà una cena per bloccare le polemiche... “Non basta ma è già qualcosa, poi ci saranno altri incontri. E poi le polemiche non sono solo un male, il mondo anglosassone è più pragmatico del nostro, per loro parlare di un problema è comunque una faccenda positiva. Ammorbidire alcuni ambienti è il nostro obiettivo primario oltre a un confronto tra diverse situazioni economiche che alla cena saranno rappresentate”. E i politici? “No, non ce ne è bisogno. Una volta erano i politici che creavano l’imprenditore, ora è il perfetto contrario”.

Anche il professor Di Bernardo si rattrista per aver dovuto far saltare la cena, chissà quanto lavoro ci vorrà per radunare ancora tutti questi bei nomi: “Essendomi ritirato dalla Massoneria credo fortemente negli Illuminati, un ordine che ogni tanto si manifesta nella storia. E aspetto il nuovo film tratto da Dan Brown e che appunto parla degli Illuminati”. Un consesso di intellettuali e di economisti, tra gli Illuminati chi c’è? “Un nome per tutti? Il filosofo Vittorio Mathieu. Il mio ruolo era di fare da diplomatico, di dare libero sfogo all’immaginario riconducendolo in ambiti storici”. Ambizioso progetto che certamente vedrà presto la luce» (fonte:
La Stampa).

Un commento, qui.

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codici da vinci

mercoledì, 09 maggio 2007
i cortocircuiti del relativismo

Trascriviamo un’interessante riflessione (risalente al 2003) del filosofo cattolico Robert Spaemann, sui presupposti ideologici del relativismo etico:

1. I valori più alti di un ordine democratico liberale sono la tolleranza ed il pluralismo.

2. La tolleranza è inconciliabile con la convinzione di essere in possesso di una verità assoluta e definitiva.

3. L’ordine giuridico di uno stato liberale si fonda esclusivamente sulla volontà dei suoi cittadini. Esso non può pertanto presupporre alcun principio etico, la cui universalità sia riconosciuta solo da una parte dei cittadini.

4. Non esiste una realtà, come il “Diritto naturale”. Il diritto può proibire solo azioni, che vanno contro la volontà di coloro che sono toccati dalle conseguenze di una tale azione.

Il pre-giudizio che soggiace a queste tesi del liberalismo ideologico non è solo erroneo, ma pericoloso, e più precisamente pericoloso per lo stato di diritto liberale. Solo a motivo di una certa mancanza di consequenzialità nell’applicazione di questi principi le gravi conseguenze restano inizialmente celate. Sottoporrò ora a critica le summenzionate quattro tesi.

1. Pluralismo è una parola che ha molti significati. La creazione è “pluralistica”. Esiste una pluralità enorme di specie, pluralità di esseri umani, di razze, nazioni e culture, ed all’interno di queste a sua volta una pluralità di raggruppamenti e di individui. Questa pluralità costituisce la ricchezza del mondo. Una riduzione della pluralità significherebbe un impoverimento. Impoverimento di che cosa? Un impoverimento dell’unico mondo. Se il mondo non fosse uno e se l’essere non fosse uno, allora non avrebbe nessun senso parlare della pluralità come di una ricchezza. Il nostro concetto di “essere” abbraccia tutto ciò che esiste. Affermare che esiste qualcosa al di fuori dell’essere è autocontraddittorio. La stessa cosa vale per il concetto di verità. Chi dice che qualcosa è così e così esclude in tal modo che non sia così. E se egli afferma che nessuno potrebbe veramente sapere che qualcosa si comporta così e non diversamente, allora afferma appunto in tal modo di nuovo qualcosa, e questa affermazione è o vera o falsa. Se esistesse qualcosa come una pluralità delle verità, allora sarebbe vero anche il contrario e quindi in realtà non si sarebbe detto proprio niente. La legge di Newton sulla gravitazione universale è valida o non è valida. Senza un concetto universalistico di verità ogni ricerca scientifica si fermerebbe subito. Altra questione è quella dell’adeguatezza dei nostri concetti, se parliamo di realtà non empiriche. Questa questione non è il nostro tema. Poiché noi possiamo parlare e pensare su Dio solo con immagini, Dio stesso ci ha dato un’immagine adeguata di se stesso in Gesù Cristo. “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9). Ma non solo i concetti dell’essere e del vero sono universalistici per loro definizione, bensì anche il concetto del bene. “Il bene, se si manifesta, è comune a tutti”, si dice in Platone. Se noi diciamo che il pluralismo è qualcosa di buono, allora questa frase ha un significato solo se la stessa parola “buono” ha un senso univoco. Se bene e male sono relativi, allora queste parole di fatto non hanno alcun significato. Prima di tutto non avremmo la possibilità di condannare alcun crimine contro l’umanità. Heinrich Himmler, il comandante delle SS nel “Terzo Reich”, celebrò in un discorso la morale altruista dei carnefici di Auschwitz, che senza prospettive di riconoscimenti e senza vantaggi personali liberavano l’umanità dal cancro del giudaismo. Esiste notoriame