«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Me lo sono sempre chiesto anch’io. Ora questo libro cerca di rispondere alla domanda.
P.S. Stasera il papa proclama l’apertura dell’anno paolino. Io “festeggio” andando qui. Quindi ci si rilegge dalla prossima settimana. Un saluto a tutti, mariani, petrini, paolini e giovannei. E un augurio alla piccola Marta, che ha compiuto gli anni nel mio stesso giorno, cioè ieri.
(segue da qui)
La migliore definizione di “gnosi” che ho trovato, da un punto di vista teoretico, proviene dalle pagine di Ennio Innocenti, un autore purtroppo estraneo ai grandi circuiti editoriali (pubblica prevalentemente in proprio). Da qualche anno, Innocenti sta lavorando a un progetto davvero ambizioso, ed encomiabile nelle intenzioni e negli esiti: si tratta di una storia universale della “gnosi”, vista come tentazione ricorrente della cultura occidentale.
L’esplorazione di Innocenti, che reca un titolo già di per sé eloquente (La gnosi spuria), considera il fenomeno nelle sue varie trasformazioni storiche, dalle origini a Hegel. Finora sono usciti tre volumi. Ecco dunque la definizione di “gnosi”, proposta dal nostro autore al principio dell’opera:
«L’Apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani di Roma, offre loro il criterio interpretativo della storia universale: essa, innegabilmente, indica una decadenza del valore umano e la causa di tale disgrazia è un difetto d’apprezzamento dell’Infinito (e questo difetto è colpevole perché all’uomo non manca il potere intellettuale del giusto giudizio). Non riconoscendo l’Infinito per quel che è, l’uomo sbaglia anche nella stima di se stesso: da qui discendono tutti gli altri suoi errori.
L’Apostolo sottolinea che l’uomo inizia il suo processo conoscitivo (gnosi) dalla sfera sensibile, ma assurge - di lì - fino alla realtà suprema: la sua conoscenza giunge proprio alla infinita perfezione della Divinità (mediatamente, come abbiamo rilevato). Approda, dunque, all’Infinito almeno quanto basta per apprezzarlo come assolutamente trascendente tutte le perfezioni limitate, ma - qui è la colpa da cui derivano tutti i suoi mali - egli non riconosce all’Infinito quel che gli spetta; tentando di diminuire l’Infinito, finisce per annientare se stesso. Il prevalere dell’uomo sul bruto è fondato sulla superiorità della conoscenza di cui l’uomo è capace: egli, infatti, è il solo essere, su questa terra, che si domandi il perché del vivere, cercandolo fin sopra le stelle. Potere immenso, ma non immune da gravi errori.
Nell’interpretare la realtà due soltanto sono i giudizi sull’essere: l’essere, infatti, o è dall’intelligenza umana interpretato come partecipazione, oppure è interpretato come caduta. Sia nel primo che nel secondo giudizio le conseguenze sono di grandissima importanza e tali da influenzare tutto il vivere umano.
L’essere è partecipato da una fonte sapiente, libera ed amante: l’Infinito Iddio. Egli, pienezza di coscienza bontà e bellezza, partecipa il suo essere amando gli esseri che crea, ordinandoli in una collaborazione che rispecchia la sua perfezione, cui tutti - e l’uomo consapevolmente e liberamente - tendono. L’essere, invece, cade, primordialmente e necessariamente, da una oscurità inconscia innominabile informe ed indeterminata, e tale caduta, che comporta la degradazione e la differenziazione degli esseri, dev’esser riassorbita nell’unità indifferenziata del tutto.
Nella prima interpretazione l’uomo s’innalza per dono divino. Nella seconda, invece, l’uomo s’illude d’erigersi immedesimandosi nel tutto. Vi sono altre caratteristiche che differenziano inconfondibilmente questi due tipi di gnosi: la prima suppone la irriducibilità fra essere e non essere, Dio e gli esseri creati, lo spirito e la materia, la verità e l’errore, il bene e il male; la seconda no. Inoltre: nella prima ordine, gerarchia, obbedienza sono le direttive che discendono dai presupposti; nella seconda il caos, l’anarchia, l’individuo eslege sono armonici con le premesse. Ancora: la prima progredisce aprendosi al dono e all’influsso divino; la seconda maturando la consapevolezza di sé e della propria fonte (or ora indicata: caduta e degradazione). La prima gnosi la chiamiamo “pura”, la seconda “spuria”. Solo di quest’ultima qui ci occupiamo. Essa è rintracciabile nei documenti scritti di molti popoli fin dall’antichità».
(La gnosi spuria, vol. I, Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, Roma 1993, incipit).
(segue da qui)
Il termine “gnosi”, per sua natura sfuggente e bisognoso di chiarimenti, è oggi reso ancor più problematico dalla disinvoltura con cui viene impiegato in ambito filosofico, soprattutto a partire da modelli interpretativi certamente fecondi, ma non privi di una qualche ambiguità. Tra i casi più lampanti possiamo citare quello di Hans Jonas, che per primo ha proposto di leggere fenomeni moderni, come l’esistenzialismo e il nichilismo, alla luce delle antiche dottrine gnostiche (cf. ad es. Lo gnosticismo, trad. it. SEI, Torino 1991, pp. 335-355); o di Jacob Taubes, che da Jonas ha tratto l’idea di far interagire il potenziale sovversivo della gnosi tardo-antica con alcune strategie filosofiche del mondo contemporaneo, operando un continuo e aporetico passaggio da un piano “storico-genealogico” a un piano “strutturale” (vd. Messianismo e cultura. Saggi di politica teologia e storia, trad. it. Garzanti, Milano 2002, pp. 223-253 e pp. 311-400).
Sia Jonas che Taubes condividono l’idea che la “gnosi”, nel suo contesto originario, abbia rappresentato sostanzialmente un grido di protesta nei confronti di un mondo dominato dal fatum o dal nomos – un mondo che, nello stile mitologico dei movimenti gnostici, veniva percepito come soggetto al funesto dominio di potenze ostili, ad esempio nella forma di un rigido determinismo astrologico.
Ora, l’immagine del mondo, così come si sarebbe configurata in epoca moderna nei vari “miti” del sapere scientifico o della tecnica, avrebbe nuovamente ottenuto, in quanto totalità, una compiutezza di questo genere: massimamente con il determinismo della scienza o delle ideologie politiche, contro il quale, dal romanticismo in poi e con differenti configurazioni, si sarebbe quindi organizzata la protesta delle arti.
Secondo Taubes, in particolare, questa rinnovata reazione “gnostica” del mondo moderno sarebbe inevitabilmente nichilista, dato che, pur mantenendo lo sguardo sulla negazione dell’Ordine, non riuscirebbe a raggiungere un appiglio trascendente da cui giudicarlo.
Queste intuizioni di Jonas e Taubes, seppure con premesse ed esiti del tutto diversi, trovano riscontro anche nell’analisi di altri pensatori contemporanei, che hanno avuto il pregio di riflettere sul tema con un maggiore distacco critico. È il caso, ad esempio, di Eric Voegelin, che ha impiegato la chiave “gnostica” per interpretare tutta la vicenda politico-filosofica del mondo moderno (e non soltanto la reazione ad esso: si vedano i saggi Wissenschaft, Politik und Gnosis, München 1959, e, in tr. it., Il mito del mondo nuovo. Saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, trad. it. Rusconi, Milano 1970); o dell’italiano Emanuele Samek Lodovici, autore di un prezioso volume sui riverberi della “gnosi” nella cultura contemporanea (Metamorfosi della gnosi. Quadri della dissoluzione contemporanea, Ares, Milano 1979).
Entrambi gli autori qualificano col termine “gnosi” una sorta di micidiale avversario della visione classico-cristiana del mondo. È sintomatico, in tal senso, che gli unici due miti partoriti in modo assolutamente originale dalla modernità siano stati allora quelli di Faust e del Golem: due sfide lanciate alla potestà creativa di Dio e alla razionalità metafisica, in nome di un’auto-fondazione simbolica dell’umano. In proposito, qualcuno ha suggerito di guardare alla “gnosi” moderna come al risultato di un’esperienza “orfica”. Scrive Vittorio Mathieu:
«Qual è, infatti, la colpa di Orfeo? È di compiere il suo atto prima che Euridice abbia raggiunto la superficie della terra; dunque, prima che sia stata colpita dai raggi del sole, cioè da una luce che dà naturalmente la vita. Ciò che l’intelletto vede – e sia pure l’intelletto di un vate – dev’essere anzitutto vivificato da un’altra luce. Euridice non tornerà alla luce senza essere ritornata natura. L’intelletto non cancella la differenza tra la vita e la morte, e a render vive le ombre non basta lo sguardo» (La voce, la musica, il demoniaco, Milano 1983, p. 10).
Il demoniaco dell’arte moderna, cui è dedicata la fine analisi di Mathieu, consisterebbe allora in una tentazione intellettuale, demiurgica: punto di arrivo ideale di una simile operazione sarebbe la cancellazione della differenza tra ciò che è artificiale e ciò che è reale. Semplificando il discorso di Mathieu, potremmo quindi affermare che appaiono operanti, nel mondo moderno e contemporaneo, due “gnosticismi” estetici, apparentemente di segno opporsto:
1) Il primo, che potremmo definire “prometeico”, tenderebbe all’identificazione piana di linguaggio e realtà. Come nella parabola del musicista Adrian Leverkühn, protagonista de Il Doctor Faustus di Thomas Mann, a dominare in esso sarebbe una sorta di pelagianesimo estetico: «la presunzione di produrre noi la natura per farne il veicolo della salvezza, in luogo di attendere l’ispirazione come una grazia, e di accettare con umiltà quello che ci viene dato» (ibid., p. 55).
La tentazione di Leverkühn è demiurgica, mira alla sovranità sull’esistente attraverso la ricostruzione intellettuale della realtà con la musica, in particolare con la sua estrema “razionalizzazione”, offerta dal sistema dodecafonico, che rappresenterebbe un superamento della barriera tra artificiale e naturale, «l’ambiguità elevata a sistema» (come osservava lo stesso Mann, ne Il Doctor Faustus, trad. it. Mondadori, Milano 1968, p.68).
Ma se nel Faust di Goethe la tentazione di Mefistofele non garantiva una reale possibilità di riprodurre artificialmente la natura, tale possibilità apparirebbe plausibile all’“artista” del Novecento. Come nel surrealismo, assisteremmo all’incontro fatale fra gli impulsi più bassi e “automatici” dell’uomo e una coscienza di sé essenzialmente “razionalista”, improntata cioè ad una ragione di tipo strumentale e doxastico, senza aperture nei confronti della trascendenza.
2) L’altro sarebbe uno gnosticismo “nominalista”, e troverebbe il suo centro di gravità nella rottura, consumatasi secondo George Steiner tra il 1870 e il 1930, del “patto” tra realtà e linguaggio. Tale rottura, costituendo «una delle poche rivoluzioni autentiche dello spirito occidentale», fornirebbe la definizione stessa della modernità (Vere presenze, trad. it. Garzanti, Milano 1992, pp. 95-96).
Da allora sarebbe iniziata l’epoca del dopo-parola, di cui la cosiddetta “morte di Dio”, con una formula alquanto abusata, non sarebbe altro che una delle tante articolazioni. Alla progressiva dissoluzione del sistema tonale in musica, corrisponderebbe in poesia l’esperienza di un Mallarmé o di un Rimbaud. La parola “fiore” – afferma Mallarmé – è l’absente de tous bouquets, non si trova in nessun mazzo di fiori: è il sigillo di un’assenza, una tenue sonorità, un segno vuoto. La lingua direbbe se stessa, e nient’altro.
Ebbene, non è difficile intuire cosa possa accomunare queste due tipologie di “gnosi”. È lo smarrimento della realtà: «Se non si percepisce la realtà del mondo, allora si disgrega l’unità della coscienza universale e, di conseguenza, anche l’unità della persona cosciente di sé. Il punto-istante, che non è nulla, pretende di essere tutto; al posto della legge della libertà regna il capriccio del destino». Questa annotazione di Pavel Florenskij (tratta da Il valore magico della parola, trad. it. Medusa, Milano 2001, p. 95), lascia intendere in quale modo una visione “illusionistica” del mondo risulti perfettamente compatibile con una rinnovata visione “gnostica”.
Il pensiero gnostico muove infatti da un dualismo irriducibile, dalla frattura insanabile tra divino e umano, quando non mira ad una loro astratta unificazione. La moralità dello gnostico è improntata a un senso di elezione e di ostilità nei confronti del mondo, donde derivano due posizioni solo a un primo sguardo contrarie: quella ascetica e quella libertina. Il vertice cui si può giungere è al massimo “la pace, non la luce”, come nell’emblematica conclusione del popolare romanzo Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, ennesima e non casuale variazione del mito faustiano: una pace fredda, che non scalda il cuore dell’uomo e non trasfigura la terra, dominata dall’infelicità esistenziale e dall’assenza di realtà.
Gli artisti e i filosofi che, pur sentendosi “liberi”, contribuiscono alla diffusione di una simile visione del mondo, consapevolmente o meno, agiscono in completo asservimento a un progetto che viene da lontano. Bisognerebbe almeno avvertirli.
(2 – continua qui).
Dividerò questi rapidi appunti in due parti. Nella prima, che avete ora sotto gli occhi, fornirò alcuni brevi (e noiosissimi) ragguagli bibliografici su “gnosi” e “gnosticismo”, secondo una prospettiva storica. Nella seconda, citerò invece alcuni tentativi di definizione del fenomeno, da un punto di vista teoretico-filosofico.
Non è facile fornire una definizione univoca di “gnosi”. Il termine, notoriamente, deriva dal greco gnôsis, “conoscenza”, e viene spesso impiegato per designare un insieme composito di dottrine, di natura mistico-sapienziale e iniziatica, che sarebbe stato condiviso da alcuni movimenti religiosi definiti appunto “gnostici”, sorti in epoca tardo-ellenistica nelle zone mediorientali dell’Impero romano.
L’etichetta include sistemi diversissimi fra loro, dei quali in realtà sappiamo ben poco. La ricostruzione storica dello gnosticismo, almeno fino al ritrovamento della biblioteca di Nag Hammadi (1945), è dipesa infatti in massima parte dall’esame di testimonianze polemiche, tratte dalle opere dei grandi eresiologi cristiani dell’antichità (principalmente: Ireneo di Lione, Clemente di Alessandria, Origene, l’autore dell’Elenchos, Epifanio di Salamina, ma anche autori non cristiani come Porfirio, e altri).
Pertanto, c’è chi propone addirittura di rifiutare, in sede storico-scientifica, l’utilizzo stesso del termine “gnosticismo”, per il semplice fatto che molti autori, attualmente annoverati fra gli “gnostici”, non si designarono mai come tali (vd. J.-D. Dubois – M. Tardieu, Introduction à la littérature gnostique, Paris 1986, pp. 21-37).
Le testimonianze dirette, come abbiamo detto, sono piuttosto scarse. Una gran massa di testi è andata perduta. Ma non è esclusa la possibilità di scoprirne altri, rispetto a quelli che possediamo al momento. Un po’ come è accaduto per il famigerato Vangelo di Giuda, sul quale avevamo soltanto scarne informazioni. Un domani, chissà, potrebbero spuntare dalle sabbie il Vangelo dei quattro punti cardinali, citato dal vescovo Maruta († 420) nel suo De Sancta Synodo Nicaena, o il Libro dei Simoniani menzionato dalle Costituzioni apostoliche (6,16). Va detto inoltre che la voce polemica dei padri della Chiesa, confrontata con le scoperte archeologiche degli ultimi anni, si è spesso dimostrata attendibile.
Il dibattito sulla “gnosi” è apertissimo, e si presenta estremamente ramificato. Anche per quel che riguarda le origini stesse dello gnosticismo: si va dagli ormai sparuti difensori dell’ipotesi di A. von Harnack, che nel secolo scorso interpretò la “gnosi” come un episodio di “ellenizzazione acuta” del cristianesimo, fino a quanti suppongono al contrario un’origine orientale e giudaica, non ellenica o cristiana, per questo fenomeno: la religiosità degli gnostici si sarebbe basata, secondo costoro, sull’affabulazione mitica e sull’indagine misteriosofica, più che sulla speculazione filosofica (in proposito, si leggano gli studi di G. Stroumsa, Hiddem Wisdom. Esoteric Traditions and the Roots of Christian Mysticism,
Gli storici parlano sia di pre-gnosticismo, in base alla pre-esistenza di temi e motivi che confluiranno solo in seguito nei sistemi gnostici, sia di proto-gnosticismo, in base all’esistenza di correnti (apocalittica giudaica, Qumran, mondo iranico, platonismo e orfismo, etc.) in cui si troverebbero già tutti gli elementi assiali dei sistemi del II secolo: per un bilancio della questione, si può consultare il volume di E. Yamauchi, Pre-christian Gnosticism. A Survey of the Proposed Evidences, Grand Rapids-London 1983.
Una distinzione molto utile, fra “gnosi” e “gnosticismo”, è stata abbozzata nel corso di un Colloquio di studi tenutosi in Italia, a Messina, nel 1966: «per evitare un uso indifferenziato dei termini gnosi e gnosticismo, sembra utile identificare, con la cooperazione dei metodi storico e tipologico, un fatto determinato, lo “gnosticismo”, partendo metodologicamente da un certo tipo di sistemi del II secolo d.C. (…). Lo gnosticismo delle sètte del II sec. implica una serie coerente di caratteristiche che si possono riassumere nella concezione della presenza nell’uomo di una scintilla divina, che proviene dal mondo divino, che è caduta in questo mondo sottomesso al destino, alla nascita e alla morte, e che deve essere risvegliata dalla controparte divina del suo Io interiore per essere finalmente reintegrata» (Le origini dello gnosticismo. Colloquio di Messina 13-18 aprile 1966, cur. U. Bianchi, Leiden 1967, pp. XX-XXII).
Non ogni “gnosi”, quindi, può essere considerata “gnostica” (autori decisamente ortodossi, come Clemente Alessandrino o Massimo il Confessore, parlano tranquillamente di una “gnosi” cristiana). I tratti salenti dello “gnosticismo”, esposti schematicamente, sarebbero allora i seguenti: a) la presenza di un complesso schema mitologico-cosmologico fondato sull’idea di “caduta” (rottura originaria di un ordine divino del cosmo, talora coincidente con la creazione del mondo sensibile ad opera di un demiurgo), cui corrisponderebbe sul piano antropologico b) un acceso dualismo tra mondo materiale e mondo spirituale e c) l’idea di un patrimonio sapienziale esclusivo, trasmissibile per via esoterica, in grado di condurre il gruppo ristretto che lo possiede alla salvezza e alla liberazione dai lacci della vita carnale.
Un ulteriore tratto, tipico delle dottrine gnostiche, è ravvisabile nella mescolanza di elementi provenienti da tradizioni religiose eterogenee, spesso amalgamati senz’alcuna pretesa di coerenza. Molto frequente, infine, è una rigida classificazione dell’umanità secondo tre categorie: gli spirituali (o pneumatici, ossia coloro che posseggono la “gnosi” e sono già redenti), gli psichici (ossia gli uomini che, con l’aiuto dei “perfetti”, possono accedere alla “gnosi”) e gli ilici (nei quali predomina la hyle, cioè la materia, e che perciò sono destinati alla dissoluzione). Oltre al consueto richiamo ad insegnamenti nascosti, che sarebbero stati impartiti segretamente a personaggi della storia biblica o delle origini cristiane.
Tutte queste caratteristiche, con le dovute variazioni, si ritrovano lungo l’arco della storia religiosa occidentale, in vari movimenti marginali, dall’antichità sino all’epoca moderna. Per saperne di più, si potranno leggere i seguenti volumi introduttivi, facilmente reperibili per il lettore italiano: I.P. Couliano, I miti dei dualismi occidentali. Dai sistemi gnostici al mondo moderno, trad. it., Jaca Book, Milano 1989; G. Filoramo, L’attesa della fine. Storia della gnosi, Roma-Bari 1983; H.C. Puech, Sulle tracce della Gnosi, trad. it. Adelphi, Milano, 1985. Da maneggiare con cautela, invece, sono le pagine divulgative e tendenziose di Elaine Pagels, già note ai lettori di questo blog.
Fra le raccolte di testi gnostici in traduzione, segnalo quelle approntate da L. Moraldi (cur.),
(1 - continua qui)
I nostri consigli di lettura, concepiti come un appuntamento semestrale, intendono segnalare alcune novità editoriali (in qualche caso, può trattarsi di semplici ristampe): quelle che ci sembrano di volta in volta più aderenti ai gusti e alle esigenze che immaginiamo nei nostri lettori, o meritevoli almeno d’una occhiata. Ovvio che, sul comodino, tutti questi libri non ci possano stare. Sotto l’ombrellone, qualcuno. Ma il miglior consiglio che possiamo dare è sempre quello di leggere poco, cercando parole e pensieri che resistano all’usura del tempo.
A.A.V.V., Messale Festivo Tradizionale. Latino e italiano, Fede & Cultura, pp. 550, euro 35. «Uno strumento per venire incontro ai moltissimi che, dopo le parole di apertura del Papa sulla messa tradizionale, tornano a nutrire interesse per un patrimonio irrinunciabile della Chiesa Cattolica». Segnaliamo anche un’altra importante pubblicazione su temi liturgici: Paul Bradshaw, Origine del Culto Cristiano. Fonti e metodi per lo studio della liturgia dei primi secoli, LEV, Città del Vaticano 2007, euro 25.
ARISTOTELE, Le confutazioni sofistiche, cur. Paolo Fait, Laterza, Roma-Bari 2007, pp. 316, euro 25. «Le confutazioni sofistiche sono il sesto e ultimo trattato delle opere aristoteliche che la tradizione ha radunato sotto il titolo di Organon (strumento), con l’intento di raccogliere tutto ciò che, nel pensiero del maestro, concerne la logica e la dottrina della scienza e costituisce, pertanto, un prerequisito metodologico al suo sistema filosofico. Tema specifico è la classificazione e la risoluzione delle false argomentazioni (“paralogismi”, “confutazioni apparenti”), usate dai sofisti per ingannare gli interlocutori nei dibattiti e accreditarsi come sapienti. Il volume si compone di un’introduzione che inquadra la dottrina generale dei paralogismi esposta nel trattato e ricostruisce il contesto dialettico in cui si è sviluppata; una nuova traduzione con testo a fronte, condotta sull’edizione oxoniense del testo pubblicata a cura di W.D. Ross nel 1958; un ampio commento critico».
AULO GELLIO, Le notti attiche, cur. Giorgio Bernardi-Perini, 2 voll., UTET, Torino 2007, pp. 1520, euro 27,80. Il capolavoro dell’erudito romano Aulo Gellio (125 – 166 ca.), pubblicato in edizione integrale, con testo a fronte. «Mi piace l’antichità – dici tu – perché è onesta, buona, frugale, temperata. E allora vivi con la moralità del passato: ma parla con le parole di oggi. E tieni sempre nella memoria e nel cuore la frase scritta da un uomo di talento e saggezza eccezionali come Caio Cesare, nel primo libro Sull’analogia: “Evita come se fosse uno scoglio, la parola inaudita e inusitata”».
Raymond E. BROWN, Introduzione al Vangelo di Giovanni, Queriniana, Brescia 2007, pp. 392, euro 32. «Pubblicata postuma, questa nuova opera del grande biblista statunitense rappresenta il culmine di un lungo e intenso esame degli scritti giovannei. Brown presenta una nuova prospettiva sullo sviluppo storico dei vangeli, aprendosi all’influsso delle interpretazioni letterarie del testo. Aggiunge un’intera parte dedicata alla cristologia e una magistrale nuova sezione sulla rappresentazione dei Giudei nel quarto vangelo».
Inos BIFFI, Alla scuola di Tommaso. Intelligenza e amore del mistero cristiano, Jaca Book, Milano 2007, pp. 352, euro 34. «Alla scuola di Tommaso d’Aquino: ossia una raccolta di saggi in cui Inos Biffi illustra da vari profili l’opera di colui che il maestro Alberto Magno ebbe a definire Luce della Chiesa. Una luce tuttora vivida, anche se ai giorni nostri non pochi teologi – per così chiamarli –, specialmente senza bene conoscerla, l’hanno dichiarata spenta o appannata. In realtà Tommaso, con la forza silenziosa delle sue infinite riflessioni, chiede solo di essere studiato. E porsi alla sua scuola significa avvertire la sua perizia di commentatore biblico e teologico; la sua acuta e avvincente dottrina sulla teologia come scienza e sapienza insieme; la sua cristologia, dove l’intelletto del teologo si accompagna con l’“affetto”, in un intreccio tra l’illuminare e l’ardere; la sua passione per l’Eucaristia, che lo ha fatto definire “Dottore eucaristico”; la sua antropologia, di cui Cristo è il cuore e la misura; la sua morale, vigorosamente razionale e, soprattutto, intimamente sostanziata di vangelo». Un libro da non perdere.
Franco CARDINI, Il caso Ariel Toaff. Una riconsiderazione, Medusa, Milano 2007, pp. 93, euro 9. Come spiega l’autore, «il libro di Ariel Toaff, Pasque di sangue (Il Mulino), dedicato all’accusa d’infanticidio rituale per molti secoli rivolta contro gli ebrei, il celebre blood libel, è stato ritirato dalla circolazione (…) un paio di settimane dopo la sua pubblicazione. Il caso d’un libro cosi rapidamente rinnegato da chi ha impiegato anni per scriverlo è più unico che raro, e si fa fatica a spiegarlo con una forma di resipiscenza che avrebbe alle sue basi un maturato convincimento scientifico». Con questo breve libro, il prolifico Cardini torna quindi sull’intera faccenda, cercando di trarre un bilancio al di là delle polemiche.
Antonio CONTRI, Patologia del Sacro. La proliferazione delle sette nel mondo contemporaneo, Il Cerchio, Rimini 2007, pp. 166, euro 14. «Sulla base di una vasta erudizione filosofica e di una forte competenza teologica, questo saggio intende fornire un’interpretazione teologica del fenomeno delle cosiddette religioni alternative, e nasce da una pluridecennale esperienza di incontro, colloquio e discussione con il mondo delle sette (in particolare, dei Testimoni di Geova e di Scientology). Le ragioni della tradizione cristiana cattolica vengono confrontate con l’ideologia dei maggiori movimenti parareligiosi contemporanei, alla ricerca di una miglior risposta alla domanda di sacro che, inesausta, assume talvolta forme patologiche».
Michel DE CERTEAU, La debolezza di credere. Fratture e transiti del cristianesimo, Città Aperta, 2006, pp. 305, euro 22. «Storico affascinato dall’avventura mistica, antropologo, viaggiatore attraverso paesi e culture, Michel de Certeau fu abitato dall’interrogazione continua su Dio. Nel 1950 entrò nella Compagnia di Gesù, e da allora cercò incessantemente di definire il modo di pensare e di vivere, nell’epoca attuale, l’opzione cristiana». Il volume, apparso postumo in Francia, nel 1987, raccoglie saggi su diversi argomenti, secondo la feconda prospettiva interdisciplinare dell’autore: dalla gestualità universale della preghiera al rapporto fra linguaggio teologico e culture, dal concetto cristiano di autorità alla possibilità o meno di un’analisi scientifica dell’esperienza religiosa.
Augusto DEL NOCE, Verità e ragione nella storia. Antologia di scritti, cur. Alberto Mina, Rizzoli, Milano 2007, pp. 384, euro 10,20. «L’antologia offre una panoramica del pensiero di Augusto Del Noce (1910-1989) attraverso una scansione in quattro parti, ciascuna delle quali dedicata a un tema nodale: l’ateismo come problema dell’età moderna; compimento e dissoluzione del marxismo; il momento fascista della secolarizzazione; secolarizzazione, nichilismo e cristianesimo. La scelta dei testi documenta il metodo di indagine di Del Noce, caratterizzato da una analisi minuziosa di questioni storiografiche, sostenuta sempre da un’elaborazione teoretica profonda e originale».
Thomas S. ELIOT, La terra desolata, cur. Alessandro Serpieri, Rizzoli, Milano 2007, pp. 224, euro 7. La migliore edizione italiana del poema capitale di Eliot, pietra di paragone della poesia moderna: «smembrati e sottratti alla storia culturale, eroi e luoghi del passato letterario si ricompongono in un montaggio poetico di immagini, incroci intertestuali, registri dissonanti; ormai simboli di un presente desolato, allegorie di una terra “guasta”, protagonisti del tempo drammatico della morte degli dèi. E partecipi della vocazione del mondo contemporaneo a tradurre il tragico in farsa: l’inferno dantesco riemerge nell’irrealtà della città contemporanea; il grido garrulo di Filomela si dissolve nel chiacchiericcio di un pub; sulle sponde del Tamigi gli slanci dell’eros si riducono a una pantomima da dopo pranzo. Il poemetto è l’esito di una lunga gestazione, costellata di ripensamenti. Ne danno testimonianza i manoscritti della prima redazione dell’opera, che il curatore cita e commenta dettagliatamente nel saggio inedito che arricchisce questa nuova edizione».
Romano GUARDINI, Socrate e Platone, Morcelliana, Brescia 2006, pp. 540, euro 40. Gli scritti di Guardini (1885-1968) su Socrate e Platone, con la pubblicazione in prima mondiale di vari inediti. Un libro che colloca il pensatore tedesco, nato in Italia, fra i massimi interpreti dei padri della filosofia occidentale. L’introduzione è firmata da Enrico Berti.
Bruce LONGENECKER, Le lettere perdute di Pergamo. Una storia dal mondo del Nuovo Testamento, Queriniana, Brescia 2007, pp. 280, euro 20. Un romanzo storico fuori dagli schemi, che fa rivivere i primi passi del cristianesimo attraverso una corrispondenza immaginaria fra personaggi realmente esistiti (l’evangelista Luca e il pagano Antipa, nominato in Apocalisse 2,13). «La forma delle lettere – che qua e là richiama il celebre epistolario apocrifo tra Seneca e san Paolo – è il tratto che più avvicina questa raffinata fiction alla storia reale del cristianesimo delle origini, caratterizzato da una intensissima circolazione di testi. Una storia che è immaginaria, ma possibile e plausibile» (Dall’Introduzione di Giovanni Maria Vian).
Alasdair MacINTYRE, Dopo la virtù. Saggio di una teoria morale, Armando, Roma 2007, pp. 334, euro 24. Finalmente ripubblicato, con una nuova traduzione, il capolavoro di MacIntyre apparso in Italia quasi vent’anni fa, presso Feltrinelli (da allora, esaurito e mai ristampato). Se ne parlava qui.
Biagio MARIN, Le litànie de
Marchant PIERS, Come diventare papa, Piemme, Milano 2007, pp. 127, euro 10. «Fare il Papa è un lavoro complicato, complicatissimo. Primo, c’è il Vaticano: un labirinto, un dedalo di vicoli, piazze, palazzi, e dentro i palazzi stanze più o meno segrete, corridoi, ballatoi. Secondo, l’abbigliamento: ogni giorno ha la sua tonaca, e a seconda di appuntamenti, ospiti, ricorrenze occorre cambiare l’abito (che non fa il monaco, però aiuta). Terzo, i simboli: croci, anelli, pastorali; e poi ancora le cariche (Vicario di Cristo, Pontefice Massimo, Vescovo di Roma, Capo dello Stato), e gli impegni, e i collaboratori. Per aiutarvi quando sarà il momento della vostra salita al Soglio Pontificio, una guida, anzi la guida completa di ogni informazione utile, aneddoti e consigli, oltre a disegni, grafici e piantine che vi serviranno per orientarvi».
PLUTARCO, Questioni romane, cur. N. Marinone, Rizzoli, Milano 2007, pp. 288, euro 12. «Con una curiosa struttura a domanda e risposta, Plutarco (46-120) narra con uno stile sottile e incalzante curiosità, aneddoti, tradizioni, usi e costumi della Roma antica. Seguendo il racconto di una guida d’eccezione il lettore ripercorre così le strade e i luoghi più famosi della città eterna. Il Circo Massimo, i Fori imperiali, il Colosseo vengono qui ritratti e immortalati da uno storico d’eccezione e restituiti alla storia nei loro particolari più riposti e sconosciuti. Nella sua prefazione John Scheid spiega la struttura e le problematiche di questo testo, mentre Nino Marinone ne cura l’edizione critica e l’attenta traduzione».
Erich PRZYWARA, Agostino informa l’Occidente, Jaca Book, Milano 2007, pp. 160, euro 18. «Se è vero che ogni nostra domanda, e ogni nostro scacco, derivano da quelle tensioni che Agostino ha esperito sigillandole in formule precise e ricche di futuro, le parole con cui, nel 1933, Erich Przywara apre questo agile saggio, in cui si cimenta in un’ambiziosa “resa dei conti” tra Agostino e la tradizione filosofica dell’Occidente, rappresentano sia il punto di irradiazione di un’analisi serrata e implacabile, sia l’indicazione di un metodo di pensiero. Le pagine di Przywara si sviluppano a partire da un concetto di tradizione che si scopre vivente, vale a dire sempre dentro l’urto provocato dall’incontro/scontro tra logos greco e linguaggio cristiano. Un’incessante de-stabilizzazione o, se si vuole, de-costruzione di quella doppia radice su cui si è consumato il destino di antichi neoplatonismi o insospettabili manicheismi, che oggi assumono le sembianze di Husserl o Heidegger, e che Przywara interroga facendosi guidare da John Henry Newman e da Tommaso d’Aquino».
Aviezer RAVITZKY, La fine svelata e lo Stato degli ebrei. Messianismo, sionismo e radicalismo religioso in Israele, Marietti, Genova 2007, pp. 328, euro 36. «Si è discusso a lungo, e ancora si discute, sul significato sociologico e su quello storico della nascita dello Stato di Israele. Ma qual è il significato teologico che tale evento riveste per gli ebrei stessi? In che modo esso è stato inteso dalle diverse correnti religiose del Giudaismo? Aviezer Ravitzky conduce il lettore attraverso le varie opinioni: per alcuni la fondazione dello Stato di Israele è un ostacolo alla Redenzione, per altri ne rappresenta l’inizio, per alcuni il Sionismo è la peggiore delle eresie, per altri è l’apripista davanti al Messia, per alcuni
Franz ROSENZWEIG, Globus. Per una teoria storico-universale dello spazio, Marietti, Genova 2007, pp. 176, euro 15. «Fra il gennaio e il dicembre del 1917 un giovane sottufficiale tedesco di origine ebraica, Franz Rosenzweig (1886-1929), dalla postazione balcanica alla quale era stato destinato, intraprende un’appassionata meditazione sugli eventi bellici in corso, sulle cause remote e prossime, sul senso profondo e sui possibili esiti di essi. Ma la riflessione si allarga ben presto per cerchi concentrici, coinvolgendo innumerevoli altre questioni, di carattere più ampiamente storico, militare, politico-diplomatico, culturale e religioso. Ne scaturisce una sorta di audace affresco della storia universale dell’umanità, compresa come un incessante riorganizzarsi e rimodellarsi degli spazi terrestri e marittimi del globo terraqueo, mirante, alla fine, alla costruzione di un’articolata e complessa unità finale».
Edward SAID, Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni, Il saggiatore, Milano 2007, pp. 175, euro 16. «In contrapposizione a un cosmopolitismo elitario e a una deriva nazionalistica chiusa su se stessa, Edward Said rivendica la possibilità di “criticare l’umanesimo in nome dell’umanesimo”, rilanciando la precisione filologica, l’interpretazione critica delle fonti, la sensibilità storica della tradizione umanistica europea, il dialogo con culture distanti. Ripercorrere la storia della cultura con lo sguardo filologico significa per l’autore ricostruire gli intrecci e le condivisioni che caratterizzano i rapporti tra tradizioni diverse, sia pure nella conflittualità, come i rapporti tra mondo arabo, ebraico e cristiano. La filologia, come scienza critica della lettura, risulta quindi fondamentale per una conoscenza umanistica, in quanto antidoto contro lo stravolgimento dei testi sacri e profani quotidianamente operato dal linguaggio del potere e dei media».
Alberto STRUMIA (ed.), Il problema dei fondamenti. Da Aristotele a Tommaso d’Aquino all’ontologia formale, Cantagalli, Siena 2007, pp. 288, euro 18. «Questo libro rappresenta la terza tappa di una ricerca sui Fondamenti logici e ontologici delle scienze, condotta dall’Istituto Veritatis Splendor (Bologna) in collaborazione con l’Istituto filosofico di studi tomistici (Modena), sotto la direzione di Giuseppe Tanzella-Nitti e Alberto Strumia. Lo scopo è quello di ampliare verso fondamenti metafisici l’orizzonte scientifico attuale, superando il riduzionismo, e di tentare la formalizzazione di un impianto logico-metafisico di impostazione aristotelico-tomista».
Andrea TORNIELLI, Pio XII, Mondadori, Milano 2007, pp. 672, euro 24. «È stato esaltato e amato mentre era in vita. Ha regnato negli anni difficili del dopoguerra. È stato protagonista nelle cruciali vicende politiche italiane. Durante
Timothy VERDON, Attraverso il velo. Come leggere un’immagine sacra, Àncora, Milano 2007, pp. 208, euro 23. Un saggio che «fornisce le coordinate metodologiche per comprendere le opere d’arte religiose, non solo da un punto di vista artistico ma anche e soprattutto da un punto di vista spirituale. Ogni mosaico, affresco, pale d’altare, scultura o suppellettile per il culto diventano essi stessi delle “vie” oltre il velo. Ogni opera viene analizzata artisticamente analizzando anche la simbologia utilizzata e l’intenzione spirituale. Consegue che la prima chiave di lettura di opere create al servizio della fede in Cristo deve essere la stessa fede in Cristo, e che – oltre la necessaria analisi storica, stilistica e contenutistica – la lettura di tali opere implica anche una lectio spirituale elaborata con consapevolezza biblica, sensibilità liturgica e quel sensus fidei che riconosce e ama ciò che è conforme a Cristo». Il volume comprende anche un inserto di 32 pagine, con 46 immagini a colori e in bianco e nero.
Eric VOEGELIN, Che cos’è la storia?, Medusa, Milano 2007, pp. 254, euro 27. «Scritti tra i primi anni Sessanta e la fine degli anni Settanta in seguito alla pubblicazione dei primi tre volumi della grande opera Ordine e storia, i saggi qui presentati segnano una nuova tappa nella riflessione sulla storia che impegnò il filosofo tedesco: se esiste una “storia universale”, qual è allora il suo significato? È lecito parlare, alla luce degli avvenimenti che hanno sconvolto la nostra epoca, di un progresso nella “storia dell’umanità”? C’è davvero un “principio di ragione” alla base del processo storico in cui siamo immersi? In un diretto confronto con i grandi autori del passato, Voegelin cerca di dipanare il nesso tra un’ideale “verità” storica e il fondamento mitico che sta alla base di ogni atto di autointerpretazione dell’uomo, elaborando una teoria della coscienza e dei processi di simbolizzazione che rende conto della concreta discontinuità del processo storico». Un libro fondamentale, sul quale faremo necessariamente ritorno.
NOTA. Le segnalazioni si riferiscono esclusivamente a volumi pubblicati in Italia: le note informative, qualora poste fra virgolette, sono adattate dalla quarta di copertina delle singole opere. Per ulteriori segnalazioni, si vedano i precedenti consigli di lettura (l’ultima serie è qui) e la rubrica “scaffale aperto”.
Si confrontino i seguenti testi:
1. Livello esoterico:
Roberto Calasso, La follia che viene dalle ninfe, Adelphi, Milano 2005.
Prima ancora di venerare la ragione, i Greci si inchinavano davanti alla possessione, fenomeno di “divina follia” che assume varie forme e da cui discendono il pensiero stesso, la poesia, la divinazione. Ma, se si indaga la storia segreta di questa parola - svilita e diffamata dai Moderni - , si scopre che alla sua origine vi è una figura:
“La conoscenza attraverso la possessione, la scoperta in cui convergono Dioniso e Apollo, non è qualcosa che si può aggiungere a un assetto già delineato del pensiero quale appendice, fenomeno marginale o eccentrica variazione. Se la si accetta, essa scardina dall’interno ogni ordine preesistente, così come Dioniso scosse i muri dell’incredula Tebe”.
2. Traduzione per il popolo:
Isabella Santacroce, V.M. 18, Fazi, Roma 2007.
All’interno di collegiali ambienti dal decadente ed eccentrico fascino, la libertina-criminale-esteta quattordicenne Desdemona, in compagnia delle altrettanto perverse e licenziose coetanee Cassandra e Animone, si sollazza tra orge e delitti, bevendo l’allucinatorio cocktail Reietto, e divertendosi a drogare talune vittime iniettandogli nei globi oculari il potente Acido Viperinico Liquido. Tali imprese crudelmente voluttuose si compiono sotto il nome del Manifesto Delle Spietate Ninfette, di cui fanno parte le tre feroci e lussuriose fanciulle, abitanti insieme
“Ero un satanico Dio, un celestiale Demonio, ero la somma di due sacralità contrapposte e identiche”.
[Qui un’istruttiva intervista all’“autrice”]
«Canteranno e balleranno, come nei giorni di Noè» (cf. Mt 24,37-39).
Se n’è andato Alberigo. Personalmente non l’ho mai avuto in simpatia, soprattutto per le sue posizioni sul Concilio Vaticano II. Ma era un vecchio leone. Ora riposa.
Dalla Costituzione Apostolica Veterum Sapientia, di papa Giovanni XXIII, sullo studio e l’uso del latino:
«L’antica sapienza, racchiusa nelle opere letterarie romane e greche, e parimenti i più illustri insegnamenti dei popoli antichi devono essere ritenuti quasi aurora annunziatrice del Vangelo, che il Figlio di Dio, “arbitro e maestro della grazia e della scienza, luce e guida del genere umano” [Tert., Apol. 21] ha annunciato su questa terra. Infatti i Padri e Dottori della Chiesa riconobbero in questi antichissimi e importantissimi monumenti letterari una certa preparazione degli animi a ricevere la celeste ricchezza, che Gesù Cristo “nel verificarsi della pienezza dei tempi” [Ef 1,10], comunicò ai mortali; da ciò appare chiaramente che, con l’avvento del Cristianesimo, non è andato perduto quanto di vero, di giusto, di nobile e anche di bello i secoli trascorsi avevano prodotto.
Per la qual cosa
Nella varietà di queste lingue certamente si distingue quella che, nata nel Lazio, in seguito giovò mirabilmente alla diffusione del Cristianesimo nelle regioni occidentali. Giacché, non senza disposizione della Divina Provvidenza accadde che la lingua, la quale per moltissimi secoli aveva unito tante genti sotto l’Impero Romano, diventasse propria della Sede Apostolica e, custodita per la posterità, congiungesse in uno stretto vincolo, gli uni con gli altri, i popoli cristiani dell’Europa.
Infatti, di sua propria natura la lingua latina è atta a promuovere presso qualsiasi popolo ogni forma di cultura; poiché non suscita gelosie, si presenta imparziale per tutte le genti, non è privilegio di nessuno, infine è a tutti accetta ed amica. Né bisogna dimenticare che la lingua latina ha nobiltà di struttura e di lessico, dato che offre la possibilità di “uno stile conciso, ricco, armonioso, pieno di maestà e di dignità” [Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922], che singolarmente giova alla chiarezza ed alla gravità.
Per questi motivi
Pertanto, sia i Pontefici Romani, quando vogliono impartire qualche insegnamento alle genti cattoliche, sia i Dicasteri della Curia Romana, quando trattano di affari, quando stendono dei decreti, che riguardano tutti i fedeli, sempre usano la lingua latina, che è accolta da innumerevoli genti, quasi voce della madre comune. Ed è necessario che
Se, infatti, le verità della Chiesa Cattolica fossero affidate ad alcune o a molte delle lingue moderne che sono sottomesse a continuo mutamento, e delle quali nessuna ha sulle altre maggior autorità e prestigio, ne deriverebbe senza dubbio che, a causa della loro varietà, non sarebbe a molti manifesto con sufficiente precisione e chiarezza il senso di tali verità, né d’altra parte si disporrebbe di alcuna lingua comune e stabile, con cui confrontare il significato delle altre.
Invece, la lingua latina, già da tempo immune da quelle variazioni che l’uso quotidiano del popolo suole introdurre nei vocaboli, deve essere considerata stabile ed immobile, dato che il significato di alcune nuove parole che il progresso, l’interpretazione e la difesa delle verità cristiane richiesero, già da tempo è stato definitivamente acquisito e precisato […].
La lingua latina, che “a buon diritto possiamo dire cattolica” [Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922], poiché è propria della Sede Apostolica, madre e maestra di tutte le Chiese, e consacrata dall’uso perenne, deve essere ritenuta “tesoro di incomparabile valore” [Pio XII, Alloc. Magis quam, 23-11-1951] e quasi porta attraverso la quale si apre a tutti l’accesso alle stesse verità cristiane, tramandate dagli antichi tempi, per interpretare le testimonianze della dottrina della Chiesa e, infine, vincolo quanto mai idoneo, mediante il quale l’epoca attuale della Chiesa si mantiene unita con le età passate e con quelle future in modo mirabile.
Invero, nessuno può dubitare che la lingua latina e la cultura umanistica siano fornite di quella forza che è ritenuta quanto mai adatta a istruire e a formare le tenere menti dei giovani. Per suo mezzo, infatti, si educano, maturano, si perfezionano le migliori facoltà dello spirito; la finezza della mente e la capacità di giudizio si acuiscono; inoltre, l’intelligenza del fanciullo viene più convenientemente formata a comprendere e a giudicare nel giusto senso ogni cosa; infine, si impara a pensare e a parlare con sommo ordine.
Se si riflette su tutti questi meriti, si comprende perché i Pontefici Romani così frequentemente hanno sommamente lodato non solo l’importanza e l’eccellenza della lingua latina, ma ne hanno prescritto lo studio e la pratica ai sacri ministri dell’uno e dell’altro clero, senza omettere di denunciare i pericoli derivanti dal suo abbandono.
Spinti anche Noi da questi gravissimi motivi, come i nostri Predecessori e i Sinodi Provinciali, con ferma volontà intendiamo adoperarci perché lo studio e l’uso di questa lingua, restituita alla sua dignità, faccia sempre maggiori progressi. Poiché in questo nostro tempo si è cominciato a contestare in molti luoghi l’uso della lingua Romana e moltissimi chiedono il parere della Sede Apostolica su tale argomento, abbiamo deciso, con opportune norme, enunciate in questo documento, di fare in modo che l’antica e mai interrotta consuetudine della lingua latina sia conservata e, se in qualche caso sia andata in disuso, sia completamente ripristinata.
Del resto, quale sia il nostro pensiero su tale argomento, crediamo di averlo abbastanza chiaramente dichiarato quando rivolgemmo queste parole ad illustri studiosi del Latino: “Purtroppo vi sono parecchi che, esageratamente sedotti dallo straordinario progresso delle scienze hanno la presunzione di respingere o limitare lo studio del Latino e di altre discipline di tal genere… Precisamente mossi da questa necessità, Noi riteniamo che si debba intraprendere il cammino opposto. Poiché l’animo si nutre e compenetra di tutto ciò che maggiormente onora la natura e la dignità dell’uomo, con maggiore ardore si deve acquisire ciò che arricchisce ed abbellisce lo spirito, affinché i miseri mortali non siano freddi, aridi e privi di amore, come le macchine che fabbricano» [Al Congresso Internazionale Ciceronianis Studiis provehendis, 7-9-1959].
Dopo aver esaminato queste cose e dopo averle valutate attentamente, con sicura coscienza del Nostro ufficio e nell’esercizio della Nostra autorità, stabiliamo e ordiniamo quanto segue:
1. Sia i Vescovi che i Superiori Generali degli Ordini religiosi si adoperino efficacemente perché nei loro Seminari e nelle loro Scuole, nelle quali i giovani vengono preparati al sacerdozio, tutti si conformino con impegno alla volontà della Sede Apostolica e obbediscano con la maggiore diligenza a queste Nostre prescrizioni.
2. I medesimi Vescovi e Superiori Generali degli Ordini religiosi, mossi da paterna sollecitudine, vigileranno affinché nessuno dei loro soggetti, smanioso di novità, scriva contro l’uso della lingua latina nell’insegnamento delle sacre discipline e nei sacri riti della Liturgia e, con opinioni preconcette, si permetta di estenuare la volontà della Sede Apostolica in materia e di interpretarla erroneamente.
3. Come è stabilito nelle disposizioni sia del Codice di Diritto Canonico sia dei Nostri Predecessori, gli aspiranti al Sacerdozio, prima di intraprendere gli studi ecclesiastici veri e propri, siano istruiti nella lingua latina con somma cura e con metodo razionale da maestri assai esperti, per un conveniente periodo di tempo, “anche per il motivo che, in seguito, avvicinatisi a discipline di maggior impegno… non accada che, ignorando la lingua, non possano giungere alla completa comprensione delle dottrine e nemmeno esercitarsi nelle dispute scolastiche, per mezzo delle quali le menti dei giovani si affinano alla difesa della verità” [Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922]. Nessuno, invero, deve essere introdotto allo studio delle discipline filosofiche o teologiche se non sia stato pienamente e perfettamente istruito in questa lingua e sappia bene usarla.
4. Se in qualche paese, poi, per aver adottato un programma di studio proprio delle scuole pubbliche dello Stato, lo studio della lingua latina abbia subito delle diminuzioni, con danno di un insegnamento solido ed efficace, decretiamo che in tal caso sia completamente ripristinato l’ordine tradizionale dell’insegnamento di tale lingua per la formazione dei sacerdoti […].
5. Le più importanti discipline sacre, come è stato assai spesso ordinato, devono essere insegnate in lingua latina, la quale, come lo dimostra l’esperienza di parecchi secoli, “è stimata la più adatta a spiegare l’intima e profonda natura delle nozioni e delle forme con assoluta chiarezza e lucidità” [Epist. S. Congr. Stud. Vehementer sane ad Ep. universos, 1-7-1908]; tanto più che essa si è venuta arricchendo di vocaboli appropriati e precisi, adatti a difendere l’integrità della fede cattolica, e non poco adatta recidere ogni vuota verbosità […].
6. Poiché la lingua latina è lingua viva della Chiesa, che dev’essere continuamente adattata alle crescenti necessità del linguaggio e arricchita con nuovi e appropriati e convenienti vocaboli […], affidiamo l’incarico alla Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi di fondare un’Accademia di Studi Latini.
7. Poiché la lingua latina è strettamente connessa con quella greca, e per l’insieme della sua struttura e per l’importanza dei testi tramandati, è necessario che anche in questa siano istruiti, come molte volte i Nostri Predecessori hanno ordinato, i futuri ministri dell’arte fin dalle scuole inferiori e medie, affinché, quando si applicheranno alle discipline superiori e soprattutto se raggiungeranno i corsi accademici sulle Sacre Scritture e sulla Sacra Teologia, essi abbiano la possibilità di accostarsi e interpretare giustamente non solo le fonti greche della filosofia “scolastica”, ma anche i testi originali delle Sacre Scritture, della Liturgia e dei Padri greci.
8. Alla medesima Sacra Congregazione ordiniamo di predisporre un ordinamento degli studi sulla lingua latina, che tutti dovranno applicare con estrema diligenza, in modo che, quanti lo seguiranno, acquistino appropriata conoscenza e pratica della lingua stessa. Se il caso lo richiederà, le Commissioni degli Ordinari potranno regolare diversamente il programma, ma giammai mutarne o diminuirne la natura e il fine. Nondimeno, gli stessi Vescovi non si permettano di attuare le loro decisioni, se prima
Infine, in virtú della Nostra Apostolica Autorità vogliamo ed ordiniamo che quanto abbiamo stabilito, decretato, ordinato ed ingiunto con questa Nostra Costituzione resti definitivamente fermo e sancito non ostante qualsiasi prescrizione in contrario, pur degna di speciale menzione».
Dato in Roma, presso San Pietro, il giorno 22 febbraio, Festa della Cattedra di San Pietro Apostolo, nell’anno 1962, quarto del Nostro Pontificato. Ioannes PP. XXIII
Un editoriale di Luca Gallesi, su Avvenire, commenta la recente pubblicazione (sul Corriere della Sera) di una parte degli interrogatori cui fu sottoposto il poeta americano Ezra Pound, nel 1945, con l’accusa di aver tradito il proprio paese e fiancheggiato il regime fascista:
«Forse, il tempo è davvero galantuomo: dopo sessant’anni, le vicende politiche che costarono a Ezra Pound dodici anni di detenzione - senza processo - in manicomio criminale possono finalmente essere raccontate evitando i luoghi comuni sulla pazzia del poeta o sulla sua eccessiva ingenuità. Il Corriere della Sera di ieri, infatti, riporta gran parte del primo interrogatorio a cui fu sottoposto l’autore dei Cantos dopo l’arresto, effettuato da due partigiani il 2 maggio 1945, e il ritratto che ne esce è quello di un uomo sincero e onesto, consapevole delle proprie responsabilità e deciso a scagionarsi dalle accuse ritenute ingiuste e infondate.
Pound aveva, infatti, già cercato invano di consegnarsi spontaneamente al Quartiere generale dell’esercito Usa di Rapallo, dove però lo ignorarono, nonostante l’accusa di alto tradimento mossagli sin dal 1942, per i discorsi radiofonici tenuti da Pound in lingua inglese dai microfoni dell’Eiar, la radio dell’epoca fascista. In realtà, Pound non ha nulla a che spartire con gli altri “collaborazionisti” radiofonici come William Joyce (più noto come Lord Haw Haw), “Tokio Rose” o Axis Sally. Consapevole delle sue responsabilità di poeta - e quindi di “custode della lingua” - Pound aveva sempre fatto precedere i suoi interventi radiofonici dalla dichiarazione che egli agiva in regime di totale libertà e indipendenza di pensiero, e soprattutto non gli sarebbe mai stato chiesto di dire “nulla di contrario alla sua coscienza o incompatibile con i suoi doveri di cittadino degli Stati Uniti d’America”.
Nell’interrogatorio - il cui testo integrale è stato riprodotto nel volume Ezra and Dorothy Pound: Letters in Captivity 1945-1946, Oxford University Press 1999 - la preoccupazione principale di Pound, che si sente profondamente americano e altrettanto profondamente patriota, è quella di denunciare l’allontanamento della politica degli Usa dal solco tracciato dai presidenti Jefferson e Adams. In origine, il potere di battere moneta era stato affidato al Congresso, per poi passare - a partire da Hamilton - nelle mani dell’alta finanza, che crea denaro dal nulla e non deve rispondere a nessuno.
In effetti, più che di idee fasciste di Pound, sarebbe corretto parlare di idee poundiane fatte proprie dal fascismo, che provengono da due precisi filoni di pensiero: il socialismo aristocratico propugnato da A.R. Orage, Hilaire Belloc e i fratelli Chesterton sulle pagine di The New Age, e il populismo statunitense che nell’Ottocento ha difeso invano dagli speculatori il bimetallismo e i “greenbacks”, la cartamoneta emessa e garantita direttamente dalla Stato. Capitoli di una storia lunga e complessa, che Pound studia e racconta nei suoi Cantos; una storia che oggi, in tempi di tempeste finanziarie ed economie globalizzate, varrebbe la pena di riscoprire» (fonte: Avvenire).
Non si è mai troppo critici, sulla critica. Se a qualcuno interessa, ho scritto un commento a quest’ottimo post di De Libero Arbitrio, dedicato alle critiche “eccellenti” al libro del papa su Gesù. Ora però torno a far cose più serie, vale a dire a festeggiare il Corpus Domini. A presto!
Aggiornamento del lunedì:
Dei presunti errori del papa, parla anche Sandro Magister, qui.
Alcuni si domandano: dato che esistono moltissime interpretazioni di Gesù Cristo e del suo messaggio, perché mai dovrei pensare che quella fornita dalla Chiesa (cattolica) sia l’unica valida? A una tale domanda, ovviamente, non è semplice rispondere in poche righe. Ma ci proveremo ugualmente. La nostra risposta non potrà che partire da un discorso molto generale, ossia da una rapida esposizione, il più possibile chiara, di quelli che agli occhi di un cattolico sono appunto i principi fondamentali della propria fede e della propria dottrina.
Partiamo dunque dalla constatazione che la diversità (e la varietà) delle opinioni su Gesù non è affatto una scoperta recente, o il risultato casuale di una serie di accidenti storici: essa, al contrario, è un dato evidente sin dalle origini stesse del cristianesimo. Basta leggere i vangeli canonici o le lettere di Paolo, per rendersene conto. Il problema delle origini, in effetti, fu quello di trovare una “chiave” che consentisse di salvaguardare la complessità del “mistero” di Gesù, e al contempo di garantire l’unità dei suoi discepoli. Questa chiave emerge con chiarezza leggendo i capitoli 1 e 12-14 della prima lettera ai Corinzi, o i capitoli 13-17 del vangelo di Giovanni.
Essa risiede nell’assunto che la Tradizione apostolica, garantita dall’assistenza dello Spirito, costituisca un deposito affidabile: da essa discendono la regula Fidei (come la chiamò Ireneo di Lione), il credo, il canone del Nuovo Testamento, i sacramenti… Questa chiave è magnificamente espressa anche da un celebre versetto degli Atti degli apostoli, laddove si dice che i primi cristiani «erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2,42). Qui sono adombrati, in forma sintetica, tutte le principali realtà attorno alle quali si costruisce