«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Massimo Teodori, a chi gli chiede se è di destra o di sinistra, risponde “sono liberale e laico”. Deputato e senatore radicale per tre legislature, si è distinto per numerose battaglie sui diritti e le libertà civili. Ha vinto diversi premi ed è stato insignito della Menorah d’oro. Eccolo in una foto con mamma e papà.
Dopo l’approdo alla New Age, a Leonardo Boff manca solo un romanzo, in cui raccontare al mondo come avvenne che fu rapito dai marxiani.
Un lettore di Effedieffe domanda a Blondet: «Il Papa ha annunciato il prossimo concistoro, in cui nominerà i nuovi cardinali. Fra cui ci sono prelati contrari al “motu proprio”. Che ne dice?».
Risponde Blondet: «Non so proprio cosa dirle. Non mi viene in mente niente. Se non questo fatto stranissimo: i neo-cardinali “progressisti” hanno voluto abolire la messa di san Pio V come cosa caduca, ma nulla hanno mai detto o fatto per abolire “concistori” e distribuzione di zucchetti porpora. Sono progressisti in fatto di sacrificio eucaristico, ma a queste “tradizioni” sono attaccatissimi. Anzi brigano per lo zuccotto, e vanno tutti tronfi dal sarto a farsi confezionare la talare rossa, elegantissima. Lo zuccotto rosso non è superato dai tempi, rimane sempre attuale, più della Messa e del latino. Eppure non mi pare che Cristo convocasse “concistori” né distribuisse porpore agli apostoli. Cariche e prebende, ecco la “tradizione” inossidabile per qualunque burocrazia. Il significato del rosso cardinalizio era la disponibilità a versare il sangue, martiri, per Gesù. Se ci fosse questo rischio reale, non credo brigherebbero tanto per quella talare rossa».
Sull’avvicendamento, un gustosissimo articolo firmato da padre Gregorio, dal quotidiano on line Petrus:
«Era palpabile il gelo che regnava negli scorsi giorni all’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie: chi era presente all’incontro tra Monsignor Piero Marini (trasferito alla guida del Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali) e Monsignor Guido Marini, nuovo Maestro delle Cerimonie, riferisce di un passaggio delle consegne molto breve e formale, anche per non meglio precisati impegni che il predecessore ha addotto a giustificazione della propria fretta nel lasciare l’Ufficio. Alla sera di giovedì, per l’inaugurazione della mostra sull’Apocalisse, Monsignor Piero Marini appariva estremamente nervoso e contrariato, essendo giunto ormai il conto alla rovescia per la sua partenza. Monsignor Guido Marini, il successore di Piero, non ha mai fatto mistero del proprio pensiero in questioni liturgiche. Egli è stato ordinato dal Cardinal Giuseppe Siri, uno degli ultimi Principi di Santa Romana Chiesa che, quando pontificava nel Duomo di San Lorenzo, usava abitualmente la cappamagna, le scarpe rosse con fibbie d’oro, il cappello cardinalizio; è uno dei tanti sacerdoti dell’Arcidiocesi di Genova che ama il latino, il gregoriano, la dignità dei riti; è stato Cerimoniere degli Arcivescovi Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco, anch’essi molto attenti al decoro nella liturgia. Viceversa, l’omonimo Piero è noto per la sua contrarietà a tutto ciò che ricorda anche lontanamente la tradizione rituale della Corte papale: alla solenne romanità egli preferiva mutuare dalle “culture” africane riti tribali, danze offertoriali davanti al Papa, liturgie inventate a tavolino in nome dell’inculturazione; e non si può dimenticare quel suo approccio coreografico secondo il quale la liturgia è spettacolo e come tale va ideata e adattata: un approccio in palese opposizione al rito antico, definito sprezzantemente come “vecchia liturgia”, frutto di “incrostazioni” e “sedimentazioni”. In pratica, l’esatto opposto del pensiero di Benedetto XVI…» (continua qui).
Grazie, caro Jack. Per le volte in cui ti vedo grufolare e ansimare e sbanfare in direzione del pasto approntato nell’ampia ciotola marrone. Sì, perché è ovvio che rido a crepapancia per il modo in cui tu sbatti dappertutto con la coda, che pare abbia la forza del behemòth. E poi ti dirigi con furia sul cibo lasciato a mezzo dal gatto, quel felino maledetto, e glielo freghi. Sì, insomma, verrebbe da dire che somigli a tanti umani come me. Immagino sia questo che fa ridere, no? I poster colle scimmie al cesso, e le foto col cammello che rumina una ciunga, e i ritratti delle bestie su Focus: son tutti antropomorfismi, giusto? Guarda, guarda, fanno quello che facciamo pure noi! Ah ah. E invece no, perché più spesso è proprio l’uomo che s’imbestia. Tu, ad esempio, fai solo il tuo mestiere di cane. Quindi se trovi da mangiare, mangi. Se puoi dormire, dormi. Se hai da fottere del cibo, poniamo al gatto di cui sopra le sue orribili frattaglie, glielo freghi. E ci mancherebbe. Mi pare giusto. Segui la tua legge di natura di cane. Ottimo esemplare, oltretutto. Il punto è che tra noi umani è un po’ diverso. Non è mica questione di buone maniere o di etichetta, intendi bene. È la nostra natura, cioè quel complesso di fenomeni chiamato “cultura”. Vom Kult zur Kultur. Ed essendo noi umani provvisti di lumen rationis e (a volte persino) di lumen fidei, è conformandoci a questi che realizziamo o meno la nostra umanità. Altrimenti saremmo come te. Non male, per carità, ma nemmeno uomini. Ecco, Jack, leggi un po’ che si scrive in giro. È la solita cosa: “Solo i santi hanno dato un esempio da imitare, e son pochissimi: tutti gli altri sono solo uomini”. Mentre è vero il contrario: “Solo i santi sono uomini, e tutti gli altri son tantissimi”.
Qui (al minuto 2:40 diventa ballabilissima).
Ron Paul: «libertario nel senso anglosassone di anarco-capitalista, si è recentemente battuto contro l’invasione dell’Iraq e contro il Patriot Act, che accusa di essere lesivo delle libertà dei cittadini». Dice:
Sì alla soppressione totale delle tasse sul reddito, da realizzarsi tramite un taglio radicale alle spese militari.
Sì a un drastico ridimensionamento dei servizi segreti a partire dalla CIA e dall’Homeland Security.
Sì a un ritiro e a un rimpatrio immediato di tutte le truppe di occupazione in Medio Oriente e di tutte le truppe di stanza in Europa.
No al sovvenzionamento dello Stato di Israele a spese del contribuente statunitense; sì alla considerazione di Israele come un partner alla pari di tutti gli altri in Medio Oriente, senza particolari privilegi.
No all’immigrazione clandestina; sì all’impiego del personale militare, da ritirare dai teatri di guerra, nella salvaguardia delle frontiere degli Stati Uniti.
No al NAFTA e all’integrazione statale con il Messico, poiché ciò causerebbe un’inammissibile ondata migratoria e una cessione impropria di sovranità e indipendenza a favore di élite tecnocratiche non controllabili dal popolo.
Sì a forme di legalizzazione delle droghe leggere.
No all’aborto.
Il Corriere Economia fa le pulci ad Armando Verdiglione, con un articolo firmato da Gianfrancesco Turone. Chissà come la prenderanno i numerosi seguaci del più criptico e controverso psicanalista italiano… Ecco il testo integrale dell’articolo:
«Manager, imprenditore, psicanalista e, di gran lunga, il filosofo più ricco della storia dell’umanità. Armando Verdiglione, 63 anni, da Agromastelli, un paesino della Locride magnogreca, non ama le mezze misure. Dopo scandali, arresti e condanne negli anni Ottanta, sembrava sparito. Invece, oggi la galassia delle società controllate da lui e dalla moglie Cristina Frua De Angeli, erede di una storica famiglia di industriali lombardi, capitalizza oltre un miliardo di euro e ha un fatturato al giugno 2007 di 165 milioni ricavati da arte, editoria, convegni e immobiliare.
Al profeta della cifrematica e del secondo rinascimento è bastato meno di un anno per strutturare un piccolo impero, dove è difficile distinguere fra valori materiali e immateriali, e non soltanto sotto il profilo filosofico. Il gruppo è un ibrido tra fondazioni, associazioni culturali, fiduciarie e finanziarie estere che rispecchiano a perfezione l’oscurità teoretica dei testi di Spirali, fondata da Verdiglione nel 1973 e da lui stesso definita nei documenti societari, con tipica modestia, una casa editrice che “ha promosso intraprese molteplici dagli effetti incommensurabili” e “ha acquisito una notorietà immensa, tanto da diventare mito e leggenda”.
La riorganizzazione delle partecipazioni è partita nel 2006, quando The Second Renaissance ha incorporato le controllate Spirali, valutata 740 milioni di euro, e Arithmos, stimata 4,3 miliardi per i suoi “diritti di utilizzazione economica di 15 mila opere”.
Il capitale di The Second Renaissance, aumentato da
Villa San Carlo Borromeo è il vero nocciolo produttivo della nebulosa cifrematica, con un attivo netto che sfiora il mezzo miliardo di euro basato su un immobile di valore storico, villa San Carlo a Senago,
La fabbrica, che ha origine nel Trecento, ospita un hotel cinque stelle lusso, un ristorante, venti sale per convegni e il Borges Cafè, in ricordo dello scrittore argentino ospitato da Verdiglione a Senago assieme a Jacques Lacan, Eugène Ionesco e molti altri, prima delle disavventure giudiziarie di metà anni Ottanta.
Dal 2005 villa San Carlo ha quasi decuplicato il suo valore grazie anche a restauri per 35,8 milioni. Lavori per altri 60 milioni sono in programma. L’ultima stima, effettuata da Atisreal Italia (gruppo Bnp-Paribas), assegna al complesso immobiliare “un valore non inferiore a 290 milioni di euro”.
Ovviamente, l’edificio è vincolatissimo fin dai primi del Novecento ma le banche, che hanno finanziato integralmente le opere, hanno una solida garanzia per i loro crediti. Molto più aleatorio è il valore delle opere d’arte. Nel business plan depositato lo scorso agosto, che prevede un valore reddituale al decimo anno di 1,2 miliardi e un valore finanziario di 1,52 miliardi di euro, il perito Franco Lion, ragioniere in Gallarate, ha aggiunto ai 290 milioni della valutazione Atisreal altri 350 milioni di sculture e opere d’arte moderna e 95 milioni di mobilio d’antiquariato per complessivi 735 milioni. Queste somme colossali, così come quelle registrate per Arithmos e Spirali, sono state ottenute con una serie di perizie su litografie, serigrafie, acquetinte, licenze e diritti di copyright. Gli autori delle valutazioni si chiamano S.K., G.C., F.G., N.P., A.T. Non ce n’è uno che non sia collaboratore, partner di affari o dipendente di Verdiglione il quale, peraltro, si vanta di poter contare su una rete internazionale composta da 53 mila fra Art Ambassadors, Culture Ambassadors e aderenti a vario titolo alla sua Fondazione-Università.
Sugli assetti proprietari, invece, il filosofo-manager è meno loquace. Fino all’agosto di quest’anno, i pacchetti di maggioranza delle società di capitale erano schermati da un’intestazione all’Unione fiduciaria. Nel giro di pochi giorni prima delle grandi vacanze, la proprietà è stata trasferita a tre scatole vuote (Aleph city, Coffsharb e Wisden rock) di diritto britannico. La cifrematica ha una vocazione offshore».
(Gianfrancesco Turone, Verdiglione spa, in Corriere Economia, 15/10/2007, p. 9)
Non ho ancora avuto il coraggio di sorbirmi le 47 (quarantasette!) pagine che Scott Brown ha dedicato al volume di Peter Jeffery, The Secret Gospel of Mark Unveiled. Imagined Rituals of Sex, Death, and Madness in a Biblical Forgery. Ad ogni modo, per chi volesse seguire il dibattito su una delle frodi accademiche più clamorose del XX secolo, posso consigliare alcuni articoli in rete:
- la replica di Peter Jeffery a Scott Brown (in formato pdf);
- l’opinione di Stephen Carlson (autore di The Gospel Hoax, il libro che per primo ha sostenuto con validi argomenti l’ipotesi del falso d’autore) sulla recensione di Scott Brown;
- le ottime osservazioni di Loren Rosson sui due saggi di Carlson e Brown;
- infine la recensione, sempre a firma di Rosson, del libro di Jeffery.
Sul “vangelo segreto di Marco”, e sui misteri del “mar Morton”, ho scritto qualcosa qui, qui e qui.
Teresa d’Avila non si offenderà, se trascrivo un suo brano all’indomani della festa:
«Per me, ho sempre riconosciuto e tuttora riconosco che non possiamo piacere a Dio, né Dio accorda le sue grazie se non per il tramite dell’Umanità santissima di Cristo, nel quale ha detto di compiacersi. Ne ho fatta molte volte l’esperienza, e me l’ha detto Lui stesso, per cui posso dire di aver veduto che per essere a parte dei segreti di Dio, bisogna passare per questa porta. Perciò chi lo segue non voglia cercare altra strada, nemmeno se già al sommo della contemplazione, perché di qui si è sicuri. Da questo dolce Signore ci deriva ogni bene. Egli ci istruirà. Studi
Mi ha sempre fatto sorridere, con un po’ di cinismo, la famosa “profezia” di Victor Hugo: «L’Ottocento è stato un secolo grande, ma il Novecento sarà felice».
Evidentemente non tutti, nel XIX secolo, potevano pensarla in questo modo. Quel buon diavolo di Flaubert, ad esempio, ci ha lasciato qualcos’altro, fra le carte conclusive del suo capolavoro incompiuto, Bouvard e Pécuchet.
I due protagonisti del romanzo, dopo aver attraversato con “stupidità esemplare” tutte le regioni dello scibile umano, avrebbero dovuto cimentarsi in un discorso sull’avvenire dell’umanità. Queste, per sommi capi, sarebbero state le loro previsioni:
«Pécuchet vede il futuro dell’umanità pessimisticamente: L’uomo moderno ha perso valore ed è diventato una macchina. Anarchia finale del genere umano (Buehner, I, 11). Impossibilità della pace (ibidem). Barbarie causata dall’eccesso d’individualismo e dal delirio della Scienza. 3 ipotesi: 1) il radicalismo panteista romperà ogni legame col passato e ne deriverà un dispotismo disumano; 2) se trionfa l’assolutismo teistico, soccomberà il liberalismo di cui l’umanità si è imbevuta dopo
Bouvard vede l’avvenire dell’Umanità ottimisticamente. L’Uomo moderno sta progredendo. L’Europa sarà rigenerata dall’Asia. Poiché la legge storica è che la civilizzazione vada da Oriente a Occidente - ruolo della Cina - , le due umanità saranno alla fine fuse. Invenzioni future: modi di viaggiare. Pallone. - Battello sottomarino con vetri; in una costante bonaccia, poiché l’agitazione del mare non sarà che alla superficie. - Si vedranno i pesci e i paesaggi sul fondo dell’Oceano. - Animali domati. - Tutte le culture. Avvenire della letteratura (contropartita della letteratura industriale). Scienze future. - Regolare la forza magnetica. Parigi un giardino d’inverno; filari di frutta sul boulevard.
(G. Flaubert, Bouvard e Pécuchet, Estratto del piano per il seguito, trad. it. C. Sbarbaro e M. Rago, Einaudi, Torino 1996, pp. 248-249)
Vi lascio indovinare quale delle due sarebbe risultata la meno stupida.
Me lo tengo stretto in questi giorni di sovraccarico e di affanno:
«1. Il primo passo sulla via del realismo è rendersi conto che si è sempre stati realisti; il secondo è rendersi conto che qualsiasi cosa si faccia per pensare in altro modo non ci si arriverà mai; il terzo è constatare che quelli che pretendono di pensare diversamente pensano da realisti, non appena si dimenticano di star solo interpretando un ruolo. Se allora se ne domandano il perché, la conversione è quasi compiuta.
2. La maggior parte di quelli che si dicono e si credono idealisti amerebbero meglio poter non esserlo, ma non se ne riconoscono il diritto. Si fa osservare loro che non usciranno mai dal proprio pensiero e che qualcosa che vada al di là del pensiero, non è nemmeno pensabile. Se accettano di cercare una risposta a questa obiezione, risultano perdenti in partenza, perché tutte le obiezioni mosse dall’idealista al realista sono formulate in termini idealisti. Cosa c’è di strano, allora, nel fatto che l’idealista riporti sempre la vittoria? La soluzione idealista dei problemi è sempre implicita nelle sue stesse domande. Il realista deve dunque abituarsi prima di tutto a rifiutare la discussione su un terreno che non è il suo, e a non giudicare se stesso in difficoltà, solo perché non sa rispondere a delle domande in effetti insolubili, ma che per lui, di fatto, non si pongono.
3. È necessario cominciare ad avere sfiducia in questo termine: il pensiero. Perché la più grande delle differenze tra il realista e l’idealista è che l’idealista pensa, invece il realista conosce. Per il realista pensare è soltanto mettere in ordine delle conoscenze o riflettere sul loro contenuto; mai gli verrebbe in mente di fare del pensiero il punto di partenza della propria riflessione perché non è possibile, per lui, pensare se non laddove ci siano delle conoscenze. L’idealista, per il fatto che procede dal pensiero alle cose, non può sapere se ciò da cui parte corrisponde o meno ad un oggetto; quando domanda al realista come raggiunge l’oggetto partendo dal pensiero, quest’ultimo deve dunque affrettarsi a rispondere che non si può, e che è proprio questa la ragione principale del suo non essere idealista, perché il realismo parte dalla conoscenza, cioè da un atto dell’intelletto che consiste essenzialmente nel cogliere un oggetto. Al realista, quindi, la questione non pone un problema insolubile, ma uno pseudo-problema, che è del tutto diverso» (continua qui).
Domenica scorsa,
Pochi sanno che Hiroshima e Nagasaki, le due città colpite dall’atomica alla fine della seconda guerra mondiale, erano allora i principali centri del cattolicesimo nipponico. Oggi, nel paese del Sol Levante, i cattolici sono circa 400.000. La loro storia, spesso crudelmente travagliata, rimane avvolta nel mistero per lunghi periodi.
Le informazioni, in particolare, scarseggiano per quanto riguarda il periodo che va dalle persecuzioni dei secoli XVI e XVII, con l’espulsione dei missionari cattolici e la proibizione di professare la fede cristiana, sino alla fine dell’interdetto, nel 1873. Le prime missioni cattoliche, appoggiate ai traffici commerciali dei portoghesi, giunsero in Giappone tra il 1540 e il 1560.
Verso la fine del Cinquecento, e nonostante la forte opposizione dei buddisti, che premevano politicamente sull’imperatore, si potevano contare già duecento chiese, per un totale di 150.000 fedeli. Ma nel 1657, dopo un cambio di potere al vertice, iniziarono le prime misure repressive, e un doloroso cammino di sangue per i cristiani che intendevano restare tali: chi non abiurava, rischiava infatti di essere crocifisso, decapitato, immerso nell’acqua bollente, sottoposto a torture di ogni genere.
Le vittime di questa crudele epurazione furono circa due migliaia. Tre fattori, purtroppo, contribuirono all’acuirsi della crisi: oltre alle divisioni fra gli stessi predicatori (gesuiti, francescani, domenicani, agostiniani), pesò non poco la strategia gesuitica di evangelizzare le élite, per cui la permissione o proibizione del cristianesimo cominciò a dipendere dalle oscillazioni del potere, e infine l’intreccio fatale tra colonialismo e missioni.
Nel quadro della concorrenza fra le potenze europee rivali, poi, non mancarono delazioni e false accuse. I protestanti olandesi, ad esempio, diffusero alcune lettere confezionate ad arte, nelle quali si diceva che i rivali spagnoli e portoghesi, ai cui traffici restavano legate le missioni cattoliche, si sarebbero apprestati ad azioni di conquista ai danni del Giappone. Il risultato fu una persecuzione violentissima, e la chiusura del Giappone alla penetrazione del cattolicesimo.
Alcune comunità di cristiani, tuttavia, sopravvissero in forma clandestina, soprattutto nell’area meridionale di Ikitsuki. Sulla storia nebulosa di queste comunità, sopravvissute fino all’Ottocento, è uscito ora un libro, del quale l’articolo citato non fa menzione, ma che varrebbe davvero la pena di leggere: Les chrétiens cachés du Japon, Labor et Fides, Genève 2007, pp. 112, CHF 29 (più o meno 17 euro).
L’autrice è una giovane studiosa svizzera, Geraldine Antille, ricercatrice a Ginevra, Zurigo e Tokyo. Si tratta della prima traduzione integrale di un testo utilizzato da queste comunità, e trasmesso inizialmente in forma orale, di padre in figlio, per circa duecento anni: Gli inizi del cielo e della terra, una sorta di riscrittura della Bibbia, dove la storia della salvezza, dal racconto della Genesi all’Apocalisse, è filtrata attraverso le categorie culturali del Giappone.
È una lettura stimolante da molti punti di vista, perché contribuisce a far luce non soltanto sulle trasformazioni subite da un cristianesimo costretto a sopravvivere in condizioni estreme, senza pastori né libri di testo, ma anche sulla storia della predicazione cattolica nell’estremo Oriente, parzialmente ricostruibile a partire dai dati conservati oralmente.
Scriveva Elémire Zolla, non ancora zucchificato:
«L’uomo, quando non agisca per scopi che si possano ricondurre all’idea della sua perfezione, quindi di una sua beatitudine, obbedisce di necessità alle parole d’ordine. Come si definisce una parola d’ordine? È una locuzione il più possibile vaga, confusa, equivoca; se non fosse tale, fallirebbe l’operazione psicologica che deve produrre il “surrogato” dello scopo definito, cioè la creazione di una sorta di schermo sul quale l’uomo debole, malcerto, proietterà le immagini per lui rassicuranti, soprattutto quelle che non osa confessare nemmeno a se stesso di nutrire.
Nella parola d’ordine vaga, egli si finge inconsciamente ciò che non osa confessarsi di volere; essa risponde al motto “nevrotici di tutto il mondo unitevi”, perché raccoglie le varie diverse nevrosi e promette di soddisfarle o promette comunque di avviare per un cammino che porterà al loro soddisfacimento (…).
Le “parole d’ordine” si possono anche riunire e, se infiliamo su un sol filo tutte quelle che ad un certo momento prevalgono, ossessionando la massa, vedremo sorgere sotto i nostri occhi ciò che mai ci aspettavamo dal mondo moderno: un testo sacro.
Le parole di questo orrido “testo sacro” infondono il senso di una tensione violenta quanto vaga, di un movimento che non si sa dove conduca, di dove parta, e sarà riempito appunto dalle proiezioni personalissime di ciascuno. L’insieme delle proiezioni privatissime sarà così socializzato.
Si può anche allestire un gioco d’azzardo con le parole d’ordine, seguendo questo sistema, escogitato da un clinico, Garcia Miranda. Disponete tre filze di parole su tre colonne. Nella prima potete scrivere parole tecnologicamente adorabili: programmazione, strategia, mobilità, pianificazione, dinamicità, flessibilità, incremento, strumentazione, proiezione.
Nella seconda colonna potete disporre una serie di parole lievemente diverse, tutte che diano un suono propiziatorio e dinamico, infondano un tal quale senso di incoraggiamento e di mobilità: funzionale, operativo, dimensionale, transazionale, strutturale, globale, direzionale, opzionale, centrale.
Mentre nella terza colonna potete stipare parole ed aggettivi che, dopo questi, dinamizzanti, appaiano rappacificanti, tranquillanti, come: sistematico, equilibrato, integrato, rilanciato, coordinato, combinato, stabilizzato, parallelo.
Poi fatevi dire un numero qualsiasi di tre cifre, componete assieme a caso le parole risultanti nelle tre colonne ed eccovi combinazioni come: “programmazione funzionale sistematica”, “strategia frazionale integrata”, “flessibilità globale equilibrata”, “strumentazione opzionale coordinata” e potete azzeccare un numero di combinazioni che la legge di probabilità vi dice quasi infinito.
Il testo sacro della nevrosi moderna ha anche questo carattere cancerogeno, di proliferabilità all’infinito. Ma c’è anche un altro accorgimento dei persuasori occulti: quello di mai pronunciare la parola tematica.
Si mette in moto un sistema di parole sradicate, attenendosi alla regola che vieta di pronunciare mai l’unica parola chiarificatrice, cioè di svelare lo scopo occulto al quale si tende. Certe riviste eleganti sono volte a infondere il piacevole senso di appartenenza ad una élite dalle ciglia inarcate e dalle labbra sempre increspate in un sorriso di sufficienza, e sono le scuole perfette di questa tecnica d’occultamento. Ora per la rivista ben patinata, per la slick magazine, vige il comando che la religiosità si può ammettere, ma purché non significhi una modificazione del pensiero vigente, e sia un atteggiamento sociale fra tanti altri» (E. Zolla, Che cos’è
Ho tra le mani un volantino diffuso dalla mia diocesi, che propone un “Biennio di formazione per coordinatori pastorali”. Si tratta – leggo nel sottotitolo – di “un percorso coerente (!) di due anni per avviare l’accompagnamento degli operatori pastorali”.
Dovremmo dunque rallegrarci tutti, per la nascita di questa nuova figura professionale: dopo l’operatore ecologico, che ha finalmente sostituito l’inaccettabile spazzino, anche
Naturalmente laico. Anzi, “laico/a”, come recita imperiosamente il foglietto, privo di qualunque sense of humour. Mi chiedo a che servirà, codesto “operatore pastorale”. Farà forse le veci dell’ormai superato scaccino, e munito di tessera e scopa provvederà al mantenimento dell’ordine negli oratori, pardon, nelle “strutture oratoriali”, alla bisogna animandole con giuochi di prestigio?
È davvero preoccupante questa aziendalizzazione della Chiesa. Il mondo è più povero, se dei cattolici vengono invitati da un vescovo ad “affrontare un percorso che prevede lo sviluppo delle risorse necessarie all’ascolto [di cosa?], al dialogo [con chi?], alla partecipazione [a che cosa?] e alla corresponsabilità [rispetto a chi?]”, il tutto corredato dalle immancabili “esperienze concrete sul campo”.
Manco fosse un corso della SSIS, o uno stage di toelettatura per cani:
IL SEMINARIO È CONDOTTO DALLA DOTT.SSA ROSSELLA LOMAZZI MEDICO VETERINARIO SPECIALISTA IN ETOLOGIA E BENESSERE DEGLI ANIMALI DA COMPAGNIA DI GRANDE SPESSORE DIDATTICO ILLUSTRA AMPIAMENTE COME FUNZIONANO I RAPPORTI INTRASPECIFICI E INTERSPECIFICI INDICATO PER OPERATORI DEL SETTORE O PRIVATI CHE INTENDONO CAPIRE MEGLIO