«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Se avete conservato intatta la vostra intelligenza, senza nulla leggere di ciò ch’è stato pubblicato in Italia sul vangelo gnostico di Giuda (pur avendo interesse per l’argomento), e se siete in confidenza con l’inglese, farete bene a procurarvi l’ultimo libro di April DeConick, The Thirteenth Apostle. What the Gospel of Judas Really Says (London 2007).
Basandosi sui frammenti papiracei finalmente messi a disposizione dalla National Geographic Society,
Il sommario del libro (raro esempio di combinazione fra chiarezza divulgativa e qualità scientifica) è già di per sé indicativo:
PART 1: AN UNFAMILIAR STORY
1. The Silenced Voice
2. A Gnostic Catechism
PART 2: TRANSLATION MATTERS
3. A Mistaken Gospel
4. The Gospel of Judas in English Translation
PART 3: GOOD OLD JUDAS?
5. Judas the Confessor
6. Judas the Demon
7. Judas the Sacrificer
8. An Ancient Gnostic Parody
EPILOGUE
April DeConick
Sul vangelo di Giuda, ad esempio, è significativo che Mondadori abbia deciso di tradurre la più peregrina e discutibile delle oltre quindici monografie uscite all’estero, ossia Il vangelo ritrovato di Giuda, di Elaine Pagels e Karen King (sulla prima avevamo già scritto qualcosa, qui). Per tacere del modo imbarazzante in cui è stato vòlto nella nostra lingua il volume di James Robinson, I segreti del vangelo di Giuda, presso Sperling & Kupfer: traduzione improvvida, fra l’altro, perché l’autore stesso ha evidenziato la presenza di numerose imprecisioni e “frettolosità” nel contenuto del suo testo.
Nota. La migliore pagina on-line sul vangelo di Giuda è questa.
Come diceva Hegel, “nessuno è un grand’uomo per il suo cameriere”… Per chi avesse già letto questo intervento di Blondet, segnalo volentieri le preziose integrazioni di Luigi Copertino, qui, e mi permetto una notarella a margine: non mi risulta che Franz Rosenzweig abbia mai intrapreso studi da rabbino; in gioventù, al contrario, fu sul punto di convertirsi al cristianesimo (si veda il carteggio col protestante Eugene Rosenstock, pubblicato in Italia da Marietti: lettura istruttiva, perché il disaccordo fra i due sembra poggiare sui medesimi fraintendimenti teoretici ed esegetici). Rosenzweig nacque un 25 dicembre. Il suo discepolo ideale, Emmanuel Lévinas, morì lo stesso giorno, novantanove anni dopo. Formarono un arco davanti alla porta dell’Incarnazione, senza passarvi attraverso.
Amanda Knox è una deliziosa fanciulla di Seattle. Nei primi giorni trascorsi in carcere – «un’esperienza durissima» - è stata raggiunta da due specialisti della mente: lo psicologo e il prete. Il primo l’ha invitata a guardare dentro di sé, cosa che Amanda non ha mai smesso di fare, e che anzi è sempre stata la sua attività prediletta: «Spero che quando mi verrai a trovare – ha scritto alla madre, nei giorni a seguire – potremo andare assieme a fare shopping». Ecco dunque dispiegati, in un colpo solo, i valori più alti dell’Occidente: la luce interiore e lo shopping. Il cappellano del carcere, da par suo, ha regalato ad Amanda una copia del Vangelo. Pare che la ragazza abbia tratto da codesta lettura «grande giovamento e conforto spirituali» (la giovane, di fatto, avrà spulciato qua e là nel sacro testo, alla ricerca di una frase da interpretare liberamente). Al punto tale da chiedere al sacerdote qualche lume sulla faccenda della “risurrezioni” (sic): «Cosa vuol dire questa parola? Non ne ho mai sentito parlare». Ricevuta risposta, è poi tornata a meditare sullo shopping, com’era da aspettarsi. Perché se il prete fosse stato uomo, prima che prete, al posto di consegnare il Vangelo avrebbe cercato di guarire l’intelligenza che si apprestava a riceverlo. Avrebbe capito che quel che manca ad Amanda è una terra sotto i piedi, non un cielo sopra la testa. Le avrebbe dato da leggere un facilissimo Aristotele, non un difficilissimo Gesù.
Nei prossimi giorni, a quanto pare, sarò qui come turista. E poi qui, come attrazione turistica (dato che parlerò in mezzo a tutti costoro). Ci si rilegge, a Dio piacendo, fra una quindicina di giorni… A presto!
Da un racconto di Guareschi (“È di moda il ruggito della pecora”, pubblicato postumo nel 1969), in cui don Camillo, più energico che mai, ne passa di tutti i colori per via d’una nipote scapestrata, e corre a sfogarsi col Cristo dell’altar maggiore:
“Signore, se questi giovani che si prendono gioco delle cose più sacre sono la nuova generazione, che mai sarà della vostra Chiesa?”.
“Don Camillo”, rispose con voce pacata il Cristo, “non ti lasciare suggestionare dal cinema e dai giornali. Non è vero che Dio abbia bisogno degli uomini: sono gli uomini che hanno bisogno di Dio. La luce esiste anche in un mondo di ciechi. È stato detto ‘hanno gli occhi e non vedono’: la luce non si spegne se gli occhi non la vedono”.
“Signore, perché quella ragazza si comporta così? Perché per ottenere una cosa che potrebbe facilmente avere soltanto se la chiedesse, deve storcerla, carpirla, rubarla, rapinarla?”.
“Perché, come tanti giovani, è dominata dalla paura di essere giudicata una ragazza onesta. È la nuova ipocrisia: un tempo i disonesti tentavano disperatamente d’essere considerati onesti. Oggi gli onesti tentano disperatamente d’essere considerati disonesti”.
Don Camillo spalancò le braccia: “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”.
“Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”.
“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui parlavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne… Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”.
Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”.
“Signore”, domandò don Camillo, “volete forse dire che il demonio è diventato tanto astuto che riesce talvolta a vestirsi da prete?”.
“Don Camillo!”, lo rimproverò sorridendo il Cristo, “Sono appena uscito dai guai del Concilio, vuoi mettermi tu in nuovi guai?”.
“Signore, perdonatemi”, si scusò don Camillo.
[Il titolo del post si riferisce a Dante, Par. V, 73-84]
Undici consigli spirituali del Ven. John Henry Newman, segnalati da Bottone:
If you ask me what you are to do in order to be perfect, I say:
1. Do not lie in bed beyond the due time of rising
2. Give your first thoughts to God
3. Make a good visit to the Blessed Sacrament
4. Say the Angelus devoutly
5. Eat and drink to God’s glory
6. Say the Rosary well
7. Be recollected
8. Keep out bad thoughts
9. Make your evening meditation well
10. Examine yourself daily
11. Go to bed in good time
Dal quotidiano on-line Petrus, un intervista di Bruno Volpe a Mons. Albert Malcolm Ranjith Patabendige, segretario per
«Eccellenza, che accoglienza ha avuto il Motu Proprio di Benedetto XVI che ha liberalizzato
Vi sono state reazioni positive e, inutile negarlo, critiche e prese di posizione contrarie, anche da parte di teologi, liturgisti, sacerdoti, vescovi e persino cardinali. Francamente, non comprendo queste forme di allontanamento e, perchè no, di ribellione al Papa. Invito tutti, soprattutto i Pastori, ad obbedire al Papa, che è il successore di Pietro. I Vescovi, in particolare, hanno giurato fedeltà al Pontefice: siano coerenti e fedeli al loro impegno.
A Suo avviso, a cosa si devono queste manifestazioni contrarie al Motu Proprio?
Lei sa che ci sono stati, da parte di alcune Diocesi, anche documenti interpretativi che mirano inspiegabilmente a limitare il Motu Proprio del Papa. Dietro queste azioni si nascondono da una parte pregiudizi di tipo ideologico e dall’altra l’orgoglio, uno dei peccati più gravi. Ripeto: invito tutti ad obbedire al Papa. Se il Santo Padre ha ritenuto di dover emettere il Motu Proprio, ha avuto le sue ragioni che io condivido in pieno.
La liberalizzazione del rito tridentino decisa da Benedetto XVI è parsa come il giusto rimedio a tanti abusi liturgici registrati tristemente dopo il Concilio Vaticano II con il Novus Ordo…
Guardi, io non voglio criticare il Novus Ordo. Però mi viene da ridere quando sento dire, anche da amici, che in una parrocchia un sacerdote è santo per l’omelia o per come parla.
Monsignor Patabendige,
Vero. Esistono tanti documenti, che però spiacevolmente sono rimasti lettera morta, finiti negli scaffali polverosi o, peggio ancora, nel cestino dei rifiuti.
Un altro punto: molte volte si assiste ad omelie lunghissime...
Anche questo è un abuso. Sono contrario a balli e agli applausi nel corso delle Messe, che non sono un circo né uno stadio. In quanto alle omelie, esse devono riguardare, come ha sottolineato il Papa, esclusivamente l’aspetto catechetico, evitando sociologismi e chiacchiere inutili. Ad esempio, spesso i sacerdoti la buttano sul politico perchè non hanno preparato bene l’omelia, che invece deve essere scrupolosamente studiata. Un’omelia eccessivamente lunga è sinonimo di scarsa preparazione: il tempo giusto di una predica deve essere di 10 minuti, al massimo 15. Ci si deve rendere conto che il momento culminante della celebrazione è il mistero Eucaristico, senza con ciò voler sminuire la liturgia della Parola ma chiarire come va applicata una corretta liturgia…» (tratto da qui).
Lasciamo perdere, per il momento, la storia del Marx “satanista”: tanto non convincerebbe nessun marxista (anche perché di marxisti non ve n’è più).
Sappiamo bene del Marx capitalista (chi più di lui: un teologo della merce!), quello che difende Ricardo, perché «Ricardo considera a ragione la produzione capitalista come la più vantaggiosa in genere per il suo tempo, come la più vantaggiosa per la creazione della ricchezza. Egli vuole la produzione per la produzione, e questo è giusto» (Teorie sul plusvalore, 1859).
Sappiamo anche del Marx à
E sappiamo pure del Marx colonialista e imperialista, quello che scrive che «in India, l’Inghilterra deve compiere una duplice missione: distruttiva da una parte, rigeneratrice dall’altra, dissolvendo l’organizzazione sociale asiatica e insieme gettando le basi per una società di tipo occidentale» (I grandi uomini dell’esilio, 1853).
Così, si resta leggermente interdetti, constatando che c’è ancora qualcuno in grado di polemizzare, magari nel nome di Marx, per la beatificazione dei 498 martiri spagnoli celebrata domenica scorsa.
Come ha scritto giustamente Antonio Socci, durante la guerra civile spagnola (che certamente non fu fatta di buoni da una parte e di cattivi da quell’altra),
chiese e conventi furono incendiati e distrutti. In pochi mesi furono ammazzati 13 vescovi, 4.184 sacerdoti e seminaristi, 2.365 religiosi, 283 suore e un numero incalcolabile di semplici cristiani la cui unica colpa era portare un crocifisso al collo o avere un rosario in tasca o essersi recati alla messa o aver nascosto un prete o essere madre di un sacerdote come capitò a una donna che fu per questo soffocata con un crocifisso ficcato nella gola (…).
Non colpisce solo l’accanimento con cui si infierì sulle vittime, inermi e inoffensive (per esempio c’è chi fu legato a un cadavere e lasciato così al sole fino alla sua decomposizione, da vivo, con il morto). Ma colpisce ancora di più la volontà di ottenere dalle vittime il rinnegamento della fede o la profanazione di sacramenti o orribili sacrilegi.
Qua c’è qualcosa su cui non si è riflettuto abbastanza. Faccio qualche esempio. I rivoluzionari decisero che il parroco di Torrijos, che si chiamava Liberio Gonzales Nonvela, data la sua ardente fede, dovesse morire come Gesù. Così fu denudato e frustato in modo bestiale. Poi si cominciò la crocifissione, la coronazione di spine, gli fu dato da bere aceto, alla fine lo finirono sparandogli mentre lui benediva i suoi aguzzini. Ma è significativo che costoro, in precedenza, gli dicessero: “Bestemmia e ti perdoneremo”. Il sacerdote, sfinito dalle sevizie, rispose che era lui a perdonare loro e li benedisse. Ma va sottolineata quella volontà di ottenere da lui un tradimento della fede. Anche dagli altri sacerdoti pretendevano la profanazione di sacramenti. O da suore che violentarono. Quale senso poteva avere, dal punto di vista politico, per esempio, la riesumazione dei corpi di suore in decomposizione esposte in piazza per irriderle?
E il giovane Juan Duarte Martin, diacono ventiquattrenne, torturato con aghi su tutto il corpo e, attraverso di essi, con terribili scariche elettriche? Pretendevano di farlo bestemmiare e di fargli gridare “Viva il comunismo!”, mentre lui gridò fino all’ultimo “Viva Cristo Re!”. Lo cosparsero di benzina e gli dettero fuoco. Qua non siamo solo in presenza di un disegno politico di cancellazione della Chiesa. C’è qualcosa di più.
A definire la natura e la vera identità di questo orrore ha provato Richard Wurmbrand, un rumeno di origine ebraica che in gioventù militò fra i comunisti, nel 1935 divenne cristiano e pastore evangelico, quindi subì 14 anni di persecuzione, molti dei quali nel Gulag del regime comunista di Ceausescu. Anch’egli aveva notato – nei lager dell’Est – questo oscuro disegno nella persecuzione religiosa.
In un suo libro scrive: “Si può capire che i comunisti arrestassero preti e pastori perché li consideravano controrivoluzionari. Ma perché i preti venivano costretti dai marxisti nella prigione romena di Piteshti a dir messa sullo sterco e l’urina? Perché i cristiani venivano torturati col far prendere loro
Al sacerdote Roman Braga “gli vennero schiantati i denti uno ad uno con una verga di ferro” per farlo bestemmiare. I suoi aguzzini gli dicevano: “Se vi uccidiamo, voi cristiani andate in Paradiso. Ma noi non vogliamo farvi dare la corona del martirio. Dovete prima bestemmiare Iddio e poi andare all’inferno”… Cos’ha a che fare tutto ciò con il socialismo e col benessere del proletariato? (tratto da qui).
In effetti, la domanda è più che legittima. E nel libro citato da Socci (R. Wurmbrand, Mio caro diavolo, trad. it. Roma 1979), vengono forniti alcuni indizi per tentare una risposta.
Ad esempio le poesiole del giovine Marx. In una, Invocazione di un disperato, il buon Karl scrive ad esempio: «Voglio vendicarmi di colui che regna al di sopra di noi / Voglio costruirmi un trono nelle alture / la sua sommità sarà glaciale e gigantesca / avrà per baluardo un terrore superstizioso / per maresciallo la più tetra agonia».
In un’altra, intitolata Oulanem, si dice invece: «Guarda questa spada: il Principe delle tenebre me l’ha venduta… Mentre per noi due si apre l’abisso / spalancato nelle tenebre / Tu scomparirai nei suoi più profondi recessi / dove io ti seguirò ridendo / sussurrandoti all’orecchio / “scendi amico mio, vieni con me”…».
In un’altra ancora, La fanciulla pallida, si legge una confessione piuttosto insolita, per un materialista ateo: «Così ho perduto il cielo / lo so benissimo / la mia anima una volta fedele a Dio / è stata segnata per l’inferno».
Tutto romanticismo? Ma via…
È on-line il sommario dell’ultimo numero della rivista francese Catholica (97/autunno 2007), che dedica un ampio dossier a “personalisti” e “comunitari” (con due notevoli interventi critici: il primo su Alasdair MacIntyre, alle pp. 29-42; e il secondo sul dibattito intorno all’idea di bene comune che vide opporsi Jacques Maritain e Charles De Koninck, pp. 43-60). Alcuni contributi sono leggibili dal sito.
Dal sito del “Progetto culturale Cornelio Fabro”:
«Il 30 ottobre si compirono 70 anni dalla difesa della tesi dottorale di Cornelio Fabro, che portava il titolo completo: “La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tomaso d’Aquino. Dissertazione presentata alla Facoltà Teologica del Pont. Instituto Internazionale Angelicum per il conseguimento del Dottorato in S. Teologia”. Fabro aveva lavorato intensamente alla tesi che egli stesso definì “tormentata e tormentante” e la cui stesura fu completata il 1º settembre del 1937. Il giorno 28 ottobre gli esaminatori dettero il voto sullo scritto: Infrascripti examinatores ab Adm. R. P. Regente designati attente perlegimus Dissertationem R. P. C. Fabro, CPS ad gradum Doctoratus in S. Theologia super materiam La nozione metafisica di partecipazione et judicamus eam approbandam esse cum nota maxima cum laude. Datum Romae, in Collegio Angelico die 28 mensis Octobris anni 1937. Examinatores p. M. Matthijs et p. D. Simonin (Sententia de examine in scriptis). Il 30 ottobre del 1937, fu presentata pubblicamente con grande successo (50/50) e fu quindi nominato ad Doctoratus gradum con il massimo dei voti Summa cum laude, come risulta a pagina 35 dello status personalis dell’Angelicum (ciclo 1937-38)».
Eh, non ci sono più le tesi di dottorato di una volta…