«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Torno nuovamente sulle omelie di Tomas Tyn intorno a san Tommaso, stimolato da questo bel post di Claudio. C’è un punto della Summa contra Gentiles che, meglio di altri, può aiutarci a capire quanto del metodo di Tommaso sia applicabile ancora oggi e quanto, invece, risulti inevitabilmente legato al suo tempo. Si trova al libro I, quando l’Aquinate propone alcuni riflessioni su come dibattere con quanti non accettano la fede cattolica. Il sottotitolo dell’opera, non per nulla, è proprio “Liber (o iter) de veritate catholicae fidei contra errores infidelium”.
Tommaso, ovviamente, si fonda sul dialogo, un «dialogo signorile», come dice bene padre Tyn, perché «nessuno è più signore di San Tommaso in queste cose, tuttavia un dialogo in vista della conversione… In San Tommaso non c’è una specie di commercio, del tipo “noi vi diamo un pezzettino del nostro dogma e voi ci concedete qualche cosa d’altro”. Oppure, parlando con i luterani, dire ad esempio: “voi accettate
Ecco una prima differenza tra l’epoca nostra e la sua (una differenza accidentale, però). Mentre oggi il dialogo è sempre più concepito (assurdamente) come il fine di un confronto interreligioso, Tommaso valuta il dialogo per quello che è: cioè un mezzo. Questo, d’altronde, significa che la riflessione deve incentrarsi piuttosto sui fini da assegnare al dialogo. Non è possibile che il dialogo sia fine a se stesso. Quindi occorre intendersi su ciò cui si vuol pervenire attraverso il dialogo.
Nel caso del dialogo interreligioso (che è cosa diversa dal dialogo ecumenico), oggi diremmo che il fine, più che la reciproca conversione, è innanzitutto l’amicizia reciproca, la convivenza, l’accettazione di uno spazio comune. Il che è prudente e sensato: ma la cosa non rientra nell’orizzonte di Tommaso, ed è qui che la differenza fra l’epoca sua e la nostra, o meglio fra il cattolicesimo dell’epoca sua e della nostra, diventa sostanziale.
Tommaso, prosegue Tyn, dice anche che «per dialogare con gli infedeli, in vista della conversione, bisogna sempre procedere fondandosi su quello che loro ammettono». Ecco il genio. Dopo aver chiarito il fine del dialogo, che nel suo caso, piaccia o meno, è la conversione dell’altro alla propria fede, bisogna intendersi sul metodo da adottare.
Tommaso propone di partire da ciò che è condiviso dagli interlocutori. Nel caso degli ebrei, ad esempio, sarà buona cosa partire da quello che noi definiamo Antico Testamento: se necessario, evidenziandone le contraddizioni e le difficoltà, che i cristiani ritengono appianarsi alla luce di Cristo. Con i cristiani “eretici”, invece, la discussione dovrà per forza di cose fondarsi sul Nuovo Testamento, e sulla loro comprensione di quel che vi viene annunciato: cioè
Infine, si giunge ai mussulmani. Qui Tommaso è ancora una volta figlio del suo tempo, dato che non riesce a scorgere pienamente nell’islam una propaggine dei sistemi religiosi giudaico-cristiani. L’islam è percepito come qualcosa che non appartiene alla “civiltà cristiana” (che non è composta solo da cristiani): i musulmani, pertanto, sono assimilati ai “pagani”, il loro status è differente da quello di ebrei ed “eretici”.
Ma la grandezza di Tommaso sta in questo: laddove si abbia a che fare con qualcuno che non condivide le nostre stesse basi religiose (ad es. uno stesso corpus di testi), non resta che il ricorso a qualcosa che, come uomini, non possiamo non condividere: ed è il lume della ragione. Commenta padre Tyn, non senza rilevare l’“ottimismo” dell’Aquinate: «natura non deficit in necessariis, la natura non viene meno nelle cose necessarie, non manca il lume della ragione naturale, e quindi si può sempre disputare sul terreno della filosofia».
Tommaso, però, non poteva prevedere una cosa: il carattere profondamente religioso dell’ateismo moderno. Sto per dire qualcosa che non mancherà di irritare. Eppure, a chiunque è capito di discutere con un “ateo”: non parlo del semplice “non credente”, ma proprio dell’ateo “militante” (un essere generalmente assai rumoroso e dogmatico); difficile sottrarsi all’impressione che, dialogando e dialogando, non se ne cavi un ragno dal buco (a scanso di equivoci, preciso che il mio riferimento non è a persone che leggono, abitualmente o meno, questo blog, ma a individui bizzarri come il Malvino di cui parla Claudio, o come Odifreddi, Flores D’Arcais, Onfray, e via dicendo).
E non mi riferisco a un dialogo finalizzato alla “conversione”, ma più semplicemente ad un dialogo finalizzato alla comprensione e al rispetto reciproci. Per tanto che ci si impegni, la strada è quasi sempre bloccata da un elemento irrazionale, da un’ostinata volontà di non supporre, nemmeno lontanamente, la possibilità che l’altro (cioè il credente, e in particolare il credente cattolico) possa avere qualche ragione. Credo che dovremmo cominciare a parlare di dialogo interreligioso anche nei confronti di questo tipo di ateismo, che rifiuta la ragione.
A questo punto, riconosciutone il carattere intimamente religioso (la storia dell’ateismo rientra di diritto nella storia delle religioni), Tommaso cosa ci consiglierebbe di fare? Ritengo che suggerirebbe di armarsi di santa pazienza e di acribia intellettuale, per denunziare il carattere incongruente e immaginoso dei miti di codesta nuova religione, per criticarne le forme culturali e i tic mentali, per sottoporne le pratiche rituali ad attento esame, disegnando profili sociologici, storie dei mutamenti dottrinali (in genere pochissimi), psicologia. Ma senza perderci troppo tempo: in fondo, ci sono cose più urgenti - e interessanti - da fare.
Tra le ultime novità del portale “Christianismus”, dedicato alla storia del cristianesimo antico, c’è un articolo di Romano Penna sul problema sinottico (sono osservazioni a margine della Sinossi dei vangeli pubblicata da Angelico Poppi, nel 1992). Per chi volesse approfondire la questione, uno spoglio analitico di tutte le principali posizioni esegetiche si può trovare, in inglese, nell’utilissimo “Synoptic Problem Website”, curato da Stephen Carlson (vd. soprattutto questa pagina).
Dalle stupende omelie di padre Tomas Tyn O.P. su san Tommaso d’Aquino, trascrivo alcuni passaggi che trattano del rapporto tra fede e ragione, in opposizione a fideismo, soggettivismo e rifiuto della metafisica:
«Esprimeva Domenico delle Fiandre un’idea che San Tommaso avrebbe subito fatta sua: “Qui ignorat methaphysicam, in theologia semper erit peregrinus”... come la maggior parte dei nostri nuovi teologi. I nostri nuovi teologi, che sono molto nuovi ma molto poco teologi, non coltivando sufficientemente la metafisica combinano dei guai, perché la teologia suppone questa cultura metafisica, presuppone i preamboli della fede.
Ci sono delle verità naturali che sono dei preamboli rispetto alla fede. E non solo San Tommaso, ma tutta
Per questo motivo è estremamente importante che la fede sia coltivata, proporzionalmente alla cultura del singolo credente, ma sia coltivata in maniera razionale, teologica, teologico-filosofica, perché la teologia implica sempre filosofia. Come l’ordine soprannaturale suppone la natura – secondo quel bel detto dei medioevali che San Tommaso spesso cita, e che dice “gratia naturam non tollit, sed supponit et perficit” (questo scrivetelo a lettere d’oro nelle vostre anime beate, cioè “la grazia non toglie la natura, ma la suppone e la porta a compimento”) – come la grazia suppone la natura, così, analogicamente, la fede suppone l’intelligenza.
Ora, San Tommaso si chiede esplicitamente se uno che ragiona troppo non si metta al di fuori della fede, non diminuisca il merito della fede. Si fa questa domanda, lui che è molto interessato a rispondere in un certo senso… ma penso che sia stato onesto a rispondere così nella Summa, questione 32, ove dice: “Bisogna distinguere, se uno ha la pretesa di dimostrare
Però, nel caso di uno che ragiona non già pretendendo la dimostrabilità di quanto non è dimostrabile, ma svolgendo delle dimostrazioni, accettando le premesse della fede e cioè svolgendo il lavoro di teologo, questo lavoro di approfondimento razionale della fede non solo non danneggia, non solo non diminuisce i meriti, ma è segno di grande amore per le verità rivelate. Riguardo a ciò che si ama, si è sempre attenti.
In fondo, teologia significa usare le premesse della fede, e aggiungendo le premesse della ragione esplicitare questi stessi principi della fede. La teologia arriva a delle conclusioni, servendosi della ragione, ma partendo dai principi di fede. Un uomo che ama un bene, è sempre attento a quel bene, lo coltiva, quindi se uno ama la verità rivelata da Dio, come potrebbe non pensarci, come potrebbe non coltivarla? In questo San Tommaso è molto amico di San Bonaventura, anche per lui il motore della teologia è l’amore, però l’amore non immediatamente, ma l’amore della verità, caritas veritatis, proprio il carisma dell’Ordo Praedicatorum (…).
Il compito della filosofia, ancella della teologia, è quello anzitutto di approfondire i praeambula fidei, cioè colere metaphysicam, coltivare la metafisica, per avere molta convinzione riguardo a ciò che di Dio si può conoscere naturalmente. Ho già detto – ma qui è il luogo per sottolinearlo, per illustrare questo stato di cose – che un fideista non riesce a dare risposte soddisfacenti.
Un fideista dice: “Io amo tanto il Signore”, e il poeta dice: “L’amore ti dà alla testa” (spesso capita agli innamorati). E’ un gioco molto facile, con questi fideisti viscerali. San Tommaso invece dice: “Guarda che qui c’è l’obbiettività dell’essere, della realtà, di quella realtà che non si può negare, volendo mantenere in piedi l’evidenza. Questa realtà da cui io parto mi conduce in ultima analisi all’altrettanto obbiettiva, reale esistenza di Dio”. Non è che con questo io abbia già la rivelazione: ma è il presupposto della oggettività della rivelazione.
San Tommaso, su questo punto, è d’accordo con Kant. Pure Kant dice che la nostra intelligenza è limitata alla sensibilità, e San Tommaso afferma: “La nostra intelligenza si limita ai sensi”, però aggiunge: “come punto di partenza, non come punto di arrivo”. Kant ha una limitazione dell’intelligenza ai sensi nel punto di arrivo, San Tommaso nel punto di partenza (...).
Adesso un breve accenno solo alla fede, e poi alla filosofia, per spiegarvi come San Tommaso distingueva la ragione e la fede. La fede è interamente grazia, però non vale il discorso: “Se la fede è grazia, io quella grazia non ce l’ho, quindi non credo”. Sarebbe troppo facile.
San Tommaso dice che la fede si può definire come l’adesione obbediente dell’intelletto speculativo alle verità rivelate. Questa evidenza, o certezza, la fede l’ha in comune con la scienza. Però la differenza sta nell’origine dell’evidenza: l’evidenza della fede non deriva interamente dalla ragione. Vi farò una sottile, bizantina distinzione, ma importante: la fede si attua nella ragione, la fede è sempre un atto della ragione, ma non è un atto che ha la sua evidenza dalla ragione.
Chi crede è la ragione, non è il cuore, né altre viscere; però non ha la sua evidenza interamente nella ragione. Mentre la scienza non solo è propria della ragione, ma anche la sua evidenza deriva interamente dalla ragione. Il credente crede con un atto di ragione, però l’evidenza della fede, che il credente ha in comune con lo scienziato, non deriva dalla ragione come nella scienza. Ma allora da che cosa deriva?
Ecco la domanda: “da che cosa?”. E qui San Tommaso si rivela (perché lo era) un grande discepolo di Sant’Agostino. Non lo segue dappertutto, come abbiamo visto, ma qui lo segue e dice: “La fede è un assenso cogitato”, da cogitare, pensare, con assenso. Questo assenso è dato dall’amore della verità rivelata.
L’amore è una disposizione della volontà, quindi ci deve essere la volontà, che muova la ragione in direzione di Dio, che ci faccia aderire alla verità rivelata. Chi muove la volontà? Ecco qui la grazia attuale: l’inizio della fede in San Tommaso è la grazia attuale di Dio, che muove la volontà, la volontà muove l’intelligenza e l’intelligenza, aderendo alla verità rivelata (questo atto di condizione soprannaturale) induce l’atto di fede.
Adesso parliamo della teoria della conoscenza, della gnoseologia. Qui San Tommaso è in disputa con tutti i moderni. E non a caso i sommi Pontefici, quasi idolatri agli occhi dei moderni, si raccomandavano ai frati, ai preti e compagnia bella di ritornare a San Tommaso: “Ite ad Thomam!”, esclamava ancora il Papa Giovanni XXIII, ripetendo la frase “Ite ad Joseph”. Quando Giuseppe era in Egitto e il padre diceva ai fratelli: “Ite ad Joseph!”. Quando i fratelli di Giuseppe avevano fame, e andavano in Egitto: “Andate da Giuseppe, che vi darà da mangiare!”. Diceva Giovanni XXIII ai suoi preti: “Ite ad Thomam!”, e loro non lo hanno seguito.
La depravazione (scusate se parlo schietto), la depravazione dei tempi moderni (questa moderna calamitas di cui parla Pio X nella Pascendi Dominici Gregis), questa modernistica depravazione consiste anzitutto nel soggettivismo, e non c’è medicina più serena, più buona, più solida, più robusta e più chiara nel contempo del tomismo.
Il modernismo tenta questo duplice gioco riguardo al tomismo: o non prenderlo in considerazione, oppure metterlo in sincretismo con Kant, Hegel, Heidegger. C’è l’uno e l’altro metodo, ma non praevalebunt. San Tommaso avrà ancora la meglio, perché è fin troppo lampante, leggendo in certe pagine di Heidegger, com’egli distorca San Tommaso per adeguarlo a Kant. Insomma, fra San Tommaso e Kant non ci sono possibilità di scendere a patti, non c’è possibilità di una certa concordia tra un sistema genialmente soggettivistico come quello kantiano (vedete, bisogna avere rispetto di questo grande pensatore, ed io ce l’ho, perché Kant è veramente un grande filosofo, uno dei più grandi).
Come dicevano una volta i bravi commentatori di San Tommaso, come diceva padre Garrigou Lagrange, oggi un poco nel dimenticatoio, il quale sottolineava quella che è la consapevolezza di San Tommaso: non c’è composizione tra soggettivismo e realismo epistemologico (…).
Purtroppo è così, bisogna avere anche il coraggio dei contrasti. Pur stimando l’intelligenza, tuttavia quia magna res agitur, si tratta di una grande cosa, questa opzione (che poi opzione non è, ma evidenza), questo incamminarsi in un senso o nell’altro determina tutta la filosofia. Tutto il pensiero dipende da questa direzione, direbbe Hegel, da questo dirimere la questione se il pensiero dipende dall’essere, come dice San Tommaso, o se l’essere dipende dal pensiero, come dice Kant. Non c’è altra possibilità...».
(tratto da qui)
Invito tutti i lettori a seguire le vicende del candidato repubblicano Ron Paul, molto istruttive. Questo è un video tratto da un telegiornale della Fox (segnalato qui), dove potrete constatare la “leggerissima” differenza tra i risultati messi in primo piano e i dati reali che vengono forniti in basso a destra. Ed è solo un piccolo esempio, con buona pace di Tocqueville.
Devo smetterla di pranzare alle due. Oppure tenere spento il televisore.
Nelle cattedrali medievali si trova spesso, accanto a mostri e figure sacre, il ritratto d’un asino che regge una lira (o una piccola arpa) fra le zampe. Il significato dell’immagine è controverso: in alcuni casi, è probabile ch’essa servisse semplicemente a rappresentare l’ignoranza compiaciuta di sé; in altri casi, però, poteva indicare la volontà da parte dell’uomo di elevarsi alle “armonie superiori”; oppure, in accordo con simbologie tradizionali variamente diffuse, l’ansia profonda di un contatto con la trascendenza (espressa nientemeno che dal raglio del graziosissimo animale).
Se gli scultori romanici vivessero ai nostri giorni, purtroppo, troverebbero conferma soltanto al primo di questi significati, e segnatamente fra le pagine di Repubblica, dove un noto giornalista stordisce da anni i propri lettori col medesimo arpeggio, ripetuto all’infinito e perciò dai più ritenuto attendibile: un arpeggio che ha la grazia di una pesante, monotona zoccolata sulle corde; accompagnato da un raglio profondo, angosciante, indomabile. Praticamente gli stessi, raglio e arpeggio, dal 1976, anno di fondazione del quotidiano.
Alludiamo ovviamente al Sommo Fondatore, il quale, domenica scorsa, è intervenuto su due argomenti a lui molto cari: il primo è la storia del mondo, il secondo è il problema della “laicità”. Riportiamo un solo passaggio dal suo perenne editoriale (prego notare l’incipit):
Mi ha fatto molto senso vedere, proprio alla vigilia del mancato intervento del Papa alla Sapienza, la messa celebrata da Benedetto XVI nella Sistina col vecchio rito liturgico rinverdito a testimoniare la curva ad U rispetto al Concilio Vaticano II: il Papa con la schiena rivolta ai fedeli e la messa celebrata in latino. Qual è il senso di questa scelta regressiva se non quello di ribadire che il mistero della trasformazione del vino e del pane in sangue e carne di Gesù Cristo viene amministrato dal celebrante senza che i fedeli possano seguire con gli occhi e in una lingua sconosciuta ai più?
Oh, quale asinina soavità in questo canto! E quale arpeggio disinvolto egli rivela! Peccato che il Santo Padre, alla Sistina, abbia celebrato
È una piccola sbavatura, che rischia di mettere a repentaglio il domma dell’infallibilità pontificatoria del Sommo: un domma, peraltro, di recentissima acquisizione, e che alcuni veri laici, come Claudio Moffa in questo suo intervento (da leggere), non sembrano condividere punto...
Nota. L’immagine dell’asino proviene dall’archivolto del portale maggiore della chiesa di Saint Pierre, Aulnay-de Saintonge. Per una visione più dettagliata, cliccare qui.
Il grande Bernanos diceva che quello dei cristiani è un optimisme tragique, un ottimismo tragico. Questa definizione, malgrado la sua innegabile forza, non mi ha mai convinto del tutto. Dividere il mondo fra ottimisti e pessimisti, così come fra “conservatori” e “progressisti”, mi è sempre parsa un’operazione intellettualmente sterile.
In che modo, e da quale punto di vista, il cristiano dovrebbe poi considerarsi un ottimista o un pessimista? Bernanos, ovviamente, alludeva alla redenzione. La vita, per quanto a volte possa sembrare una “cosa buffa”, è in fondo una faccenda maledettamente seria, e saperla riscattata dalla sua conclusione finale può certamente aiutare a darle un senso. La croce è indubbiamente una “tragedia”, ma almeno ha un “lieto fine”: ora, possiamo qualificare tutto questo come “ottimismo”?
Le alternative, lo sappiamo, sono quelle del vicolo cieco o del circolo chiuso: l’esistenza come caducità o l’esistenza come eterna ripetizione. È “facile”, per un credente, criticare queste opposte visioni partendo dalla redenzione: qualcosa è accaduto, il ciclo si è spezzato, c’è un punto di leva esterno al mondo che permette di sollevare il mondo…
Eppure, questa critica potrebbe essere sempre accusata, a torto, di “antropocentrismo”, perché partirebbe dall’accettazione di una premessa schiettamente “umana”. E la premessa è che la percezione “soggettiva” della vita, come limitata dalla morte e dunque naturalmente bisognosa d’altro, abbia un qualche valore oggettivo di verità (la scienza, si dice, eliminerebbe quest’assurda pretesa di proiettare le ambasce dell’uomo sul cosmo intero, facendone criterio di conoscenza).
Non è un caso, allora, se i primi cristiani, nel loro percorso di catechesi, partivano dall’idea di creazione, o per meglio dire dalla questione dell’essere (vd. il discorso di Paolo all’Areopago, in Atti 17): senza un corretto intendimento dello stato creaturale dell’uomo, e della sua partecipazione all’essere, non potrà mai esserci un corretto intendimento della redenzione. Agostino lo lascia intendere con molta chiarezza, nel suo manuale De catechizandis rudibus: «La catechesi comincia dal versetto In principio Dio creò il cielo e la terra» (3,5).
Per questo, come già si diceva, anche il Catechismo della Chiesa cattolica comincia con l’esposizione dei praeambula fidei, delle premesse razionali sulle quali s’innesta la fede. E inserisce tra queste, comprensibilmente, la discussione dell’esistenza di Dio. Più che nell’idea di redenzione, infatti, è qui che si trova quel “punto di leva esterno al mondo che permette di sollevare il mondo”: in uno sguardo aperto a ciò che eccede e trascende l’uomo.
Partendo da qui, anche la considerazione del male, sovente invocata per negare l’esistenza di Dio, può essere più correttamente collocata tra le percezioni “soggettive”, e dunque parziali, dell’uomo. Il perché lo spiega Tommaso d’Aquino, con una frase che mi ha sempre colpito per la sua potenza, degna di un koan orientale: «Non esiste un male che corrompa totalmente il bene; poiché almeno il soggetto in cui il male risiede è un bene».
Si tratta di ottimismo tragico? Può ben darsi, ma soltanto se comprendiamo la frase in senso idealista, cioè da soggettivisti.
Biz propone un test attitudinale su Galileo: verifica anche tu se puoi entrare a far parte del Kollettivo studentesco daaa Sapienza. Previste esibizioni di Paola Cortellesi, Banda Osiris e Andrea Rivera.
«In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato».
Così, a quanto si legge, recitava uno dei proclami diffusi dai 67 docenti della Sapienza, contrari alla lectio magistralis di Benedetto XVI. Tra i motivi (o i pretesti?), una frase dell’epistemologo (anarchico e agnostico) Paul K. Feyerabend sul caso Galileo, citata e discussa dal Card. Ratzinger anni prima. Ecco allora alcuni passaggi (deliberatamente provocatori) del libro di Feyerabend, donde il Papa trasse a suo tempo la citazïon della discordia (Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, 1975, trad. L. Sosio):
Condizioni attuali della ricerca scientifica.
«Contrariamente alla sua antecedente immediata, la scienza del tardo secolo XX ha rinunciato a tutte le sue pretese filosofiche ed è diventata un’attività economicamente importante, che plasma la mentalità di coloro che la praticano. Un buon stipendio, una buona posizione rispetto al capo e ai colleghi nella propria “unità” sono le principali ambizioni di queste formiche umane, le quali eccellono nella soluzione di piccoli problemi ma non riescono a dare un senso a tutto ciò che va oltre il loro ambito di competenza. Le considerazioni umanitarie sono pressoché ignorate, e lo stesso vale per ogni forma di progresso che vada oltre i miglioramenti locali. I risultati più gloriosi della scienza del passato sono usati non come strumenti di illuminazione, ma come mezzi di intimidazione, come è emerso in alcune discussioni recenti concernenti la teoria dell’evoluzione. Se qualcuno riesce a far compiere qualche passo avanti, gli specialisti saranno pronti a trasformare la scoperta in una clava con la quale costringere tutti a sottomettersi» (p. 154).
“Razionalità” e “irrazionalità” dell’impresa scientifica.
«Se è razionale solo l’accettazione di teorie provate, se è irrazionale conservare teorie che siano in conflitto con asserzioni-base accettate, allora l’intera scienza è irrazionale (…). Taluni programmi di ricerca scompaiono non perché le argomentazioni che sono alla loro base vengono sconfitte al livello delle idee, ma perché i loro difensori vengono uccisi nella lotta alla sopravvivenza» (pp. 162-164).
La necessaria frammentazione della scienza.
«La scienza è frammentata in numerose discipline, ciascuna delle quali può adottare un atteggiamento diverso nei confronti di una determinata teoria, e le singole discipline si frammentano inoltre in scuole» (p. 166).
Il potere degli scienziati.
«La scienza regna sovrana, perché coloro che la praticano sono incapaci di comprendere, e non sono disposti ad ammettere, ideologie diverse, perché hanno il potere di imporre i loro desideri, e perché usano questo potere esattamente come i loro predecessori usarono il loro potere per imporre il cristianesimo» (p. 243).
Per una separazione fra Stato e scienza.
«La separazione fra Stato e Chiesa dovrebbe essere integrata dalla separazione fra Stato e scienza. Non dobbiamo temere che una tale separazione possa condurre a un crollo della tecnologia. Ci saranno sempre individui che preferiranno dedicarsi alla scienza per essere padroni del loro destino, e che si sottometteranno volentieri al genere più meschino di schiavitù (intellettuale e istituzionale), purché siano pagati bene e purché ci siano attorno a loro persone che ne esaminino il lavoro e ne cantino le lodi.
La Grecia
Il giudizio mitologico della scienza.
«Il modo in cui noi accettiamo o ripudiamo idee scientifiche è radicalmente diverso dai procedimenti decisionali democratici. Accettiamo leggi scientifiche e fatti scientifici, li insegniamo nelle nostre scuole, ne facciamo la base di importanti decisioni politiche, ma senza averli mai sottoposti a una votazione. Gli scienziati non li sottopongono al voto – o almeno così dicono – e certamente ciò vale a maggior ragione per i profani (…). La società moderna è “copernicana” non perché il copernicanesimo sia stato messo ai voti, sia stato oggetto di una discussione democratica e poi votato a maggioranza semplice; è “copernicana” perché gli scienziati sono copernicani e noi accettiamo la loro cosmologia così acriticamente come un tempo si accettava la cosmologia di vescovi e cardinali.
Anche i pensatori audaci e rivoluzionari si sottomettono al giudizio della scienza. Kropotkin voleva infrangere tutte le istituzioni esistenti, ma non toccò la scienza (…). Evans-Pritchard, Lévi-Strauss e altri hanno riconosciuto che il “pensiero occidentale”, lungi dall’essere un picco solitario dello sviluppo umano, è turbato da problemi che non si riscontrano in altre ideologie: ma escludono la “scienza” dalla loro relativizzazione di ogni forma di pensiero. Anche per loro la scienza è una struttura neutrale contenente una conoscenza positiva che sarebbe indipendente dalla cultura, dall’ideologia e dal pregiudizio» (p. 246).
La nascita dell’astronomia moderna.
«L’astronomia moderna ebbe inizio col tentativo di Copernico di adattare le vecchie idee di Filolao ai bisogni della predizione astronomica. Filolao non era uno scienziato preciso, bensì, come abbiamo visto (cap. 5), un pitagorico dalle idee piuttosto confuse, e le conseguenze della sua dottrina furono definite “incredibilmente ridicole” da un astronomo di professione come Tolomeo (cap. 4, nota 4). Lo stesso Galileo, che aveva dinanzi a sé la versione copernicana, molto migliorata, delle idee di Filolao, dice: “Non posso trovar termine all’ammirazion mia, come abbia possuto in Aristarco e nel Copernico far la ragion tanta violenza al senso, che contro a questo ella si sia fatta padrona della loro credulità” (Massimi sistemi, Ed. Naz., VII, 355). Qui la parola “senso” si riferisce alle esperienze che Aristotele e altri avevano usato per dimostrare che la terra dev’essere in quiete. Ma la “ragione” che Copernico oppone alle loro argomentazioni è la ragione mistica di Filolao, combinata con una fede ugualmente mistica (“mistica” dal punto di vista dei razionalisti d’oggi) nel carattere fondamentale del moto circolare. Io ho dimostrato che l’astronomia moderna e la dinamica moderna non avrebbero potuto progredire senza quest’uso ascientifico di idee antidiluviane» (p. 248).
Nota. I rinvii sono all’edizione nell’Universale Economica Feltrinelli, Milano 2002.

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Da Zelig. Flavio Oreglio fa politica e filosofia a teatro: “E discuto col pubblico”.
“Donne, filosofia e pornografia”. Un triangolo insolito e interessante.
Nuovo impegno dei Radicali: Nasce una Rosa per Israele.
Emanuela Folliero: “Mamma a 42 anni? E’ più bello, sono più sicura di dieci anni fa”.
Meglio Hillary alla Casa Bianca. E’ il riscatto delle donne nel mondo.
Pd. La posta in gioco nel dibattito sui diritti civili è la laicità.
NOTA. Tutti i titoli sono veri.
Luigi Copertino ha risposto ad apprezzamenti e critiche in un commento (qui), che merita maggiore visibilità:
«Ringrazio tutti i lettori. Quelli che apprezzano ed anche quelli che benevolmente apportano critiche. A questi ultimi vorrei segnalare che i miei riferimenti bibliografici sono nelle note. Invito in particolare ad approfondire gli studi di diritto monetario del Prof. Giacinto Auriti che fu (purtroppo è morto nel 2006) ordinario delle cattedre di teoria generale del diritto e di diritto della navigazione presso l’Università di Giurisprudenza di Teramo (di cui fu cofondatore). E’ stato uno dei miei maestri, essendomi laureato presso quell’Università ed avendo frequentato un suo corso di perfezionamento in diritto monetario. Quegli studi, tecnicamente giuridici, ho cercato poi di supportare con nozioni di storia che Auriti non sempre approfondiva adeguatamente. Approfondimento storico ma anche in direzione filosofica e “teologica”.
Auriti balzò agli onori delle cronache qualche anno fa per le sue denunce alla procura della Repubblica contro
Tutto questo per dire che quel che ho scritto lo devo a questo grande uomo di cui, essendo stato amico personale, posso attestare la notevole preparazione giuridica (lui sosteneva che della moneta gli economisti non capiscono nulla perché la moneta è innanzitutto una fattispecie giuridica) e la grande umanità oltre, e sopratutto, la grande fede cristiana (il suo pallino era quello di “cristianizzare” la moneta per farne strumento di bene sociale). Certo devo attestare anche il suo carattere barricadiero (che tuttavia lo rendeva molto simpatico benché spesso irruento).
Detto questo, vorrei aggiungere che il mio articolo è una lettura della storia monetaria che necessita di un presupposto: la convinzione che nella storia dell’umanità agiscono anche “forze” preaternaturali che tentano l’uomo al male nell’apparenza del bene. Attenzione: nessun complottismo dietrologico. Non affermo l’esistenza di congreghe di uomini che in segreto elaborano fantastici piani per il dominio del mondo. Affermo soltanto, con Santa Romana Chiesa, l’esistenza di forze non umane e luciferine la cui seducente attività è possibile rintracciare nella storia dell’uomo. Possiamo, più cristianamente, parlare di “gnosi spuria”, di “mistero di iniquità”. Quel che è importante capire è che questo livello “metafisico” esiste ed agisce (provate a leggere, per esempio, il libro di Giorgio Galli, che pure ne tratta “laicamente”, Hitler ed il nazismo magico. Le origini esoteriche del reich millenario, è potrete palpare con mano l’incidenza di tali esoterismi e gnosticismi nella storia).
Pertanto, sebbene gli studi di tipo “weberiano” (nel senso sociologico-storico della parola) sui rapporti tra religione e economia, come quelli del Todeschini, siano importanti per capire molte cose, invito a fare un passo ulteriore, che non è solo culturale, per leggere in controluce certi eventi storici in un'ottica di teologia della storia. E’ un caso che il Paterson fosse rosacruciano? E’ casuale la libido prometeica che traspare dall’idea di dotarsi di un potere creativo ex nihilo capace di condizionare la vita altrui? Personalmente non credo. Nulla di più fuorviante ritenere il “sacro” ed il “profano” come opposti o del tutto separati (ammesso che esista qualcosa di profano e non di eminentemente creaturale e quindi caratterizzato da quella bontà impressavi dal suo Creatore).
Tutto il mio discorso, in sostanza, è finalizzato a tentare una comprensione, senza pretese né messianiche né di completezza, del “mistero” della storia: per questo mi avvalgo anche di studi storici, giuridici, economici ma come indispensabile strumento per gettare un po’ di luce sul significato ultimo, che capiremo solo nell’aldilà, ed alla fine della storia, degli eventi umani. Saluti a tutti. E grazie ancora per apprezzamenti e critiche».
A titolo personale - avendo deciso di trasformare questo commento di Luigi Copertino in un post - pregherei di non porgli ulteriori domande, e di limitare eventuali osservazioni: questo, più che altro, per non abusare della sua disponibilità.
Un piccolo segno, una bella notizia. Domani, nella Cappella Sistina, il Papa celebrerà
Dal sito ANSA: «Verrà usato infatti l’antico altare della Cappella, quello accostato al muro e sotto il Giudizio Universale michelangiolesco, e non più l’apposito altare portato su una pedana mobile, utilizzato durante tutto il pontificato di Giovanni Paolo II e nei primi due anni di quello Ratzinger. A renderlo noto è stato oggi l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. “Si è ritenuto - spiega una nota - di celebrare all’altare antico per non alterare la bellezza e l’armonia di questo gioiello architettonico, preservando la sua struttura dal punto di vista celebrativo e usando una possibilità contemplata dalla normativa liturgica. Ciò significa che in alcuni momenti il Papa si troverà con le spalle rivolte ai fedeli e lo sguardo alla Croce, orientando così l’atteggiamento e la disposizione di tutta l'assemblea”. Per il resto - precisa l’Ufficio Liturgico - la celebrazione avrà il consueto svolgimento e verrà impiegato il messale ordinario, ovvero quello introdotto da Paolo VI dopo il Concilio Vaticano II. Non sorprende che papa Benedetto XVI abbia voluto ripristinare l’uso dell’antico altare della Sistina, la prima novità liturgica che porta la firma del neo cerimoniere di casa pontificia, mons. Guido Marini» (la notizia integrale, qui).
Da non perdere, come la prima, anche la seconda parte dell’intervento di Luigi Copertino, che abbiamo segnalato ieri.
Dal sito del Corriere della Notte:
Con in testa una kippah, il presidente americano ha ascoltato commosso una poesia scritta da Hanna Senech, paracadutata in Ungheria nel 1944 e fucilata dai nazisti: “Dio mio, dio mio, che questa canzone non finisca mai....”. Con il capo chino e gli occhi pieni di lacrime, Bush ha deposto una corona alla fiamma eterna di Yad Vashem e ha commentato: “Spero che se molti nel mondo verranno in questo luogo, sarà da ammonimento che il male esiste e che se il male viene individuato, bisogna resistergli”.
Frattanto, i nostri “laici” discutono affannosamente sui peli del Papa, e su quanto
Da non perdere la prima parte di uno studio di Luigi Copertino, qui.
Sono molto simpatici, e davvero stimolanti, gli interventi che il fisico Alessandro Giuliani sta scrivendo per il portale “spammone” Bene comune (*). Il primo, del 19 novembre, s’intitola “Limiti e sfide della scienza, oltre il trionfalismo e il dogmatismo”, e comincia così:
«Di questi tempi, sembra che i nodi legati alla scienza, alla tecnica e al loro ruolo nella società siano molto frequentati. Ne parlano politici, filosofi, teologi, spesso anche scienziati-divi-mediatici che a vario titolo intervengono sulle pagine dei giornali o in televisione.
Anche se spesso ne danno una valutazione morale opposta, tutte le persone sopra indicate sembrano essere d’accordo su un assunto fondamentale: la scienza è in un periodo di sviluppo impetuoso che sta provocando un aumento esponenziale delle nostre capacità di controllo sul mondo. Niente di più falso.
La scienza è in un periodo di profonda crisi e ripensamento delle sue stesse basi conoscitive: l’odierno sviluppo tecnologico (che alza una fitta cortina fumogena sulla crisi del pensiero scientifico) rappresenta l’onda lunga di principi scientifici stabiliti più di cinquanta anni fa, e la supposta potentissima biotecnologia è, da un punto di vista di ricadute pratiche, un malinconico fallimento.
Il numero di nuove medicine disponibili sul mercato è rapidamente crollato nel corso degli ultimi tre decenni, Overington e colleghi hanno valutato che il 76% delle nuove medicine sviluppate tra il 1989 ed il 2003 hanno come bersaglio ricettori (molecole proteiche a cui il farmaco si lega per esercitare la sua azione nell’organismo) già noti prima dello sviluppo della moderna biologia molecolare, e soltanto per il 6% possiamo affermare siano stati prodotti su acquisizioni scientifiche sviluppate negli ultimi trenta anni; per quelle mancanti semplicemente non abbiamo la seppur pallida idea di come e perché funzionino. Discorso analogo vale per i continui insuccessi degli OGM in agricoltura, per il totale fallimento della terapia genica o delle cellule staminali.
Ora, queste cose non sono scritte nel blog di qualche comico, ce le diciamo in continuazione nei corridoi dei congressi, tanto che un po’ ci siamo anche stufati; l’articolo prima citato [di Overington] si trova in una delle più prestigiose riviste scientifiche di tutto il mondo (Nature) ed altri ancora se ne trovano anche di molto violentemente espliciti [...].
Purtroppo la scienza costa, e in tutto il mondo sviluppato (con la notevole eccezione del Giappone, che sembra avere una politica molto più lungimirante) si è innestato un meccanismo perverso che funziona più o meno così: Tu scienziato racconti che sei sul punto di fare delle scoperte sensazionali che cureranno un sacco di malattie, la gente ti crede grazie al credito che la scienza ha acquisito, le azioni delle aziende biotech crescono a dismisura col solo annuncio, e in cambio tu hai i denari per la ricerca (che però devi sempre raccontare che ha un fine eminentemente pratico, e perciò deve essere di breve respiro e riconfermare il già noto)» (continua qui).
Il secondo, del 21 dicembre, si intitola invece “Tre risposte per tre affermazioni”, e tratta del sensazionalismo regnante nella divulgazione scientifica, che scaturirebbe secondo Giuliani dal desiderio di «contrabbandare la scienza come la nuova e definitiva religione rivelata». Tra gli effetti del sensazionalismo, il fisico annovera la trasformazione della scienza in un «sapere chiuso e arrogante», e lo snaturamento stesso dell’indagine scientifica, il cui fine principale dovrebbe essere la contemplazione del mondo [Aristotele!] e la ricerca del bene comune. La riflessione prosegue con tre semplici esempi, il primo dei quali è il seguente:
«Era scritto nel suo DNA. Questa frase, che compare nei resoconti degli eventi più diversi e nelle noiosissime litanie sulle scoperte dei geni per l’intelligenza, del cancro, della generosità e via delirando, implica una concezione degli organismi viventi come dotati di una sala di controllo simile a quella dei jet di linea, dove l’accensione o lo spegnimento di un bottone provoca una conseguenza ben determinata e prevedibile sul funzionamento del velivolo.
Niente di più falso. Se si escludono poche decine di malattie genetiche (per altro molto rare), la cui causa è ascrivibile alla presenza o assenza di un certo gene, decenni di ricerca genetica non hanno dimostrato nessun legame stabile (neanche su base statistica) tra la comparsa di caratteri o malattie e la presenza di un certo determinante genetico. Recenti studi su decine di migliaia di gemelli monozigoti (che quindi condividono l’intero patrimonio genetico) hanno definitivamente dimostrato che la diversità fra le cause di morte di due gemelli monozigoti è esattamente la stessa di quella osservata in due fratelli qualsiasi.
Non solo, ma anche la concezione del gene come di un ben specifico segmento del DNA univocamente definibile (e quindi trasferibile da un organismo all’altro o comunque modificabile) è recentemente crollata, a seguito del cosiddetto progetto ENCODE, lo studio dell’intero “tragitto biologico” di un insieme di tratti del DNA dalla loro sequenza di nucleotidi (come appaiono nella molecola del DNA) alle proteine prodotte (le proteine sono le “macchine molecolari” che in qualche modo traducono l’informazione genetica in reazioni chimiche, strutture molecolari, segnali biochimici).
Il fatto poi che il numero di proteine sia di un ordine di grandezza superiore a quello dei geni mina alla base il paradigma genetico deterministico. Piuttosto che ad una pulsantiera di jet, il sistema di controllo della cellula assomiglia di più ad una rete, il cui funzionamento deriva dalle interazioni di migliaia di elementi: lo stesso comportamento può derivare da miriadi di diverse configurazioni possibili» (versione integrale qui).
(*) Io speriamo che non mi spammano pure a me.
Si confronti questo:
Dino Boffo [direttore del quotidiano cattolico Avvenire] ha spiegato che il suo obiettivo non è tradurre in piccolo i grandi quotidiani come il Corriere della Sera o Repubblica, ma concentrarsi su alcuni argomenti e svilupparli in maniera approfondita. In particolare la sezione Esteri è unanimemente considerata molto interessante.
Con questo (o questo, per maggiori dettagli):
I grandi media (posseduti dal big business) hanno fatto cose incredibili per non far sapere al pubblico che esiste un candidato chiamato Ron Paul.
Avvenire, nei giorni scorsi, si è purtroppo adeguato agli standard del silenzio CNN. Salvo correggere il tiro, se così si può dire, ieri. Cinque righe, con tanto di foto a margine (per lo “zero virgola” Richardson!):
Ron Paul: è vero che ha raccolto un discreto 10% nell’Iowa e che punta a bissare questo risultato in un New Hampshire, in cui il 40% degli elettori si dichiara indipendente, ma i suoi “rivoluzionari” progetti di abolire
Non c’è che dire: un’analisi approfondita e interessante.
Aggiornamento:
A proposito di Avvenire e di giornalisti. Segnalo a tutti “Pensare l’apocalisse per pensare meglio” e “Veperata quaestio”: due splendidi articoli, che confermano Blondet come novello Giovenale.
Tra le prime poesie composte da Thomas S. Eliot dopo la conversione (e l’ingresso ufficiale nel movimento anglo-cattolico della Chiesa anglicana, avvenuto nel giugno 1927), figura The Journey of the Magi (“Il viaggio dei Magi”). In questa poesia – composta su commissione, come testo da allegare a un biglietto di auguri per Natale – prende la parola uno degli antichi sapienti che fecero visita a Gesù in fasce, secondo il fortunatissimo episodio narrato dal Vangelo di Matteo (Mt 2,1-12):
…Considerate