«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
Se hai tempo da buttare, leggi le LETTERE DALLA CAMPAGNA
«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Dal sito ZENIT:
«Per la prima volta dal 1929, L’Osservatore Romano verrà stampato anche fuori dai confini vaticani. Lo ha rivelato il suo direttore, Giovanni Maria Vian, in un articolo apparso sulla prima pagina del quotidiano questo mercoledì. “Da sempre, un punto dolente per L’Osservatore Romano - una delle sue difficoltà - è quello della ‘ristrettezza del suo raggio di diffusione’, per riprendere le parole che nel 1961 l’allora Cardinale Giovanni Battista Montini scrisse per il centenario del giornale”, ha scritto Vian. Per favorire una sua maggiore diffusione, spiega, dal 2 marzo fino alla fine dell’anno il quotidiano verrà distribuito ogni domenica con un’altra importante testata del giornalismo cattolico, L’Eco di Bergamo».
Se arriva anche qua, finalmente lo compro.
Questa è la chiesa parrocchiale dedicata al Beato Odorico, nella mia ridente cittadina.
Il sito della Diocesi informa: «Il progetto dell’architetto Mario Botta di Lugano ha interpretato le esigenze liturgiche e pastorali attuali, come il desiderio della città, da poco divenuta capoluogo di provincia, di dotarsi di strutture, anche religiose, di valore artistico e architettonico» (l’ambiguità di quel “come” mi sembra rivelatrice).
Si sa che il progetto venne originalmente rifiutato da una diocesi svizzera: evidentemente, nella Patria del Sommo Architetto, non avevano esigenze liturgiche e pastorali avvedute come le nostre. Nemo propheta in patria, per l’appunto.
Pare che il parroco, a lavori ultimati, abbia lottato non poco per avere inginocchiatoi e stazioni della Via Crucis. Ma «non sono previsti nella chiesa di Botta», fu il diniego della Soprintendenza.
A questo punto, mi piacerebbe avere una copia scritta di tale diniego, per verificare l’eventuale presenza di una “C” maiuscola...
Non sono un gran lettore di narrativa, men che meno di narrativa contemporanea. Vuoi per necessità, vuoi per abitudine, le cose che leggo sono in prevalenza testi classici o saggistica (gli ultimi due, giusto per dare un’idea del grado di alienazione, sono questo e questo). Insomma, di solito arrivo al massimo a Graham Greene, o a Flannery O’Connor, e non passo oltre. È un mio limite? Probabilmente sì, ma registro con cura tutte le eccezioni alla regola: come questo romanzo di Valter Binaghi, che mi accompagna da ieri sera e che trovo formidabile (copertina a parte…). Di cosa parla, lo spiegano molto bene Faber, qui, e Carlo Gambescia, qui.
Ne parlava Carlo Gambescia. Ne riparlano Biz e Kelebek (qui e qui).
Una bella riflessione di Adriano Dell’Asta, su Avvenire di oggi:
«Nell’ultimo numero della rivista “
L’appello, disinteressandosi della sorte personale dell’autore, della sua libertà e della sua stessa vita, era l’invocazione a una lotta senza quartiere contro la menzogna: “che non domini con la mia collaborazione! ...Ecco la nostra via: non sostenere in nessun caso consapevolmente la menzogna”.
Come mostra bene
La storia di Solzenicyn e della sua fortuna letteraria mostrano del resto perfettamente questa centralità dello scontro tra la verità e la menzogna. Quando la rivista Novyj Mir pubblicò Una giornata di Ivan Denisovic, il numero andò subito a ruba, la gente lo cercava con ansia come un oggetto prezioso, quasi non capendo più niente per la paura di non riuscire a trovarlo; come ricordava Sergej Averincev, uno dei più grandi intellettuali russi del XX secolo: “Non dimenticherò mai un uomo un po’ strampalato, che non riusciva a dire il nome del Novyj Mir e chiedeva alla giornalaia: ‘Ma sì, ma sì, quello dove c’è scritta tutta la verità!’. E lei capiva di che cosa stesse parlando il suo interlocutore”. Era un altro mondo che aveva fatto irruzione nell’Unione Sovietica del post-stalinismo.
E di un altro mondo ancora furono le reazioni del mondo letterario ufficiale, che attaccò Solzenicyn prima ancora che lo facesse il potere, con una violenza verbale che autorizzò poi il potere stesso alla campagna che avrebbe portato all’espulsione dell’autore scomodo. Solzenicyn venne bollato come un “nemico di classe”, un “malato psichico pericoloso”, “pieno di veleno e di disprezzo”.
E si potrebbe proseguire ancora a lungo se non si dovesse ricordare che anche in Italia le reazioni di questo tipo furono la maggioranza e caratterizzarono anche scrittori di valore, che non agivano per timore, sudditanza politica, interesse o quant’altro; si pensi a chi definì Solzenicyn “un retore declamatore che non vale niente come scrittore”, uno scrittore anonimo rispetto al quale “un corrispondente di provincia scrive meglio”; ma si pensi anche a una parte consistente del mondo politico, non comunista o in qualche caso anche anticomunista, che guardava con fastidio il dissenso e gli scrittori del dissenso perché potevano disturbare il processo di quella che allora veniva chiamata la distensione.
Fu realmente lo scontro di due mondi, che non erano definiti soltanto da una collocazione geografica o da un’appartenenza politica e neppure dalla legittima diversità di valutazione del valore di un’opera artistica; come accenna
Ci pare venga così alla luce un problema fondamentale del sistema totalitario e della menzogna che ne costituisce il cuore, un problema che è stato già messo in luce nella letteratura russa di questo secolo o anche da alcuni autori in occidente (come Alain Besançon, ad esempio), ma sul quale non si è ancora riflettuto abbastanza: la menzogna che Solzenicyn invitava a combattere non è quella classica, di chi mente sapendo di mentire.
Non abbiamo qui due parole o due interpretazioni per dire una sola realtà; abbiamo una parola che dice due realtà: Solzenicyn dice libertà dell’artista che appartiene esclusivamente all’arte e al suo mistero irriducibile, Solochov parla della libertà del partito al quale appartiene il cuore dell’artista reso schiavo. Ma allora quando abbiamo diverse posizioni, il contrasto non è più tra due interpretazioni, tra due parole; e la realtà che contraddice la mia parola o il mio giudizio non va reinterpretata, discussa o ricompresa, va semplicemente eliminata.
Il terrore qui (o un certo esercizio del potere nelle società democratiche) è il corollario della menzogna: non si mente per nascondere il terrore, ma si terrorizza per mantenere la menzogna. Certo, nelle società democratiche, questo non diventa sistema di potere e resta una mentalità: un nichilismo debole e ben educato, che però un nichilismo scatenato e privo di buone maniere non farà alcuna fatica a spazzar via.
Solzenicyn invitava appunto a contrapporsi a questa menzogna, alla menzogna secondo cui l’interpretazione sarebbe più importante della realtà, tanto più importante della realtà da poter pretendere di sostituirsi ad essa e di non dover più verificare se le corrisponde e se non ha creato invece una nuova realtà che non ha più nulla a che vedere con il bene dell’uomo: si diceva “campi di lavoro correzionale” e, mentre gli uomini vi morivano a milioni, alcuni, invece di limitarsi a sopportarli come uno strumento ingiusto ma “necessario”, li esaltavano come il paradiso in cui veniva creato l’uomo nuovo socialista».
(Adriano Dell’Asta, Avvenire, 22/02/2008, p. 26)
Un’interessante riflessione dello storico e sociologo delle religioni Philip Jenkins, tratta da The Next Christendom. The Coming of Global Christianity (Oxford University Press, New York 2002):
«Ripetutamente, negli anni recenti, la gerarchia cattolica è stata collegata a posizioni che sembrano conservatrici o reazionarie, con disperazione della maggior parte dei commentatori occidentali. Il papa e il Vaticano sono giunti a rappresentare l’oscurantismo, in tema di rapporti fra i sessi, di moralità e di preferenze sessuali, al punto che perfino alcuni cattolici considerano inevitabile uno scisma tra le chiese dell’Occidente liberal e un papato irrimediabilmente reazionario.
L’ordinazione delle donne al sacerdozio è un punto di disaccordo, come pure le questioni relative alla contraccezione e all’omosessualità. Riguardo a tutti questi argomenti, i gruppi di pressione liberal e femministi sono convinti che le loro visioni trionferanno con il tempo, una volta che la “gerontocrazia” che regna in Vaticano apparterrà al secolo passato (…).
Una visione globale, però, suggerisce un’interpretazione alquanto diversa del comportamento cattolico, e di quale parte della Chiesa possa affermare di parlare per il futuro. Le gerarchie sanno che gli aspetti liberali cari agli americani o ai cattolici dell’Europa occidentale sono irrilevanti, o peggio, per le società tradizionali del Sud del mondo. Se l’ordinazione delle donne può sembrare agli occidentali un essenziale tema di giustizia, per gran parte del mondo emergente è un anatema.
La teologia conservatrice delle più giovani chiese cattoliche è suggerita da uno degli esponenti di spicco della realtà ecclesiale africana, il cardinale Francis Arinze (…). È comprensibile che la prospettiva di un papa africano nero ecciti i cristiani di tutte le convinzioni politiche, e non solo i cattolici, ma in termini ideologici, un papato Arinze aprirebbe probabilmente a un’era molto conservatrice. Il cattolicesimo africano è molto più a suo agio con le nozioni di autorità e carisma che con le più nuove idee di consultazione e democrazia.
Anche il tema del confronto interreligioso assume un aspetto alquanto differente, se lo si guarda dal Sud. Nel 2000 il Vaticano ha emesso un documento apparentemente concepito all’unico scopo di irritare i liberal americani ed europei, quando con
Negli Stati Uniti o in Europa queste dichiarazioni sono sembrate profondamente offensive (…). Ma da una prospettiva africana o asiatica,
In questi casi, avvertiva il Vaticano, le relazioni amichevoli sono una cosa, ma il sincretismo è tutt’altra: ed era proprio il sincretismo il tema principale del documento. L’enciclica non era indirizzata ai liberal del Nord che praticano un dilettantistico tipo di religione da bar, ma alle chiese del Sud che crescono in fretta e vogliono disporre di regole pratiche che servano ad assicurare la loro autenticità. Quello che i nordamericani non capirono era che il Vaticano non stava affatto parlando a loro.
Il tono conservatore del cattolicesimo africano e latino-americano suggerisce perché i leader cattolici non siano molto colpiti quando i cattolici di Boston o di Monaco minacciano lo scisma. In base alla visione tradizionale, adattarsi, per avere un ruolo più rilevante, alle necessità delle élite occidentali, sarebbe un atto suicida per le prospettive a lungo termine della Chiesa. Saranno i cosiddetti tradizionalisti, e non i liberal, i protagonisti del gioco politico del nuovo secolo».
(La terza chiesa. Il cristianesimo nel XXI secolo, Fazi, Roma 2004, pp. 279-282)
Alcuni passaggi dall’intervento di Mons. Mauro Piacenza, Segretario della Congregazione per il Clero, sul tema “Maestà e bellezza nel Suo santuario. L’arte a servizio della liturgia” (Vaticano, 1 dicembre 2007), dal sito ZENIT:
Fondamenti teologici.
Per
L’arte non è un elemento estrinseco alla Liturgia e neppure è puramente decorativo; essa è piuttosto parte integrante del culto, come mette in rilievo Benedetto XVI nella sua Esortazione Apostolica Post-Sinodale Sacramentum Caritatis [35]: “Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto
Culto “in spirito e verità”.
Questa verità ha trovato una bella espressione in un sermone del cardinale John Henry Newman: “La gloria del Vangelo non è l’abolizione dei riti, ma la loro diffusione; non la loro assenza, ma la loro presenza vivente ed efficace per la grazia di Cristo” [Parochial and Plain Sermons VI, 19]. Il culto “in spirito e verità”, propugnato da Gesù [Gv 4,23], non è mai stato avvertito dalla Chiesa come una rinuncia alla forma esteriore di adorazione e di lode a Dio; si deve piuttosto intendere il cristianesimo come una religione in cui gli aspetti esteriori sono espressione della purezza del cuore e delle virtù.
Considerazioni sulla Messa.
San Tommaso d’Aquino è molto chiaro nell’osservare che dobbiamo rendere onore a Dio non solo in spirito. Poiché gli uomini sono creature corporee, i sensi sono sempre coinvolti. Poiché la mente umana conosce l’invisibile per mezzo del visibile, ne consegue che “nel culto divino è necessario usare le cose corporee, che la mente dell’uomo viene mossa dai segni a compiere quegli atti spirituali per mezzo dei quali si compie l’unione con Dio” [S.Th. II-II, q.
Non siamo “puri spiriti”, ma siamo fatti di anima e di corpo, ed è per questo motivo che abbiamo bisogno dei segni sensibili per purificare il nostro cuore e nutrire il nostro desiderio di unione con il Dio invisibile. Comunque, S. Tommaso riconosce che il fine della liturgia è l’offerta spirituale compiuta da coloro che partecipano ad essa. Ma l’unione del corpo e dell’anima è tale che l’espressione interna dell’anima, se è genuina, cerca allo stesso tempo una manifestazione corporea esterna. La vita interna è sostenuta dagli atti esterni, atti liturgici (…).
In questo senso, il decreto del Concilio di Trento sul sacrificio della S. Messa, in un passaggio importante del suo primo capitolo, citato poi nel Catechismo della Chiesa Cattolica, dichiara: “[Cristo] Dio e Signore nostro … nell’ultima Cena, la notte in cui fu tradito (1 Cor 11,23), [volle] lasciare alla Chiesa, sua amata Sposa, un sacrificio visibile (come esige l’umana natura), con cui venisse significato quello cruento che avrebbe offerto una volta per tutte sulla croce, prolungandone la memoria fino alla fine del mondo, e (1 Cor 11,23), applicando la sua efficacia salvifica alla remissione dei nostri peccati quotidiani” [Sessione XXII (1562), DS 1740; citato in CCC, 1366].
L’Ultima Cena di Gesù con gli Apostoli non è una semplice cena; è necessario comprendere che si tratta della Cena in cui Cristo offre se stesso anticipando il suo sacrificio del Calvario e istituendo per noi il sacramento del suo corpo e del suo sangue. Per tale motivo occorre prestare attenzione a non banalizzare la celebrazione dell’Eucaristia. In tal senso anche l’arte sacra deve aiutare a far capire che si tratta del sacrificio di Dio fatto uomo, evitando che le cose attorno all’altare siano banali, come anche i canti e la musica.
Necessità del decoro.
Che sia un falso problema contrapporre il valore dello spirito di povertà alla preziosità degli arredi lo mostra, tra gli altri, San Francesco, il “poverello” di Assisi, che sempre raccomandò ai suoi frati il massimo rispetto della parola e del corpo del Signore, da esprimersi anche con l’utilizzo di vasi preziosi. Raccomandava infatti nel suo Testamento (1226): “E questi santissimi misteri sopra ogni cosa voglio che siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi. E dovunque troverò i nomi santissimi e le sue parole scritte in luoghi indecenti, voglio raccoglierle, e prego che siano raccolte e collocate in luogo decoroso”; mentre le sue biografie riportano che “essendo colmo di reverenza per questo venerando sacramento […] volle mandare i frati per il mondo con pissidi preziose, perché riponessero in luogo il più degno possibile il prezzo della redenzione, ovunque lo vedessero conservato con poco decoro” [Fonti Francescane, 131-132; 713].
Immagini sacre.
Il messaggio evangelico non è solo verbale, perché il Verbo si è fatto carne (Gv 1,14). Le Sacre Scritture annunciano che il Cristo è “immagine del Dio invisibile” (Col 1, 15), “irradiazione della… gloria [del Padre] e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3). Gesù stesso afferma “chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9): cioè, nel mistero della persona di Cristo rifulge in forma sensibile l’intera realtà divina, consegnando alla fede cristiana un insostituibile contenuto visivo.
Nell’Incarnazione, l’invisibile vita di Dio si è fatta “visibile” agli uomini, come risposta alle esigenze della natura umana. In una conferenza pronunciata nel 1981, l’allora cardinale Joseph Ratzinger diceva: “Per accostarsi al mistero di Dio l’uomo ha bisogno di vedere, di fermarsi a vedere, e di fare sì che tale vedere divenga un toccare. Egli deve salire la ‘scala’ del corpo, per trovare su di essa la strada alla quale la fede lo invita” [Guardare al Crocifisso, trad. it. Milano 1992, p. 49]. Il Verbo che si è fatto visibile diventò pertanto il volto o l’icona di Dio. L’importanza dell’arte sacra della tradizione liturgica e devozionale dei cristiani va colta proprio in questa prospettiva (…).
Mi sembra che sia ancora attuale quanto dice Pio XII nella Mediator Dei ove raccomanda di evitare “con saggio equilibrio l’eccessivo realismo da una parte e l’esagerato simbolismo dall’altra, tenendo conto delle esigenze della comunità cristiana, piuttosto che del giudizio e del gusto personale degli artisti”(IV,2).
Musica sacra.
Numerosi documenti pontifici e conciliari dell’ultimo secolo hanno richiamato alla celebrazione dei divini uffici solennemente e in canto, alla presenza attiva dei fedeli [Sacrosanctum Concilium, 113].
Si deve però purtroppo osservare che, negli ultimi anni, forse sottovalutando l’apprendimento e il gusto estetico di un’assemblea che, fino a poco tempo prima, conosceva bene e a memoria melodie gregoriane, abitualmente siano invece proposti canti e canzoni, peraltro neppure coinvolgenti l’assemblea, spesso mancanti nella forma e nel contenuto (…).
Andrebbe anche chiarito cosa debba intendersi correttamente per partecipazione attiva: in sintesi, non si tratta semplicemente di prendere parte alla liturgia ma di avere coscienza di appartenere a Cristo, d’essere parte del Corpo ecclesiale di cui Cristo è il Capo.
Nella sua Esortazione Apostolica Post-Sinodale Sacramentum Caritatis, Benedetto XVI afferma: “
Il canto gregoriano assembleare non solo può ma deve essere ripristinato, accanto a quello della schola e dei celebranti, se si vuole il rispetto dell’insegnamento del Vaticano II, il ritorno alla serietà della liturgia, alla santità, alla bontà delle forme e all’universalità che devono caratterizzare ogni musica liturgica degna di questo nome, come insegna San Pio X e ribadiscono sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI.
Credo si potrebbe iniziare dalle acclamazioni, dal Pater noster, dai canti dell’ordinario della S. Messa, specie il Kyrie, il Sanctus, l’Agnus Dei. In molti paesi il popolo conosceva bene il Credo III e l’intero ordinario della messa VIII (de Angelis), e non solo! Come sapeva pure il Pange lingua, il Veni Creator,
Se si abitua il popolo a cantare quel repertorio gregoriano che gli si confà, sarà allenato a imparare anche i canti nuovi nelle lingue vive; quei canti, si intende, degni di stare accanto al repertorio gregoriano, che dovrebbe conservare sempre il primato. La questione è che devono cadere i pregiudizi ideologici!
Uso del latino.
Non voglio chiudere queste riflessioni sugli aspetti liturgici che incidono sull’arte senza far notare una delle numerose brevi opere letterarie che la liturgia stessa contiene. Intendo le orazioni del rito romano, soprattutto quelle antiche della domenica. Il latino liturgico era un fortuito combinarsi di un rinnovamento della lingua, ispirato dalla novità della Rivelazione, e di un tradizionalismo stilistico fermamente radicato nel mondo romano.
Dato che il latino del Canone Romano e delle orazioni della S. Messa era una lingua fortemente stilizzata e rimossa dall’idioma della gente comune, non si tratta semplicemente di un’adozione della lingua “vernacola” nella liturgia. La forza unificatrice del papato era tale che il latino divenne l’unica lingua liturgica dell’Occidente. Questo fu un fattore importante per favorire la sua coesione ecclesiastica, culturale e politica (…).
Quindi non sorprende che
Solo che quanto il Santo Padre chiede dovrebbe subito diventare prassi. La “communio” deve essere effettiva non solo “applauditiva”. Già il Vaticano II chiedeva che tutti i fedeli sapessero rispondere anche in latino. È un “anche” e non un “solo”. Tutto si può fare con equilibrio e senza fanatismi di sorta e senza polemiche. Questo è lo stile ecclesiale. Ma cosa è successo della richiesta del Concilio? In un’epoca contrassegnata da grande mobilità e globalizzazione, una lingua liturgica comune serve come vincolo di unità fra popoli e culture, a parte il fatto che la liturgia latina è un tesoro spirituale unico, che ha alimentato la vita della Chiesa per molti secoli. Infine, è necessario preservare il carattere sacro della lingua liturgica nella traduzione vernacola, come fa notare l’istruzione della Congregazione per il Culto Divino Liturgiam authenticam del 2001.
Conclusioni.
Purtroppo sempre più diffusamente si constata una carenza quanto mai grave, di una vera educazione alla grande tradizione artistica della Chiesa, anzi talvolta della più elementare formazione musicale e il prosperare di banalità, di cattivo gusto, di rozzezza, di superficiali giovanilismi. Anche la formazione permanente del clero ad un’autentica comprensione ed utilizzazione dei beni culturali e artistici in senso ecclesiale è un’esigenza del nostro tempo. Naturalmente ogni cosa bella e buona ha un costo. Sebbene sia molto importante la buona volontà, a volte questa non basta.
Per ottenere buoni risultati, è necessario investire delle risorse, soprattutto nella formazione, nella quale vanno impiegati veri professionisti, anche a tempo pieno. Dobbiamo ricordare che la formazione artistica e musicale del clero non è un lusso, ma fa parte dell’ars celebrandi. Così si serve anche alla santificazione del clero nell’esercizio stesso del sacro ministero.
(La versione integrale si può leggere qui; altri interventi di Mons. Piacenza, nel sito Fides).
Nota.
La riproduzione dei Servizi di ZENIT richiede il permesso dell’editore (che non ho richiesto, in quanto l’articolo proviene da altra fonte). Nel caso vi fossero problemi, mi impegno a rimuovere il presente articolo e a sostituirlo con un link.
La prima scena del film Au hasard Balthazar (1966) di Robert Bresson.
È
Come informa la quarta di copertina, «gli scritti raccolti in questo volume appartengono a diverse fasi storiche dell’elaborazione teoretica e scientifica del grande genio russo. Riproposti nella loro successione cronologica, scandiscono alcune delle tappe fondamentali del suo percorso di ricerca: dalla conclusione degli studi matematici all’Università di Mosca 1904, intrisi ancora dalle inebrianti scoperte e potenzialità delle teorie di Georg F. Cantor, all’ardito e maturo progetto di “antropodicea” incentrato sull’incarnazione della forma, fino agli appunti sulla fisica al servizio della matematica, trascritti poco prima dell’arresto».
Il volume è pubblicato a cura di Natalino Valentini e Alexandre Gorelov.
La cattedrale di Evry, in Francia, progettata dall’architetto Mario Botta. “Avvenire” di domenica (pag. 18) la segnala come «uno degli esempi più riusciti di architettura di nuove chiese».
Apro i giornali (è l’ultima volta, prometto!) e trovo le seguenti dichiarazioni roboanti:
“L’antisemitismo è il veleno della civiltà. Chi stila oggi la lista dei docenti ebrei è erede legittimo di Eichmann” (Fabio Mussi).
“E’ una vergogna. E provoca anche sconcerto e preoccupazione il fatto che una sorta di Ku Klux Klan digitale dei tempi moderni possa stilare liste di proscrizione antiebraica” (Giuseppe Fioroni).
“Un episodio inaccettabile” (Filippo Gentiloni).
“Quel blog va oscurato, ogni tentativo di dare fiato all’antisemitismo deve allarmarci e vederci reagire” (Walter Veltroni).
“Una volta che si saprà chi sono gli estensori del blog, ci deve essere una risposta generale delle istituzioni, va messo un punto fermo” (Riccardo Pacifici).
“Siamo in presenza di un evento inquietante: chi si è reso autore di questa iniziativa delirante ha commesso un reato e va punito” (Anna Foa).
“Agli ideologi dell’indifferentismo l’identità di un uomo e di un popolo dà fastidio. In un tempo ombroso, oltre a vigilare contro odiosi gesti, occorre che tutti coloro che si costituiscono intorno a una identità siano radicali e liberi” (Davide Rondoni).
Radicali e liberi? Liste di proscrizione? Ku Klux Klan digitali?
Diamine, mi dico, ma che sarà successo?
Tenete a mente le dichiarazioni succitate, e date un’occhiata a Kelebek.
Appendice. Sull’argomento, si possono leggere fra i commenti (in particolare qui, qui e qui) alcune considerazioni di Luigi Copertino, che ringrazio per la pazienza e la disponibilità.
Die neue Form der Karfreitags-Fürbitte in der Liturgie des außerordentlichen Ritus von 2008:
Oremus et pro perfidis Christianis. Ut deus et dominus noster illuminet corda eorum, ut agnoscant Verus Israel salvatorem omnium hominum. Oremus. Flectamus genua. Circumcidamus. Levate. Omnipotens sempiterne deus, qui vis ut pauci homines salvi fiant et ad agnitionem veritatis veniant, concede propitius, ut plenitudine gentium in Synagogam Tuam intrante solus Israel salvus fiat. Amen.
Nota.
Al di là dell’ironia, alcuni chiarimenti vengono offerti fra i commenti, qui e qui.
Dal blog “Italians for Ron Paul”:
1) Il problema della libertà di informazione esiste, la vicenda internettiana di Ron Paul è positiva, dieci anni fa sarebbe stato impensabile il risultato di oggi. Però non è bastato. Bisogna proseguire su questa via, accelerare il transito all’informazione su internet di tantissime persone, anche medio-giovani e istruite che ancora non l’hanno fatto.
2) Dato per acquisito che Ron Paul ieri [5 febbraio] ha subito ancora brogli (in alcuni seggi il suo nome non c’era, mentre c’era quello di Giuliani e di Thompson) e che in generale la “democrazia” americana è strettamente pilotata, cos’è di Ron Paul che non ha convinto tanti elettori che pure l’hanno conosciuto? Come dice qualche commento al post precedente e come trovai sulla Cnn già dopo
3) Una dialogo non fazioso e non troppo teorico, dove si discutano i lati pratici positivi e negativi delle vedute liberale-libertaria e sociale-statale può essere utile, anche per noi, anziché parlare di “Berlusconi” e di “comunisti”? Facendo questa domanda tengo presente quel che ho accennato sopra, cioè che il movimento paulista è molto “misto”: se il motore della campagna fosse stato solo il movimento libertario (che peraltro in diverse sue espressioni ha pesantemente attaccato e diffamato Paul), non si arrivava neanche a Natale.
4) La scelta saggia di Ron Paul di restare nei repubblicani conferma che le terze vie, gli indipendenti, nei sistemi bipolari consolidati non fanno strada: se appena c’è un piccolo varco nei gruppi maggiori è utile infilarsi e contaminare fin dove si può. Per questo non credo all’efficacia neanche qui da noi di liste terziste o grilliste, come è stato scritto nei commenti. In ogni caso ci vuol un leader che sia “politico”, come Ron Paul: non è questa la sede per discutere di Grillo, ma lui tecnicamente non è un leader politico. Non vedendo un Ron Paul italiano all’orizzonte, sarebbe utile intanto diffondere a livello culturale - e chi può, a livello politico - lo schema e la sostanza del suo successo che comunque non è piccolo. In Europa, con sistemi politico-elettorali diversi, un’esperienza simile avrebbe sfondato…
(Andrea, qui)
El Capitan de la compagnia
l’è stà ferito e sta per morir.
El manda a dire ai suoi Alpini
perché lo vengano a ritrovar.
El manda a dire ai suoi Alpini
perché lo vengano a ritrovar.
I suoi Alpini ghè manda a dire
che non han scarpe per camminar.
O con le scarpe o senza scarpe
i miei Alpini li voglio qua.
O con le scarpe o senza scarpe
i miei Alpini li voglio qua.
Cosa comanda, Siòr Capitano,
che noi adesso semo arrivà?
E io comando che il mio Corpo
in cinque pezzi sia taglià.
E io comando che il mio Corpo
in cinque pezzi sia taglià.
Il primo pezzo alla mia Patria
il secondo pezzo al Battaglion
il terzo pezzo alla mia Mamma
che si ricordi del suo Figliol.
Il terzo pezzo alla mia Mamma
che si ricordi del suo Figliol.
Il quarto pezzo alla mia Bella
che si ricordi del suo primo Amor.
L’ultimo pezzo alle montagne
che lo fioriscano di rose e fior.
L’ultimo pezzo alle montagne
che lo fioriscano di rose e fior.
(In feriis IV Cinerum)
[Per ascoltare il Testamento del Capitano
pigiare qui oppure qua, dal min. 00:47]
Nell’attesa che l’indice e gli estratti di “Catholica” n. 98 vengano offerti on line, fornisco qualche anticipazione sui contenuti del numero, e in particolare su alcuni contributi della sezione monografica.
L’intervento di apertura, La démocratie contre la république (pp. 12-28) è firmato da Claude Polin. Tesi centrale dell’articolo, molto forte, è che una fede cieca nell’idea di “sovranità popolare” conduca necessariamente all’eclissi del bene comune e alla progressiva privatizzazione della cosa pubblica.
Il giurista spagnolo Miguel Ayuso, segretario della Fondazione Francisco Elías de Tejada, è invece autore di un secondo intervento, L’État, la société civile, le club privé (pp. 29-40): una difesa dell’idea di comunità secondo il pensiero classico e cattolico, e insieme una critica dell’ingannevole slogan “meno Stato, più società”.
L’ampia intervista di Bernard Dumont (direttore della rivista) a Giovanni Turco, ricercatore italiano di filosofia politica, intende offrire alcuni chiarimenti intorno a una nozione che oggi si presta a varie distorsioni: quella di valore, soprattutto se declinata al plurale “valori” (pp. 41-55).
Une ecclésiologie de transition, di Claude Barthe (pp. 56-60), fornisce poi alcune riflessioni sul recente motu proprio del Papa, Summorum Pontificum: l’autore colloca il documento nel quadro di un coerente e positivo ripensamento della riforma liturgica post-conciliare; una “riforma della riforma”, secondo l’autore, sarebbe in realtà un proposito oggi auspicabile, e fedele alle intenzioni stesse del Vaticano II.
Homo sovieticus, homo americanus? è il titolo emblematico di una bella intervista, sempre a cura di Dumont, fatta al saggista croato Tomislav Sunić, a lungo docente di Dottrine politiche negli Stati Uniti (pp. 70-76). Sunić ha recentemente pubblicato un libro audace, Homo Americanus: Child of the Postmodern Age (Booksurge, Charleston 2007, 15.99 $), che al cap. secondo sviluppa una tesi abbozzata fra gli altri dal nostro Augusto Del Noce, per cui i sistemi della cultura sociale statunitense e di quella sovietica andrebbero valutati come sviluppi paralleli di una stessa radice.
Dulcis in fundo, segnaliamo il breve dossier sulle strategie d’azione dei cattolici nella società attuale: Problemes de minorités (pp. 99-113). La prima parte è firmata dal bravo Carlo Gambescia, che i lettori del nostro blog conoscono bene. La seconda ancora da Dumont, che dedica alcune pagine all’analisi della “comunità utopica” di Nomadelfia, fondata sessant’anni or sono dal sacerdote italiano Zeno Saltini. Dumont rilegge quest’esperienza confrontandola con quella – per certi versi analoga – dei kibbutzim in Israele. La sentenza conclusiva è significativa, e invita a una lettura integrale dell’articolo: «On retrouve ainsi la vieille figure du moralisme politique, avec une nuance cléricale très prononcée» (p. 112).
Mi trovo al bar con Paolo e Piergiorgio, amici di lunga data. Tra un bicchiere e l’altro, spunta la solita domanda del c***o: “Oh, Piergiorgio, tu che libro ti porteresti in un’isola deserta?”.
È Paolo, che spera che Piergiorgio gli dica che lui sì, lui si porterebbe l’ultimo Micromega, e giù a ridere come matti. Invece Piergiorgio non è in vena, e risponde tutto serio: “Beh, sono appena usciti i Taccuini di Darwin. Mi porterei quelli, per la loro sconcertante capacità di collegare idee lontane alla pioniera indifferenza verso i confini disciplinari e soprattutto all’irriverente atteggiamento di sfida verso gli oscurantismi di ogni tempo, neh”.
Un brivido percorre la schiena di Paolo (“questo dice sul serio, ma quanto cazzo si prende sul serio, i taccuini di Darwin, mavaccagare io mi porterei Hannah Arendt, sei proprio una testa di minchia”, pensa). Poi si gira verso di me, con aria di sfida: “E tu? Tu che libro ti porteresti sull’isola deserta?”.
Interviene Piergiorgio: “Lui? Ma non lo sai che è cattolico? Si porterebbe
A quel punto, non mi resta che dir loro quel che avevo pensato all’inizio, con un po’ di vergogna: “Ehm, credo un manuale per costruire una barca”.
Giorni fa, il buon Guido da Cocconato ha segnalato un bell’articolo di mons. Athanasius Schneider: qualora vi fosse sfuggito, lo trovate qui. Avvenire, sul medesimo tema, riporta invece alcune dichiarazioni di mons. Albert Malcolm Ranjith Patabendige (ricordate? “Salus ex Tamilibus”):
L’arcivescovo A.M. Ranjith, segretario della Congregazione per il culto divino, ritiene sia arrivato il momento di “valutare bene”, “rivedere” e “se necessario abbandonare” la prassi di ricevere l’ostia consacrata sulla mano e non sulla lingua. Lo afferma nella prefazione al libro dedicato all’Eucaristia da monsignor Athanasius Schneider e pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. Secondo Ranjith tale prassi è stata “introdotta abusivamente e in fretta in alcuni ambienti della Chiesa subito dopo il Concilio” divenendo poi “regolare in tutta
(fonte: il timido Avvenire, 1/02/2008, p. 21)
Nel quadro più generale di una “archeologia delle certezze moderne”, non sfigurerebbe un capitolo marginale, dedicato all’analisi critica dei numerosissimi “miti” dell’esegesi storica, e in particolare della divulgazione “scientifica” sul cristianesimo: non per condannare queste ultime – come spesso, frettolosamente, si fa – quanto piuttosto per relativizzare tutte quelle ipotesi storiografiche che, in ossequio alla celeberrima legge di C.S. Lewis (*), vengono spacciate dai mezzi di informazione come verità acquisite e indiscutibili, o assurte a luogo comune a tal punto da ingenerare fraintendimenti e distorsioni di ogni genere (alcuni esempi: la discontinuità fra Gesù e Paolo, la precoce ellenizzazione del cristianesimo, la svolta costantiniana, la data del Natale desunta da festività mitraiche, i vari “oscurantismi” medievali, la natura repressiva della cosiddetta Controriforma, etc. etc. etc.).
D’altronde, non risulta sempre così facile rintracciare l’origine di certe superstizioni cólte, proprio per la loro diffusione capillare. Un tentativo ben riuscito, in questa direzione, si trova in un libro che mi è capitato fra le mani di recente: Inventing the Flat Earth. Columbus and Modern Historians, di Jeffrey B. Russell (New York, 1991).
L’autore cerca di ricostruire la storia del pregiudizio per cui la gente, prima del viaggio di Cristoforo Colombo, avrebbe vissuto nella convinzione che
Qualunque storico serio, già allora, avrebbe tuttavia potuto obiettare, senza particolari difficoltà, che la sfericità della Terra venne data per scontata sin dall’epoca antica, e per tutto il Medioevo:
From the fourth century before Christ almost all the Greek pilosophers maintained the sphericity of the earth; the Romans adopted the Greek spherical views; and the Christians fathers and early medieval writers, with few exceptions, agreed. During the Middle Ages, Christian theology showed little if any tendency to dispute sphericity (op. cit., p. 69).
I cristiani, in questo come in altri casi, si limitarono a proseguire e far proprie le discussioni scientifiche del mondo greco e latino. In epoca tardo-antica, peraltro, si possono segnalare soltanto cinque autori che abbiano messo in discussione la sfericità della Terra: Lattanzio († 345), Teodoro di Mopsuestia († 430), Diodoro di Tarso († 394), Severiano di Gabala († 380 ca.) e Cosma Indicopleuste († 540 ca.). Dei primi tre, precisa Russell, non si ha nemmeno una certezza assoluta (la negazione di Lattanzio, ad es., si ricava da un passo in cui contesta l’esistenza degli “antipodi”); inoltre, dettaglio di non poco conto, soltanto gli ultimi due si appoggiarono a un’interpretazione letteralista di passi scritturistici.
(*) La legge di C.S. Lewis: «Che sciocco sei! Sono i lettori colti quelli che si possono imbrogliare. La vera difficoltà sono gli altri. Quando mai hai conosciuto un operaio che crede a ciò che dicono i giornali? Parte dal presupposto che fan solo propaganda e quindi salta a piè pari agli articoli di fondo. Compra i giornali per i risultati delle partite di calcio e per i trafiletti sulle ragazze che cadono dalla finestra o sui cadaveri che vengono rinvenuti in qualche appartamento… È lui il nostro problema: dobbiamo cambiargli la testa. Ma le persone istruite, quando leggono le riviste intellettuali, non hanno bisogno che gli si cambi la testa. Credono già a tutto» (tratta dal romanzo Quell’orribile forza, 1949, trad. it. Milano 1999, pp. 131-132).