bollettino di cultura e di cose cristiane

CELEBRI SENTENZE

«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)

Se hai tempo da buttare, leggi le LETTERE DALLA CAMPAGNA

«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)

«Some of my puns are trivial and some are quadrivial»
(Marshall McLuhan)

TROVAROBE

COLLEGAMENTI

A.E.L.A.C.
A.M.D.G.
Andrea Tornielli (blog)
ANRW
ANTICHITA' CLASSICA
Apocalitticamente (blog)
ARTISAN DE PAIX (blog)
Avvenire
Azione parallela (blog)
B'Tselem
Bene Comune
BERLICCHE (blog)
BIZ (blog)
Bordopagina (blog)
BOTTONE (blog)
CARLO GAMBESCIA (blog)
CARLO MELINA (blog)
Carmelo di Parma
CATHOLICA
Centro Del Noce
CHRISTIANISMUS
Context Group
Crossroads (blog)
Davide Galati (blog)
DE LIBERO ARBITRIO (blog)
DEL VISIBILE (blog)
Diogneto (blog)
DISF
Distributism
Documenta catholica
Donkamel (blog)
Duque de Gandìa (blog)
Early Christian Writings
EFFEDIEFFE
Ekpyrosis (blog)
El Boaro (blog)
Ennio Innocenti
Enochirios (blog)
Ephesians 5,11
ESC (blog)
ET-ET
Faber's Place (blog)
Far finta di essere sani (blog)
Franco Cardini
Frans Van der Groov (blog)
Frinarelli (blog)
GHINETTO (blog)
Giornale A.I.F.R.
Giovanni da Rho (blog)
Giovanni Grandi
Giulio Mozzi (blog)
Granelli di senapa (blog)
Hugoye
HYPOTYPOSEIS (blog)
Identità Europea
IL COVILE
Il Foglio
INIMICA VIS
Innis & McLuhan
Instaurare
Introibo ad altare Dei (blog)
Iperhomo (blog)
ITALIANS FOR RON PAUL
Juventutem
KELEBEK (blog)
L'APOTA (blog)
LABRE (blog)
Lanterne rosse (blog)
Libertà e Persona
Luigi Accattoli (blog)
Luigi Bobba
Magis amica (blog)
Medieval Science Page
New Testament Gateway
NT Transcripts
PESCE VIVO (blog)
Ppdumb (blog)
Ri-Scritture (blog)
Riccardo De Benedetti (blog)
Roba che leggo
Sandro Magister (blog)
SANTA SEDE
Santi e beati
Scricciolo
Segnalibri (blog)
Sivan (blog)
Tadeusz Kantor
Tertullian Project
Text Excavation
THOUGHTS ON ANTIQUITY (blog)
Tontos (blog)
TRA CIELO E TERRA (blog)
Triumph of St. Thomas
VALTER BINAGHI (blog)
Vocabula computatralia
WXRE (blog)
Zenit

CORRISPONDENZA

piccolozaccheo @ libero.it

BUSSOLOTTO

RSS 2.0

RSS 2.0

RSS 2.0

RSS 2.0

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog


Computatore

visitato *loading* volte

Creative Commons License

lunedì, 31 marzo 2008
il messia perduto

Una recensione di Andrea Galli al libro di John Freely, Il messia perduto. La storia di Sabbatai Sevi e il misticismo della Qabbalah (Il Saggiatore, pp. 288, euro 22):

«
Scriveva qualche anno fa Jerry Rabow nel suo studio sui “50 messia ebraici” (50 Jewish Messiahs, Gefen Publishing House, Gerusa­lemme-New York): “È facile assegnare il titolo di ‘più grande’ nelle diverse categorie: la figura sto­rica più importante, il carattere più complesso, quello con il movimento più vasto, con il segui­to più duraturo, quello più dannoso per il popo­lo ebraico. Tutti questi titoli vanno allo stesso messia, Sabbatai Sevi”.

Nato a Smirne nel 1626 da una famiglia sefardi­ta dedita al commercio – il padre Mordekhai era al servizio della Compagnia britannica delle In­die orientali – allievo di Yosef Eskapa, rabbino ca­po della città, Sabbatai a diciotto anni gode già della nomea di valente cabalista, sia teorico che pratico. Nel 1648 però si autoproclama messia e, dopo un crescendo di provocazioni blasfeme, viene bandito dalla propria comunità.

Dà inizio così a un’avventura “mistico messianica” che lo porta nella sua predicazione a Costantinopoli, a Salonicco, indi al Cairo, dove prende in sposa la misteriosa Sarah, proveniente dalla comunità e­braica di Livorno e con la fama di “donna di for­nicazioni” (ricorda Gershom Scholem che “la sua reputazione di prostituta la precedette in Orien­te” e che “Sabbatai la sposò precisamente per quella ragione, per imitare il profeta Osea”).

Giun­to in Palestina, Sabbatai incontra un astro na­scente del cabalismo luriano, Natan di Gaza, che diviene suo braccio destro e profeta. È Natan, nel 1665, ad annunciare che l’anno seguente sareb­be stato l’inizio dell’era messianica e che Sabba­tai avrebbe radunato le dieci tribù perdute d’I­sraele in terra santa. Denunciato alle autorità ottomane da numero­si rabbini, Sabbatai viene convocato alla corte del sultano Mehmed IV. Imprigionato e posto di fronte alla scelta se convertirsi all’islam o accet­tare il martirio, si converte prendendo il nome di Aziz Mehmed Effendi. Un’apostasia che ha l’ef­fetto di un terremoto nel mondo della diaspora, in cui la fede nel liberatore Sabbatai aveva rag­giunto dimensioni imponenti.

Da Amsterdam a Bordeaux, da Venezia a Safed, da Amburgo ad A­leppo, gran parte dei seguaci rifiuta l’atto ignominioso e riconosce con sofferenza nella “mes­sianicità” di Sabbatai una tenebrosa mistifica­zione. Un’altra parte, invece, accetta la spiega­zione teologica fornita da Sabbatai stesso: il mes­sia, nel suo “abrogare la Legge”, avrebbe dovuto raggiungere l’abisso della perdizione, compresa l’apostasia. Teologia perfezionata da discepoli come Berekyah Russo, secondo il quale la nuo­va Torah messianica, la Torah de Azilot, comportava la trasformazione delle 36 keritot (proi­bizioni) della Torah in norme positive.

La storia di Sabbatai e delle conseguenze della sua predicazione antinomista, in buona parte ri­mossa dalla storiografia ufficiale, è fluita da allo­ra come un fiume carsico nella cultura ebraica ed europea. A riportarla pienamente alla luce è sta­to, com’è noto, Gershom Scholem, soprattutto col monumentale Sabbatai Zevi, il Messia mistico del 1973, riaccendendo un interesse per quel­le complesse e tortuosissime vicende che non si è più spento.

Così, se in Turchia è da poco usci­to in libreria Sabatay Sevi ve Sabataycilar. Mitler ve Gerçekler (“Sabbatai e i sabbatiani. Miti e ve­rità”, Asina Kitaplari edizioni, Ankara) dello sto­rico e specialista della materia Cengiz Sisman, Il Saggiatore propone la traduzione italiana di The Lost Messiah, biografia scritta nel 2001 dall’ame­ricano John Freely, eclettico docente di storia del­la fisica a Istanbul, con la passione per la storia dell’impero ottomano.

Uno studio, questo, in cui Freely condensa i ri­sultati di una ricerca pluridecennale su Sabba­tai, ricostruendo con acribia numerosi passaggi poco noti o nebulosi della sua parabola: dal viag­gio in incognito a Roma, per conto del “Messia”, di Natan di Gaza, il quale portò a termine la sua esoterica missione “gettando nel fiume [ Tevere] un rotolo con su scritto: ancora un anno e Roma sarà distrutta”; ai rapporti iniziatici fra il movi­mento sabbatiano e la confraternita dei sufi Bek­tashi; al ruolo giocato nella nascita della Repub­blica turca, tramite l’organizzazione dei Giovani Turchi, da parte dei cosiddetti Dönmeh, discen­denti di quei sabbatiani che, come il loro mae­stro, scelsero di abbracciare un essoterismo isla­mico mantenendo nel segreto i propri culti (Da­vid Bey, uno dei tre Dönmeh che ricoprirono nel 1909 la carica di ministro nel primo governo dei Giovani Turchi, era un discendente diretto di Be­rekyah Russo); ecc. Fino all’identificazione del­la sepoltura perduta di Sabbatai, che Freely ri­tiene di aver scoperto a Berati, in Albania. Men­tre tutti pensavano si trovasse in Montenegro
».

(Andrea Galli, “Avvenire”, 29/03/2008, p. 27)

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (18)
scaffale aperto

domenica, 30 marzo 2008
il buon tomista

Raro concedit, numquam negat, semper distinguit.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (3)
diario scritto di giorno

vivere senza menzogna (2)

Ne parla oggi Blondet.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (7)
diario scritto di giorno

venerdì, 28 marzo 2008
scienza e coscienza

Ci scrive l’amico lettore Edmund Campion (altrimenti noto come CarloS):

Vorrei segnalare questa notizia, passata nel silenzio pressoché assoluto dei grandi media:

Parigi: 7 medici a processo,

provocarono rara malattia che fece morire 111 bambini.

Cosa sarebbe accaduto se in Francia, non 111, ma un solo bambino fosse morto a causa della medesima malattia, per cause naturali? Non avremmo assistito a una lunga serie di “speciali” dei telegiornali, a decine di puntate di “Matrix”, “Porta a Porta” e simili? Non si sarebbe messo in allarme il Paese intero? Che sarebbe accaduto se ci fosse stato anche il solo sospetto di abusi sessuali su 111 bambini da parte di alcuni preti o maestre? Quanto se ne sarebbe parlato? E per quanto tempo? E che dire della difesa dei medici: “Siamo innocenti perché allora non avevamo le conoscenze scientifiche necessarie”?

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (6)
diario scritto di giorno

giovedì, 27 marzo 2008
Vito e la montagna

«Supponiamo che quella di Mancuso sia una teologia “contra Gentiles”, cioè rivolta a chi non crede, per far comprendere il cristianesimo in un linguaggio laico, scientificamente smaliziato. Se tu sali con me sulla montagna (e la montagna è la conoscenza di Dio) e sei azzoppato, un conto è che io ti porti e ti sostenga, un conto è che mi metta a condividere la tua renitenza. In questo modo la montagna la perdiamo entrambi: dopo due libri letti con molta attenzione (il primo mi aveva addirittura entusiasmato), sono costretto a dire che Mancuso diluisce il vino del cristianesimo nell’acqua di un sentimentalismo religioso che è facilmente condivisibile perchè spiritualmente regressivo. Dice di voler rinnovare la teologia mai più aggiornata dopo la stagione della scolastica, e invece ripiega sugli scarti che la teologia cattolica ha anticamente lasciato dietro di sé, perché incapaci di interpretare la pienezza della rivelazione».

(Valter Binaghi, commentando qui)

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (7)
plausi e botte

lupi, agnelli e Tornielli

Concordo pienamente con queste considerazioni di Andrea Tornielli.


Postilla: Vita e miracoli di Magdi Cristiano, santo subito


«Magdi Cristiano Allam, che ha ricevuto Battesimo, Cresima e Eucaristia nella Basilica di San Pietro, è stato sposato una prima volta e ha avuto due figli (Sofia di 28 anni e Alessandro di 24), ha poi contratto nuovamente matrimonio con rito civile lo scorso 22 aprile con la cattolica, non praticante, Valentina Colombo (docente di Lingua e Letteratura araba e di Islamistica), dalla quale ha avuto un figlio, al quale è stato dato il nome di Davide e che è stato battezzato un mese fa da monsignor Luigi Negri (cfr. Intervista concessa a Libero del 25 marzo 2008). Nell’intervista concessa a Libero alla domanda: “Con sua moglie, Valentina Colombo, vi siete sposati con rito civile lo scorso 22 aprile (giorno del suo compleanno). Avete in progetto di sposarvi in chiesa?”, Magdi Cristiano risponde: “Assolutamente sì e mi auguro che questo possa accadere il prossimo 22 aprile”. Continua l’intervistatore: “Dove verranno celebrate le nozze?”. Risposta: “Non lo abbiamo ancora deciso”» (tratto da qui).

L’uscita del prossimo libro, Io e l’islam, è invece prevista per il 21 aprile, nelle migliori librerie. A quando
il battesimo la vestizione di Carla Bruni?

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (20)
plausi e botte

mercoledì, 26 marzo 2008
in margine a lupi ed agnelli

L’ex agente Betulla inanella alcune perle di sapienza sulla vicenda Magdi Allam, insegnando a tutti noi, bravi cattolici, com’è che dobbiamo pensarla. Non facciamoci ingannare dai sinistri ecumenisti! Facciamoci ingannare, piuttosto, dai muscolosi cristianisti! Ei scrive:

«Innescati da cattolici molto zelanti per il dialogo e per l’intimità delle conversioni (Claudio Magris, Franco Monaco), ecco gli imam, gli ulema, gli ayatollah e i giureconsulti vari scatenarsi contro il Papa. Sono i 138 leader islamici che spedirono una lettera di intenti asseritamente amichevoli a Benedetto XVI, cui lo sventurato rispose con accenti di massima disponibilità. Ora si rimangiano tutto, poiché il Papa ha osato spargere un po’ d’acqua in nome di Padre, Figlio e Spirito Santo su una testa che loro vorrebbero più volentieri vedere mozzata».

Si badi: dei 138 imam, ulema, ayatollah (chi conosce fra i lettori di “Libero” il significato di ciascuno di questi termini?) il giornalista ne cita uno soltanto, coi passaggi letti in un lancio dell
’Ansa. Un vero e proprio scatenamento, tutto nella fantasia dello scrivente. Bella poi l’allusione alla testa mozzata, molto liberty. Ma prosegue il Nostro:

«Tutto previsto [Che qualcuno esprimesse commenti su una faccenda spiattellata da ogni telegiornale, sotto Pasqua?]. L’abbiamo scritto subito [scommettiamo che l’aveva pure scritto prima?]. È chiaro anche come l’avvertimento di Bin Laden [who’s that guy?] al Papa cui attribuiva con voluto errore le vignette danesi su Maometto, avesse una funzione di deterrenza contro il battesimo di Magdi Allam [diamine, questo sì che è complottismo! Chi l’aveva avvertito Bin Laden? Mons. Fisichella o l’agente Betulla?]. Lasciamo però perdere gli islamici che minacciando fanno il loro mestiere [giusto, torniamo al mestiere di giornalista]. Colpisce di più la lezioncina che alcuni intellettuali cattolici infliggono al Papa [Habemus Papam: Eminentissimum ac Reverendissimum Magdi Cardinalem Allam, qui sibi nomen imposuit Christianum]. Sono considerazioni legittime, certo. In questo clima di paura [bisogna ripeterlo di continuo: altrimenti non si forma. Abbiate paura!] sono passate per la testa anche a molti semplici fedeli [mica solo agli intellettualoni]. Mai però che i capataz del pensiero cerchino di immedesimarsi con le ragioni di Ratzinger, il quale non è infallibile su questioni come queste, ma un po’ di credito dovrebbe meritarlo [certo: ma solo col permesso del Betulla, altrimenti: NIET]».

Insomma, riepiloghiamo la questione. Abbiamo un giornalista egiziano, tale Magdi Allam, il quale si spaccia per musulmano pur essendo cresciuto in ambienti cristiani (lo scrive lui stesso, mica me lo invento), ottiene un permesso di soggiorno illegale per l’Italia grazie al Sommo Giornalista Eugenio Scalfari, diventa vice-direttore del
Korriere della sera scrivendo corbellerie su cellule terroristiche islamiche presenti nel nostro Paese (decine di scoop puntualmente smentiti o caduti nel dimenticatoio: uno dei terroristi è questo), vive sotto scorta per minacce delle quali ha sentito dire solo da fantomatici servizi segreti (ambienti che pare conoscere molto bene), imputa all’islam tutti i mali del mondo, pubblica libri che difendono la democrazia più sanguinaria del Medio Oriente tacendo su qualunque regime, islamico o meno, che sia alleato con gli amici del Libero Occidente, e alla fine si converte in pompa magna, lui non (più?) musulmano, al cattolicesimo, previo esame compiuto da un monsignore amico dell’Oriana dal cognomine indicativo.

E in tutto ciò, l’unica reazione che dovremmo permetterci di avere, noi cattolici brave bestie e idioti utilissimi, sarebbe quella di render lode al buon Dio per il nostro nuovo fratello. E sia, dunque: io rendo lode al buon Dio per questo nuovo fratello. Sinceramente. Non ho doppiezze, in camera caritatis. E lo prego, il buon Dio, acciocché preservi i cuori ma soprattutto le menti di ciascuno di noi, poveri agnelli travestiti da lupi, dall’essere plasmati da pubblici imbonitori e formatori di coscienze, siano essi tristi laici o strambi cattolici. Prego anche perché il Papa non ceda ai tanti lupi travestiti da agnelli, e perché tutti gli agnelli, alla fine, si rivelino soltanto agnelli.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (31)
imposture intellettuali

martedì, 25 marzo 2008
viva Ismaele!

Sussulto nei cieli (ba-shammaim) e stupore sulla terra (ba-Eretz).

Magdi Allam si è convertito!

È rinato col nome di “Cristiano”. Praticamente, considerati i suoi trascorsi giovanili presso i salesiani del Cairo, è un cristiano rinato.

Adesso, quantomeno, potremo correggerlo fraternamente (quando diffonde e-mail private, quando falsifica le notizie, etc.), senza il rischio d’incappare in una fatwa del Korriere.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (34)
umorismo vaticano

lunedì, 24 marzo 2008
surrexit Christus spes mea



Victimae paschali laudes immolent Christiani.

Agnus redemit oves: Christus innocens Patri reconciliavit peccatores.

Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus.

Dic nobis Maria, quid vidisti in via?

Sepulcrum Christi viventis, et gloriam vidi resurgentis,

Angelicos testes, sudarium, et vestes.

Surrexit Christus spes mea: praecedet suos in Galilaeam.

Scimus Christum surrexisse a mortuis vere: Tu nobis, victor Rex, miserere.

Amen. Alleluia.

Alla Vittima pasquale i cristiani innalzino la lode.

L’Agnello ha redento le pecore: Cristo innocente ha riconciliato i peccatori col Padre.

La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello.

Il Signore della vita, morto, regna sui vivi.

Raccontaci, o Maria, che vedesti sulla via?

Vidi il sepolcro di Cristo vivente, e la gloria di lui risorgente;

i testimoni angelici, il sepolcro e le bende.

Cristo è risorto, speranza mia, e precede i suoi discepoli in Galilea.

Sappiamo che Cristo è veramente risorto da morte.

Tu, o Re vittorioso, abbi pietà di noi.

Amen. Alleluia.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (6)
forma e sostanza

giovedì, 20 marzo 2008
il triduo pasquale

Dalle parole di Benedetto XVI all’Udienza del mercoledì di ieri:

«Cari fratelli e sorelle,

siamo giunti alla vigilia del Triduo Pasquale. I prossimi tre giorni vengono comunemente chiamati “santi” perché ci fanno rivivere l’evento centrale della nostra Redenzione; ci riconducono infatti al nucleo essenziale della fede cristiana: la passione, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. Sono giorni che potremmo considerare come un unico giorno: essi costituiscono il cuore ed il fulcro dell’intero anno liturgico come pure della vita della Chiesa. Al termine dell’itinerario quaresimale, ci apprestiamo anche noi ad entrare nel clima stesso che Gesù visse allora a Gerusalemme. Vogliamo ridestare in noi la viva memoria delle sofferenze che il Signore ha patito per noi e prepararci a celebrare con gioia, domenica prossima, “la vera Pasqua, che il Sangue di Cristo ha coperto di gloria, la Pasqua in cui la Chiesa celebra la Festa che è l’origine di tutte le feste”, come dice il Prefazio per il giorno di Pasqua nel rito ambrosiano.

Domani, Giovedì Santo, la Chiesa fa memoria dell’Ultima Cena durante la quale il Signore, la vigilia della sua passione e morte, ha istituito il Sacramento dell’Eucaristia e quello del Sacerdozio ministeriale. In quella stessa notte Gesù ci ha lasciato il comandamento nuovo, “mandatum novum”, il comandamento dell’amore fraterno. Prima di entrare nel Triduo Santo, ma già in stretto collegamento con esso, avrà luogo in ogni Comunità diocesana, domani mattina, la Messa Crismale, durante la quale il Vescovo e i sacerdoti del presbiterio diocesano rinnovano le promesse dell’Ordinazione. Vengono anche benedetti gli olii per la celebrazione dei Sacramenti: l’olio dei catecumeni, l’olio dei malati e il sacro crisma. E’ un momento quanto mai importante per la vita di ogni comunità diocesana che, raccolta attorno al suo Pastore, rinsalda la propria unità e la propria fedeltà a Cristo, unico Sommo ed Eterno Sacerdote. Alla sera, nella Messa in Cena Domini si fa memoria dell’Ultima Cena quando Cristo si è dato a tutti noi come nutrimento di salvezza, come farmaco di immortalità: è il mistero dell’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana. In questo Sacramento di salvezza il Signore ha offerto e realizzato per tutti coloro che credono in Lui la più intima unione possibile tra la nostra e la sua vita. Col gesto umile e quanto mai espressivo della lavanda dei piedi, siamo invitati a ricordare quanto il Signore fece ai suoi Apostoli: lavando i loro piedi proclamò in maniera concreta il primato dell’amore, amore che si fa servizio fino al dono di se stessi, anticipando anche così il sacrificio supremo della sua vita che si consumerà il giorno dopo sul Calvario. Secondo una bella tradizione, i fedeli chiudono il Giovedì Santo con una veglia di preghiera e di adorazione eucaristica per rivivere più intimamente l’agonia di Gesù al Getsemani.

Il Venerdì Santo è la giornata che fa memoria della passione, crocifissione e morte di Gesù. In questo giorno la liturgia della Chiesa non prevede la celebrazione della Santa Messa, ma l’assemblea cristiana si raccoglie per meditare sul grande mistero del male e del peccato che opprimono l’umanità, per ripercorrere, alla luce della Parola di Dio e aiutata da commoventi gesti liturgici, le sofferenze del Signore che espiano questo male. Dopo aver ascoltato il racconto della passione di Cristo, la comunità prega per tutte le necessità della Chiesa e del mondo, adora la Croce e si accosta all’Eucaristia, consumando le specie conservate dalla Messa in Cena Domini del giorno precedente. Come ulteriore invito a meditare sulla passione e morte del Redentore e per esprimere l’amore e la partecipazione dei fedeli alle sofferenze di Cristo, la tradizione cristiana ha dato vita a varie manifestazioni di pietà popolare, processioni e sacre rappresentazioni, che mirano ad imprimere sempre più profondamente nell’animo dei fedeli sentimenti di vera partecipazione al sacrificio redentivo di Cristo. Fra queste spicca la Via Crucis, pio esercizio che nel corso degli anni si è arricchito di molteplici espressioni spirituali ed artistiche legate alla sensibilità delle diverse culture. Sono così sorti in molti Paesi santuari con il nome di “Calvaria”, ai quali si giunge attraverso un’erta salita che richiama il cammino doloroso della Passione, consentendo ai fedeli di partecipare all’ascesa del Signore verso il Monte della Croce, il Monte dell’Amore spinto fino alla fine.

Il Sabato Santo è segnato da un profondo silenzio. Le Chiese sono spoglie e non sono previste particolari liturgie. Mentre attendono il grande evento della Risurrezione, i credenti perseverano con Maria nell’attesa pregando e meditando. C’è bisogno in effetti di un giorno di silenzio, per meditare sulla realtà della vita umana, sulle forze del male e sulla grande forza del bene scaturita dalla Passione e dalla Risurrezione del Signore. Grande importanza viene data in questo giorno alla partecipazione al Sacramento della riconciliazione, indispensabile via per purificare il cuore e predisporsi a celebrare intimamente rinnovati la Pasqua. Almeno una volta all’anno abbiamo bisogno di questa purificazione interiore di questo rinnovamento di noi stessi. Questo Sabato di silenzio, di meditazione, di perdono, di riconciliazione sfocia nella Veglia Pasquale, che introduce la domenica più importante della storia, la domenica della Pasqua di Cristo. Veglia la Chiesa accanto al nuovo fuoco benedetto e medita la grande promessa, contenuta nell’Antico e nel Nuovo Testamento, della liberazione definitiva dall’antica schiavitù del peccato e della morte. Nel buio della notte viene acceso dal fuoco nuovo il cero pasquale, simbolo di Cristo che risorge glorioso. Cristo luce dell’umanità disperde le tenebre del cuore e dello spirito ed illumina ogni uomo che viene nel mondo. Accanto al cero pasquale risuona nella Chiesa il grande annuncio pasquale: Cristo è veramente risorto, la morte non ha più alcun potere su di Lui. Con la sua morte Egli ha sconfitto il male per sempre ed ha fatto dono a tutti gli uomini della vita stessa di Dio. Per antica tradizione, durante la Veglia Pasquale, i catecumeni ricevono il Battesimo, per sottolineare la partecipazione dei cristiani al mistero della morte e della risurrezione di Cristo. Dalla splendente notte di Pasqua, la gioia, la luce e la pace di Cristo si espandono nella vita dei fedeli di ogni comunità cristiana e raggiungono ogni punto dello spazio e del tempo.

Cari fratelli e sorelle, in questi giorni singolari orientiamo decisamente la vita verso un’adesione generosa e convinta ai disegni del Padre celeste; rinnoviamo il nostro “sì” alla volontà divina come ha fatto Gesù con il sacrificio della croce. I suggestivi riti del Giovedì Santo, del Venerdì Santo, il silenzio ricco di preghiera del Sabato Santo e la solenne Veglia Pasquale ci offrono l’opportunità di approfondire il senso e il valore della nostra vocazione cristiana, che scaturisce dal Mistero Pasquale e di concretizzarla nella fedele sequela di Cristo in ogni circostanza, come ha fatto Lui, sino al dono generoso della nostra esistenza.

Far memoria dei misteri di Cristo significa anche vivere in profonda e solidale adesione all’oggi della storia, convinti che quanto celebriamo è realtà viva ed attuale. Portiamo dunque nella nostra preghiera la drammaticità di fatti e situazioni che in questi giorni affliggono tanti nostri fratelli in ogni parte del mondo. Noi sappiamo che l’odio, le divisioni, le violenze non hanno mai l’ultima parola negli eventi della storia. Questi giorni rianimano in noi la grande speranza: Cristo crocifisso è risorto e ha vinto il mondo. L’amore è più forte dell’odio, ha vinto e dobbiamo associarci a questa vittoria dell’amore. Dobbiamo quindi ripartire da Cristo e lavorare in comunione con Lui per un mondo fondato sulla pace, sulla giustizia e sull’amore. In quest’impegno, che tutti ci coinvolge, lasciamoci guidare da Maria, che ha accompagnato il Figlio divino sulla via della passione e della croce e ha partecipato, con la forza della fede, all’attuarsi del suo disegno salvifico. Con questi sentimenti, formulo fin d’ora i più cordiali auguri di lieta e santa Pasqua a tutti voi, ai vostri cari e alle vostre Comunità».

(Copyright: Libreria Editrice Vaticana)

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (15)
diario scritto di giorno

martedì, 18 marzo 2008
ad Sinarum gentem

In questi giorni, come avrete notato, non ho molto tempo per scrivere. Quindi non posso nemmeno dedicarmi all’attività preferita di un blogger, ch’è quella d’intervenire (solitamente a sproposito, o in maniera emotiva) su qualunque faccenda all’ordre du jour. Peccato, perché avrei dichiarato, con stupore e raccapriccio di molti, i motivi per cui non me la sento di esprimere la mia solidarietà a quell’infedele del Dalai Lama, per ragioni molto simili a quelle addotte in questo post.

Ad ogni modo, auguro a tutti voi lettori, di cuore, una lieta Settimana di Pasqua. E guardando all’Estremo Oriente, ai territori che furono del Grande Cane, vi lascio con le meditazioni preparate dal Card. Joseph Zen Ze-Kiun, vescovo di Hong Kong, per la Via Crucis al Colosseo di quest’anno: si possono leggere qui.

A mo’ di appendice, riporto in calce alcuni passaggi della stupenda, commovente enciclica che il grande Pio XII indirizzò nel 1954 “ad Sinarum gentem”.

A presto!


«Circa tre anni fa inviammo la lettera apostolica Cupimus imprimis al popolo cinese, a Noi tanto caro, e in modo speciale a voi, venerabili fratelli e diletti figli, che professate la religione cattolica, non soltanto per esprimervi la Nostra partecipazione alle vostre angosce, ma anche per esortarvi paternamente ad adempiere tutti i doveri della religione cristiana con quella risoluta fedeltà, che qualche volta esige un’eroica fortezza; e nel momento presente, Noi, unitamente alle vostre preghiere, innalziamo un’altra volta le Nostre a Dio onnipotente e Padre delle misericordie, affinché “come il sole di nuovo brilla dopo le tempeste e le procelle, così dopo tante angustie, sconvolgimenti e sofferenze, tornino finalmente a risplendere sulla vostra chiesa la pace, la tranquillità e la libertà” (…).

In questi ultimi anni, purtroppo, le condizioni della Chiesa cattolica in mezzo a voi non sono per niente migliorate; anzi sono aumentate le accuse e le calunnie contro questa apostolica sede e contro coloro che si mantengono ad essa fedeli; è stato espulso il nunzio apostolico, che presso di voi rappresentava la Nostra persona; e si sono intensificate le insidie per ingannare le persone meno illuminate.

Però - come già vi abbiamo scritto – “voi opponete la fermezza della vostra volontà alle insidie, anche se presentate con astuzia, con inganno o con false apparenze di verità”.

Sappiamo che queste Nostre parole contenute nella precedente lettera apostolica, non hanno potuto arrivare fino a voi; e perciò volentieri ve le ripetiamo per mezzo di questa enciclica; e sappiamo anche, con sommo conforto del Nostro animo, che voi avete perseverato nel vostro fermo e santo proposito, e che nessuno sfarzo è riuscito a staccarvi dall’unità della chiesa; perciò Ci congratuliamo vivamente con voi e ve ne diamo la meritata lode.

Ma, siccome dobbiamo preoccuparci dell’eterna salute di ciascuno, non possiamo nascondere la tristezza e l’angoscia del Nostro animo nel venire a conoscere che, pur mantenendosi i cattolici nella grande maggioranza fermi nella fede, tuttavia non sono mancati in mezzo a voi coloro che, ingannati nella loro buona fede, o presi dalla paura, o traviati da nuove e false dottrine, hanno aderito, anche di recente, a pericolosi “movimenti”, che sono promossi dai nemici di ogni religione, specialmente di quella divinamente rivelata da Gesù Cristo (…).

Prima di tutto, poiché oggi pure, come avveniva anticamente, i persecutori dei cristiani li accusano falsamente di non amare la propria patria e di non essere buoni cittadini, desideriamo ancora una volta proclamare - ciò che del resto non può non essere riconosciuto da chiunque sia guidato dalla retta ragione - che i cattolici cinesi non sono secondi a nessuno nell’ardente amore e nella viva fedeltà verso la loro nobilissima patria.

Alcuni fra di voi vorrebbero che la vostra chiesa fosse completamente indipendente non soltanto, come abbiamo detto, nel governo e per la parte economica; ma pretendono di rivendicarle una “autonomia” anche nell’insegnamento della dottrina cristiana e nella sacra predicazione.

Non neghiamo affatto che il modo di predicare e d’insegnare debba essere diverso secondo i luoghi e perciò debba essere conforme, quando è possibile, alla natura e al carattere particolare del popolo cinese, come pure ai suoi antichi tradizionali costumi; che anzi, se ciò verrà fatto nel debito modo, si potranno certamente raccogliere presso di voi maggiori frutti.

Ma ai vescovi, che sono i successori degli apostoli, e ai sacerdoti, che secondo il proprio ufficio sono i cooperatori dei vescovi, è stato conferito l’incarico di annunziare e insegnare quell’evangelo che per primi annunziarono e insegnarono Gesù stesso e i suoi apostoli, e che questa sede apostolica e tutti i vescovi, a essa uniti, hanno conservato e tramandato illibato e inviolato attraverso il corso dei secoli. Non sono dunque i sacri pastori gli inventori e i compositori di questo evangelo, ma soltanto i custodi autorizzati e i banditori divinamente costituiti. Perciò Noi stessi, e i vescovi insieme con Noi, possiamo e dobbiamo ripetere le parole di Gesù Cristo: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato” (Gv 7,16).

Potete dunque facilmente vedere, venerabili fratelli e diletti figli, come non possa pretendere di essere ritenuto e onorato del nome di cattolico colui che professi o insegni diversamente da quanto abbiamo fin qui brevemente esposto, come fanno coloro che hanno aderito a quei pericolosi principi, da cui è informato il movimento delle “tre autonomie” o ad altri principi dello stesso genere.

I promotori di tali movimenti con somma astuzia cercano di ingannare i semplici o i pavidi, o di allontanarli dalla retta via; a tal fine affermano falsamente che sono veri patrioti soltanto coloro che aderiscono alla chiesa da loro ideata, cioè a quella che ha le “tre autonomie”. Ma in realtà essi cercano, per venire alla cosa principale, di costituire finalmente presso di voi una chiesa, come dicono, “nazionale”; la quale non potrebbe più essere cattolica, perché sarebbe la negazione di quella universalità ossia “cattolicità”, per cui la società veramente fondata da Gesù Cristo è al di sopra di tutte le nazioni e tutte singole le abbraccia.

La Chiesa
cattolica non chiama a sé un solo popolo, non una sola nazione, ma ama le genti di qualsiasi stirpe con quell’amore soprannaturale di Cristo che deve tutti unire tra loro come fratelli.

Perciò nessuno può affermare che essa sia al servizio di una particolare potenza; parimenti da essa non si può richiedere che, spezzata l’unità di cui il suo divin Fondatore l’ha voluta insignire, e costituite chiese particolari in ciascuna nazione, queste miseramente si separino dalla sede apostolica, dove Pietro, vicario di Gesù Cristo, continua a vivere nei suoi successori sino alla fine dei secoli. Se una qualsiasi comunità cristiana compisse tale cosa, inaridirebbe come un tralcio staccato dalla vite (cf. Gv 15,6), e non potrebbe portare frutti salutari.

Certamente, venerabili fratelli e diletti figli, non è leggera la lotta che vi è imposta dalla legge divina. Ma Cristo Signore che ha dichiarato beati coloro che patiscono persecuzione per la giustizia, ha loro comandato di godere ed esultare perché abbondante sarà nei cieli la loro ricompensa (cf. Mc 5,10-12). Egli stesso benigno vi assisterà dal cielo col suo potentissimo aiuto, affinché possiate combattere il buon combattimento e conservare la fede (cf. 2Tm 4,7); tutti, pure, vi assisterà con la sua efficacissima protezione la Madre di Dio, Maria Vergine, che è anche la Madre amantissima di tutti. Essa, regina della Cina, vi difenda e vi aiuti in modo particolare in quest’anno mariano, affinché con costanza siate perseveranti nei vostri propositi; vi assistano dal Cielo i santi martiri della Cina, i quali sono andati incontro sereni alla morte per il loro vero amore alla patria terrena, e soprattutto per la loro fedeltà al divino Redentore e alla sua chiesa.

Intanto vi sia auspicio di celesti grazie l’apostolica benedizione che, a testimonianza della Nostra specialissima benevolenza, impartiamo con molto affetto nel Signore tanto a voi, venerabili fratelli e diletti figli, quanto a tutta la carissima nazione cinese»

(Pio XII, Ad Sinarum gentem, 7 ottobre 1954, versione integrale qui).

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (11)
lettere dalla campagna

domenica, 09 marzo 2008
l'anima e il suo destino

Dal sito de “La civiltà cattolica”, trascriviamo l’intervento critico che il gesuita Corrado Marucci ha dedicato al volume di Vito Mancuso, “L’anima e il suo destino”. Le note rimandano direttamente al sito.

Nel suo ultimo libro Vito Mancuso (1), docente di Teologia moderna e contemporanea alla Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, espone quello che si può definire un moderno trattato di escatologia. In vari riferimenti sparsi nel corso dell’esposizione, egli concepisce il proprio lavoro come «costruzione di una “teologia laica”, nel senso di rigoroso discorso su Dio, tale da poter sussistere di fronte alla scienza e alla filosofia». Questo «discorso» si sviluppa nel testo, dopo la prefazione del card. Martini, nella quale egli afferma, fra l’altro, «di sentire parecchie discordanze su diversi punti», e un capitolo introduttivo sulle coordinate speculative dell’Autore di circa 50 pagine, in nove capitoli che trattano dell’esistenza dell’anima, della sua origine e immortalità, della salvezza dell’anima, della morte e del giudizio, della terna paradiso/inferno/purgatorio e infine di parusia e giudizio universale. Chiudono una Conclusione e l’indice degli autori citati.

Data la mole degli argomenti trattati e lo stile enciclopedico  scelto dall’Autore, è praticamente impossibile esporre sinteticamente e commentare le convinzioni, le conclusioni, le proposte, le tirate ironiche e gli stimoli disseminati nel testo (2). Ci limitiamo qui all’essenziale, col rischio di trascurare cose che possono essere sembrate essenziali all’Autore.

Introduzione

Nel lungo capitolo introduttivo egli espone uno dopo l’altro i cardini di ciò che intende sviluppare in seguito. In realtà si tratta di un insieme di convinzioni e princìpi in parte decisamente ovvi (quanto alla necessità di aderire alla verità, chi ha mai ammesso che si possa argomentare a partire da falsità o addirittura accettarle?), in parte bisognosi di molti distinguo (sembrerebbe che per l’Autore l’ultima istanza di ogni argomentazione sia l’accordo o almeno il non disaccordo con le scienze positive e ciò è ovviamente discutibile, poiché queste sono in un continuo processo autocorrettivo e spesso non prive di preconcetti e indebite estrapolazioni). Mancuso, seguendo una moda terminologica più del gergo politico e giornalistico che non filosofico, dichiara che il suo referente è la «coscienza laica», intendendo con ciò «la ricerca della verità in sé e per sé» (p. 9). Sarebbe difficile trovare qualche pensatore, dai presocratici a oggi, che abbia un differente concetto di verità: il problema è come si può arrivare alla certezza di aver raggiunto tale verità. Ma forse, come emerge da alcune allusioni, egli è convinto che chi aderisce alla fede cristiana lo faccia tacitando le difficoltà razionali o addirittura senza troppo pensare. L’Autore riassume poi diversi dati e acquisizioni scientifiche relative alla materia, alla sua equivalenza con l’energia, all’evoluzione, che egli ritiene necessario integrare con il concetto di relazione.

Diverse volte, in questo capitolo e anche nei seguenti, Mancuso dice di voler essere un pensatore cattolico, un figlio della Chiesa. È perciò assai strano che egli, in un’opera che sostanzialmente vorrebbe essere di teologia, tra le premesse argomentative non faccia alcun riferimento alla metodologia dell’esegesi biblica e a quella propria della teologia cattolica. Sulle conseguenze di questa mancanza torneremo in seguito. Le ultime pagine del primo capitolo possono qui essere tralasciate sia perché difficilmente riassumibili, sia perché le necessarie critiche saranno più evidenti nelle loro conseguenze sui singoli argomenti trattati in seguito.

L’«anima spirituale»

Nei capitoli seguenti l’Autore espone le sue convinzioni sugli argomenti classici relativi all’anima e al suo destino finale. Innanzitutto, sempre attingendo ad autori del passato a partire dagli antichi egizi fino al recente Catechismo della Chiesa Cattolica, egli si dichiara apertis verbis per l’esistenza dell’anima spirituale nell’uomo arrivato a maturità (?). Va detto tuttavia che con il termine «anima spirituale» egli intende molte cose, ci pare, più legate a concetti come energia, relazione, libertà, creatività e così via, legati cioè più alla materia, o ai sensi o ancora conseguenze della presenza nell’uomo della dimensione spirituale. Molte osservazioni, derivanti dai più disparati settori della vita, sono condivisibili, altre oscure dal punto di vista concettuale. Quello che però stupisce è la completa assenza di argomenti veri e propri che dimostrino l’esistenza di quella realtà che in tutta la tradizione cristiana si è chiamata anima o spirito. Ovviamente ogni dimostrazione vale all’interno di un sistema logico predefinito; ma poiché, come si è detto, Mancuso non dichiara le sue coordinate logiche, non è possibile giudicarne le asserzioni. È ovvio che la pura assimilazione alle scienze fisico-chimiche contemporanee non potrà mai essere sufficiente allo scopo, poiché il loro oggetto formale sono i dati  materiali sensibili e osservabili.

Nella sistemazione classica del cattolicesimo la dimostrazione dell’esistenza dell’anima spirituale era demandata alla filosofia, quale ancilla theologiae. Dall’ovvia esistenza nell’uomo dell’intellezione e del conseguente giudizio, che sono operazioni non materiali, ma spirituali, si deduceva la necessità di un principio immateriale nell’uomo, poiché la materia non è capace di operazioni non materiali. Il supporto logico-argomentativo era dato dall’ontologia aristotelico-tomista. Quanto invece alle argomentazioni di Mancuso, non è difficile immaginare che un lettore non digiuno di logica e di filosofia le trovi vaghe e poetiche (3). Quanto poi al momento dell’infusione dell’anima razionale nel corpo, l’Autore, in buona sostanza, pare far sua la teoria delle formae viales, che la filosofia scolastica aveva ereditato da Aristotele, come conseguenza dell’assioma che ogni forma ha bisogno di una materia adeguatamente preparata a riceverla. Tale teoria però, oltre che per difficoltà teoretiche, è stata abbandonata dalla Chiesa cattolica, perché le operazioni vitali, vegetative e sensibili, per sostenere le quali si invocava la presenza nel feto di un’anima soltanto vegetativa e in seguito soltanto sensibile, possono essere tranquillamente attribuite fin dall’inizio all’(unica) anima razionale, come si fa in seguito nell’esistenza umana matura.

A nostro parere l’applicazione dell’assioma sopra ricordato non conduce ad alcuna conclusione sicura, poiché la sproporzione ontologica dell’anima spirituale è totale nei confronti di qualsiasi tipo di materia; non è questione cioè di gradi. Su questo tema stupisce infine il silenzio di Mancuso in merito a tutta quella serie ormai ricchissima di studi sulla fisiologia del cervello per appurare se vi siano operazioni umane non spiegabili con le sole proprietà neurologiche (4). Notiamo infine che diverse volte (5) nel corso dell’esposizione Mancuso attribuisce alla dottrina ecclesiale l’idea che per essa l’anima sia una sostanza, cosa assolutamente erronea: il famoso asserto per cui l’anima è forma (substantialis) corporis significa che essa non è una sostanza bensì un principium entis; la sostanza è la persona umana (6).

L’origine dell’anima

Il testo poi presenta tutto un capitolo (30 pagine) sul problema dell’origine dell’anima. Nonostante il tentativo di distanziarsi anche in questo punto dalle concezioni tradizionali (di cui egli cita tutta una serie), Mancuso in buona sostanza concorda con la dottrina ecclesiale praticamente in tutto, fatta eccezione per l’affermazione che l’anima umana viene creata direttamente da Dio. In proposito va ricordato che tale dottrina non è mai stata definita come dogma di fede; i manuali le danno la qualifica di theologice certa. L’Autore lo ammette, benché non spieghi esattamente il significato di questa nota theologica (7). La conseguenza di questo fatto è che la dottrina contraria (in questo caso che i genitori trasmettono l’anima al concepito) è accettabile laddove si riesca a dimostrare che le argomentazioni razionali che conducono alla necessità del suo contrario non tengono.

Orbene non ci pare che questo riesca all’Autore, ma che anzi quelle classiche siano ancora valide (8), aggiungendo comunque che l’asserto per cui le anime sono create direttamente da Dio ha anche la funzione di sottolineare che ciò che nasce (con una fenomenologia molto varia e addirittura a volte casuale) in realtà è sempre qualcosa di per sé direttamente voluto da Dio, destinato a dialogare con lui e che quindi non rappresenta mai un progetto solamente storico o fattuale, ma eterno. Mancuso sfrutta qui una sua ricorrente convinzione che lo spirito, in quanto energia, possa derivare dalla materia e contesta l’opposizione classica tra spirito e materia, per cui l’una è il contrario dell’altra. Non è il caso di ribadire questa concezione che, una volta capiti i termini, è ovvia; il problema è che qui, e per tutto il libro, l’Autore opera con un concetto di spirito che non è quello di cui parla tutta la tradizione cristiana. Affermare infatti che esso è energia e appellarsi alla fisica einsteiniana è un’idea perlomeno bizzarra (9). Come può una realtà estesa, misurabile e presente anche nelle cose e negli animali, essere spirituale?

D’altronde Mancuso aveva dichiarato nelle premesse la sua incondizionata adesione al pensiero evolutivo e a Teilhard de Chardin. Citando poi come esempio il noto manuale di Flick e Alszeghy, egli sostiene che nell’argomentazione tradizionale ci sarebbe un circolo vizioso; ma perlomeno nell’edizione finale di tale manuale (10) tutto ciò è affatto assente: l’immortalità dell’anima è detta naturale fin dall’inizio, anche se ovviamente voluta da Dio e quindi, dicono i due dogmatici, può essere creata soltanto da Dio. Foriera di gravi conseguenze etiche è l’affermazione che «non c’è più (nel caso di una vita colpita da una grave malattia o da senilità acuta) l’anima razionale-spirituale» (p. 107): è chiaro che Mancuso confonde la facoltà con il suo esercizio (11).

Immortalità e salvezza dell’anima

Il quarto capitolo, di 40 pagine, è dedicato all’immortalità dell’anima. Affastellando citazioni e bons mots (a volte poco pertinenti) di pensatori e scienziati dell’antichità, del Medioevo e moderni, Mancuso arriva alla conclusione che per l’immortalità dell’anima non esistono prove (p. 123 e passim). Senza analizzare i motivi del dogma, egli si sofferma sull’esistenza o meno di un Dio personale e su problemi derivanti dalla domanda spontanea di perennità innata nell’uomo. La definizione, ribadita in tutto il corso del testo, dell’anima come energia impedisce di capire il senso delle dimostrazioni classiche e delle numerose conferme bibliche concernenti l’immortalità dello spirito umano. Non è qui il caso di contestare singole affermazioni del testo, che procede veramente a ruota libera (12).

L’Autore ritiene necessario dedicare poi il quinto capitolo, di 37 pagine, al tema della salvezza dell’anima. Innanzitutto dichiara che tutti i contenuti veicolati dal dogma del peccato originale (13) devono essere riformulati o abbandonati; concretamente Mancuso ritiene corretto parlare soltanto di «peccato del mondo». Prescindendo praticamente dalla teologia paolina, ma ricorrendo a Platone, Anassimandro e Bonhoeffer egli ritiene di dover «rifondare» fede e tradizioni (p. 168). Cercando allora di rispondere alla domanda se dobbiamo ancora essere salvati e se sì, da cosa e come, l’Autore spiega «da noi stessi e dalla vita disordinata (nel senso di sottoposta all’entropia)» (p. 173). Quanto al come, egli proclama che «non è la religione che salva: […] non sono i sacramenti, la Messa, i rosari, i pellegrinaggi, le indulgenze, la Bibbia» (p. 176), e oltre «non c’è alcuna esigenza di credere nella sua [cioè di Gesù] resurrezione dai morti per essere salvi» (p. 183). È ovvio che siamo agli antipodi di ciò che Paolo afferma in 1 Cor 15 e in molti altri passi.

Il sesto capitolo, di 18 pagine, è dedicato a «Morte e giudizio». Anche qui Mancuso, sulla base di rudimentali richiami biblici (tra i quali manca il testo principale Gn 2,17; 3,19) definisce i dati tradizionali come contraddittori (cfr p. 189);  quanto alla valenza della morte egli, in buona sostanza, va catalogato tra coloro che negano la reale problematicità della morte degli umani (14), posizione difforme dalla dogmatica cattolica. Sul criterio del giudizio dopo la morte, Mancuso invece di ricordare la classica formula paolina della fides caritate formata preferisce appoggiarsi a Platone, Marc’Aurelio, Pascal, Kant e Simone Weil.

I quattro capitoli seguenti, più sintetici dei precedenti, riguardano paradiso, inferno, purgatorio, e parusia e giudizio universale. Anche per il paradiso, la visione beatifica e la risurrezione dei corpi l’Autore compie una completa «demitizzazione», sempre argomentando da alcuni suoi assiomi non ulteriormente discussi quali l’identità tra spirito e materia, la concezione dell’anima come energia e l’eterna validità delle leggi fisiche. Egli stabilisce perciò che la distinzione tra immortalità dell’anima e risurrezione dei corpi è «del tutto infondata» (p. 223), che la concezione per cui le anime dei defunti vivono «un letargo simile alla morte» sarebbe «oggi maggioritaria tra i teologi e ancor più tra i biblisti» (p. 214) (15) e che «la convinzione che nessun intelletto creato può vedere l’essenza di Dio [è] la peggiore delle eresie» (p. 219), che «la credenza della risurrezione della carne appare nella sua inconsistenza fisica e teologica» (p. 225) e così via. Non è qui possibile commentare questa congerie di affermazioni anche perché le argomentazioni ora sono oscure, ora soltanto accennate sulla base di citazioni, di convinzioni e frasi di pensatori di ogni epoca. Ci limitiamo a segnalare che, in contesto escatologico, il termine «eternità» ha due significati assai diversi, soltanto analogici: se si parla di quella di Dio, essa implica l’assenza di ogni successione e di ogni distinzione tra essenza e operazioni (16), mentre per gli altri esseri spirituali il termine implica la perennità de iure, non solo de facto, ma non esclude la successione temporale e questo risolve alcune antinomie che Mancuso crede di rintracciare nella dogmatica cattolica (17). Nonostante il profluvio di autori citati, pare che Mancuso non conosca la letteratura collegata al concetto di «risurrezione nella morte», che è la più recente querelle di carattere escatologico in campo cattolico (18).

Venendo poi a parlare dell’inferno, Mancuso dedica praticamente tutto il capitolo (ben 35 pagine) alla confutazione del dogma dell’eternità dello stesso. Anche qui, saltando da Agostino a Tommaso fino a von Balthasar, egli approda alla lapidaria affermazione per cui «parlare di eternità dell’Inferno è una contraddizione assoluta» (p. 263), oltre che poco evangelico. Si tratta dunque di scegliere tra apocatastasi e annichilazione dei reprobi: dopo aver a lungo esposto il pensiero di P. Florenskij, egli resta, per così dire, anceps, dopo aver fatto un peana dell’antinomia annunciata. Il lettore noterà la mancanza di analisi delle numerose affermazioni del Nuovo Testamento, con l’introduzione di errori teologici anche non lievi (19). Precisiamo qui, se fosse necessario, che la dottrina dell’apocatastasi, oltre che sempre condannata dal Magistero, è anche insostenibile fintantoché si vuol mantenere la reale libertà di ogni essere spirituale anche di fronte all’appello di Dio.

Dopo aver definito il purgatorio «una salutare invenzione», Mancuso afferma che l’unica modalità che gli appare «razionalmente legittima» è di concentrarlo nell’istante della morte (p. 279). La parusia infine è da lui definita come maggiormente bisognosa di essere ripensata (cfr p. 289). In definitiva il testo sostiene che non ci sarà alcun ritorno del Gesù glorioso; le frasi corrispondenti del Nuovo Testamento sono errori di Gesù e di Paolo. Per Mancuso è semplice anche spiegare perché «Dio non è mai intervenuto direttamente nella storia» e perché «non tutta la bibbia è parola di Dio»!

Conclusione

Se per teologia si intende la riflessione dell’intelletto umano illuminato dalla fede sulla Sacra Scrittura e sulle definizioni della Chiesa, allora il nostro giudizio complessivo su questa opera non può che essere negativo. L’assenza quasi totale di una teologia biblica (20) e della recente letteratura teologica non italiana, oltre all’assunzione più o meno esplicita di numerose premesse filosoficamente erronee o perlomeno fantasiose, conduce l’Autore a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica. A fronte di una relativa povertà di dati autenticamente teologici, la tecnica di accumulare citazioni da tutto lo scibile umano, oltre al rischio di distorcerne il senso reale ai propri fini poiché esse fanno parte di assetti logici a volte del tutto diversi, non corrisponde affatto alla metodologia teologica tradizionale (21).

In realtà non è facile neanche elencare tutte le matrici che Mancuso alterna e assomma nel corso dell’esposizione (platonismo, razionalismo gnostico, scientismo, eclettismo e così via): quello che comunque domina è il razionalismo convinto che di realtà di cui non si ha alcuna percezione sensibile o decisamente soprannaturali si possa discettare in analogia con le scienze fisico-biologiche. Nel contesto di notevolissima confusione sulla religione e la Chiesa tipica della cultura mediatica contemporanea, questo testo ci sembra che contribuisca ad aumentare tale confusione. L’Autore dichiara la sua disponibilità ad essere corretto: ma ciò, dato lo stile non sistematico e velleitario delle sue affermazioni, non è facile, poiché  si può confutare  soltanto ciò che è organicamente formulato al di dentro di un preciso assetto epistemologico.

(Corrado Marucci S.I., 
La civiltà cattolica, 1/2008, quad. 3783, pp.256-264)

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (34)
plausi e botte

venerdì, 07 marzo 2008
piccoli terroristi

Immagini tratte dal sito rafah.vze.com:



Piccoli terroristi giuocano tra i sassi.




Piccoli terroristi sbucano dalle lamiere.




Piccoli terroristi si spostano.




Piccoli terroristi dipingono.




Piccoli terroristi contemplano il fuoco.




Piccoli terroristi vengono tratti in salvo.




Piccoli terroristi ti guardano.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (8)
volti e parole

giovedì, 06 marzo 2008
un ricordo di Maurice Clavel

Mentre Paolo Flores D’Arcais, dalle colonnine del pronao di Micromega, lancia anatemi contro il cristianesimo, annoverandolo tra le “malformazioni culturali”, a me piace ricordare in questi giorni un protagonista anomalo del Sessantotto, uno che dall’esperienza delle barricate è uscito proprio “malformato”: Maurice Clavel. Chi se lo ricorda?

Il suo nome, per quelli che lo conoscono, è legato al movimento dei cosiddetti “nouveaux philosophes”: il che non è certo onorevole, data la fine che codesti, perlopiù, hanno fatto. Da maoisti a liberal-chic. Un percorso tutto sommato coerente, a guardarlo col senno di poi. Ma Clavel, che ha raggiunto l’altro mondo prima di poter constatare il declino culturale della sua generazione (morì nel ’78), non andrebbe ricordato per questo.

In italiano si è tradotto poco di lui: oltre a un romanzo giovanile caduto presto nel dimenticatoio (ignoro se a torto o a ragione), c’è il fulminante racconto della conversione, Ce que je crois (1975, trad. it. Quello che io credo, Roma 1978), e un pamphlet sulla filosofia moderna, contro i sacri mostri del pensiero Fichte Hegel Marx Nietzsche, intitolato significativamente Deux siècles chez Lucifer (1978, trad. it. Da Kant a Niet