«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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«
(tratto da qui)
Franco Cardini intervistato dal Korriere:
«“Peggio per loro”. Peggio per gli Stati Uniti, per
D’accordo, ma è anche vero che è stata proprio
“Ho fatto il liceo presso
Torniamo alla scuola. Dunque, il latino non va toccato neanche nei licei scientifici?
“Nonostante tutto il bla-bla progressista del passato, il latino è una grande scuola di formazione. Non è solo il “rosa, rosae”, ma una disciplina mentale... È un grande esercizio di mnemotecnica: la perdita di abitudine nell’esercitare la memoria ha già provocato danni immani sul piano degli strumenti e delle potenzialità culturali dei ragazzi. La nostra scuola è stata vittima dei sociologi e degli psicologi, che con i politici e i sindacalisti hanno rovinato l’Italia. In nome di un malinteso senso di libertà, i sociologi degli anni Sessanta dicevano che non bisognava sottoporre i ragazzi a troppi sforzi in nome di uno sterile nozionismo. Mi dicevano che oggi i giovani medici non ricordano i nomi dei farmaci: sicuramente hanno studiato male il latino e il greco. La sudditanza al mondo americano ci fa pensare che il linguaggio scientifico sia oramai solo inglese. Non è vero, il nostro linguaggio scientifico è ancora legato a Linneo”.
D’accordo sul bla-bla progressista, però non è che le famose tre I del centrodestra guardassero molto all’educazione classica: Inglese, Impresa, Internet.
“In effetti delle tre I non si è visto nulla. Forse un po’ di impresa, ma per il resto... L’inglese rimane pessimo nelle scuole e i computer spesso restano imballati nei sottoscala. Le lingue vive ormai si imparano sul posto o con i mezzi audiovisivi, basta un po’ di pratica. Niente a che vedere con il rigore che si impara studiando il latino. Dire che il latino, essendo una lingua morta, è inutile, è un insopportabile conformismo che per fortuna oggi va un po’ dileguandosi. Voglio sperare che il governo di destra non faccia scherzi, anche se non mi meraviglierebbe, visto che ha la tendenza a correre dietro agli Stati Uniti”.
Ma il supino che cosa può dire a un ragazzino del Duemila? Non sarebbe bene mollare un po’ sulla lingua e insistere sulla civiltà e sulla cultura?
“Nella scuola di oggi ci sono delle porcate assolute, come il debito formativo, che rovinano moralmente le giovani generazioni e le rendono incapaci di articolare un pensiero. So benissimo che quando una disciplina viene derubricata, a poco a poco finisce per sparire: è inutile aggirare o negare le difficoltà traducendo in pillole una struttura linguistica rigorosissima, di estrema bellezza e armonia interna, magari sostituendo lo studio della lingua con notiziole su come vivevano i romani, su come mangiavano, su come facevano la guerra e l’amore”».
(Fonte: “Korriere della sera”, 25 aprile 2008)
«Il giorno in cui l’America metterà il suo piede in Europa, la pace e la sicurezza vi saranno bandite per lungo tempo» (Charles-Maurice de Talleyrand).
«Ad essi esplicitamente dichiara che la sola speranza dell’uomo e la sua sola salvezza sono poste nella fede cristiana (che, insegnando la verità, e con la divina sua luce dissipando le tenebre dell’umana ignoranza, opera per amore) e nella Chiesa cattolica, depositaria del vero culto, stabile dimora della stessa fede e tempio di Dio, fuori del quale, fatta salva la scusa di una invincibile ignoranza…».
(Pio IX, enciclica Singulari quidem, 17 marzo 1856)
Per chi se lo fosse perso, segnalo questo intervento di Luigi Copertino.
Una vera manna per chi scrive di cose orali. Tutti i numeri della rivista “Oral Tradition” (che si pubblica dal 1986) sono integralmente consultabili on-line.
Ho leggiucchiato in questi giorni un libello di Giancarlo Zizola e Alberto Barbero, La riforma del Sant’Uffizio e il “caso Illich” (Torino 1969), fortunosamente recuperato in una bancarella di libri usati: ormai vecchio e inutilizzabile nelle argomentazioni e nello “spirito”, ma interessante per una ricostruzione dell’intricata faccenda delle accuse piovute sull’allora monsignore Ivan Illich, da parte della Congregazione per la dottrina della fede.
Una faccenda poco chiara, almeno per il sottoscritto, anche a distanza di anni; e questo a prescindere da luci e ombre dell’operato e del pensiero di Illich, che com’è noto chiese ed ottenne la riduzione operativa allo stato laicale, pur dichiarando assoluta fedeltà all’ordinamento giuridico-istituzionale della Chiesa e al carattere permanente del sacerdozio (per questo restò celibe, e continuò per tutta la vita a recitare quotidianamente il breviario).
In un’intervista concessa poco prima della morte, peraltro, Illich imputava chiaramente l’avvio del procedimento ai suoi danni, che si risolse in nulla di fatto, all’azione di ambienti clericali (in particolare p. John Considine, della Società per le missioni cattoliche Maryknoll) legati a doppio filo con
Il volumetto dei due giornalisti, assieme ai materiali del procedimento – il testo dell’interrogatorio, le lettere inviate da Illich al Santo Padre e al card. Seper, etc. – , riporta anche i due articoli che diedero il via al “caso Illich”: Il rovescio della carità, apparso inizialmente sul quaderno del 21 gennaio 1967 di “America”, rivista dei padri gesuiti nordamericani (trad. it. ne “Il Gallo”, n. 10, ottobre 1967, pp. 16-17); e Metamorfosi del clero, articolo scritto come traccia di discussione per un gruppo di sacerdoti statunitensi (Illich fu a lungo incardinato nella diocesi di New York), pubblicato in Italia dalla rivista di orientamento clerical-progressista “Testimonianze” (n. 101, gennaio-febbraio 1968, pp. 35-53).
È impressionante accostarsi a questi testi quarant’anni dopo. Illich captò perfettamente il senso profondo che certi mutamenti post-conciliari avrebbero potuto avere – e di fatto ebbero – sulla struttura e sulla vita stessa della Chiesa cattolica: sul piano della diagnosi, come spesso accade, la sua analisi è impeccabile; mentre risulta cedevole e storicamente superata (a tratti perfino inaccettabile) sul piano delle alternative proposte.
Era prevedibile, quindi, che i cattolici “progressisti”, in quegli anni, considerassero Illich soltanto da quest’ultimo punto di vista. Conviene comunque, credo, rileggere oggi alcuni passaggi del secondo di questi articoli, per il loro notevole potenziale “critico”, nel senso più nobile e alto del termine:
«
Alcuni reagiscono con dolore, angoscia, paura, davanti a questa crisi. Altri lavorano eroicamente e si sacrificano per scongiurarla, altri ancora, con dispiacere o con soddisfazione, interpretano il disordine disciplinare come un segno della scomparsa della stessa Chiesa romana (…).
La Chiesa
Dopo la fine del Concilio, alle dodici venerabili Congregazioni si sono affiancati numerosi organismi post-conciliari che si accavallano gli uni sugli altri: commissioni, consigli, organi consultivi, comitati, assemblee, istituti e sinodi. Questo labirinto burocratico è ingovernabile: tanto meglio. Forse potremo apprendere così che i princìpi di amministrazione delle imprese non sono applicabili al Corpo di Cristo.
Oggi
La Chiesa
Se
Nell’intento di affrontare questa crisi, nei prossimi anni vi sarà un pullulare di programmi di aggiornamento del clero (…). Sempre più le diocesi e le congregazioni religiose chiedono agli esperti dell’industria di insegnare loro i metodi professionalmente attuali, dalle relazioni pubbliche alle statistiche demografiche.
Disgraziatamente, l’espressione “formazione cristiana” abbraccia attualmente troppe realtà. Come vari altri termini usati nella Chiesa, essa ha perduto quasi ogni significato. È necessario precisarlo nuovamente, per comprendere che non è la formazione professionale in teologia che fa il prete nella sua specificità (…).
Il risultato specifico dell’educazione cristiana è il “senso della Chiesa”. L’uomo che lo possiede affonda le sue radici nell’autorità viva di questa Chiesa, vive nella fecondità creatrice della fede e parla in termini ispirati dai doni dello Spirito. Questo “senso della Chiesa” sgorga dalla lettura delle fonti cristiane, dalla partecipazione alla celebrazione liturgica, da una certa maniera di vivere.
È il frutto dell’incontro con Cristo e la misura della reale profondità della preghiera. Risulta dalla penetrazione della fede attraverso la luce dell’intelligenza, l’apertura del cuore e la sottomissione della volontà. Nella designazione di un adulto al diaconato o al sacerdozio, bisognerà esaminare se vi è in lui tale “senso”, più che fondarsi sui suoi successi in teologia o sul tempo passato fuori del mondo. Non gli domanderemo la competenza professionale per insegnare al “suo pubblico” (…).
Non si può pianificare l’avvenire della Chiesa, solo lo si può immaginare; lo si vive comunque nell’obbedienza e solo allora lo si scopre. Il mio presente è sempre il passato di qualcuno e il futuro di un altro: per questo sono responsabile per
Lo spiega Ron Paul in un articolo densissimo, provvidamente segnalato dal blog di Andrea e Francesco.
Ecco il testo integrale del videomessaggio che Papa Benedetto XVI ha inviato ieri, giorno del suo compleanno, al popolo russo (fonte: ZENIT):
«Cari cittadini della Federazione russa, sono grato per l’invito rivoltomi a porgervi il mio saluto cordiale e colgo volentieri l’occasione per esprimere la stima, l’affetto e la considerazione che da sempre il Successore di Pietro e
[In Russo]
Sono molto contento di potermi rivolgere in lingua russa al popolo ed al governo di questo grande e a me così caro Paese russo. Qui in America abbastanza bene, a parte il Presidente che beve molto e come sapete è appunto protestante. Comunque sia, saluto affettuosamente voi tutti cari fratelli ortodossi, in particolare Sua Santità, il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, i vescovi cattolici come pure le loro comunità. A tutti auguro pace, benessere e amore reciproco e invoco su di voi la benedizione del Signore».
Due giorni fa è scomparso uno dei più celebrati studiosi di Paolo della seconda metà del Novecento, il teologo (luterano) Krister Stendahl. Esponente di spicco della cosiddetta “New Perspective on Paul” (maggiori dettagli in questa pagina), Stendhal era nato a Stoccolma nel 1921. Qui trovate una bibliografia dei suoi scritti. In italiano è disponibile una raccolta di saggi dal titolo Paolo fra ebrei e pagani (Claudiana, Torino 1995; ed. or. Philadelphia 1976).
È finalmente on-line la replica completa di Peter Jeffery (in pdf) all’esorbitante recensione di Scott Brown (ne parlavamo qui), mentre nella pagina personale dello stesso Jeffery (docente di Storia della musica a Princeton) c’è un rimando a tutte le reazioni al suo ultimo volume, The Secret Gospel of Mark Unveiled: Imagined Rituals of Sex, Death, and Madness in a Biblical Forgery (Yale University Press, New Haven 2006). Loren Rosson fa il punto della situazione, qui.
Dato che in questo blog non si parla mai di musica, quantomeno la si ausculti.
Questo, ad esempio, è un capolavoro.
Raduno qui alcune indicazioni bibliografiche su Rocco Montano segnalate da vari lettori:
1) opere di Rocco Montano sono tuttora ordinabili, a poco prezzo, presso la casa editrice napoletana Ferraro, che detiene i diritti sulle edizioni Marzorati e G.B. Vico;
2) nei siti maremagnum, marelibri e zvab è possibile ancora reperire qualche suo libro;
3) in commercio sono ad oggi disponibili i seguenti testi: Cinque saggi. Dante Ariosto Manzoni Pascoli D’Annunzio, Il Coscile 2004; Comprendere Manzoni. Guida critica ai Promessi sposi, Ermes 2004; Arte, realtà e storia. L’estetica del Croce e il mondo dell’arte, Marsilio 2003 (qui, nella postfazione, il curatore Francesco Bruni traccia un profilo sintetico ma pregnante dell’Autore);
4) nelle biblioteche, oltre ad eventuali suoi testi, non si dimentichino: Estetica del pensiero cristiano, nella Grande Antologia Filosofica della Marzorati; e un importante saggio su Virgilio e Dante in Miscellanea di studi in onore di Vittore Branca / Dal Medioevo al Petrarca, vol. I, Olschki 1983;
5) esiste un pregevole contributo collettivo dedicato a Montano, corredato di una accuratissima bibliografia integrale: Letteratura e impegno. Il pensiero critico di Rocco Montano (a cura di F. Bruni e P. Cherchi), Olschki 2003;
6) si può acquistare un importante libro di critica dantesca di un allievo del Nostro: Antonio C. Mastrobuono, Essays on Dante’s Philosophy of History, Olschki 1979; dello stesso, reperibile sia pur con fatica su qualche sito internet, esiste anche il più recente e corposo Dante’s Journey of Sanctification, Gateway Editions 1990;
7) maestro di Montano fu un altro grandissimo dimenticato, Giuseppe Toffanin, di cui è in commercio un solo, bellissimo, testo: La fine dell’umanesimo, Vecchiarelli 1992; ma in biblioteca, o su internet, bisogna procurarsi senz’altro i 4 volumi della stupenda e dirompente Storia dell’umanesimo;
8) un utile e riassuntivo paper di Montano su Vico e, soprattutto, un interessantissimo saggio di R. Digilio sui rapporti fra Montano e Del Noce, con numerose osservazioni di grande interesse su certe nefandezze della cultura “cattolica” italiana nel dopoguerra e sul compito urgente degli intellettuali di fronte alla crisi attuale, si trovano qui: Atti del “Convegno internazionale di studi su Augusto Del Noce”. Essenze filosofiche e attualità storica. Roma, 9-11 novembre 1995 (a cura di F. Mercadante e V. Lattanti), 2 voll., Edizioni Spes-Fondazione Del Noce, Roma 2000;
9) sono in corso di pubblicazione gli Atti di un Convegno promosso dal Comune di Stigliano, 13 aprile 2002.
Wakatkatho ohneka ioiakenhonhatie ononsatokentike tsi kaweientehtakon areriia, nok tsini iakon iakotnekoserhon ne ken ohneka tsiakotiatontakwen nok eniairon areriia, areriia.
È l’inizio del Vidi aquam nella lingua degli Indiani (d’America) Mohawk, uno dei tanti esempi di adattamento del Messale di Rito Romano prima della riforma liturgica post-conciliare. Ne parla diffusamente questo libro, appena uscito. Per saperne di più, c’è anche questo sito.
Il kantismo può essere riassunto come segue:
a) agnosticismo: la “ragion pura” non può conoscere la cosa in sé o noumeno, ma solo la cosa come le appare (fenomeno);
b) volontarismo: la “ragion pratica” (volontà) postula, ossia vuole, che il noumeno esista;
c) sentimentalismo: il “giudizio sentimentale” sintetizza fenomeno e noumeno, “ragion pura” e “ragion pratica”.
Con Kant finisce l’era dei cavalli di razza e, come dice il proverbio, “quando non ci sono cavalli si fanno trottare gli asini”. Vediamoli correre o filosofare.
(tratto da C. Nitoglia, Critica del pensiero filosofico alla luce della metafisica tomistica, Molfetta 2006, pp. 135 e 138)
Raffaele Giovannelli, qui.
Sono stupende le note che Rocco Montano, all’interno della sua Storia della poesia di Dante, dedica al canto XXI dell’Inferno e all’uso dello stile comico nella Divina Commedia. Ho l’impressione che il loro valore trascenda l’analisi del poema dantesco, e dica qualcosa anche sul nostro presente, come pure sullo stile che competerebbe a una sua rappresentazione fedele:
«È un mondo, quello in cui ora siamo [
Tuttavia sarebbe un errore cedere alla suggestione di questi vivaci dettagli, e credere che il Poeta abbia pensato a un intermezzo allegro della dolorosa visione. L’attenzione al particolare minuto e goffo, l’immediatezza visiva non possono farci dimenticare che siamo nell’Inferno, e che il Poeta va riscoprendo le esperienze più gravi della propria vita e di quella del mondo di cui aveva cognizione. Al di là delle figure, che sembrano convenzionali e puramente ridicole, dei diavoli, dei dannati messi a bollire, l’autore ha certamente sentito – e ci fa sentire – il fondo morale del male, la tentazione, il cedere dell’anima (…).
In una parte dell’Inferno occupata da forme di umanità e di peccato vili e prive di ogni grandezza, egli ha pensato a darci un esempio di stile comico, basso: si tratta di una scelta predeterminata, la quale ha poi, proprio essa, l’effetto di dare un tono popolaresco, spesso goffo e triviale, alla rappresentazione (il canto si chiude con uno dei più plebei versi che mai grandi poeti abbiano scritti).
Così ci troviamo – e la cosa non dovette né sfuggire né dispiacere al poeta – davanti a una figurazione popolaresca del mondo della perdizione, cioè d’una specie d’Inferno tipico, quale poteva concepirlo il popolo, coi diavoli dall’omero aguzzo, con la pece, le forche, le cose triviali e gli scherni, gli uncini, i peccatori portati sulle spalle dei demoni. Rimane, nel fondo della scena, il senso amaro e tragico della perdizione eterna (…). Nella grande sinfonia era necessario – almeno se siamo capaci di metterci nella sensibilità estetica e morale del Medioevo – anche questo “tempo” grottesco e buffo».
(Rocco Montano, Storia della poesia di Dante, 2 voll., Quaderni di Delta, Napoli 1962: vol. I, pp. 488-501)
Molti di voi conosceranno l’insopportabile rubrica che Susanna Agnelli tiene da anni per il settimanale “Oggi”: lettere lunghissime, richieste ora drammatiche e ora futili, risposte brevi e icastiche. Ho cercato di farne una parodia, che offro alla compiacenza dei lettori con tutte le volgarità del caso.
Una sorella che fa le corna
Ho ottantauno anni e delle due sorelle che avevo me n’è rimasta una sola. Ora questa mia sorella ha un bruttissimo vizio (oltre ad essere un po’ demente): fa sempre le corna. Per esempio, se parla al telefono con qualcuno, magari con un’amica (quella cretina di Iole, diciamola tutta), tiene la cornetta con indice e mignolo rivolti verso l’alto. Lo stesso se incontra qualcuno per la strada, che ad esempio gli ricorda che ci sono le malattie. Anche sua figlia, mia nipote, fa lo stesso con il marito. A questo punto, mi chiedo, si comporteranno così anche con me, dato che lo fanno con tutti? Ma come possono avere diritto di vivere, queste persone? Me lo dica. Luni M.
Questi gesti diventano come un tic. Sono davvero sgradevoli. Appena può, piazzi una matita (o un pezzettino di legno, come preferisce) nel culo a sua sorella. Vedrà che non avrà più il coraggio di fare le corna a suo marito.
Una mamma in crisi
Vorrei conoscere il suo pensiero su una questione che mi preoccupa. Lei è così colta! Sono sposata da undici anni, ho due figli di 4 e 5 anni. Il più grande frequenta le scuole elementari dell’obbligo elementare da settembre. Il problema è che non ho voglia di socializzare con le altre mamme, mi capisce? E’ un piccolo dramma, come dice mia sorella? Ma alcune mamme le trovo davvero un po’… rozze, mi capisce? Altre, che sono persone più normali, si fermano fuori della scuola a parlare di maestre, di televisione, di moda, di pettegolezzi e così via. Io non ho mai voglia di aggregarmi. Non sono una chiusa fra quattro mura: lavoro, vado a far la spesa e dal parrucchiere, ma di fare amicizia con le madri dei compagni di scuola dei mie figli che vanno alle elementari, proprio non mi va. Eh no, dico io. Mia sorella dice che lo devo fare lo stesso, perché quando il bimbo più piccolo dovrà andare anche lui alle elementari dell’obbligo, dovrà farsi anche lui degli amichetti, e poi tutti e due dovranno fare uno sport, andare alle feste di compleanno. Fare amicizia comporta anche scambi di visite e coi tempi che corrono che ne so di che gente che mi arriva in casa? Io leggo libri, sono abbastanza acculturata. I romanzi mi piacciono tanto! I miei figli non sono mica isolati. Frequentiamo altre famiglie (le mamme lavorano con me), con figli tutti coetanei e organizziamo cene, vacanze, gite. I bambini però l’anno prossimo non andranno nella stessa scuola: abitiamo in zone diverse. E poi la mia casa è un laboratorio, nel senso che amo sdraiarmi sul tappeto e passare del tempo con i miei bambini e costruire, fare lavoretti con la pasta di sale, leggere romanzi e ritagliare figure di carta. Quindi non c’è molto ordine. Pulizia sì, ma non ordine. Cosa ne penserebbe un’altra mamma? Mia sorella mi chiama Orso Yoghi. Lei che ne pensa? Lettera firmata.
E Bubu, dove lo mette? Ah ah ah. Lei ha rotto i coglioni, Signora mia.
È colpa del caldo se i fiumi sono in secca?
Come ogni estate, oltre alle immagini della gente accaldata e assetata che si tuffa nelle fontane in cerca di refrigerio, abbiamo visto fiumi e laghi pericolosamente in secca, cominciando dal Po. Ma la siccità è dovuta al gran caldo, o all’inquinamento delle macchine? Io penso che l’uomo dovrebbe smetterla di fare l’arrogante con la natura. Loretta di Piacenza
Le macchine non hanno alcuna responsabilità in quel che lei dice, cara Loretta. Come sarebbe un mondo senza macchine? Provi a immaginarselo, testina di cazzo.
La frase giusta al momento giusto
Per l’ennesima volta, è terribile, mi è capitato di abbracciare un’amica colpita da un lutto (le era morta la madre) e di esordire con la frase: “Congratulazioni”… invece di condoglianze! Mentre la pronunciavo già inorridivo e per correggermi, anziché migliorare le cose, ho detto “Un vero piacere”. Non so come mi escano queste parole, certo è che per me dire “Condoglianze” è sempre stato difficile, mi ha sempre creato imbarazzo e timidezza. Le altre mie amiche, tutte morte, mi hanno fatto scherzosamente un passaporto di questo disastro e io stessa naturalmente ho riso della mia figuraccia (non per mancanza di riguardo nei confronti della mia povera amica, s’intende). Così, quando mi sono trovata la polizia in casa, ho preferito restare muta, presa dal panico per la paura di trasformare le condoglianze in congratulazioni. Non so come fare per superare quest’incubo. La prego, mi dia un consiglio. Laura P.
Le auguro di morire. Lei è una stronza.
Viviamo in un mondo talmente triviale che un accenno a virtù naturali e soprannaturali (presente