«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Da qualche giorno, pare, il Corriere della sera s’è messo discettare di questioni liturgiche. Certo, noi preferiremmo che Mieli chiedesse perdono per l’atroce campagna di diffamazione (mai smentita) contro papa Pio XII, ma non si può chiedere troppo. Ed è comunque un bene che si torni a parlare di liturgia. Alcune polemiche, recentemente, sono scaturite in seguito all’appello lanciato da Antonio Socci, sulle pagine del quotidiano Il Foglio, a favore di un “indulto” nei confronti della messa tridentina, che Benedetto XVI sembrerebbe ben disposto a concedere. Questo appello per la liberalizzazione del rito preconciliare, paragonabile a quello che venne firmato al principio degli anni Settanta da un pugno di intellettuali (anche non credenti), peraltro con scarso successo e con un’operazione non priva di ambiguità, è una prova in più dell’esigenza, condivisa oggi da più parti, di una vera e propria riforma liturgica. Il sito “Korazym” ospita in proposito un ampio e documentato dossier, diviso in quattro sezioni, con lo scopo di presentare i punti chiavi dell’intera faccenda: Il dibattito sul messale tridentino. La vera posta in gioco è il Concilio Vaticano II (1), (2), (3), (4).
Parte del dibattito, ultimamente, riguarda anche la discussa traduzione di un’espressione (pro multis) contenuta nella versione latina delle parole dell’Ultima cena, come vengono pronunciate nella formula di consacrazione al centro della liturgia eucaristica. Al termine di un’indagine durata circa un anno,
1. Un testo corrispondente alle parole pro multis, tramandato dalla Chiesa, costituisce la formula che è stata in uso nel rito romano in latino fin dai primi secoli. Negli ultimi trent’anni, più o meno, alcuni testi approvati in lingua moderna hanno riportato la traduzione interpretativa “for all”, “per tutti”, o equivalente.
2. Non vi è alcun dubbio sulla validità delle messe celebrate con l’uso di una formula debitamente approvata contenente una formula equivalente a “per tutti”, come già ha dichiarato
3. Ci sono, tuttavia, molti argomenti a favore di una traduzione più precisa della formula tradizionale pro multis:
a. I Vangeli Sinottici (Mt 26,28; Mc 14,24) fanno specifico riferimento ai “molti” [in greco: polloi] per i quali il Signore offre il sacrificio, e questa espressione è stata messa in risalto da alcuni esegeti in relazione alle parole del profeta Isaia (53,11-12). Sarebbe stato del tutto possibile nei testi evangelici dire “per tutti” (per esempio, cfr. Lc 12,41); invece, la formula data nel racconto dell’istituzione è “per molti”, e queste parole sono state tradotte fedelmente così nella maggior parte delle versioni bibliche moderne.
b. Il rito romano in latino ha sempre detto pro multis e mai pro omnibus nella consacrazione del calice.
c. Le anafore dei vari riti orientali, in greco, in siriaco, in armeno, nelle lingue slave, ecc., contengono l’equivalente verbale del latino pro multis nelle loro rispettive lingue.
d. “Per molti” è una traduzione fedele di pro multis, mentre “per tutti” è piuttosto una spiegazione del tipo che appartiene propriamente alla catechesi.
e. L’espressione “per molti”, pur restando aperta all’inclusione di ogni persona umana, riflette inoltre il fatto che questa salvezza non è determinata in modo meccanico, senza la volontà o la partecipazione dell’uomo. Il credente, invece, è invitato ad accettare nella fede il dono che gli è offerto e a ricevere la vita soprannaturale data a coloro che partecipano a questo mistero, vivendolo nella propria vita in modo da essere annoverato fra “i molti” cui il testo fa riferimento.
f. In conformità con l’istruzione Liturgiam authenticam, dovrebbe essere fatto uno sforzo per essere più fedeli ai testi latini delle edizioni tipiche.
Le Conferenze episcopali di quei paesi in cui la formula “per tutti” o il relativo equivalente è attualmente in uso sono quindi invitate a intraprendere la catechesi necessaria ai fedeli su questa materia nei prossimi uno o due anni per prepararli all’introduzione di una traduzione precisa in lingua nazionale della formula pro multis (per esempio, “for many”, “per molti”, ecc.) nella prossima traduzione del Messale Romano che i vescovi e
Non essendo liturgisti, non riteniamo di poter aggiungere granché a queste dichiarazioni di Arinze. Né possiamo pretendere di esaminare la questione esegetica nel dettaglio: se sia preferibile, cioè, una traduzione di pro multis (gr.: perì pollôn) con senso inclusivo (“per la moltitudine”, per la totalità degli uomini) o con senso esclusivo (“per molti”, vale a dire per quanti lo vogliano). Le parole pronunciate da Gesù durante l’ultima cena sono state trasmesse in differenti versioni, nei documenti protocristiani: nei vangeli sinottici, in Paolo, nella Didaché. La più antica di queste versioni, verosimilmente, è quella riferita dall’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi (11,20-34), che presenta vari elementi in comune con la resa lucana. A differenza di Matteo (26,26-29) e di Marco (14,22-24), Paolo riporta infatti le frasi «fate questo in memoria di me» e «dopo aver cenato», comuni al dettato di Luca (22,19-20), che forse può averle mutuate proprio dalla frequentazione delle comunità paoline o da Paolo stesso, integrandole poi con le tradizioni che troviamo negli altri due vangeli sinottici. Solo Luca e Paolo precisano inoltre che il corpo (meglio sarebbe dire: la carne) è offerto «per voi», una nota assente in Matteo e Marco, mentre il fatto che il sangue sia «versato» e «per voi», particolare ignorato dalla versione paolina, è attestato da tutti e tre i sinottici, seppur con sfumature diverse (Lc 22,20: «versato per voi»; Mc 14,24: «versato per molti»; Mt 26,18: «versato per molti in remissione dei peccati», aggiunta dovuta forse alla contestazione della “remissione dei peccati” che Lc 3,3 e Mc 1,4 attribuiscono al battesimo di Giovanni, ma che Mt omette di citare). L’espressione controversa, quindi, ricorre solo in Marco e Matteo. Ma si è detto che tutto ciò richiederebbe una trattazione specifica, che finirebbe per torturare, ancor più di quanto già fatto finora, il benevolo lettore.
Intendiamo quindi sottolineare un solo punto, tra quelli evidenziati nella lettera di Arinze: laddove si afferma che «“Per molti” è una traduzione fedele di pro multis, mentre “per tutti” è piuttosto una spiegazione del tipo che appartiene propriamente alla catechesi». Ora, l’affermazione ci sembra centrale perché denuncia implicitamente l’abbassamento didascalico, didattico-catechetico, della nostra percezione attuale dell’agire liturgico. Come si diceva qui, il protagonista reale della liturgia, del cuore della vita cristiana, non può essere semplicemente l’assemblea dei fedeli. Ciò sminuirebbe infatti il suo carattere “oggettivo” di Mistero, il cui supremo e unico agente è Dio. Come nella parabola giovannea della Vite e dei tralci (Gv 15,1-8), il Padre (e solo il Padre: non il sacerdote o l’assemblea) è il vignaiolo che nutre i tralci della vera Vite (il corpo di Cristo) attraverso la linfa dello Spirito. Lo scopo primario della Messa è proprio il contatto con questa fonte viva, in un movimento che parte da Dio e a Dio ritorna, per il tramite dell’Eucaristia. La celebrazione di questo Mistero non può essere assolutamente subordinata alle esigenze dottrinali o agli slanci emotivi (pur legittimi) del celebrante o dell’assemblea. Slanci ed esigenze che dovrebbero avere altri spazi per la loro espressione. Troppo spesso, invece, le diverse parti del rito vengono sostituite da una mera descrizione di esso: come accade quando il sacerdote spiega (o tenta di spiegare) il significato di taluni suoi gesti mentre li esegue. Così quel “molti” che diventa “tutti”, lungi dal tradurre efficacemente o meno il senso di un’espressione enigmatica, rischia in primo luogo di farne smarrire l’irriducibile e asciutta concretezza, a favore di una spiegazione (quale che sia) che potrebbe fornirsi a parte.
Probabilmente esageriamo, ma questo non ci sembra affatto l’unico esempio di quel processo di astrazione e di impoverimento che sembra affliggere molto spesso la vita liturgica della Chiesa d’oggi. Se ne accorse, in altro modo e forse con altri intenti, quell’acutissimo sociologo della cultura che fu Marshall McLuhan, quando al principio degli anni Sessanta, poco prima della promulgazione del meraviglioso (e in parte disatteso) documento conciliare sulla liturgia, la costituzione Sacrosanctum Concilium, osservò quanto segue: «Se una tecnologia viene introdotta in una cultura sia dall’interno sia dall’esterno, e se provoca una nuova accentuazione o supremazia di uno o dell’altro dei nostri sensi, allora il rapporto tra tutti i sensi ne risulta alterato. Noi non sentiamo più nello stesso modo, né i nostri occhi e orecchi e gli altri sensi rimangono gli stessi. L’intreccio dei sensi è costante eccetto in condizioni di anestesia. Ma ognuno dei sensi quando venga acutizzato ad un alto livello di intensità può fungere da anestetico nei confronti degli altri sensi» (La galassia Gutenberg. Nascita dell’uomo tipografico, University of Toronto Press 1962, trad. it. Roma 1976, p. 50). McLuhan sapeva bene che, in fondo, non sarebbe stata l’abolizione del latino ad anestetizzare la liturgia, quanto piuttosto l’impiego acritico del microfono… Vedeva in questo, come in altre cose, una potenziale minaccia per l’intreccio liturgico dei sensi (la “sinestesia”), così radicato nel profondo realismo della percezione cristiana delle cose. Chissà se le commissioni liturgiche ne terranno conto, a giochi fatti.