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domenica, 28 gennaio 2007
verità delle cose (letture di Tommaso / 7)

In questa occasione di festa, e dopo una lunga pausa, abbiamo pensato di tornare alle nostre letture di Tommaso d’Aquino presentando un volume del filosofo tedesco Josef Pieper (1904-1997), Wahreit der Dinge (1966), pubblicato in Italia col titolo Verità delle cose. Un’indagine sull’antropologia del Medioevo (Massimo, Milano 1981). L’autore, in questo suo prezioso contributo, esamina il significato della celebre formula Omne ens est verum (“Ogni ente è vero”), che per la verità non compare mai negli scritti di Tommaso (se non nella variante ens et verum convertuntur). Il suo è un approccio che potrebbe definirsi storico-teoretico: nella prima parte del volume, ci si sofferma sulle origini e gli sviluppi del concetto di “verità delle cose”, distinguendo fra concezione classica e cristiana ed elaborazioni moderne (soprattutto illuministe, dipendenti dallo svuotamento di tale principio che sarebbe stato operato, in particolare, da Wolff e Baumgarten); nella seconda parte, invece, se ne esaminano le ricadute sul piano antropologico. In questo principio, apparentemente “astratto”, il pensiero occidentale avrebbe visto «non solo un’affermazione sul modo di essere della realtà nel suo insieme, ma in pari tempo un’affermazione sulla natura dell’uomo».

Prima di offrire al lettore qualche stralcio dalle pagine conclusive del libro, si rende quindi necessaria una rapida precisazione sul rapporto che sussiste fra il pensiero di questo autore e quello del Doctor Communis. Il tomismo, nella concezione di Pieper, «va inteso anzitutto come un atteggiamento di apertura a tutto il reale, ivi compresa la tradizione, senza legarsi ad una parte di essa» (come osserva prontamente il curatore italiano dell’opera, Ubaldo Pellegrino). In altre parole, il pensiero di Tommaso non può essere fossilizzato in un insieme di formule, né può essere assimilato ad un sistema dottrinale chiuso: «Tommaso ritiene impossibile che si possa giungere ad una conclusione definitiva sulla realtà, che è misteriosa nella sua fonte (Dio) ed in ogni altra entità, in quanto si rapporta a Dio. La creaturalità delle cose fonda sia la loro intelligibilità, sia la loro incomprensibilità». Altro elemento decisivo, nel tomismo, sarebbe il suo legame intrinseco con l’indagine teologica. Come asseriva Gilson, la dottrina dell’Aquinate fu al contempo «la filosofia di un teologo e la teologia di un filosofo»: occorre pertanto distinguere sempre i due piani, pur senza separarli. «Per un tomista», inoltre, «è inevitabile che si pongano problemi nuovi, dalla cultura medievale non ancora affrontati; ed è inevitabile che essi solo in parte ed in modo non esaustivo siano risolti sul piano metafisico. Per questo il tomismo può conservare l’anima della dottrina tomistica pur aprendosi a nuovi problemi, affrontando nuovi temi, cercando nuove soluzioni». Vediamo allora come il riconoscimento di alcuni principi metafisici, nell’elaborazione di Pieper, si unisca in modo fecondo al riconoscimento (anche questo, fedelmente tomista) della limitatezza del conoscere:

«
Giammai l’uomo comprenderà – ossia conoscerà fino in fondo – la natura delle cose. E mai saprà misurare la totalità dell’universo [S. Th. I, q. 91, a. 1]… La conoscenza dell’essenza delle cose e la conoscenza della totalità delle cose, è stata concessa all'uomo “come speranza futura”. Ciò significa: ogni sforzo conoscitivo sarà sì un positivo progresso, e non sarà per principio inutile; ma avrà anche sempre come risultato un nuovo non-ancora. “Il nostro intelletto nel conoscere qualcosa si estende sconfinatamene” [C. Gent. I,43]; e questo vale tanto per la totalità delle cose nella loro vastità, quanto per la natura delle cose nella loro profondità: il “confine”, nel duplice significato di un oggettivo esaurimento del reale e di una soggettiva sazietà, non viene raggiunto. Ma proprio questo fatto, che l’uomo è dunque per natura un essere continuamente perfettibile, un essere di pssibilità infinite, anche di infinite possibilità di felicità, che però appena realizzate, subito mirano a superarsi – proprio questo è un segno che l’uomo è capax universi (e a tal punto che lo stesso universo, proprio perché non è “tutto”, non riesce a saziarlo). L’uomo non è solo spirito. Quando Tommaso d’Aquino paragona l’uomo agli animali, parla di questi come degli “altri esseri sensibili”. Per san Tommaso l’uomo è “palesemente non soltanto l’anima, bensì un essere la cui unità si compone di anima e corpo” [S. Th. I, q. 75, a. 4], talché egli osa fare un’affermazione che non corrisponde affatto all’idea che ci siamo fatti del “pensieo medievale”: “L’anima congiunta al corpo è più simile a Dio dell’anima divisa dal corpo, perché possiede la propria natura in maniera più perfetta” [Pot. 5, 10 ad 5]… Con ciò, da una parte si esprime chiaramente la superiorità dell’anima spirituale e principio formale, dall’altra si afferma al tempo stesso che lo spirito è ordinato al corpo e ai sensi e al mondo dalle cose sensibili: “…i sensi sono la prima fonte della nostra conoscenza” [Ver. 12, 3 ad 2]; anzi, di più: “Sebbene noi siamo innalzati dalla Rivelazione alla conoscenza di cose che altrimenti ci sarebbero rimaste sconosciute, tuttavia non siamo innalzati a tal punto da conoscerle in modo diverso che per mezzo delle cose sensibili” [In Trin. 6,3]. E d’altra parte è dall’anima spirituale che anche le funzioni dei sensi vengono informate; poiché, “propriamente parlando, non i sensi conoscono, bensì l’uomo attraverso i sensi” [Ver. 2,6 ad 3]...

Tale realismo conosce e riconosce che l’uomo, per poter vivere umanamente, ha bisogno di essere inserito nell’andamento dei rapporti consueti, che egli ha bisogno di un ambiente familiare dove svolgere la propria attività quotidiana, e insomma di sentire la vicinanza delle cose concrete. Siccome non è “puro” spirito, l’uomo non riesce a vivere esclusivamente al cospetto della realtà universale, vis-à-vis de l’univers; non può dimorare solo “sotto le stelle”, ha bisogno di un tetto sopra la testa... È proprio della natura dell’uomo, orientato verso la totalità delle cose reali, che esso incontri questa universalità del mondo, manifestantesi in innumerevoli concrezioni, con un atteggiamento accogliente di aperta disponibilità. Solo così l’uomo riesce a realizzare anche il progetto di se stesso, un progetto che non soltanto non è stato lui ad ideare, ma del quale egli neppure riesce a vedere in anticipo il disegno definitivo. Perché l’uomo è situato nel centro di un mondo che al di là di quanto è da noi via via conosciuto tiene sempre pronto l’imprevedibile; perché egli è un essere che vive al cospetto della totalità delle cose esistenti e la cui interiore sconfinatezza non è che la risposta alla inesauribile immensità del suo mondo. Questo mondo a sua volta risponde – questa è la sua natura – al Verbo creatore dell’intelligenza divina, nella cui “arte” gli “archetipi” del mondo sono vita. Poiché l’universo delle cose esistenti “è posto fra due intelletti” [Ver. I,2], il divino e l’umano. E in ciò, come ben sa la tradizione metafisica occidentale, si fonda la verità delle cose» (op. cit., pp. 117-123).

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (3)
volti e parole, tomismo essenziale