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lunedì, 05 maggio 2008
divagazioni sul tempo e l'eternità

[Rispondo da qui, indecorosamente, a un commento di Rosanna]

Cara Rosanna,

posto che ad essere “stupide”, solitamente, sono le risposte più che le domande, e posto pure che fra i lettori del blog ci sarà sicuramente qualcuno che meglio di me potrà rispondere ai tuoi quesiti… provo ugualmente a dir qualcosa.

Innanzitutto, penso vada chiarito che non bisogna guardare all’eternità come ad un prolungamento del tempo. L’eternità non è un tempo infinito, ma è qualcosa che sta al di là di spazio e di tempo. Pertanto “abbassare” l’eternità riducendola al tempo non soltanto sarebbe metafisicamente “aberrante”, ma andrebbe pure contro a quel che di fatto è accaduto con l’Incarnazione. È il mirabile scambio: il Figlio di Dio che si fa uomo, affinché l’uomo si faccia figlio di Dio, partecipando della Sua natura. Il movimento procede dall’alto, dall’eterno, e all’alto e all’eterno ritorna. Questo, ovviamente, ha profonde conseguenze sul nostro modo di intendere il tempo e la storia: ed è per questo che noi cristiani vediamo meglio di tutti l’assurdità di una filosofia della storia, perché è possibile soltanto una teologia della storia.

Sull’incarnazione, quanto al resto, hai sicuramente ragione: le due dimensioni di eternità e di tempo non sono inconciliabili, ma sono – per così dire – embricate l’una nell’altra. Però è anche vero che, secondo il dogma, è soltanto la seconda Persona della Trinità che ha fatto ingresso nel “tempo”. La sofferenza di Cristo sulla Croce, una sofferenza reale e non apparente, riguarda esclusivamente la Sua natura umana, non quella divina. Altrimenti si rischierebbe di cadere nell’eresia patripassiana, che attribuiva a Dio Padre le sofferenze patite dal Figlio.

Il Credo aquileiese, commentato da Rufino al principio del V secolo, aggiungeva non a caso al primo articolo su “Dio Padre onnipotente” gli aggettivi “invisibile e impassibile”, proprio per escludere concezioni di questo tipo. Cito un passaggio della Expositio Symboli del menzionato Rufino:

«È bene sapere che queste due parole [“invisibile” e “impassibile”] non si trovano nel Simbolo della Chiesa di Roma. Ma sappiamo che presso di noi sono state aggiunte a causa dell’eresia di Sabellio, cioè quella che i Latini definiscono Patripassiana, in quanto afferma che proprio il Padre è nato dalla Vergine e sostiene che egli si è fatto visibile e ha patito nella carne. Pertanto, al fine di respingere tale empietà riguardo al Padre, i nostri predecessori hanno aggiunto tali parole ed hanno definito il Padre invisibile e impassibile. Sappiamo infatti che il Figlio, non il Padre, è nato nella carne e in forza della nascita carnale il Figlio è diventato visibile e passibile. Ma per quanto attiene alla sostanza immortale della divinità che per lui è una sola e la stessa del Padre, in tal senso non crediamo visibile e passibile né il Padre né il Figlio né lo Spirito Santo. In quanto poi il Figlio si è degnato di assumere la carne, egli nella carne è stato visto ed ha patito» (op. cit., § 5, trad. M. Simonetti).

Se ho intuito correttamente i dubbi che stanno alla base delle tue domande, credo che questo passaggio sarà di grande chiarimento. Ma c’è dell’altro che bolle in pentola, mi pare. Si tratta, penso, del problema del rapporto tra creazione e rivelazione, e in ultima analisi tra grazia e libero arbitrio. Su questo tema straordinariamente complesso, fra le varie cose, c’è una bellissima voce scritta da Gaetano Lettieri per il Dizionario di Letteratura patristica curato da A. Di Berardino e altri (San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, pp. 628-687).

Le nozioni di grazia e di libero arbitrio, scrive Lettieri, «presuppongono una relazione tra due libertà, asimmetricamente e diacronicamente connesse: l’una creata, chiamata, provata, redenta dall’altra, che sempre la precede e la governa, ma che pure è paradossalmente determinata da quella, capace di obbligarla a un divenire “storico”, al punto che il rapporto tra grazia e libertà può essere rappresentato come l’abbraccio di lotta che stringe Giacobbe con l’angelo di Dio. Da una parte, infatti, la libertà creata fende la creazione divina, costringe la libertà creatrice a intervenire nuovamente, tramite la rivelazione della Legge o, dopo e oltre questa, della grazia, per correggere il disegno della creazione alterato dalla creatura; dall’altra, la libertà creaturale sussiste unicamente a partire dall’apertura del dono divino (creativo, rivelativo o redentivo che sia). Dimensione paradossale, logicamente aporetica, questa del dono (nome che la Bibbia stessa attribuisce allo Spirito Santo), che tale è soltanto se incondizionato, indebito, assoluto, dato gratis, senza ragione cogente o richiesta di contraccambio, ma che d’altra parte si rivolge a una libertà che lo accolga e lo riconosca, a una risposta consapevole, grata, spontanea, non costretta, eppure dovuta».

Come sciogliere allora questo dilemma, questa aporia del dono? Non trovo parole migliori di quelle, provvidenzialmente segnalate da un caro amico, che Dante attribuisce a san Pier Damiani, nel canto XXI del Paradiso (da leggere tutto), vv. 91-102:

Ma quell’alma nel ciel che più si schiara,

quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,

la dimanda tua non satisfara;

però che sì s’innoltra ne lo abisso

de l’etterno statuto quel che chiedi,

che da ogni creata vista è scisso.

E al mondo mortal, quando tu riedi,

questo rapporta, sì che non presumma

a tanto segno più mover li piedi.

La mente, che qui luce, in terra fumma;

onde riguarda come può là giue

quel che non pote perché ’l ciel l’assumma…

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (34)
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