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lunedì, 17 ottobre 2005
la vocazione dell'intellettuale cristiano

Che cos’è mai un intellettuale cristiano? Si tratta di una buona domanda, in tempi in cui l'intellettuale è ridotto a puro funzionario della retorica accademica, dell’opinionismo impertinente, dei poteri forti dell’Io. Esiste una declinazione cristiana dell’intelligenza? Noi crediamo di sì, e crediamo che questa consista in un’armonizzazione, in un ordinamento dell’intelletto alla Grazia: come affermava Berengario di Tours, già nell’XI secolo, è proprio «di un animo generoso ricorrere alla dialettica in ogni cosa; poiché ricorrervi è un ricorrere alla ragione, e colui che, essendo fatto per la ragione, ad immagine di Dio, non vi ricorre, dispregia la propria dignità, e non può rinnovarsi di giorno in giorno ad immagine di Dio» (De Sacra Cena).

L’obiezione ricorrente ancor oggi, per cui un cristiano non potrebbe occuparsi criticamente di cose cristiane, è una colossale sciocchezza: sarebbe un po’ come dire che un uomo sposato non potrebbe discettare, in generale, di bellezza femminile. Un profondo amore per il proprio oggetto di studio, lungi dall’interferire negativamente nella comprensione dell’oggetto stesso, può al contrario, in molti casi, vivificarla e sostenerla: l’essenziale è che l’oggetto in questione mantenga la propria irriducibile alterità. Il grande storico Henri-Irénée Marrou, da cristiano, amava richiamare in proposito una frase di Agostino: «Et nemo nisi per amicitiam cognoscitur» («Non si conosce alcuno, se non per amicizia»: De diversis quaestionibus 71,5). Egli indicava pertanto l’amicizia come principale alleato della comprensione storica: ove per amicizia s’intenda uno sguardo libero da indulgenze come da sovrapposizioni, una passione per un “altro” che venga accettato per quello che è, non per quello che in esso vogliamo vedervi, un “altro” che è realmente esistito o che esiste, non una creatura della ragione, né un fantasma alimentato dall’immaginazione. E questo perché, osservava Marrou, «nella vita, come nella storia, l’autentica amicizia presuppone la verità… Una sincera passione non abolisce la coscienza della realtà: in un certo senso, io sono felice di scoprire anche i limiti, anche i difetti di colui che amo, poiché questo contatto con ciò che esiste, a volte brutale, mi conferma della sua realtà, della sua essenziale alterità: esso non si confonde con il mio sogno e quindi non può dirsi frutto di un’indulgente lusinga; a chi sa amare, questa esperienza dell’altro, questo uscire da se stesso, permetterà di superare ogni delusione» (La conoscenza storica, trad. it. 1988, pp. 86-87).

Chi è cattolico, dando fiducia alla ragione, può persino godere di un vantaggio, interessato com’è a verificare fin dove arrivi, precisamente, la stessa ragione con le sole sue forze. Modello altissimo di quest’esperienza intellettuale è Tommaso d’Aquino, il cui metodo è tuttora invocato dalla Chiesa quale fondamento irrinunciabile (non indiscutibile) del pensare cristiano (dall’enciclica Aeterni Patris di Leone XIII alla Fides et ratio di Giovanni Paolo II). Ma cosa significa, oggi, porsi alla scuola di Tommaso? Crediamo di potervi rispondere con l’invito paradossale che è rivolto ad ogni cristiano: «Fai come Dio: diventa uomo!». Tommaso è stato innanzitutto un grande uomo: nella mole, nella dottrina e nella santità. Diversi temperamenti ne hanno seguito le orme, anche in tempi a noi vicini: filosofi e teologi come Étienne Gilson, Jacques Maritain, Marie-Dominique Chenu e Cornelio Fabro; artisti come Gilbert K. Chesterton, Flannery O’Connor, Luigi Santucci e Olivier Messiaen; ma anche figure la cui definizione è senz’altro più sfuggente, come Marshall McLuhan, o la santa carmelitana Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein). Nessuno di essi è stato un “duplicato” del maestro, per il semplice fatto che Tommaso non si volle mai porre quale maestro: «Ogni insegnamento – scrive infatti l’Aquinate –  non può avere efficacia, se non in virtù di quel lume» (il lumen rationis, il lume della ragione), il quale «è posto in noi da Dio», per cui «Dio soltanto è colui che internamente e principalmente insegna» (De veritate, 11,1). Secondo la prospettiva di Tommaso, la ragione è ricompresa e trasfigurata dalla Rivelazione, mentre la Sapienza risulta «un tesoro inesauribile, cosicché quanti vi attingono sono partecipi dell’amicizia di Dio»: il buon filosofo, l’autentico umanista, non insegnano banalmente a cercare la verità, ma a trovarla, a riconoscerla, facendosi conquistare da essa, entrando con essa in comunione.

Il celebre motto tomista, per cui «omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est» («ogni verità, da chiunque sia detta, proviene dallo Spirito Santo»), non implica allora una riduzione antropologica della Rivelazione, né una blanda professione di relativismo. Tommaso ha confessato, piuttosto, il proprio radicale stupore per la realtà, per la strana oggettività della cose, per la meravigliosa concretezza del molteplice. Fra le pieghe di tutti i suoi sottili ragionamenti, che poco prima della morte, di fronte al mistero della visione ultima di Dio, egli volle definire come “paglia”, ci è dato di intuire il suo tenace amore per la dignità creaturale dell’uomo, chiamato nel disegno divino a un superiore compimento: ogni uomo è capace di Dio e a Lui tende, in tutte le sue disposizioni, conoscitiva (l’intelletto), affettiva (la relazione), estetica (la sensibilità). Il dramma dell’avventura umana consiste allora nella separazione, nella frammentazione di quei “trascendentali”, che la filosofia tomista vuole invece uniti all’Essere: il vero, il buono, il bello.

Profondamente, fedelmente tomista è stato il filosofo Karol Wojtyla, quando da papa indicava ai docenti universitari il modello cristiano di intellettuale, il cui fine supremo è «l’amore della verità al di sopra di tutto. Il suo atteggiamento fondamentale non può essere che la ricerca e l’accoglienza del vero. Occorre molta forza d’animo, di libertà interiore, d’indipendenza nei riguardi delle mentalità e delle mode dominanti, di lealtà e di umiltà. Ma la più grande gioia degli intellettuali, al termine delle loro ardue ricerche, è il “gaudium de veritate” di cui sant’Agostino parlava con entusiasmo» (Discorso a Friburgo, 13 giugno 1984).

Giovanni Paolo II poneva questo intendimento della cultura – come “sapienza”, ossia «gusto di conoscenza, maturità dello spirito, anelito di libertà vera, esercizio di criterio e discrezione» (Discorso ai docenti universitari di Bologna, presso la chiesa di San Domenico, 18 aprile 1982) – nel cuore stesso della Chiesa: «La Chiesa, in un certo senso, è la viva memoria di Cristo: del  mistero di Cristo, della sua passione, morte e risurrezione, del suo Corpo e del suo Sangue. E questa memoria si compie mediante l’Eucaristia. Ne consegue che i cristiani, celebrando l’Eucaristia, facendo cioè “memoria” del loro Maestro, scoprono continuamente la loro identità. L’Eucaristia evidenzia qualcosa di più profondo ed insieme di più universale, evidenzia la divinizzazione dell’uomo e la nuova creazione in Cristo. Parla della redenzione del mondo. Questa memoria… permette all’uomo di comprendere se stesso nelle sue radici più intime, ed insieme nella prospettiva definitiva della sua umanità. Gli permette anche di comprendere le varie comunità nelle quali si forma la sua storia: la famiglia, la stirpe, la nazione. Gli permette infine di comprendere la storia della lingua e della cultura, la storia di tutto ciò che è vero, buono e bello» (Memoria e identità, ed. it. 2005, p.171).

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (6)
lettere dalla campagna, tomismo essenziale