«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Che le bugie abbiano le gambe corte è cosa risaputa: ma per quanto tempo possono continuare a correre, senza che nessuno provveda a fermarle? La questione sembra applicarsi non soltanto al campo sempreverde delle cosiddette leggende metropolitane, ma anche (e ciò sia detto con un filo d’amarezza) al mondo dell’università e della ricerca, a quell’enorme “città secondaria” – secondo la pungente definizione di George Steiner – dove il commento si aggiunge spesso al commento, in un circuito di voci che solo in pochi casi raggiunge il lettore comune e di “buona cultura”. Uno di questi casi è sicuramente quello delle pubblicazioni di divulgazione storico-religiosa, soprattutto se consacrate al cristianesimo delle origini. Quanti “codici da Vinci”, quanti “misteri” del Mar Morto finiscono per polverizzare la ricerca e le fatiche di tanti seri studiosi, su questi stessi argomenti... Nondimeno, ogni regola ha le sue eccezioni: e così può capitare che siano persino gli studiosi suddetti a confezionare clamorose “bufale”, ad uso e consumo dei profani e (perché no?) dei colleghi. Un esempio recente l’ha fornito suo malgrado Morton Smith, il prestigioso storico del Mediterraneo antico scomparso nel 1991, docente alla Columbia University, e maestro fra gli altri di Jacob Neusner (tra le massime autorità mondiali nel campo degli studi giudaistici).
Smith, nel lontano 1958, si rese protagonista di una scoperta sensazionale: durante una spedizione presso il monastero di Mar Saba, a pochi chilometri da Gerusalemme, ebbe infatti la ventura di rinvenire fra le pagine d’un volume del XVII secolo (l’edizione delle lettere di Ignazio di Antiochia curata da I. Voss) alcuni frammenti di un’epistola di Clemente d’Alessandria, il padre della Chiesa vissuto fra il 150 e il 212 circa, giustamente considerato tra i più fertili intelletti del cristianesimo antico. Clemente, di cui non si possiedono tuttora “altre” lettere, si rivolgeva in questa ad un certo Teodoro, mettendolo in guardia dalle dottrine eretiche dei Carpocraziani, un gruppo gnostico di tendenze libertine: costoro, spiegava sempre l’Alessandrino, avrebbero adulterato alcuni passi del “Vangelo segreto di Marco”, una versione ampliata del Vangelo che sarebbe poi diventato canonico, e la cui lettura veniva consentita presso la chiesa di Alessandria solo agli «iniziati ai grandi misteri». I carpocraziani, a questo già di per sé fantomatico Vangelo (che nella pletora degli apocrifi finora conosciuti risultava comunque inedito), avrebbero in particolare aggiunto alcune frasi “compromettenti”, secondo le quali Gesù insegnava i «Misteri del Regno di Dio» durante cerimonie notturne a sfondo iniziatico e sessuale, «nudo con nudo».
Come si comprende da questi brevi cenni, il testo fece molto scalpore, e pose diversi problemi agli studiosi. Accertata che fosse l’autenticità clementina dello scritto, come si sarebbero valutate le citazioni del presunto “Vangelo segreto”? E in che rapporto sarebbe stato, quest’ultimo, col testo canonico che noi conosciamo sotto il nome di Marco? La critica si divise ben presto fra posizioni radicali (il “Vangelo segreto” come versione anteriore di Marco), moderate (il “Vangelo segreto” spurio e secondario rispetto ai canonici), o decisamente scettiche (l’intero documento come un falso: posizione sostenuta fra gli altri anche dall’ex-allievo Neusner). Alcuni brani del “Vangelo segreto”, a detta di Smith, avrebbero addirittura fornito una spiegazione “convincente” (e decisamente audace) per l’enigmatico passaggio contenuto nel Vangelo di Marco (14,51-52), laddove si fa riferimento al «giovane che fuggì seminudo» durante la drammatica notte del Getsemani. Su questo e su altri “indizi”, da allora, si è ricamato fin troppo: qualcuno ha persino letto il tutto come una “prova” dell’omosessualità di Gesù (in effetti, al campionario moderno dei “Gesù storici”, mancava solo questo: fulgidi esempi qui e qui).
A smantellare per sempre tutte queste immaginose congetture, ci pensa ora un libro, firmato dal brillante neotestamentarista Stephen Carlson. Il volume, che si intitola The Gospel Hoax. Morton Smith’s Invention of Secret Mark (Baylor University Press), è appena uscito negli Stati Uniti. Con dovizia di prove, e con una precisione tale che il filologo cede volentieri il passo al criminologo, Carlson dimostra che l’epistola clementina e i brani del “Vangelo segreto” in essa contenuti sono inoppugnabilmente opera di un falsario (forse lo stesso Morton Smith). Falsi confezionati benissimo (al punto da illuminare la scomparsa “inspiegabile” degli originali: Carlson ha potuto lavorare solo su fotografie), ma che la moderna ricerca – appoggiandosi ad accurate analisi grafologiche (il “tremore” del falsario), lessicali, stilistiche, e persino all’esame ottico delle muffe depositate sui fogli – può smascherare per la gioia e il dolore degli eruditi, e di quanti hanno discettato o speculato sull’ennesima “bufala”. Rimane insoluto un solo, autentico mistero: il motivo che spinse Morton Smith, o chi per lui, a fabbricare e diffondere un falso di queste proporzioni. Carlson, pudicamente e rispettosamente, non si pronuncia in merito. Chissà se Focus e la bella compagnia dei “divulgatori” di misteri ne daranno almeno notizia.
l.w. (la firma è per autenticare il post)