«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Chissà se a Berlicche è sfuggita l’ennesima idiozia di Repubblica, questo «club d’élite, ma di massa», come la definì a suo tempo, con piccante maestria, Alfonso Berardinelli. Sentite infatti come Natalia Aspesi mette in guardia i membri del prestigioso club (tutti lettori molto colti) dalla visione del recente filmone Disney tratto dalle Cronache di Narnia di C.S. Lewis. Riportiamo una parte del testo, con alcune utili integrazioni tra parentesi quadre, per far più chiaro al lettore il pensiero della Signora:
«È molto probabile che, se non avvertiti da genitori molto pii, ai bambini sfuggirà il fatto che il corpulento fulvo Re Leone che predica pace ma soprattutto guerra, per di più con la voce sexy di Omar Sharif (…), rappresenti addirittura il Cristo [addirittura? roba da non crederci], con una salita al Golgota e un martirio ancora più efferati di quelli offerti da Mel Gibson nella sua fortunatissima e sanguinolenta Passione [It is as it was]».
Ma questa “grande peur des bien-pensants” ha i suoi limiti, perché – continua Maga Magò – «sarebbe esagerato dire che Narnia, il leone, la strega e l’armadio di fiabesca e allarmante [sic] grazia visiva, sia un film, come molti deplorano [chi? precisare], furbescamente adatto a tempi di superstizione cristiana [exitiabilis superstitio] e invadenza evangelica, per folle integraliste [quelle che non sono andate a votare il 12 e il 13 giugno] avide di ritorno a valori antichi e minacciosi [putacaso la famiglia eterosessuale]».
C’è da sperare, infatti, che «neanche gli adulti, soprattutto se italiani ma non soggetti alle predicazioni del senatore Pera e del cardinale Ruini [eccoli], saranno travolti dalla simbologia religiosa dei 139 minuti dell’atteso film natalizio, anche se qualche dubbio [dubbio?] potrebbe venire quando le due sorelline Susan e Lucy, vestite come Maria e la Maddalena nei dipinti preraffaelliti di tipo misticheggiante [???], vegliano il sepolcro e assistono alla resurrezione: del Leone naturalmente, che se le prende in groppa e accorre sul terrorizzante campo di battaglia dove le forze del Bene (…) combattono con la massima crudeltà (appunto a fin di bene, come nelle crociate [il sempre oscuro medioevo]) contro quelle del Male [certo: Lewis pensava sicuramente agli “stati canaglia”...]: tutti bruttissimi, deformi, anche neri neri, quindi destinati alla sconfitta, nani, giganti, minotauri, rinoceronti, ippopotami, il peggio della natura e della fantasy [forse non bisognava farli nascere]. Li guida la Strega Bianca appunto pericolosamente candida [molto WASP], che è invece di bellezza sconvolgente, altissima, vestita di cristalli e pellicce di volpe bianca con strascico (in battaglia si avvolge invece con la criniera del Leone sacrificato, cui però risorgendo fortunatamente ricresce), una Tilda Swinton da far innamorare grandi e piccini: anche se ad un certo momento dice “Non faremo prigionieri”, frase previtiana [si badi bene] che non giova al suo fascino pur perverso».
Il pezzo continua con alcune note “biografiche” su Lewis: «Gli appassionati di C. S. Lewis (…) sanno che tra le molte virtù del professore oxfordiano [che insegnò anche a Cambridge], oltre a quella, preziosa, di essere collega ed amico di un altro genio fantasy, J.R. Tolkien, c’era la sua intensa severa fede cristiana che oggi verrebbe definita teo-con [sicuro: anche Gesù Cristo verrebbe definito pre-conciliare]. Andavano a ruba i suoi libri dedicati ai miracoli e ai salmi [roba da non crederci], come del resto i romanzi di fantascienza [roba da non crederci]. (…) Clive Staple Lewis, detto Jack, era uno zitellone ultracinquantenne leggermente alcolizzato [la Signora Aspesi è astemia: ma ignoriamo il suo stato civile] quando si mise a scrivere Il leone, la strega e l’armadio, il primo dei sette affascinanti romanzi per bambini del ciclo Le cronache di Narnia. Lui i bambini li detestava [beh, almeno non era pédo] ma adorava il mito dell’infanzia, della sua [e di chi, se no?], sempre rimpianta, che si era spezzata con la morte della madre molto amata quando lui aveva 9 anni, lasciandolo succube di un padre nevrotico e ubriacone [pure lui], e con un fratello di poco maggiore [solo di poco], Warren, pure lui destinato al celibato e alla bottiglia solitaria [una sola, dunque]. In pochi anni, dal 1950 al 1956, C. S. Lewis scrisse e pubblicò tutta la saga, e intanto la sua vita prendeva tardive nuove strade sentimentali: (…) una fan americana, Joy Gresham, con cui aveva iniziato una corrispondenza, piantava il marito, piombava ad Oxford [cioè a Cambridge] con i suoi due figli, e piegava l’incallito celibe al matrimonio [succede]. Storia così straordinaria in un ambiente universitario accanitamente misogino [in realtà Lewis, nella propria autobiografia, lo descrive piuttosto come accanitamente “omosessuale”] da ispirare nel 1994 un film hollywoodiano strappalacrime (lei muore di cancro quattro anni dopo), Shadowlands con Anthony Hopkins e Debra Winger: divi ovviamente affascinanti, mentre le foto d’epoca mostrano una realtà più modesta, un uomo grassoccio e malvestito e una signora molto larga, con occhiali spessi, e un abito di gusto british-accademico [la Aspesi!], cioè sbagliato [???], a fiori enormi. Quali fossero in realtà i rapporti del ruvido professore con l’altro sesso o il sesso stesso, non sono chiari, avendo il fratello, dopo la sua morte avvenuta nel 1963 a 65 anni, distrutto buona parte delle sue carte [i misteri del Mar Morto]. In molti club a lui dedicati si sostiene che malgrado il matrimonio e la precedente eccentrica convivenza, il buon uomo sia morto vergine [cosa alquanto disdicevole]».
A concludere il giochino delle insinuazioni, una frase che lasciamo al lettore smaliziato: «Però vengono gelosamente conservate negli archivi lettere che documentano i suoi sensi di colpa riguardo alla masturbazione, la sua passione per nuotare nudo con i compagni in un tratto di fiume accanto al College, e le sue fantasie sadiche, con pacche e frustate su sederini di ragazze, “per il bene della loro anima”…». Anche noi siamo sadici, a tal punto da auspicare una generosa sculacciata sul sederone della Aspesi, per il bene della nostra anima: non facciamo complimenti, è Natale.