«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Quella di Shakespeare cattolico non è una novità. La tesi venne sostenuta, in Italia, dal grande critico letterario Rocco Montano (che abbiamo nominato qualche giorno fa), col rigore e la sottigliezza che gli erano consueti. In proposito, fra le pagine graziose di Avvenire, è apparsa invece una recensione di Andrea A. Galli al recente volume della studiosa anglosassone Clare Asquith, Shadowplay. The Hidden Beliefs and Coded Politics of William Shakespeare (Public Affairs, London 2005), che fornisce nuove interessanti argomentazioni sulla fede dissidente del celebre drammaturgo e poeta (per un’intervista all’Autrice, cliccare qui):
«Nessun lamento, nessun componimento è stato tramandato sulla fine di Richard Whiting, abate e umanista inglese che il 15 novembre 1539 venne impiccato dalle milizie protestanti, le quali, con fare più azteco che puritano, gli strapparono il cuore e lo mostrarono come trofeo alla cittadinanza atterrita. Con Whiting, ricordato come un erudito e un saggio amministratore, se ne andò per sempre (venne rasa al suolo) anche l'abbazia di Glastonbury, nel Somerset, fondata sul luogo della celtica Avalon, dove secondo la leggenda era approdato Giuseppe di Arimatea direttamente dalla Terra Santa e dove arrivarono i primi missionari da Roma, a cui si aggiunse San Patrizio di ritorno dall'Irlanda, che lì venne sepolto. Fu insomma strappato il cuore spirituale del Paese, simbolo di un misterioso e diretto legame tra l’Inghilterra e Cristo. Non un poeta ricordò quegli avvenimenti di tono apocalittico. Eppure è certo che violenze del genere, oltre che seminare il terrore, alimentarono l’ostilità verso una riforma protestante imposta dall’alto, con l’obiettivo di far tabula rasa dell’identità religiosa di un popolo. Lo si può dedurre dalla durata della persecuzione anticattolica, tra le più cruente della storia della Chiesa, che ancora settant’anni dopo, con Giacomo VI, non aveva perso di intensità. Lo hanno dimostrato negli ultimi decenni storici revisionisti come John Bossy, Jack Scarisbrick, Edwin Jones, Christopher Haigh, che hanno fatto luce sulla censura operata dalla storiografia elisabettiana verso la resistenza cattolica, che rimase vigorosa per quasi un secolo.
È sullo sfondo di questi studi sul cattolicesimo negato nell’Inghilterra tra ’500 e ’600 che si situa il recentissimo libro di Clare Asquith - moglie di un ex diplomatico britannico in Unione Sovietica ed esperta di letteratura elisabettiana - dal titolo Shadowplay. The hidden beliefs and coded politics of William Shakespeare. Un libro d’eccezione essendo forse la più articolata ricerca su un mistero che da tempo aleggia sugli studi shakespeariani: il più grande drammaturgo di sempre, il massimo poeta inglese era cattolico? Per rispondere alla vexata questio
Insomma il famoso mondo “out of joint”, sconnesso, al centro della riflessione di Shakespeare non sarebbe tanto la civiltà europea alle prese con l’entrata traumatica nella modernità (come un po’ fumosamente riportano tanti manuali di letteratura) ma l’Inghilterra violentata nella sua tradizione secolare e nella sua identità più profonda, quella cattolica. Interpretazione che sta facendo discutere, forse perché tutt’altro che una semplice ipotesi» (fonte: Avvenire, 23/02/2006).