«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Il piccolo Zaccheo raccoglie e sostiene quest’invito di Luigi Demiet (del blog wXre), che ha scritto alcune notevoli considerazioni su un’opera dell’artista inglese Mark Wallinger, installata nella cripta del Duomo di Milano col sostegno della Provincia e l’approvazione dell’Arciprete Mons. Luigi Manganini. Scrive Demiet (consigliamo comunque una lettura integrale del suo bellissimo post, in particolare degli ultimi due paragrafi, che qui non riportiamo, e dei commenti):
«La videoinstallazione, dal titolo Via Dolorosa, la chiamano cappella. Sarebbe meglio dire che è un box nero. Uno spazio chiuso, sottratto e reso avulso dal resto della cripta e del Duomo. Un box grande pochi metri cubi, ci staranno sì e no una quindicina di persone. Dentro è buio, le pareti di compensato e cartongesso sono nere. Sulla parete in fondo, grande circa
La curatrice dell’allestimento – segnala sempre Demiet – definisce quest’opera di Wallinger «un segno vertiginosamente sporto verso il futuro, un segno che non corrisponde esattamente al bisogno figurativo di una catechesi dogmatica [sic: nota eloquente di l.d.], ma alla domanda dubbiosa del viandante del Terzo Millennio che entrando in Duomo guarda la realtà con gli occhiali scuri [sob: nota eloquente che aggiungiamo noi]». Ma questo, osserva giustamente Demiet, significa che «si entra in chiesa per finire nel box nero. La ragione è tagliata fuori. L’esperienza non conta. Rimane tutt’al più un sentimento». Wallinger, in tal senso, è davvero «un Bultmann in formato fieristico» (sei un grande, Luigi!): «Il brandello di luce non testimonia l’esistenza della luce ma solo quel poco che serve per dire che non c’è più luce. L’unica opzione che rimane è un sentimento. Ovvero rimane l’arbitrio che decide se quel brandello di luce valga o meno. Ma perché debba valere o non valere non lo dice. Se vuoi credere che quella luce conta qualcosa, devi crederlo non per quanto la luce fa vedere. Fideismo. La storia sparisce perché Wallinger la approccia col sentimento. Il sentimento è furfante e sbadato, perché ruba e poi perde quanto rubato. Ma non si tratta di contrapporre all’opera di Wallinger la storia della Chiesa, quella storia che il box nero occulta. Si tratta piuttosto di comprendere cosa siano la ragione e l’esperienza. Perché il discorso che riduce a brandelli il farsi carne dell’annuncio evangelico ha prima ridotto a brandelli la ragione e l’esperienza. È necessario quindi riaffermare ragione ed esperienza, le loro condizioni di possibilità e la loro capacità conoscitiva. Fino a mostrarne la forza elenctica. Solo così quello che il sentimento può confondere per un rettangolo nero, può invece risultare ricchezza semantica. È necessario partire dal patrimonio teoreticamente forte e storicamente ineludibile del realismo cristiano».
Si capisce cosa sia in gioco qui, a partire da una critica che alcuni riterranno forse estemporanea. È lo statuto dell’arte cristiana (e ancor più, vorremmo dire, dell’artista che voglia non soltanto dirsi ma essere cristiano). Per questo Demiet, in modo profondamente e autenticamente cattolico, sottolinea la necessità di riaffermare il realismo dell’artista cristiano (ragione ed esperienza!). Certo, quel che interessa al cristiano è
Scrive Ireneo di Lione: «Nei tempi passati si diceva che l’uomo è stato fatto a immagine di Dio, ma non appariva tale, perché era ancora invisibile il Verbo a immagine del quale l’uomo era stato fatto; e appunto per questo facilmente perse la somiglianza. Ma quando il Verbo di Dio si fece carne, confermò l’una e l’altra cosa: mostrò veramente l’immagine, divenendo Egli stesso ciò che era