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giovedì, 16 marzo 2006
caro Wallinger...



Il piccolo Zaccheo raccoglie e sostiene quest’invito di Luigi Demiet (del blog wXre), che ha scritto alcune notevoli considerazioni su un’opera dell’artista inglese Mark Wallinger, installata nella cripta del Duomo di Milano col sostegno della Provincia e l’approvazione dell’Arciprete Mons. Luigi Manganini. Scrive Demiet (consigliamo comunque una lettura integrale del suo bellissimo post, in particolare degli ultimi due paragrafi, che qui non riportiamo, e dei commenti):

«La videoinstallazione, dal titolo Via Dolorosa, la chiamano cappella. Sarebbe meglio dire che è un box nero. Uno spazio chiuso, sottratto e reso avulso dal resto della cripta e del Duomo. Un box grande pochi metri cubi, ci staranno sì e no una quindicina di persone. Dentro è buio, le pareti di compensato e cartongesso sono nere. Sulla parete in fondo, grande circa 3 metri x 2, vengono proiettate alcune scene del film di Zeffirelli Gesù di Nazareth: i 18 minuti che rappresentano la passione. Solo che il 90% dello schermo, il 90% delle immagini, sono oscurate da un grande rettangolo centrale completamente nero. Affiora solo la parte esterna dell’inquadratura, come una cornice di luce. Tutto il resto è nero. Non c’è audio. Al centro di questo box, ci sono tre panche. Mi sono seduto. Ho guardato. Ho assistito. Ho visto. E non ho visto quanto non è vedibile. Il luogo è sempre vuoto. Qualcuno fa capolino, ma è solo per andarsene subito dopo. Nessuno si ferma in quel box che hanno chiamato Via Dolorosa. Nemmeno chi l’ha pensata, fatta, pagata, montata, inaugurata, promossa. Nessuno. Ne sono sicuro. Per un semplice motivo. Quel rettangolo nero assieme a quegli scampoli di immagini laterali che si muovono tutt’attorno disturbano l’equilibrio e provocano un effetto di nausea. Insomma, è impossibile resisterci. Ho provato a pensare che fosse un effetto voluto, ma sarebbe ridicolo. Una via dolorosa che non si lascia percorrere, e neppure interrogare. Semplicemente si lascia evitare».

La curatrice dell’allestimento – segnala sempre Demiet – definisce quest’opera di Wallinger «un segno vertiginosamente sporto verso il futuro, un segno che non corrisponde esattamente al bisogno figurativo di una catechesi dogmatica [sic: nota eloquente di l.d.], ma alla domanda dubbiosa del viandante del Terzo Millennio che entrando in Duomo guarda la realtà con gli occhiali scuri [sob: nota eloquente che aggiungiamo noi]». Ma questo, osserva giustamente Demiet, significa che «si entra in chiesa per finire nel box nero. La ragione è tagliata fuori. L’esperienza non conta. Rimane tutt’al più un sentimento». Wallinger, in tal senso, è davvero «un Bultmann in formato fieristico» (sei un grande, Luigi!): «Il brandello di luce non testimonia l’esistenza della luce ma solo quel poco che serve per dire che non c’è più luce. L’unica opzione che rimane è un sentimento. Ovvero rimane l’arbitrio che decide se quel brandello di luce valga o meno. Ma perché debba valere o non valere non lo dice. Se vuoi credere che quella luce conta qualcosa, devi crederlo non per quanto la luce fa vedere. Fideismo. La storia sparisce perché Wallinger la approccia col sentimento. Il sentimento è furfante e sbadato, perché ruba e poi perde quanto rubato. Ma non si tratta di contrapporre all’opera di Wallinger la storia della Chiesa, quella storia che il box nero occulta. Si tratta piuttosto di comprendere cosa siano la ragione e l’esperienza. Perché il discorso che riduce a brandelli il farsi carne dell’annuncio evangelico ha prima ridotto a brandelli la ragione e l’esperienza. È necessario quindi riaffermare ragione ed esperienza, le loro condizioni di possibilità e la loro capacità conoscitiva. Fino a mostrarne la forza elenctica. Solo così quello che il sentimento può confondere per un rettangolo nero, può invece risultare ricchezza semantica. È necessario partire dal patrimonio teoreticamente forte e storicamente ineludibile del realismo cristiano».

Si capisce cosa sia in gioco qui, a partire da una critica che alcuni riterranno forse estemporanea. È lo statuto dell’arte cristiana (e ancor più, vorremmo dire, dell’artista che voglia non soltanto dirsi ma essere cristiano). Per questo Demiet, in modo profondamente e autenticamente cattolico, sottolinea la necessità di riaffermare il realismo dell’artista cristiano (ragione ed esperienza!). Certo, quel che interessa al cristiano è la Santità, intesa nel senso di santificazione, divinizzazione dell’uomo e del cosmo (la theosis dei Padri orientali), piuttosto che nel senso mutilante e puritano di salvezza individuale: l’ecclesialità della vita cristiana deve pertanto tener conto del proprio carattere di realizzazione delle potenzialità spirituali; e ciò non può avvenire senza l’integrazione delle capacità “creative” dell’uomo, senza una fiducia positiva nei confronti della ragione. Farne a meno equivarrebbe a depotenziare  il dogma della homoousìa, della divino-umanità di Cristo. L’Assoluto che irrompe nella storia – lungi dallo svalutarla – trasfigura la realtà, impedendo quella che Florenskij ha opportunamente definito “autoaffermazione inospitale” (il cui corrispondente teoretico è il soggettivismo), ch’è legge per l’uomo decaduto, non toccato dalla Grazia. Ogni uomo è chiamato ad accogliere, a completare e a trasfigurare la realtà: e il vertice di questa trasfigurazione è essenzialmente liturgico. Ogni cristiano, in tal senso, è un “artista”. Le tappe dell’economia salvifica procedono infatti dalla Creazione (l’invisibile dà forma al visibile), attraverso il doppio movimento di Rivelazione e di  Redenzione – di assunzione e trasfigurazione – garantito dall’opera del Figlio e dello Spirito (le “due mani del Padre”, secondo la suggestiva immagine di Ireneo di Lione).  E «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato – assicura il Figlio – , che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno» (Gv 6,39). Ogni realtà trova così giustificazione, in quanto assunta nella superiore libertà della Gloria.

Scrive Ireneo di Lione: «Nei tempi passati si diceva che l’uomo è stato fatto a immagine di Dio, ma non appariva tale, perché era ancora invisibile il Verbo a immagine del quale l’uomo era stato fatto; e appunto per questo facilmente perse la somiglianza. Ma quando il Verbo di Dio si fece carne, confermò l’una e l’altra cosa: mostrò veramente l’immagine, divenendo Egli stesso ciò che era la Sua immagine, e ristabilì saldamente la somiglianza, rendendo l’uomo simile al Padre invisibile attraverso il Verbo che si vede» (Adversus haereses V, 16,2). Ecco, piacerebbe che si ripartisse da qui, da questa Luce fatta carne, per ripensare ai nostri tempi di rettangoli neri e monsignori dalle idee un po’ confuse.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (3)
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