«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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«Io sentia d’ogne parte trarre guai / e non vedea persona che ’l facesse; / per ch’io tutto smarrito m’arrestai. / Cred’io ch’ei credette ch’io credesse / che tante voci uscisser, tra quei bronchi, / da gente che per noi si nascondesse. / Però disse ’l maestro: “Se tu tronchi / Qualche fraschetta d’una d’este piante, / li pensier c’hai si faran tutti monchi”» (Dante, Inf. XIII, 22-30).
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli» (Gv 15,1-8).
L’amico Marco, “cattolico e massone”, ha preso congedo (vd. commento, qui). Si è eclissato, “con piacere”. Il piacere, almeno per chi scrive, è venuto meno proprio dopo l’ultima sua risposta. Per prima cosa spiace deluderlo ulteriormente, sul mio essere “studioso di Tommaso” (quel che sono, del resto, non ha molta importanza): la mia devozione a Tommaso, oltretutto, non è maggiore di quella nei confronti della piccola Teresa di Lisieux. Due santi che amo molto, entrambi Dottori della Chiesa, e che voglio invocare al principio di questa comunicazione, giusto per chiarirne gli estremi. Vedo però che alfine Marco ha rivelato qualcosina, di questo contenitore che risponde al nome di Massoneria. Mi concedo quindi alcune considerazioni (in margine alle citazioni apposte):
Innanzitutto, stancamente, una premessa sulla definizione di “religione”, tratta da Durkheim “ateo”, “razionalista”, idioto e quant’altro. Ribadisco, chi se ne frega: sapevo e so che non ci si può intendere, su questo punto. Il fatto ch’io mi ostini a considerare la Massoneria alla stregua d’una “religione” è chiaramente provocatorio. Come l’Islam (al cui interno c’è il sufismo, o meglio, i sufismi), come il cristianesimo (con le sue varie confessioni e le sue diversissime configurazioni teologiche), come l’induismo (che non è soltanto una “forma metafisica”, come soltanto qualche ingenuo orientalista che non è mai stato in Oriente può continuare a ripetere, acconciando i fenomeni secondo il proprio gusto), come (orrore!) Scientology, anche la M. può rientrare nel grande calderone delle religioni. Per comodità si parla anche di “religione” greca (c’è un pantheon, ci sono strutture rituali codificate, etc.): poi vi si distinguono diversi fenomeni, certamente. Dà così tanto fastidio rientrare nelle varie gradazioni culturali dell’homo religiosus? La controproposta di Marco, poi, è troppo vaga, e tende a proiettare strutture proprie di un modello religioso sentito come abituale a sistemi diversi (ad es., il termine dogma ha un’accezione troppo specifica, nel cristianesimo, per essere applicato anche altrove: a differenza di “gruppo sociale”, di “dottrina concernente il soprannaturale”, di “rito”). Quanto alla passione per il calcio, o alla caccia alla volpe, o agli sternuti organizzati, è evidente che si tratta di fenomeni che possono assumere una qualche coloritura religiosa, senza di fatto essere assimilabili a vere e proprie “religioni”.
Ma veniamo al dunque. Fino alla risposta precedente potevo pensare che Marco fosse in buona fede, ora ho buoni motivi ricredermi. Delle due l’una: o l’iniziazione massonica non vale un piffero, o risulta decisamente anti-cristiana. Mi spiego:
1. Marco si appella a Dante, o meglio a una lettura esoterica di Dante che andò per la maggiore dall’Ottocento in poi, a partire almeno dalle interpretazioni (massoniche) del Pascoli. Tali interpretazioni non hanno alcun valore scientifico, costruite come sono su ipotesi che poggiano su altre ipotesi che diramano da ulteriori ipotesi: il tutto viene continuamente smentito da una lettura globale della Commedia. L’intento di Dante fu proprio quello di affrancarsi da una visione ereticale connessa ai circoli dell’Amor cortese, all’averroismo radicale, al catarismo. Lo si capisce da singoli indizi, come la collocazione del trovatore (pentito) anti-cataro Folchetto di Marsiglia, nel nono canto del Paradiso. Ma anche (e soprattutto) dalla struttura complessiva del poema. Prendiamo l’esordio. Dante dichiara risaputamente che «nel mezzo del cammin» di sua vita (35 anni?) si ritrovò «per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita». Al principio del suo percorso (che avrà un valore purificatorio), egli s’imbatte nelle tre fiere, simbolo delle tre concupiscenze di cui parla Giovanni nella sua prima lettera (1Gv 2,16): la “concupiscenza della carne” (simboleggiata da una lonza), la “concupiscenza degli occhi” (simboleggiata da un leone) e la “superbia della vita” (simboleggiata da una lupa). Di queste tre, quella che gli sbarra il cammino con più forza, tanto da fargli perdere «la speranza de l’altezza», è proprio l’ultima, che indica la suprema tentazione “gnostica” dell’auto-redenzione: «E qual è quei che volontieri acquista, / e giugne il tempo che perder lo face, / che ’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista; / tal mi fece la bestia sanza pace, / che, venendomi incontro, a poco a poco / mi ripigneva là dove ’l sol tace». Che non si tratti dell’avidità di beni materiali, come qualche stolido commentatore ancora suggerisce, mi pare chiaro: si tratta infatti di un’avidità eminentemente spirituale. Spetterà a Virgilio (la Ragione), sospinto da Beatrice (la Grazia, o la Teologia), di far riacquistare a Dante l’umiltà perduta in quei suoi trascorsi giovanili. «E venni a te – afferma Virgilio a chiare lettere, rivolgendosi al poeta – così com’ella (Beatrice) volse; / dinanzi a quella fiera (la lupa!) ti levai / che del bel monte il corto andar ti tolse». Chissà se il Nostro, e quelli che la pensano come lui, si sono mai interrogati su cosa sia questo «corto andar»… Tutta la Commedia è un ritorno reale, non allegorico, al cattolicesimo: basterebbe confrontare la prospettiva politica del De Monarchia con quella dischiusa dalle cantiche del poema, per capire il profondo capovolgimento di prospettiva (la conversione) messo in giuoco da Dante. Le stesse critiche ai vertici della Chiesa (Dante non era certo un clericalista, come gli anticlericali) muovono da un tale presupposto. Il V canto del Paradiso è molto eloquente. In faccia a tutti gli esoterismi d’accatto, Beatrice pronuncia infatti una sentenza definitiva: «Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: / non siate come penna ad ogne vento, / e non crediate ch’ogne acqua vi lavi. / Avete il novo e ’l vecchio Testamento, / e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; / questo vi basti a vostro salvamento. / Se mala cupidigia altro vi grida, / uomini siate, e non pecore matte, / sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!». Il «Giudeo di voi tra voi» non è altri che colui che si ferma a una comprensione carnale del Vangelo, supponendo altre vie da quelle ordinarie, favoleggiando di gnosi, sviando alla mala cupidigia di un sapere onnicomprensivo e segreto (Lucifero: colui che promette luce su tutto, negando il Mistero). Questa è proprio la lupa, la superbia della vita, «che di tutte le brame sembrava carca ne la sua magrezza», e che Dante stesso qualifica come scaturita dalla «prima invidia» del Satana (I, 111).
2. Si parla poi di esoterismo. In questo caso non ho voglia di perdere tempo con questioni teoriche: il discorso sarebbe troppo lungo e complesso. Nulla di esoterico, per carità. Comunque il Nostro ha ragione, sull’ambiguità del CESNUR. Ma lasciamo ad altri certe scaramucce di famiglia.
3. Veniamo piuttosto ai testi citati. In primo luogo viene chiamata in causa la Lettera agli Ebrei: «A tale riguardo noi avremmo da dire molte cose, ma son difficili a spiegarsi, perché voi siete diventati lenti a comprendere…tanto che siete ridotti ad aver bisogno di latte e non di solido cibo» (Eb 5,11-12). A Marco piace questo brano. Forse gli gioverà sapere che l’Autore della lettera si rivolge proprio a quelli che ragionano (e si comportano) come sembra fare lui. Se si fosse peritato di comprenderne l’intero messaggio, e non un suo lacerto estrapolato dal contesto, avrebbe notato il fatto ch’essa è indirizzata proprio ad un gruppo di fratelli (probabilmente esseni passati al cristianesimo) che si ritenevano “maestri”, e che posponevano la fede e l’obbedienza (sic!) al sapere e alla conoscenza, a speculazioni sugli angeli, a “dottrine superiori” che appartenevano al regime antico, definitivamente superato da Cristo, UNICO mediatore fra Dio e gli uomini (la cristologia di Eb è singolarmente vicina a quella di Giovanni). «Tanto più – sferza il testo ironicamente – che vi siete ridotti ad avere ancora bisogno di latte invece che di cibo solido» (5,12). L’apostolo è costretto così a «gettare di nuovo le fondamenta», e lo dice subito dopo quali esse siano: «il ravvedimento dalle opere morte, la fede in Dio, la dottrina delle immersioni battesimali, l’imposizione delle mani, la risurrezione dei morti e il giudizio eterno». A pensarci bene, sembra scritto proprio per quanti «sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste (l’eucaristia) e sono divenuti partecipi dello Spirito Santo, e hanno gustato la bella parola di Dio e le energie del mondo futuro», ma «caddero, ed è impossibile rinnovarli a pentimento, perché per loro conto di nuovo crocifiggono il Figlio di Dio e lo espongono all’ignominia» (6,4-6). Il timore dell’Autore per questi passi falsi, compiuti dai fratelli, è davvero enorme. Volgendosi a cose passate, senza comprendere la “dottrina della giustificazione” intorno alle “opere morte”, essi mettono a repentaglio la propria salvezza.
4. Il Nostro cita anche un paio di frasi di Gesù, per comprovare la sua tesi che «un tempo esistesse qualcosa di esoterico o iniziatico all’interno del Cristianesimo che si è dissolto o non è più stato compreso». È la vecchia salsa gnostica, contro la quale si scagliarono con forza i Padri della Chiesa. Uno può seguire fin che vuole queste cose, purché non le proclami in accordo col cattolicesimo. La gravità di questa affermazione fa il paio con quest’altra: “Il punto è che le iniziazioni (massoniche o meno) permettono di accedere ad una forma di conoscenza che la chiesa o nega o non è in grado di dare”. Chi è cattolico, può giudicare da sé. “Ora, tutto quello che non si trova nel Cristianesimo uno non può che cercarlo al di fuori”. Che dire? Buona ricerca, al di fuori di Cristo. Noi cristiani ci atterremo a san Paolo: «Secondo la grazia che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho gettato il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Non può essere gettato un altro fondamento da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà resa palese; la svelerà quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco saggerà quale sua l’opera di ciascuno… Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio [cioè l’unità di noi credenti], Dio distruggerà lui. Perché è santo il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda! Se uno pensa di essere sapiente tra voi in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Colui che coglie i sapienti nella loro astuzia. E ancora, il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani…» (1Cor 3,10-20). Come supposto da vari commentatori, nell’ambiente dei Corinzi circolavano alcuni insegnamenti interpretati come rivelazione di una «sapienza nascosta» (cf. 1Cor 2,7); Paolo, affermando di essere stato inviato per «evangelizzare, non per battezzare» (1Cor 1,15-27), intenderebbe contrastare una forma di relazione religiosa diffusa a Corinto, basata sull’appartenenza a (o sulla dipendenza da) autorità spirituali diverse da Cristo (1Cor 1,12; 3,4-5,22). Ah, Paolo, Paolo, fratello mio, quanto sei stato profetico nel paragonarti a un sapiente architetto!
5. A Marco piace anche un altro autore antico: Clemente Alessandrino. E sì che l’avevamo messo in guardia, qualche giorno fa, dal voler guadagnare Clemente all’“esoterismo”. Ma il Nostro non demorde, e snocciola una frase rovinosamente slegata dal contesto: «Se si potesse immaginare qualcuno che offra allo gnostico di scegliere fra la conoscenza di Dio e la salvezza eterna, e se si potessero scindere le due cose identiche, egli sceglierebbe, senza esitare, la conoscenza di Dio». La citazione, messa in questo modo, farebbe pensare a un primato iperbolico della gnosi, persino sulla “salvezza eterna” (per quanto ad essa assimilata). Peccato che il discorso del brano, che conveniva riportare per intiero, fosse tutt’altro: poco sopra, Clemente stesso infatti afferma che «soltanto fare il bene per amore, quello che si fa per il bene in sé e per sé, deve scegliere lo gnostico (cristiano)». Non dunque il bene per conseguire la salvezza, ma il bene in quanto bene, vero, bello. Un concetto perfettamente cristiano (e cattolico). Più utile sarebbe stata invece l’indicazione di quel che Clemente intenda per gnosi, che è cosa molto diversa da quanto vorrebbe Marco: «La gnosi di quelli che si credono sapienti, si tratti di eresie barbare [cioè cristiane o giudaiche] o di filosofi greci, questa gnosi “gonfia”, come dice l’apostolo [1Cor 8,1]. Degna di fiducia è invece la gnosi che è dimostrazione razionale delle dottrine trasmesse secondo la vera filosofia. E dovremmo dire che essa è un discorso logico che ci dà la fede in ciò di cui si dubita sulla base di quanto è ammesso come certo» (Stromati II,11,48,1). Più avanti egli cita le Scritture e la “sapienza insegnata da Dio”, come basi per questa gnosi del cristiano, tanto simile alla nostra “teologia”.
6. Un’altra perla è questa: «Tutto ciò che rimanda al di fuori della Chiesa cattolica, e va al di là di ciò che vi è incluso, o non si può sapere o NON SI DEVE sapere». Di quale cattolicesimo sta parlando? Del suo, probabilmente. Dalle nostre parti il cattolicesimo è quello che trasmette i classici, battezza Aristotele, “esamina tutto e trattiene il buono” (1Ts 5,21)… Ci sono pagine stupende del Card. Newman, perfino sull’importanza di una cultura slegata all’utilità. Non è un caso che l’umanesimo sia un atteggiamento intellettuale squisitamente cattolico.
7. Scegliamo infine tre esempi di probabilissima malafede, da parte di Marco:
A) Il primo riguarda le frasi sulla Chiesa che proibì la lettura dei testi sacri. È significativo che questa prassi, esaltata dal Nostro in una comunicazione precedente («ah! La saggezza dei tempi antichi!»), venga ora additata come un legaccio infame imposto dalla Chiesa nel suo percorso storico. Francamente tale legaccio non mi risulta: dovrò informarmi meglio. Credo che una certa cautela sull’uso privato delle Scritture sia scaturita in epoca moderna, per effetto della Riforma e del pullulare di movimenti ereticali che si richiamavano alla lettera biblica. Forse si trattò di una raccomandazione pastorale: ma non di un divieto formale. Per i tempi antichi potrei citare in proposito una bella lettera di san Gerolamo, in cui si parla del presbitero Panfilo di Cesarea († 310), fra gli allestitori di una delle più importanti biblioteche cristiane dell’antichità: «Chi fra gli amanti dei libri non trovò in Panfilo un amico? Se veniva a sapere di qualcuno che avesse bisogno del necessario per vivere, lo aiutava per tutto ciò che era in suo potere. Non solo prestava da leggere copie delle Sacre Scritture, ma le regalava anche volentieri, e non soltanto agli uomini ma anche alle donne, se vedeva che erano dedite alla lettura. Predisponeva perciò numerosi manoscritti, così da poterli dare a chiunque li desiderasse ogni volta che l’occasione lo avesse richiesto». Se non ci s’interroga sul costo che aveva in passato la produzione anche di una sola copia dei testi biblici, o sulla scarsa percentuale di alfabetismo fino all’invenzione della stampa a caratteri mobili, è inutile intervenire superficialmente su certe faccende. Fino all’epoca moderna, peraltro, c’erano altre modalità per l’annuncio della Parola (non meno efficaci, a livello popolare, della lettura individuale). Comunque il quadro offerto dal passo di Gerolamo (potrei citare anche esempi più tardi) risulta assai diverso da quello che il Nostro vorrebbe.
B) Un secondo esempio di affermazione fatta in malafede, giusto per confondere il lettore, è questo: «Ora gli stati mistici, che permettono una forma di conoscenza superiore a quella del normale cristiano, - o no?-, non sono accessibili a tutti, anzi, soltanto a poche persone che hanno particolari predisposizioni, non sono delle vie, con delle tecniche o conoscenze atte a raggiungerli. Per questo sono definiti una “via passiva”, perché tali stati sono ottenuti quasi per caso. Impossibile distinguere poi il vero dal falso, la reale salita verso il cielo dal delirio psicologico; infatti la Chiesa ha sempre guardato con molto sospetto i mistici». Si tratta di un curioso elogio della prudenza esercitata giustamente dalla Chiesa, fatto da chi questa prudenza non ammette, in altri casi… magari proprio di delirio (in senso etimologico)… Gli “stati mistici”, come Marco li chiama, possono derivare dalla Grazia, ma non sempre sono l’effetto di una “via passiva” (encore Guénon!). Se Marco avesse veramente letto la carmelitana Teresa d’Avila, saprebbe di alcune “tecniche e conoscenze” (l’orazione mentale, ad esempio; o la dottrina del Castello interiore) atte a “raggiungerli” (non per se stessi, ma per amore di Dio). Significativo, poi, che la Santa parli di queste cose a più livelli, secondo il proprio uditorio di destinazione. Le pagine del “Cammino di perfezione”, ad es., vengono indirizzate “preferibilmente” alle monache di clausura, ma nulla impedisce a un laico di trarne giovamento.
C) Terzo caso, e con questo chiudo, è quello dell’appello al Catechismo e alle dichiarazioni di qualche papa, a proposito dell’identificazione e dell’unione con Cristo. Marco parlò della via iniziatica come di un insieme di tecniche e conoscenze “volte all’identificazione e all’unione con un principio superiore”, e di un’iniziazione che non soltanto non avrebbe nulla di religioso, ma che addirittura la Chiesa non sarebbe più in grado (o non sarebbe mai stata in grado) di offrire. Adesso invece cita l’esempio dell’Eucaristia. Come si dice fra il volgo: ci è o ci fa? Il Nostro parla infatti di un “principio superiore” indistinto, mentre la Chiesa parla di COMUNIONE con una Persona viva, cioè Cristo. La preghiera, i Sacramenti, l’esercizio delle virtù (cardinali e teologali): questi sono alcuni degli strumenti che, agli intelligenti come agli sciocchi, la Chiesa indica per l’unione spirituale con Gesù. Quanto all’identificazione, bisognerebbe avvertire Marco dell’esistenza della dottrina del Corpo Mistico. Ma forse a lui non basta. O non interessa. Il Nostro dispone di un’iniziazione, la cui natura – a questo punto indubbiamente perniciosa – è dimostrata proprio dal suo atteggiamento di fronte alla Chiesa: col solito repertorio anticlericale e in qualche caso pure arbitrario (prima o poi ci si casca tutti). Ma se la Chiesa schifa così tanto, le soluzioni sono due: o uscirne, o ricondurla a lidi migliori, cooperando al suo miglioramento. Il che è possibile in primo luogo attraverso la santità. Nessunissima iniziazione. Perché, come disse il Maestro: “Chi non raccoglie con Me, disperde”. Buonanotte altrimenti, con l’Oriente e l’Occidente.