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giovedì, 28 settembre 2006
la grande illusione

Pare che alcuni lettori non abbiano gradito le considerazioni sviluppate in questo blog, sul rapporto fra “Occidente” e “islam”. Ho anche ricevuto delle mail, cui pensavo di rispondere in forma privata, nelle quali mi si accusa d’essere un po’ troppo “filo-islamico”, dimostrando in questo modo un totale fraintendimento di quanto ho scritto (bene o male) qualche giorno fa. Se torno ulteriormente sulla questione, non è soltanto per chiarire meglio la “mia” posizione, ma anche perché mi sento chiamato in causa – seppure indirettamente – da un post di Rubytuesday che ho appena finito di leggere, data la presenza in esso di allusioni a cose che ho scritto qui o altrove (sbaglio?). Non mi sento per nulla rappresentato dal calderone di idiozie denunciato nel post, a partire dal silenzio che viene rimproverato a “cattocomunisti” e “clericofascisti” in merito all’incontro del Santo padre con alcune delegazioni diplomatiche di paesi musulmani, incontro avvenuto in Vaticano lunedì scorso (25 settembre). L’accusa del silenzio, se fosse rivolta a me, sarebbe del tutto assurda (di quanti silenzi potremmo accusarci?). Se non ho riportato la notizia, come del resto mille altre, è principalmente perché essa non mi pare aggiungere nulla rispetto a quanto ho già espresso. Anzi, essa non fa che confermare nel modo più completo la mia fedeltà alle posizioni del papa: con l’islam il dialogo non soltanto è possibile, ma è anche auspicabile; e lo strumento di un tale dialogo non può essere la sola convinzione religiosa (una rivelazione opposta a un altra), ma la ragione, il confronto per via razionale. Che questo rappresenti un problema per alcune frange dell’islam radicale, non mi sono mai sognato di negarlo. Dirò di più. Non serve appartenere a CL, per condividere nella sostanza questo comunicato di Julian Carron:

«In merito alle accuse a Benedetto XVI, ci sono tre cose evidenti: 1) il Papa non voleva affatto offendere i credenti islamici, ma richiamare tutti a un uso corretto della ragione; 2) il Papa ha chiara consapevolezza di alcuni aspetti estremi delle vicende dell’islam, che sono verità della storia davanti agli occhi di tutti; 3) c’è un’intolleranza nei confronti della critica pacifica che è intollerabile, sia per quanto riguarda le posizioni preconcette di certi esponenti islamici sia per quanto riguarda l’indifferenza e la superficialità di molti commentatori occidentali.

Noi stiamo col Papa. Affermando che “non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”, Benedetto XVI dice una cosa vera che vale per chiunque, a cominciare da noi cristiani. Questa posizione del Papa salva la possibilità di un’autentica esperienza religiosa per ogni uomo e permette un incontro nella pace. Non è questione di scontro di civiltà, ma dell’esperienza elementare dei “poveri di spirito” di ogni religione: questi vivono un rapporto ragionevole con Dio, a partire dalle esigenze di verità, bellezza, giustizia e felicità che ci sono nel cuore di ogni uomo, e proprio per questo non possono seguire le degenerazioni violente di coloro che, in nome di un’ideologia, rinunciano alla ragione per un potere, siano essi in Occidente o da qualunque altra parte».

Più chiaro di così si muore. Ma non c’è niente da fare. Chi osa opporsi alla propaganda mediatica dello scontro di civiltà, chi contesta la supremazia idolatrica di un certo “Occidente” (come del resto ha fatto il papa, nel suo discorso dell’undici settembre), si trasforma d’ufficio in “cattocomunista” o in “clericofascista”, in un nemico della “libertà” e della “democrazia”.

È singolare il modo in cui ci facciamo ammaestrare dai giornali e dalla televisione (gli stessi mezzi che veicolano valori opposti alla ragione e alla fede, con “libertà” d’insulto al papa e di sistematico discredito della Chiesa), riguardo allo scontro di civiltà, all’odio – perché di odio si tratta, perfino metafisico – nei confronti dell’islam. Il sottoscritto ha già ampiamente dichiarato di non sentirsi affatto obbligato ad “amare” la religione islamica. Ma evidentemente non basta: evidentemente devo proprio dire che siamo “sotto attacco”, che l’islam è una minaccia da estirpare dalla faccia della terra, che i musulmani vogliono convertirci tutti al burqa (convertirci? DA cosa?). Devo tacere le contraddizioni del nostro Occidente – eppure è nostro, eppure è la possibilità stessa di criticarlo a renderci “strutturalmente superiori”, o no? Devo intrupparmi senza indugio in questa stupida guerra psicologica. Devo negare che siamo talmente deboli da aver bisogno di crearci un nemico, che siamo superficiali al punto tale da discettare di una religione complessa e multiforme come l’islam – trattata alla stregua di un blocco unico – al livello in cui Dario Fo tiene le sue lezioni di anticatechismo la sera, su rai tre.

Strano metodo liberale, poi, quello di condannare un presunto avversario attribuendogli tesi non sue, stigmatizzandolo non con la discussione puntuale e pacifica delle sue tesi (come pure si è capaci di fare), ma con la pura retorica. Non sono “d’accordo”? Sono un “cattocomunista” o un “clericofascista”, accidenti. Ma quale di queste due posizioni “spirituali” si avvicina di più alla mia? Sono indeciso, tanto mi risultano simili e contraddittorie in se stesse. Farò come l’asino di Buridano, preferendo morir di fame piuttosto che nutrirmi da questi due cesti di paglia perfettamente identici. Mi spiace, ma non ho alcuna intenzione di partecipare ancora a questi giochini.

Mi si rimprovera di non amare la libertà, di non difenderla in quanto base della nostra civiltà. Io contesto semplicemente che la base consista in quest’idea puramente negativa di libertà: la libertà di fare questo o quello. Sono perfettamente cosciente di essere libero di uccidere o di negare Dio. Ma so anche che difendere questa libertà sacrosanta è un puro truismo. Come mi è capitato già di scrivere, una riflessione sulla libertà è sempre una riflessione sull’uomo. L’attuale insistenza sulle libertà individuali, ad esempio, scaturisce spesso da una visione che fa dell’uomo una “macchina desiderante” o un animale fra gli altri, il cui unico orizzonte sarebbe rappresentato dal proprio soddisfacimento materiale. Questa visione dimentica che l’uomo è uomo proprio in quanto aperto a ciò che lo supera, a ciò che lo trascende. Da un punto di vista che potremmo definire classico-cristiano, qualunque idea di libertà che non tenga conto di questa destinazione ultima dell’uomo è il risultato di una falsificazione, o di un impoverimento dell’immagine stessa di uomo.

Viene in mente la domanda provocatoria che il grande scrittore cattolico Georges Bernanos, all’indomani del secondo conflitto mondiale, rivolse ai suoi connazionali: La liberté, pour quoi faire? – “A cosa serve la libertà?”. Bernanos, che giocava in anticipo sui tempi, intendeva denunciare una sorta di inconsapevole “disamore per la libertà”. Ma non faceva allusione ai grandi totalitarismi del ’900: all’epoca del suo discorso (era il 1947), il regime nazista appariva ormai dissolto, mentre l’alternativa comunista gli risultava «prossima al collasso, per debolezza interna». Egli denunciava piuttosto la minaccia di un totalitarismo diverso, più sottile rispetto a quello nazista e comunista, e i cui germi annidavano, secondo lui, proprio nei sistemi liberali e democratici dell’Occidente: «Oggi la civiltà non ha soltanto bisogno di essere difesa; deve anche creare senza sosta, perché la barbarie continua a distruggere e non è mai stata tanto minacciosa come quando finge di costruire». Questa pseudo-costruzione sociale, stando alla sua analisi, si sarebbe fondata proprio sulla degradazione dell’idea di libertà. Come indicato dallo scrittore e dissidente russo Aleksandr Solzenitsyn, «il concetto [di libertà] si è quasi esclusivamente ridotto a libertà dalle pressioni esterne e dalla costrizione statale. La libertà è ormai intesa come concetto meramente giuridico». Riducendo la libertà al suo aspetto negativo (libertà di fare questo o quello) o positivo (libertà da una costrizione o da un vincolo), non ci si interroga più sulla sua essenza profonda.

La visione cristiana, pur senza rifiutare queste due dimensioni, collega invece il concetto di libertà a quello di verità. Nelle parole di Gesù, è la Verità che ci fa liberi: veramente libero è l’uomo trasfigurato da Dio, dalla sua grazia santificante. La libertà è concepita quindi come un’esperienza spirituale di riscatto dal non senso, dal peccato e dalla morte, ma anche come una suprema assunzione di responsabilità: è sostanzialmente una libertà per, una libertà orientata. Parte cioè dalla consapevolezza di un fine che ci supera, e che ci rende “umanamente più uomini”. Nel momento in cui la libertà prende le sembianze di un pungolo per la riduzione dell’uomo alla sua dimensione animale, dovremmo ricordarci della frase del Marchese De Sade: «Se vuoi controllare la gente, promuovi il vizio». Ci accorgeremmo immediatamente del fatto che molte delle libertà che vengono oggi proposte e difese come “conquiste della civiltà” altro non sono che forme estremamente raffinate di controllo e di manipolazione della nostra libertà.

A questo si obietta, anche legittimamente: «un Dio che rinnova l’umanità rispettandone la libertà di “deicidio” non può poi contestare quella di “pornolatria”». Vale a dire: se Dio mi lascia libero persino di rifiutarlo e di ucciderlo, dedicandomi a ogni sorta di marioleria, è giusto ch’io costruisca un ordine sociale metafisicamente fondato su questa mia suprema libertà. L’assunto si regge a mio avviso su una pericolosa confusione di piani, e conduce a un’idea di ordine sociale estremamente lontana dal diritto naturale e dalla dottrina cattolica (la prospettiva di Cicerone, Agostino, Tommaso, ripresa e sviluppata dalla scuola di Salamanca, ma anche dalle elaborazioni di autori come Bellarmino, Vico, Voegelin, MacIntyre). Non siamo lontani da ciò che san Paolo intravide nella seconda lettera ai Tessalonicesi, parlando della parusia, del ritorno glorioso di Cristo: «Nessuno vi inganni in alcun modo», afferma l’apostolo, a proposito dei «tempi e dei luoghi». Infatti la parusia, la fine dei tempi, non potrà giungere «se prima non viene l’apostasia e non si rivela l’uomo dell’iniquità [in greco, anomia = trasgressione, assenza di legge], il figlio della perdizione, colui che si oppone e si innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio o che è oggetto di culto, fino a sedersi egli stesso nel tempio di Dio [il Tempio di Gerusalemme, ancora in piedi al momento in cui l’apostolo scrive? L’insieme dei credenti?], dichiarando se stesso Dio» (2Ts 2,3-10). Paolo allude poi a qualcosa o qualcuno che trattiene la manifestazione di quest’uomo dell’iniquità, dell’anomia: è il celebre katechon, la forza che trattiene il dispiegarsi dell’Anticristo. Qui si allude a un potere civile o religioso, a una forza che agisce nella storia degli uomini, la cui funzione non è quella di annientare l’anomia, di distruggere il male, ma d’impedirne la proliferazione, di trattenerne appunto il dilagare. «Infatti – continua Paolo – il mistero dell’iniquità è già in atto: c’è solo da attendere che chi lo trattiene sia tolto di mezzo. Allora si manifesterà l’iniquo… per opera di Satana, con ogni genere di potenza, con prodigi e segni di menzogna, con tutte le seduzioni dell’anomia per coloro che si perdono, perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi». Non occorre aggiungere altro.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (6)
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