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mercoledì, 07 maggio 2008
adversus Catharos

Dicono sia l’edificio in mattoni più grande del mondo. Certo è un monumento alla difesa della fede. Possente e austera all’esterno, e ricchissima all’interno: è la Cattedrale di Santa Cecilia ad Albi, nel sud della Francia. Ora è possibile visitarla virtualmente, grazie a questo magnifico sito (credo occorra scaricare Quicktime, per non visualizzare immagini statiche).

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forma e sostanza

sabato, 26 aprile 2008
non solo rosa rosae

Franco Cardini intervistato dal Korriere:

«
“Peggio per loro”. Peggio per gli Stati Uniti, per la Germania, per la Francia se hanno abolito il latino dalle scuole: “Le conseguenze si vedono bene”. È l’opinione inequivocabile di Franco Cardini, professore di Storia medievale all’Università di Firenze ed esperto di crociate. Cardini sarebbe disposto ad aprire una sua personale crociata pur di difendere il latino nelle nostre scuole: “Se l’andazzo europeo è il taglio delle proprie radici, della tradizione, dell’identità, non vedo perché l’Italia debba adeguarsi: lo si voglia o no, noi da diciassette secoli siamo il centro della Chiesa cattolica, che è stata un elemento importantissimo nella costruzione del nostro paesaggio culturale, della nostra mentalità e del nostro patrimonio artistico. In più la lingua italiana è strutturalmente vicinissima al latino. Ci sono troppi dati culturali che ci tengono legati al mondo classico”.

D’accordo, ma è anche vero che è stata proprio la Chiesa, con il Concilio Vaticano II, a tagliare i ponti con il latino.


“Ho fatto il liceo presso la Compagnia di Gesù e sin da ragazzino non ero affatto convinto dei ragionamenti in favore dell’italiano nella liturgia. Notavo che mia nonna, che aveva un’istruzione molto limitata e faceva fatica persino a leggere il giornale, coglieva anche le sfumature della liturgia latina, perché era una lingua di grandissima forza e intensità e chiarezza di concetti interni. È stato un errore madornale tradurre la liturgia: tra l’altro si vedono i risultati nello scadimento culturale del clero”.


Torniamo alla scuola. Dunque, il latino non va toccato neanche nei licei scientifici?


Nonostante tutto il bla-bla progressista del passato, il latino è una grande scuola di formazione. Non è solo il “rosa, rosae”, ma una disciplina mentale... È un grande esercizio di mnemotecnica: la perdita di abitudine nell’esercitare la memoria ha già provocato danni immani sul piano degli strumenti e delle potenzialità culturali dei ragazzi. La nostra scuola è stata vittima dei sociologi e degli psicologi, che con i politici e i sindacalisti hanno rovinato l’Italia. In nome di un malinteso senso di libertà, i sociologi degli anni Sessanta dicevano che non bisognava sottoporre i ragazzi a troppi sforzi in nome di uno sterile nozionismo. Mi dicevano che oggi i giovani medici non ricordano i nomi dei farmaci: sicuramente hanno studiato male il latino e il greco. La sudditanza al mondo americano ci fa pensare che il linguaggio scientifico sia oramai solo inglese. Non è vero, il nostro linguaggio scientifico è ancora legato a Linneo”.

D’accordo sul bla-bla progressista, però non è che le famose tre I del centrodestra guardassero molto all’educazione classica: Inglese, Impresa, Internet.


“In effetti delle tre I non si è visto nulla. Forse un po’ di impresa, ma per il resto... L’inglese rimane pessimo nelle scuole e i computer spesso restano imballati nei sottoscala. Le lingue vive ormai si imparano sul posto o con i mezzi audiovisivi, basta un po’ di pratica. Niente a che vedere con il rigore che si impara studiando il latino. Dire che il latino, essendo una lingua morta, è inutile, è un insopportabile conformismo che per fortuna oggi va un po’ dileguandosi. Voglio sperare che il governo di destra non faccia scherzi, anche se non mi meraviglierebbe, visto che ha la tendenza a correre dietro agli Stati Uniti”.

Ma il supino che cosa può dire a un ragazzino del Duemila? Non sarebbe bene mollare un po’ sulla lingua e insistere sulla civiltà e sulla cultura?


“Nella scuola di oggi ci sono delle porcate assolute, come il debito formativo, che rovinano moralmente le giovani generazioni e le rendono incapaci di articolare un pensiero. So benissimo che quando una disciplina viene derubricata, a poco a poco finisce per sparire: è inutile aggirare o negare le difficoltà traducendo in pillole una struttura linguistica rigorosissima, di estrema bellezza e armonia interna, magari sostituendo lo studio della lingua con notiziole su come vivevano i romani, su come mangiavano, su come facevano la guerra e l’amore”».

(Fonte:
“Korriere della sera”, 25 aprile 2008)

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plausi e botte, forma e sostanza

domenica, 13 aprile 2008
Vidi aquam

Wakatkatho ohneka ioiakenhonhatie ononsatokentike tsi kaweientehtakon areriia, nok tsini iakon iakotnekoserhon ne ken ohneka tsiakotiatontakwen nok eniairon areriia, areriia.

È l’inizio del Vidi aquam nella lingua degli Indiani (d’America) Mohawk, uno dei tanti esempi di adattamento del Messale di Rito Romano prima della riforma liturgica post-conciliare. Ne parla diffusamente questo libro, appena uscito. Per saperne di più, c’è anche questo sito.

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forma e sostanza

lunedì, 24 marzo 2008
surrexit Christus spes mea



Victimae paschali laudes immolent Christiani.

Agnus redemit oves: Christus innocens Patri reconciliavit peccatores.

Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus.

Dic nobis Maria, quid vidisti in via?

Sepulcrum Christi viventis, et gloriam vidi resurgentis,

Angelicos testes, sudarium, et vestes.

Surrexit Christus spes mea: praecedet suos in Galilaeam.

Scimus Christum surrexisse a mortuis vere: Tu nobis, victor Rex, miserere.

Amen. Alleluia.

Alla Vittima pasquale i cristiani innalzino la lode.

L’Agnello ha redento le pecore: Cristo innocente ha riconciliato i peccatori col Padre.

La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello.

Il Signore della vita, morto, regna sui vivi.

Raccontaci, o Maria, che vedesti sulla via?

Vidi il sepolcro di Cristo vivente, e la gloria di lui risorgente;

i testimoni angelici, il sepolcro e le bende.

Cristo è risorto, speranza mia, e precede i suoi discepoli in Galilea.

Sappiamo che Cristo è veramente risorto da morte.

Tu, o Re vittorioso, abbi pietà di noi.

Amen. Alleluia.

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forma e sostanza

mercoledì, 27 febbraio 2008
la chiesa del beato Botta

Questa è la chiesa parrocchiale dedicata al Beato Odorico, nella mia ridente cittadina.

Il sito della Diocesi informa: «Il progetto dell’architetto Mario Botta di Lugano ha interpretato le esigenze liturgiche e pastorali attuali, come il desiderio della città, da poco divenuta capoluogo di provincia, di dotarsi di strutture, anche religiose, di valore artistico e architettonico» (l’ambiguità di quel “come” mi sembra rivelatrice).

Si sa che il progetto venne originalmente rifiutato da una diocesi svizzera: evidentemente, nella Patria del Sommo Architetto, non avevano esigenze liturgiche e pastorali avvedute come le nostre. Nemo propheta in patria, per l’appunto.

Pare che il parroco, a lavori ultimati, abbia lottato non poco per avere inginocchiatoi e stazioni della Via Crucis. Ma «non sono previsti nella chiesa di Botta», fu il diniego della Soprintendenza.

A questo punto, mi piacerebbe avere una copia scritta di tale diniego, per verificare l’eventuale presenza di una “C” maiuscola...

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forma e sostanza

domenica, 17 febbraio 2008
l'arte al servizio della liturgia

Alcuni passaggi dall’intervento di Mons. Mauro Piacenza, Segretario della Congregazione per il Clero, sul tema “Maestà e bellezza nel Suo santuario. L’arte a servizio della liturgia” (Vaticano, 1 dicembre 2007), dal sito ZENIT:

Fondamenti teologici.


Per la Chiesa, che ha ben presente l’“autonomia delle realtà terrene”, rettamente intesa, l’arte assolve principalmente ad una funzione di culto (…).

L’arte non è un elemento estrinseco alla Liturgia e neppure è puramente decorativo; essa è piuttosto parte integrante del culto, come mette in rilievo Benedetto XVI nella sua Esortazione Apostolica Post-Sinodale Sacramentum Caritatis [35]: “Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione”.

Culto “in spirito e verità”.


Questa verità ha trovato una bella espressione in un sermone del cardinale John Henry Newman: “La gloria del Vangelo non è l’abolizione dei riti, ma la loro diffusione; non la loro assenza, ma la loro presenza vivente ed efficace per la grazia di Cristo” [Parochial and Plain Sermons VI, 19]. Il culto “in spirito e verità”, propugnato da Gesù [Gv 4,23], non è mai stato avvertito dalla Chiesa come una rinuncia alla forma esteriore di adorazione e di lode a Dio; si deve piuttosto intendere il cristianesimo come una religione in cui gli aspetti esteriori sono espressione della purezza del cuore e delle virtù.

Considerazioni sulla Messa.


San Tommaso d’Aquino è molto chiaro nell’osservare che dobbiamo rendere onore a Dio non solo in spirito. Poiché gli uomini sono creature corporee, i sensi sono sempre coinvolti. Poiché la mente umana conosce l
invisibile per mezzo del visibile, ne consegue che “nel culto divino è necessario usare le cose corporee, che la mente delluomo viene mossa dai segni a compiere quegli atti spirituali per mezzo dei quali si compie l’unione con Dio” [S.Th. II-II, q. 81, a. 7].

Non siamo “puri spiriti”, ma siamo fatti di anima e di corpo, ed è per questo motivo che abbiamo bisogno dei segni sensibili per purificare il nostro cuore e nutrire il nostro desiderio di unione con il Dio invisibile. Comunque, S. Tommaso riconosce che il fine della liturgia è l
offerta spirituale compiuta da coloro che partecipano ad essa. Ma lunione del corpo e dellanima è tale che lespressione interna dellanima, se è genuina, cerca allo stesso tempo una manifestazione corporea esterna. La vita interna è sostenuta dagli atti esterni, atti liturgici (…).

In questo senso, il decreto del Concilio di Trento sul sacrificio della S. Messa, in un passaggio importante del suo primo capitolo, citato poi nel Catechismo della Chiesa Cattolica, dichiara: “[Cristo] Dio e Signore nostro … nell’ultima Cena, la notte in cui fu tradito (1 Cor 11,23), [volle] lasciare alla Chiesa, sua amata Sposa, un sacrificio visibile (come esige l’umana natura), con cui venisse significato quello cruento che avrebbe offerto una volta per tutte sulla croce, prolungandone la memoria fino alla fine del mondo, e (1 Cor 11,23), applicando la sua efficacia salvifica alla remissione dei nostri peccati quotidiani” [Sessione XXII (1562), DS 1740; citato in CCC, 1366].

L’Ultima Cena di Gesù con gli Apostoli non è una semplice cena; è necessario comprendere che si tratta della Cena in cui Cristo offre se stesso anticipando il suo sacrificio del Calvario e istituendo per noi il sacramento del suo corpo e del suo sangue. Per tale motivo occorre prestare attenzione a non banalizzare la celebrazione dell’Eucaristia. In tal senso anche l’arte sacra deve aiutare a far capire che si tratta del sacrificio di Dio fatto uomo, evitando che le cose attorno all’altare siano banali, come anche i canti e la musica.

Necessità del decoro.


Che sia un falso problema contrapporre il valore dello spirito di povertà alla preziosità degli arredi lo mostra, tra gli altri, San Francesco, il “poverello” di Assisi, che sempre raccomandò ai suoi frati il massimo rispetto della parola e del corpo del Signore, da esprimersi anche con l’utilizzo di vasi preziosi. Raccomandava infatti nel suo Testamento (1226): “E questi santissimi misteri sopra ogni cosa voglio che siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi. E dovunque troverò i nomi santissimi e le sue parole scritte in luoghi indecenti, voglio raccoglierle, e prego che siano raccolte e collocate in luogo decoroso”; mentre le sue biografie riportano che “essendo colmo di reverenza per questo venerando sacramento […] volle mandare i frati per il mondo con pissidi preziose, perché riponessero in luogo il più degno possibile il prezzo della redenzione, ovunque lo vedessero conservato con poco decoro” [Fonti Francescane, 131-132; 713].

Immagini sacre.


Il messaggio evangelico non è solo verbale, perché il Verbo si è fatto carne (Gv 1,14). Le Sacre Scritture annunciano che il Cristo è “immagine del Dio invisibile” (Col 1, 15), “irradiazione della… gloria [del Padre] e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3). Gesù stesso afferma “chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9): cioè, nel mistero della persona di Cristo rifulge in forma sensibile l’intera realtà divina, consegnando alla fede cristiana un insostituibile contenuto visivo.

Nell’Incarnazione, l’invisibile vita di Dio si è fatta “visibile” agli uomini, come risposta alle esigenze della natura umana. In una conferenza pronunciata nel 1981, l’allora cardinale Joseph Ratzinger diceva: “Per accostarsi al mistero di Dio l
uomo ha bisogno di vedere, di fermarsi a vedere, e di fare sì che tale vedere divenga un toccare. Egli deve salire la scala del corpo, per trovare su di essa la strada alla quale la fede lo invita” [Guardare al Crocifisso, trad. it. Milano 1992, p. 49]. Il Verbo che si è fatto visibile diventò pertanto il volto o l’icona di Dio. L’importanza dell’arte sacra della tradizione liturgica e devozionale dei cristiani va colta proprio in questa prospettiva (…).

Mi sembra che sia ancora attuale quanto dice Pio XII nella Mediator Dei ove raccomanda di evitare “con saggio equilibrio l’eccessivo realismo da una parte e l’esagerato simbolismo dall’altra, tenendo conto delle esigenze della comunità cristiana, piuttosto che del giudizio e del gusto personale degli artisti”(IV,2).

Musica sacra.


Numerosi documenti pontifici e conciliari dell’ultimo secolo hanno richiamato alla celebrazione dei divini uffici solennemente e in canto, alla presenza attiva dei fedeli [Sacrosanctum Concilium, 113].

Si deve però purtroppo osservare che, negli ultimi anni, forse sottovalutando l’apprendimento e il gusto estetico di un’assemblea che, fino a poco tempo prima, conosceva bene e a memoria melodie gregoriane, abitualmente siano invece proposti canti e canzoni, peraltro neppure coinvolgenti l’assemblea, spesso mancanti nella forma e nel contenuto (…).

Andrebbe anche chiarito cosa debba intendersi correttamente per partecipazione attiva: in sintesi, non si tratta semplicemente di prendere parte alla liturgia ma di avere coscienza di appartenere a Cristo, d’essere parte del Corpo ecclesiale di cui Cristo è il Capo.

Nella sua Esortazione Apostolica Post-Sinodale Sacramentum Caritatis, Benedetto XVI afferma: “La Chiesa, nella sua bimillenaria storia, ha creato, e continua a creare, musica e canti che costituiscono un patrimonio di fede e di amore che non deve andare perduto. Davvero, in liturgia non possiamo dire che un canto vale l’altro. A tale proposito, occorre evitare la generica improvvisazione o l’introduzione di generi musicali non rispettosi del senso della liturgia. In quanto elemento liturgico, il canto deve integrarsi nella forma propria della celebrazione. Di conseguenza tutto - nel testo, nella melodia, nell’esecuzione - deve corrispondere al senso del mistero celebrato, alle parti del rito e ai tempi liturgici. Infine, pur tenendo conto dei diversi orientamenti e delle differenti tradizioni assai lodevoli, desidero, come è stato chiesto dai Padri sinodali, che venga adeguatamente valorizzato il canto gregoriano, in quanto canto proprio della liturgia romana” [Sacramentum Caritatis 42] (…).

Il canto gregoriano assembleare non solo può ma deve essere ripristinato, accanto a quello della schola e dei celebranti, se si vuole il rispetto dell’insegnamento del Vaticano II, il ritorno alla serietà della liturgia, alla santità, alla bontà delle forme e all’universalità che devono caratterizzare ogni musica liturgica degna di questo nome, come insegna San Pio X e ribadiscono sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI.

Credo si potrebbe iniziare dalle acclamazioni, dal Pater noster, dai canti dell’ordinario della S. Messa, specie il Kyrie, il Sanctus, l’Agnus Dei. In molti paesi il popolo conosceva bene il Credo III e l’intero ordinario della messa VIII (de Angelis), e non solo! Come sapeva pure il Pange lingua, il Veni Creator, la Salve Regina e altre antifone. L’esperienza insegna che il popolo, a seguito di un semplice invito, si mette a cantare anche la Missa brevis e altre melodie gregoriane facili, che ha nell’orecchio, anche se è la prima volta che le canta. C’è un repertorio minimo da imparare, contenuto nel famoso “Jubilate Deo” di Paolo VI, ma dove è finito?, o nel “Liber cantualis”, ma dove è finito?

Se si abitua il popolo a cantare quel repertorio gregoriano che gli si confà, sarà allenato a imparare anche i canti nuovi nelle lingue vive; quei canti, si intende, degni di stare accanto al repertorio gregoriano, che dovrebbe conservare sempre il primato. La questione è che devono cadere i pregiudizi ideologici!

Uso del latino.


Non voglio chiudere queste riflessioni sugli aspetti liturgici che incidono sull’arte senza far notare una delle numerose brevi opere letterarie che la liturgia stessa contiene. Intendo le orazioni del rito romano, soprattutto quelle antiche della domenica. Il latino liturgico era un fortuito combinarsi di un rinnovamento della lingua, ispirato dalla novità della Rivelazione, e di un tradizionalismo stilistico fermamente radicato nel mondo romano.

Dato che il latino del Canone Romano e delle orazioni della S. Messa era una lingua fortemente stilizzata e rimossa dall’idioma della gente comune, non si tratta semplicemente di un’adozione della lingua “vernacola” nella liturgia. La forza unificatrice del papato era tale che il latino divenne l’unica lingua liturgica dell’Occidente. Questo fu un fattore importante per favorire la sua coesione ecclesiastica, culturale e politica (…).

Quindi non sorprende che la Chiesa riaffermi il valore perenne della lingua latina nella liturgia. Come dice il Santo Padre nella sua recente Esortazione Apostolica Post-Sinodale: “Più in generale, chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, siano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia” [Sacramentum Caritatis, 62].

Solo che quanto il Santo Padre chiede dovrebbe subito diventare prassi. La “communio” deve essere effettiva non solo “applauditiva”. Già il Vaticano II chiedeva che tutti i fedeli sapessero rispondere anche in latino. È un “anche” e non un “solo”. Tutto si può fare con equilibrio e senza fanatismi di sorta e senza polemiche. Questo è lo stile ecclesiale. Ma cosa è successo della richiesta del Concilio? In un’epoca contrassegnata da grande mobilità e globalizzazione, una lingua liturgica comune serve come vincolo di unità fra popoli e culture, a parte il fatto che la liturgia latina è un tesoro spirituale unico, che ha alimentato la vita della Chiesa per molti secoli. Infine, è necessario preservare il carattere sacro della lingua liturgica nella traduzione vernacola, come fa notare l’istruzione della Congregazione per il Culto Divino Liturgiam authenticam del 2001.

Conclusioni.


Purtroppo sempre più diffusamente si constata una carenza quanto mai grave, di una vera educazione alla grande tradizione artistica della Chiesa, anzi talvolta della più elementare formazione musicale e il prosperare di banalità, di cattivo gusto, di rozzezza, di superficiali giovanilismi. Anche la formazione permanente del clero ad un’autentica comprensione ed utilizzazione dei beni culturali e artistici in senso ecclesiale è un’esigenza del nostro tempo. Naturalmente ogni cosa bella e buona ha un costo. Sebbene sia molto importante la buona volontà, a volte questa non basta.

Per ottenere buoni risultati, è necessario investire delle risorse, soprattutto nella formazione, nella quale vanno impiegati veri professionisti, anche a tempo pieno. Dobbiamo ricordare che la formazione artistica e musicale del clero non è un lusso, ma fa parte dell’ars celebrandi. Così si serve anche alla santificazione del clero nell’esercizio stesso del sacro ministero.

(La versione integrale si può leggere qui; altri interventi di Mons. Piacenza, nel sito Fides).

Nota.

La riproduzione dei Servizi di ZENIT richiede il permesso dell’editore (che non ho richiesto, in quanto larticolo proviene da altra fonte). Nel caso vi fossero problemi, mi impegno a rimuovere il presente articolo e a sostituirlo con un link.

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forma e sostanza

giovedì, 14 febbraio 2008
Au hasard Balthazar!



La prima scena del film Au hasard Balthazar (1966) di Robert Bresson.

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sabato, 02 febbraio 2008
Comunione alla mano

Giorni fa, il buon Guido da Cocconato ha segnalato un bellarticolo di mons. Athanasius Schneider: qualora vi fosse sfuggito, lo trovate qui. Avvenire, sul medesimo tema, riporta invece alcune dichiarazioni di mons. Albert Malcolm Ranjith Patabendige (ricordate? “Salus ex Tamilibus):

L’arcivescovo A.M. Ranjith, segretario della Congregazione per il culto divino, ritiene sia arrivato il momento di “valutare bene”, “rivedere” e “se necessario abbandonare” la prassi di ricevere l’ostia consacrata sulla mano e non sulla lingua. Lo afferma nella prefazione al libro dedicato all’Eucaristia da monsignor Athanasius Schneider e pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. Secondo Ranjith tale prassi è stata “introdotta abusivamente e in fretta in alcuni ambienti della Chiesa subito dopo il Concilio” divenendo poi “regolare in tutta la Chiesa”; ciò “contribuisce ad un graduale e crescente indebolimento dell’atteggiamento di reverenza verso le sacre specie eucaristiche”, evidente in particolare – a suo dire – fra i bambini e gli adolescenti. Inoltre la possibilità di ricevere l’ostia sulla mano – denuncia Ranjith – è all’origine di “gravi abusi”: c’è “chi porta via le sacre specie per tenerle come souvenir”, “chi le vende” e addirittura “chi le porta via per profanarle in riti satanici”; ciò accadrebbe anche “nelle grandi concelebrazioni” che si svolgono a Roma.

(fonte: il timido Avvenire, 1/02/2008, p. 21)

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sabato, 12 gennaio 2008
sedici volte Benedetto

Un piccolo segno, una bella notizia. Domani, nella Cappella Sistina, il Papa celebrerà la Messarivolto al Signore”.

Dal sito ANSA: «Verrà usato infatti l’antico altare della Cappella, quello accostato al muro e sotto il Giudizio Universale michelangiolesco, e non più l’apposito altare portato su una pedana mobile, utilizzato durante tutto il pontificato di Giovanni Paolo II e nei primi due anni di quello Ratzinger. A renderlo noto è stato oggi l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. “Si è ritenuto - spiega una nota - di celebrare all’altare antico per non alterare la bellezza e l’armonia di questo gioiello architettonico, preservando la sua struttura dal punto di vista celebrativo e usando una possibilità contemplata dalla normativa liturgica. Ciò significa che in alcuni momenti il Papa si troverà con le spalle rivolte ai fedeli e lo sguardo alla Croce, orientando così l’atteggiamento e la disposizione di tutta l'assemblea”. Per il resto - precisa l’Ufficio Liturgico - la celebrazione avrà il consueto svolgimento e verrà impiegato il messale ordinario, ovvero quello introdotto da Paolo VI dopo il Concilio Vaticano II. Non sorprende che papa Benedetto XVI abbia voluto ripristinare l’uso dell’antico altare della Sistina, la prima novità liturgica che porta la firma del neo cerimoniere di casa pontificia, mons. Guido Marini» (la notizia integrale, qui).

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sabato, 29 dicembre 2007
dell'iconoclastia liturgica

«L’iconoclastia liturgica genera discontinui irreversibili: tra il sacro e il santo, tra la parola e l’immagine, tra la fede e la religione, tra il contenuto e la forma, tra il culto spirituale e il culto rituale, tra la liturgia e il rito, tra il già e il non ancora, tra l’interiorità e la visibilità… Una teologia liturgica criptoprotestante, criptosecolarista, criptomodernista, determinerà una realizzazione e disposizione spaziale di altari, amboni, battisteri, tabernacoli etc. antitetica ai risultati originati nell’ambito di una teologia liturgica autenticamente cattolica. Se si spigola qua e là tra chiese nuove e/o riadattate più o meno posticciamente, il fedele si trova spesso costretto ad abitare spazi liturgici e a celebrare riti costruiti, pensati, presentati in tutto o in parte proprio con una mens comunque viziata dall’ideologia iconoclasta…» (Luigi Puddu, qui).

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venerdì, 28 dicembre 2007
si rompe il silenzio su Mosebach

Era ora che qualcuno, in Italia, cominciasse a parlare di Martin Mosebach. Lo scorso ottobre, il quotidiano “Avvenire” aveva dato notizia, con una “breve”, dell’assegnazione a Mosebach del Premio Georg Büchner, il prestigioso riconoscimento letterario tedesco; ma senza nominare una delle opere più significative dello scrittore francofortese: Häresie der Formlosigkeit. Die römische Liturgie und ihr Feind (del 2002). Si tratta di un libro che, malgrado il titolo impegnativo, ha avuto un enorme successo di vendite in Germania, e che meriterebbe davvero una traduzione italiana. Io l’ho letto nell’edizione francese, La Liturgie et son ennemie. L’hérésie de l’informe, con prefazione di Robert Spaemann. Il libro è a metà strada tra autobiografia e saggio di denuncia, e racconta in nove capitoli, senza troppi estetismi, le impressioni di un fedele di fronte all’impoverimento della liturgia nel periodo post-conciliare.

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scaffale aperto, forma e sostanza

venerdì, 21 dicembre 2007
verbum Dei factum est caro

Quest’anno, come biglietto di auguri per Natale (*), lascio ai lettori un bell’inno ambrosiano, assieme a una mappa di Betlemme (per orientare la preghiera verso una parte di mondo che ora soffre, ma che è stata luogo di gioia). Ci si rilegge fra qualche giorno… A presto!

Intende, qui regis Israel,

super Cherubin qui sedes,

appare Ephraem coram, excita

potentiam tuam et veni.

Veni redemptor gentium,

ostende partum Virginis;

miretur omne saeculum:

talis decet partus Deum.

Non ex virili semine,

sed mystico spiramine

verbum Dei factum est caro,

fructusque ventris floruit.

Alvus tumescit virginis,

claustrum pudoris permanet,

vexilla virtutum micant:

versatur in templo Deus.

Procedat e thalamo suo,

pudoris aula regia,

geminae gigas substantiae,

alacris ut currat viam.

Egressus eius a Patre,

regressus eius ad patrem,

excursus usque ad inferos,

recursus ad sedem Dei.

Aequalis aeterno Patri,

carnis trophaeo cingere,

infirma nostri corporis

virtute firmans perpeti.

Praesepe iam fulget tuum,

lumenque nox spirat suum,

quod nulla nox interpolet

fideque iugi luceat.

(una versione in italiano si può leggere qui)


(*)
«Non mi fido delle formule pie, soprattutto quando escono dalla mia bocca. Cerco strenuamente di non farmi contagiare dal linguaggio del pio fedele, solo che salta fuori quando meno te l’aspetti… La liturgia, a differenza del linguaggio del pio fedele, è di una mirabile asciuttezza» (Flannery O’Connor, tratto da qui).

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diario scritto di giorno, forma e sostanza

lunedì, 05 novembre 2007
salus ex Tamilibus

Dal quotidiano on-line Petrus, un intervista di Bruno Volpe a Mons. Albert Malcolm Ranjith Patabendige, segretario per la Congregazione del Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti:

«Eccellenza, che accoglienza ha avuto il Motu Proprio di Benedetto XVI che ha liberalizzato la Santa Messa secondo il rito tridentino? Qualcuno, in seno stesso alla Chiesa, ha un po’ storto il naso…

Vi sono state reazioni positive e, inutile negarlo, critiche e prese di posizione contrarie, anche da parte di teologi, liturgisti, sacerdoti, vescovi e persino cardinali. Francamente, non comprendo queste forme di allontanamento e, perchè no, di ribellione al Papa. Invito  tutti, soprattutto i Pastori, ad obbedire al Papa, che è il successore di Pietro. I Vescovi, in  particolare, hanno giurato fedeltà al Pontefice: siano coerenti e fedeli al loro impegno
.

A Suo avviso, a cosa si devono queste manifestazioni contrarie al Motu Proprio?

Lei sa che ci sono stati, da parte di alcune Diocesi, anche documenti interpretativi che mirano inspiegabilmente a limitare il
Motu Proprio del Papa. Dietro queste azioni si nascondono da una parte pregiudizi di tipo ideologico e dall’altra l’orgoglio, uno dei peccati più gravi. Ripeto: invito tutti ad obbedire al Papa. Se il Santo Padre ha ritenuto di dover emettere il Motu Proprio, ha avuto le sue ragioni che io condivido in pieno.

La liberalizzazione del rito tridentino decisa da Benedetto XVI è parsa come il giusto rimedio a tanti abusi liturgici registrati tristemente dopo il Concilio Vaticano II con il Novus Ordo

Guardi, io non voglio criticare il Novus Ordo. Però mi viene da ridere quando sento dire, anche da amici, che in una parrocchia un sacerdote è santo per l’omelia o per come parla. La Santa Messa è sacrificio, dono, mistero, indipendentemente dal sacerdote che la celebra. È importante, anzi fondamentale, che il sacerdote si faccia da parte: il protagonista della Messa è Cristo. Non comprendo, quindi, le celebrazioni eucaristiche trasformate in spettacolo con balli, canti o applausi, come purtroppo spesso accade con il Novus Ordo.

Monsignor Patabendige, la Sua Congregazione ha più volte denunciato questi abusi liturgici…

Vero. Esistono tanti documenti, che però spiacevolmente sono rimasti lettera morta, finiti negli scaffali polverosi o, peggio ancora, nel cestino dei rifiuti
.

Un altro punto: molte volte si assiste ad omelie lunghissime...

Anche questo è un abuso. Sono contrario a balli e agli applausi nel corso delle Messe, che non sono un circo né uno stadio. In quanto alle omelie, esse devono riguardare, come ha sottolineato il Papa, esclusivamente l’aspetto catechetico, evitando sociologismi e chiacchiere inutili. Ad esempio, spesso i sacerdoti la buttano sul politico perchè non hanno preparato bene l’omelia, che invece deve essere scrupolosamente studiata. Un’omelia eccessivamente lunga è sinonimo di scarsa preparazione: il tempo giusto di una predica deve essere di 10 minuti, al massimo 15. Ci si deve rendere conto che il momento culminante della celebrazione è il mistero Eucaristico,  senza con ciò voler sminuire la liturgia della Parola ma chiarire come va applicata una corretta liturgia
…» (tratto da qui).

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forma e sostanza

martedì, 23 ottobre 2007
da un Marini all'altro

Sull’avvicendamento, un gustosissimo articolo firmato da padre Gregorio, dal quotidiano on line Petrus:

«Era palpabile il gelo che regnava negli scorsi giorni all’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie: chi era presente all’incontro tra Monsignor Piero Marini (trasferito alla guida del Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali) e Monsignor Guido Marini, nuovo Maestro delle Cerimonie, riferisce di un passaggio delle consegne molto breve e formale, anche per non meglio precisati impegni che il predecessore ha addotto a giustificazione della propria fretta nel lasciare l’Ufficio. Alla sera di giovedì, per l’inaugurazione della mostra sull’Apocalisse, Monsignor Piero Marini appariva estremamente nervoso e contrariato, essendo giunto ormai il conto alla rovescia per la sua partenza. Monsignor Guido Marini, il successore di Piero, non ha mai fatto mistero del proprio pensiero in questioni liturgiche. Egli è stato ordinato dal Cardinal Giuseppe Siri, uno degli ultimi Principi di Santa Romana Chiesa che, quando pontificava nel Duomo di San Lorenzo, usava abitualmente la cappamagna, le scarpe rosse con fibbie d’oro, il cappello cardinalizio; è uno dei tanti sacerdoti dell’Arcidiocesi di Genova che ama il latino, il gregoriano, la dignità dei riti; è stato Cerimoniere degli Arcivescovi Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco, anch’essi molto attenti al decoro nella liturgia. Viceversa, l’omonimo Piero è noto per la sua contrarietà a tutto ciò che ricorda anche lontanamente la tradizione rituale della Corte papale: alla solenne romanità egli preferiva mutuare dalle “culture” africane riti tribali, danze offertoriali davanti al Papa, liturgie inventate a tavolino in nome dell’inculturazione; e non si può dimenticare quel suo approccio coreografico secondo il quale la liturgia è spettacolo e come tale va ideata e adattata: un approccio in palese opposizione al rito antico, definito sprezzantemente come “vecchia liturgia”, frutto di “incrostazioni” e “sedimentazioni”. In pratica, l’esatto opposto del pensiero di Benedetto XVI…» (continua qui).

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plausi e botte, forma e sostanza

domenica, 21 ottobre 2007
la colonna sonora di un'estate

Qui (al minuto 2:40 diventa ballabilissima).

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forma e sostanza

martedì, 02 ottobre 2007
operatori pastorali

Ho tra le mani un volantino diffuso dalla mia diocesi, che propone un “Biennio di formazione per coordinatori pastorali”. Si tratta – leggo nel sottotitolo – di “un percorso coerente (!) di due anni per avviare l’accompagnamento degli operatori pastorali”.

Dovremmo dunque rallegrarci tutti, per la nascita di questa nuova figura professionale: dopo l’operatore ecologico, che ha finalmente sostituito l’inaccettabile spazzino, anche la Chiesa potrà avvalersi di un proprio efficientissimo “operatore pastorale”.

Naturalmente laico. Anzi, “laico/a”, come recita imperiosamente il foglietto, privo di qualunque sense of humour. Mi chiedo a che servirà, codesto “operatore pastorale”. Farà forse le veci dell’ormai superato scaccino, e munito di tessera e scopa provvederà al mantenimento dell’ordine negli oratori, pardon, nelle “strutture oratoriali”, alla bisogna animandole con giuochi di prestigio?

È davvero preoccupante questa aziendalizzazione della Chiesa. Il mondo è più povero, se dei cattolici vengono invitati da un vescovo ad “affrontare un percorso che prevede lo sviluppo delle risorse necessarie all’ascolto [di cosa?], al dialogo [con chi?], alla partecipazione [a che cosa?] e alla corresponsabilità [rispetto a chi?]”, il tutto corredato dalle immancabili “esperienze concrete sul campo”.

Manco fosse un corso della SSIS, o uno stage di toelettatura per cani:

IL SEMINARIO È CONDOTTO DALLA DOTT.SSA ROSSELLA LOMAZZI MEDICO VETERINARIO SPECIALISTA IN ETOLOGIA E BENESSERE DEGLI ANIMALI DA COMPAGNIA DI GRANDE SPESSORE DIDATTICO ILLUSTRA AMPIAMENTE COME FUNZIONANO I RAPPORTI INTRASPECIFICI E INTERSPECIFICI INDICATO PER OPERATORI DEL SETTORE O PRIVATI CHE INTENDONO CAPIRE MEGLIO LA PSICOLOGIA CANINA.

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laici e laicità, forma e sostanza

lunedì, 24 settembre 2007
le amare divisioni

Scrive Andrea Tornielli:

«Da lunedì pomeriggio fino a mercoledì mattina il Consiglio permanente della Cei ha discusso animatamente del Motu proprio di Benedetto XVI sulla messa antica e della sua applicazione. Alcuni dei vescovi presenti alla riunione, infatti, hanno manifestato le loro critiche al documento chiedendo che la Cei preparasse una Nota interpretativa delle direttive papali per l’Italia (…). Tra questi Carlo Ghidelli, vescovo di Lanciano-Ortona, che ha preso la parola più volte. Insieme a lui e sulla stessa linea erano anche Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto; Benvenuto Italo Castellani, arcivescovo di Lucca; il nuovo arcivescovo (e futuro cardinale) di Palermo Paolo Romeo; Felice Di Molfetta, vescovo di Cerignola e presidente della Commissione episcopale per la liturgia. Quest’ultimo aveva appoggiato, nei mesi scorsi, la lettera inviata al Pontefice da un gruppo di liturgisti italiani per chiedergli di non procedere con la liberalizzazione dell’antico rito. Nei loro interventi hanno sottolineato come il Motu proprio di Benedetto XVI rischi di creare disagio perché l’ecclesiologia presente nel vecchio messale sarebbe “incompatibile” con quella scaturita dal Concilio Vaticano II» (versione integrale: qui).

L’accusa di “incompatibilità” fra i due messali mi sembra davvero sconcertante. Se così fosse, dovremmo guardare alla Chiesa post-conciliare come a una Chiesa radicalmente diversa rispetto a quella pre-conciliare: un’affermazione gravissima, e non a caso sostenuta in varie forme da “progressisti” e “tradizionalisti”.

Eppure, è il Vaticano II stesso a non permettere in alcun modo una simile interpretazione. Sia Paolo VI che il presidente di turno, all’inizio di ciascuna sessione, ribadirono con forza la natura eminentemente pastorale, e non dogmatica, del Concilio: «Vi ricordo, Padri, che questo Concilio non intende proporre nessuna nuova dottrina».

Torna alla mente l’amara diagnosi del teologo Henry De Lubac, fra i protagonisti di quella stessa stagione:

«Il dramma del Vaticano II consiste nel fatto che invece di essere stato gestito dai santi – come fu il tridentino – è stato monopolizzato dagli intellettuali. Soprattutto è stato monopolizzato da certi teologi, il cui teologare partiva dal preconcetto di aggiornare la fede alle esigenze del mondo, e di emanciparla da una presunta condizione di inferiorità rispetto alla civiltà moderna. Il luogo della teologia cessa di essere la comunità cristiana (con la sua storia), e diventa l’interpretazione dei singoli. In questo senso, il dopo-Vaticano II ha rappresentato la vittoria del protestantesimo all’interno del cattolicesimo» (Il Concilio e chi l’ha tradito, “Il Sabato” 12-18/07/1980). 

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plausi e botte, forma e sostanza

giovedì, 20 settembre 2007
animare il dibattito

Entrando in una libreria cattolica, si è subito colpiti dalla quantità di pubblicazioni, spesso libricini di modeste dimensioni e di taglio divulgativo, dedicati al Motu proprio del papa sulla Messa tradizionale, e generalmente critici nei suoi confronti. Uno di questi, che ho acquistato per curiosità e per il prezzo favorevole, porta la firma del salesiano Manlio Sodi, e si intitola Il Messale di Pio V. Perché la Messa in latino nel III millennio?

Qualora non bastasse il titolo (di per sé improprio e piuttosto superficiale), la scheda informativa approntata nel sito dell’editore è ancora più eloquente (si presti attenzione all’uso delle virgolette):

Contenuto.
Papa Benedetto XVI ha approntato il “motu proprio” col quale “ripristina” la messa in latino. La “novità” è che il “motu proprio” rende possibile celebrare la messa col Messale in uso prima del Vaticano II e riformato secondo il concilio di Trento (1570) e solamente “aggiornato” nell’edizione promulgata da papa Giovanni XXIII (1962). Non tutti hanno chiari i termini della questione. Il noto direttore di “Rivista Liturgica”, don Manlio Sodi, ci aiuta con la sua riconosciuta chiarezza e competenza a entrare nella problematica storica e teologica e ci fa capire – nel rispetto delle opinioni di tutti e al di là di ogni scontata polemica – la portata dell’evento.

Destinatari.
Tutti.

In qualità di membro di quei “tutti”, mi permetto allora di lasciare al lettore alcune osservazioni suscitate dalla lettura del volume, «nel rispetto delle opinioni di tutti e al di là di ogni scontata polemica».

Il volumetto è strutturato in quattro brevi capitoli e una conclusione. Nei primi due capitoli, l’autore presenta sommariamente il contenuto e la struttura dei due testi necessari per la celebrazione della Messa, vale a dire il Lezionario (che raccoglie l’insieme delle letture bibliche scelte per la celebrazione) e il Messale (che comprende «tutto ciò che serve per la Messa»: il canone, le varie preghiere, le indicazioni per i canti, le formule di benedizione, etc.), fornendone poi, per rapidi cenni, la «storia avvincente». Il terzo capitolo è dedicato alle principali (anzi, «vere») novità del Messale del Concilio Vaticano II, mentre il quarto capitolo interviene finalmente sull’attualità, con una serie di osservazioni intorno al Motu proprio e alla lettera di accompagnamento del papa.

Già dalle prime righe, si ha l’impressione che chi scrive intenda sviare il proprio lettore, verso una direzione diversa da quella auspicata da Benedetto XVI nel suo documento. Si dice infatti: «Sarà forse questione di lingua latina? Di ritorno alla liturgia in latino, come è stata per circa 15 secoli? Ma anche l’attuale Messale può essere usato nel testo originale, che è in lingua latina! Dov’è dunque il problema?» (p. 8).

Queste domande, in realtà, sono lasciate senza risposta, anche perché non sono le giuste domande. Sodi sa bene che non si tratta affatto di un “ritorno” alla lingua latina, altrimenti i sostenitori del Rito “pre-conciliare” (che non sono tutti lefebvriani!) si sarebbero semplicemente battuti, in tutti questi anni, per l’utilizzo del Novus Ordo in latino. Né rientra fra le intenzioni di Ratzinger il ripristino del latino, o un (impensabile) abbandono della liturgia nelle lingue locali.

Poche pagine più avanti, l’autore scrive che, «come il Concilio di Trento si preoccupò di riformare la liturgia e di accentuarne la dimensione sacrificale negata dai Protestanti, così il Vaticano II ha stabilito una riforma per dare all’esperienza liturgica quella ricchezza che in parte si era perduta nella tradizione e che il movimento liturgico, unitamente al movimento biblico e catechistico, aveva suggerito. Pur voluta dal Concilio, pur elaborata da persone competenti, pur con risultati eccellenti, la riforma liturgica non fu da tutti ben compresa e accolta» (p. 16).

In realtà sappiamo benissimo che la riforma liturgica non provenne direttamente dal Concilio, ma fu un effetto delle riflessioni post-conciliari, e che travalicò ampiamente le disposizioni espresse nella Costituzione apostolica sul tema della liturgia (la Sacrosanctum Concilium, del 1963).

È significativo, mi pare, quell’accenno alle “persone competenti”, che a fin di bene e congiuntamente col “movimento biblico” e col “movimento liturgico”, si sarebbero adoperate per il recupero di «quella ricchezza che si era perduta nella tradizione». Significativo per due motivi.

Il primo è l’implicita valutazione negativa della “tradizione”, che non è più qualcosa cui si appartiene, qualcosa il cui sviluppo e la cui difesa ci riguarda, ma è ciò che separa l’osservatore, la “persona competente”, dalla mitica purezza delle origini. La tradizione come un ostacolo, come qualcosa di puramente estrinseco rispetto all’esistenza della fede e della liturgia. Seguendo un tale principio, nulla c’impedirebbe, fra dieci o cent’anni, di dichiarare anche l’attuale riforma liturgica come inadeguata a una presunta ricchezza originaria, o di abbandonarla come un vecchio rottame: ma Sodi sarebbe disposto ad ammetterlo?

Un secondo motivo è costituito dall’accenno alle “persone competenti”, tra le quali l’autore, ovviamente e giustamente, si include. Il ritornello della competenza è un’evidente traccia di “clericalismo”, nell’accezione delnociana del termine. Da una parte il popolo, dall’altra chi lo educa (e chissà che non venga da qui, dalla centralità conquistata dall’omelia nel rito attuale, il fastidio che certi sacerdoti provano nei confronti dell’antico Messale, dove lo spazio riservato al celebrante era uno spazio di mediazione, non di “protagonismo”): non c’è l’idea che entrambi possano condividere lo stesso Spirito, le medesime responsabilità. Perché per capire lo Spirito occorre la competenza.

Lo si intuisce meglio più avanti, allorquando l’autore si sofferma appunto sui difetti del Messale detto tridentino. Questo in realtà non venne pubblicato durante il concilio, ma successivamente, nel 1570, sebbene i Padri ne avessero auspicato con forza una riforma. «E per fortuna – commenta Sodi – perché certi lavori vanno fatti con attenzione e tranquillità, da parte di persone competenti». Singolare proiezione retrospettiva di quanto avvenuto dopo il Concilio Vaticano II. I Padri, in quell’occasione, non avrebbero avuto la competenza (leggi: l’autorità?) per fare quello che soltanto le “persone competenti” avrebbero potuto fare.

Altrove, a p. 27, l’autore contesta la denominazione del Rito tradizionale come “Messale del Concilio di Trento” o “di san Pio V” (scelta da lui stesso, si badi bene, per il titolo del volume): «Ma il Messale non è della Chiesa? E allora perché nominarlo con un papa?». Osservazione corretta, ma speciosa: si tratta infatti di una denominazione approssimativa, peraltro invocata dagli stessi detrattori dell’antico Messale, proprio con l’intento di “storicizzarlo”, di ancorarlo a circostanze storiche particolari e superabili.

A conti fatti, sulla base di questi pochi indizi, non sembra che il volume di Sodi renda un buon servizio per la comprensione del problema liturgico. Si presenta per lo più come una pubblicazione apologetica. La liberalizzazione voluta dal papa, a detta dell’autore, riaprirebbe problemi già ampiamente risolti. Perché i “competenti” hanno stabilito che va tutto bene. Dunque va tutto bene. I semplici fedeli si adeguino. Non discutano, non si confrontino, non aprano dibattiti. Nemmeno su invito del papa.

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scaffale aperto, plausi e botte, forma e sostanza

animare la Messa

Traggo da un vocabolario della lingua italiana i tre significati del verbo “animare”:

1) Dare, infondere l’anima.

2) Dare vita, vivacità, energia, calore.

3) Incitare, esortare, infondere coraggio.

Si può dunque “animare”, a seconda dei casi, un cadavere o un oggetto inanimato, una realtà debole o privata delle sue forze, una persona o un insieme di persone che si trovano in una situazione difficile o che semplicemente abbisognano d’aiuto. Animare un corpo, un blocco di marmo, un volto, un’impresa, Gina Lollobrigida o un gruppo di ragazzotti annoiati.

Sarebbe interessante riflettere su quando, e perché, si sia potuto applicare l’immagine al contesto della liturgia.

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