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(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)

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giovedì, 10 luglio 2008
buddismo liquido

Sabina Guzzanti adoratrice del Gohonzon. È quanto emerge da questo post di Sandro Magister:

«Scesa dal palco di piazza Navona, la sera dell’8 luglio, questo ha detto Sabina Guzzanti, che poco prima aveva mandato il papa all’inferno tra i sodomiti: “Io rispetto la spiritualità e la religione”.

Infatti. C’è un’altra Sabina Guzzanti che su “Buddismo e società”, la rivista bimestrale dei buddisti italiani Soka Gakkai, nel numero di maggio-giugno del 2007, ha scritto:

Io pratico il Buddismo da vent’anni e tutto quello che c’è di bello e di importante nella mia vita è legato al Buddismo. Da vent’anni leggo i discorsi del presidente Ikeda e mi domando se sto mettendo in pratica i suoi insegnamenti. Mi confronto con il suo pensiero, mi commuovo e mi rafforzo grazie al suo esempio e in cuor mio prometto di utilizzare tutto il mio talento, le mie capacità, la mia umanità, il mio tempo per realizzare la pace così come il Buddismo insegna… Il Buddismo nasce… per dire che siamo tutti ugualmente degni di rispetto”.

La frase è l’esordio del discorso tenuto da Sabina Guzzanti al convegno organizzato da Soka Gakkai a Firenze il 24-25 marzo 2007 col titolo “Insieme nell’impegno per la pace”. Testo e foto li trovi in questa pagina di “Buddismo e società”».

Sull’idolatrico Gohonzon, cf. l’opinione degli ortodossi qui.  

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laici e laicità, interventi incivili

venerdì, 04 aprile 2008
trivial pursuit

Viviamo in un mondo talmente triviale che un accenno a virtù naturali e soprannaturali (presente la Commedia di Dante? presente il catechismo della nonna?) diventa per i media un riferimento a “poteri soprannaturali”. Con tutte le ironie (anche bonarie) del caso. Verrebbe da parafrasare Joyce: “Gentili signori, la vostra comprensione del cattolicesimo non è cattolica... e dunque è inesistente”.

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laici e laicità

mercoledì, 20 febbraio 2008
cattolicesimo e globalizzazione

Un’interessante riflessione dello storico e sociologo delle religioni Philip Jenkins, tratta da The Next Christendom. The Coming of Global Christianity (Oxford University Press, New York 2002):

«Ripetutamente, negli anni recenti, la gerarchia cattolica è stata collegata a posizioni che sembrano conservatrici o reazionarie, con disperazione della maggior parte dei commentatori occidentali. Il papa e il Vaticano sono giunti a rappresentare l’oscurantismo, in tema di rapporti fra i sessi, di moralità e di preferenze sessuali, al punto che perfino alcuni cattolici considerano inevitabile uno scisma tra le chiese dell’Occidente liberal e un papato irrimediabilmente reazionario.

L’ordinazione delle donne al sacerdozio è un punto di disaccordo, come pure le questioni relative alla contraccezione e all’omosessualità. Riguardo a tutti questi argomenti, i gruppi di pressione liberal e femministi sono convinti che le loro visioni trionferanno con il tempo, una volta che la “gerontocrazia” che regna in Vaticano apparterrà al secolo passato (…).

Una visione globale, però, suggerisce un’interpretazione alquanto diversa del comportamento cattolico, e di quale parte della Chiesa possa affermare di parlare per il futuro. Le gerarchie sanno che gli aspetti liberali cari agli americani o ai cattolici dell’Europa occidentale sono irrilevanti, o peggio, per le società tradizionali del Sud del mondo. Se l’ordinazione delle donne può sembrare agli occidentali un essenziale tema di giustizia, per gran parte del mondo emergente è un anatema.

La teologia conservatrice delle più giovani chiese cattoliche è suggerita da uno degli esponenti di spicco della realtà ecclesiale africana, il cardinale Francis Arinze (…). È comprensibile che la prospettiva di un papa africano nero ecciti i cristiani di tutte le convinzioni politiche, e non solo i cattolici, ma in termini ideologici, un papato Arinze aprirebbe probabilmente a un’era molto conservatrice. Il cattolicesimo africano è molto più a suo agio con le nozioni di autorità e carisma che con le più nuove idee di consultazione e democrazia.

Anche il tema del confronto interreligioso assume un aspetto alquanto differente, se lo si guarda dal Sud. Nel 2000 il Vaticano ha emesso un documento apparentemente concepito all’unico scopo di irritare i liberal americani ed europei, quando con la Dominus Jesus ha riaffermato il ruolo esclusivo di Cristo e del cristianesimo cattolico quali veicoli di salvezza: “È quindi contraria alla fede della Chiesa la tesi circa il carattere limitato, incompleto e imperfetto della rivelazione di Gesù Cristo, che sarebbe complementare a quella presente nelle altre religioni” [§ 6].

Negli Stati Uniti o in Europa queste dichiarazioni sono sembrate profondamente offensive (…). Ma da una prospettiva africana o asiatica, la Dominus Jesus affrontava questioni cruciali di significato quotidiano, mettendo il clero e i fedeli nella posizione di dover osservare limiti precisi, nelle relazioni con le altre fedi in mezzo alle quali si trovavano a vivere. Era diretta a fedeli che appartengono a contesti fortemente problematici come quelli della Corea, della Nigeria o della Cina, dove i termini di interazione con le religioni rivali devono essere ricordati di nuovo ogni giorno.

In questi casi, avvertiva il Vaticano, le relazioni amichevoli sono una cosa, ma il sincretismo è tutt’altra: ed era proprio il sincretismo il tema principale del documento. L’enciclica non era indirizzata ai liberal del Nord che praticano un dilettantistico tipo di religione da bar, ma alle chiese del Sud che crescono in fretta e vogliono disporre di regole pratiche che servano ad assicurare la loro autenticità. Quello che i nordamericani non capirono era che il Vaticano non stava affatto parlando a loro.

Il tono conservatore del cattolicesimo africano e latino-americano suggerisce perché i leader cattolici non siano molto colpiti quando i cattolici di Boston o di Monaco minacciano lo scisma. In base alla visione tradizionale, adattarsi, per avere un ruolo più rilevante, alle necessità delle élite occidentali, sarebbe un atto suicida per le prospettive a lungo termine della Chiesa. Saranno i cosiddetti tradizionalisti, e non i liberal, i protagonisti del gioco politico del nuovo secolo
».

(La terza chiesa. Il cristianesimo nel XXI secolo, Fazi, Roma 2004, pp. 279-282)

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laici e laicità

lunedì, 04 febbraio 2008
ein Phantasiestück in Hoffmanns Manier

Mi trovo al bar con Paolo e Piergiorgio, amici di lunga data. Tra un bicchiere e l’altro, spunta la solita domanda del c***o: “Oh, Piergiorgio, tu che libro ti porteresti in un’isola deserta?”.

È Paolo, che spera che Piergiorgio gli dica che lui sì, lui si porterebbe l’ultimo Micromega, e giù a ridere come matti. Invece Piergiorgio non è in vena, e risponde tutto serio: “Beh, sono appena usciti i Taccuini di Darwin. Mi porterei quelli, per
la loro sconcertante capacità di collegare idee lontane alla pioniera indifferenza verso i confini disciplinari e soprattutto all’irriverente atteggiamento di sfida verso gli oscurantismi di ogni tempo, neh”.

Un brivido percorre la schiena di Paolo (“questo dice sul serio, ma quanto cazzo si prende sul serio, i taccuini di Darwin, mavaccagare io mi porterei Hannah Arendt, sei proprio una testa di minchia”, pensa). Poi si gira verso di me, con aria di sfida: “E tu? Tu che libro ti porteresti sull’isola deserta?”.

Interviene Piergiorgio: “Lui? Ma non lo sai che è cattolico? Si porterebbe la Bibbia, no?”, e giù a ridere tutti e due. Si danno pacche sulle spalle, come scimmie idrocefale: “La Bibbia ah ah, la Sacra Bibbia, ah ah pensa che due coglioni!”.

A quel punto, non mi resta che dir loro quel che avevo pensato all’inizio, con un po’ di vergogna: “Ehm, credo un manuale per costruire una barca”.

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laici e laicità

martedì, 22 gennaio 2008
editorialisti con la lira

Nelle cattedrali medievali si trova spesso, accanto a mostri e figure sacre, il ritratto d’un asino che regge una lira (o una piccola arpa) fra le zampe. Il significato dell’immagine è controverso: in alcuni casi, è probabile ch’essa servisse semplicemente a rappresentare l’ignoranza compiaciuta di sé; in altri casi, però, poteva indicare la volontà da parte dell’uomo di elevarsi alle “armonie superiori”; oppure, in accordo con simbologie tradizionali variamente diffuse, l’ansia profonda di un contatto con la trascendenza (espressa nientemeno che dal raglio del graziosissimo animale).

Se gli scultori romanici vivessero ai nostri giorni, purtroppo, troverebbero conferma soltanto al primo di questi significati, e segnatamente fra le pagine di Repubblica, dove un noto giornalista stordisce da anni i propri lettori col medesimo arpeggio, ripetuto all’infinito e perciò dai più ritenuto attendibile: un arpeggio che ha la grazia di una pesante, monotona zoccolata sulle corde; accompagnato da un raglio profondo, angosciante, indomabile. Praticamente gli stessi, raglio e arpeggio, dal 1976, anno di fondazione del quotidiano.

Alludiamo ovviamente al Sommo Fondatore, il quale, domenica scorsa, è intervenuto su due argomenti a lui molto cari: il primo è la storia del mondo, il secondo è il problema della “laicità”. Riportiamo un solo passaggio dal suo perenne editoriale (prego notare l
incipit):

Mi ha fatto molto senso vedere, proprio alla vigilia del mancato intervento del Papa alla Sapienza, la messa celebrata da Benedetto XVI nella Sistina col vecchio rito liturgico rinverdito a testimoniare la curva ad U rispetto al Concilio Vaticano II: il Papa con la schiena rivolta ai fedeli e la messa celebrata in latino. Qual è il senso di questa scelta regressiva se non quello di ribadire che il mistero della trasformazione del vino e del pane in sangue e carne di Gesù Cristo viene amministrato dal celebrante senza che i fedeli possano seguire con gli occhi e in una lingua sconosciuta ai più?


Oh, quale asinina soavità in questo canto! E quale arpeggio disinvolto egli rivela! Peccato che il Santo Padre, alla Sistina, abbia celebrato la Messa seguendo le regole volute da Paolo VI (un solo altare nel presbiterio, qualunque sia l’orientamento), e secondo il messale del Novus Ordo, non del Rito antico…

È una piccola sbavatura, che rischia di mettere a repentaglio il domma dell’infallibilità pontificatoria del Sommo: un domma, peraltro, di recentissima acquisizione, e che alcuni veri laici, come Claudio Moffa in questo suo intervento (da leggere), non sembrano condividere punto...

Nota.
L’immagine dell’asino proviene dall’archivolto del portale maggiore della chiesa di Saint Pierre, Aulnay-de Saintonge. Per una visione più dettagliata, cliccare qui.

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laici e laicità, interventi incivili

mercoledì, 16 gennaio 2008
fuori la scienza dalla Sapienza

Biz propone un test attitudinale su Galileo: verifica anche tu se puoi entrare a far parte del Kollettivo studentesco daaa Sapienza. Previste esibizioni di Paola Cortellesi, Banda Osiris e Andrea Rivera.

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laici e laicità

Paul Feyerabend e i 67 laiconi

«In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato».

Così, a quanto si legge, recitava uno dei proclami diffusi dai 67 docenti della Sapienza, contrari alla
lectio magistralis di Benedetto XVI. Tra i motivi (o i pretesti?), una frase dell’epistemologo (anarchico e agnostico) Paul K. Feyerabend sul caso Galileo, citata e discussa dal Card. Ratzinger anni prima. Ecco allora alcuni passaggi (deliberatamente provocatori) del libro di Feyerabend, donde il Papa trasse a suo tempo la citazïon della discordia (Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, 1975, trad. L. Sosio):

Condizioni attuali della ricerca scientifica.


«
Contrariamente alla sua antecedente immediata, la scienza del tardo secolo XX ha rinunciato a tutte le sue pretese filosofiche ed è diventata un’attività economicamente importante, che plasma la mentalità di coloro che la praticano. Un buon stipendio, una buona posizione rispetto al capo e ai colleghi nella propria “unità” sono le principali ambizioni di queste formiche umane, le quali eccellono nella soluzione di piccoli problemi ma non riescono a dare un senso a tutto ciò che va oltre il loro ambito di competenza. Le considerazioni umanitarie sono pressoché ignorate, e lo stesso vale per ogni forma di progresso che vada oltre i miglioramenti locali. I risultati più gloriosi della scienza del passato sono usati non come strumenti di illuminazione, ma come mezzi di intimidazione, come è emerso in alcune discussioni recenti concernenti la teoria dell’evoluzione. Se qualcuno riesce a far compiere qualche passo avanti, gli specialisti saranno pronti a trasformare la scoperta in una clava con la quale costringere tutti a sottomettersi» (p. 154).

“Razionalità” e “irrazionalità” dell’impresa scientifica.


«
Se è razionale solo l’accettazione di teorie provate, se è irrazionale conservare teorie che siano in conflitto con asserzioni-base accettate, allora l’intera scienza è irrazionale (…). Taluni programmi di ricerca scompaiono non perché le argomentazioni che sono alla loro base vengono sconfitte al livello delle idee, ma perché i loro difensori vengono uccisi nella lotta alla sopravvivenza» (pp. 162-164).

La necessaria frammentazione della scienza.


«
La scienza è frammentata in numerose discipline, ciascuna delle quali può adottare un atteggiamento diverso nei confronti di una determinata teoria, e le singole discipline si frammentano inoltre in scuole» (p. 166).

Il potere degli scienziati.


«
La scienza regna sovrana, perché coloro che la praticano sono incapaci di comprendere, e non sono disposti ad ammettere, ideologie diverse, perché hanno il potere di imporre i loro desideri, e perché usano questo potere esattamente come i loro predecessori usarono il loro potere per imporre il cristianesimo» (p. 243).

Per una separazione fra Stato e scienza.


«
La separazione fra Stato e Chiesa dovrebbe essere integrata dalla separazione fra Stato e scienza. Non dobbiamo temere che una tale separazione possa condurre a un crollo della tecnologia. Ci saranno sempre individui che preferiranno dedicarsi alla scienza per essere padroni del loro destino, e che si sottometteranno volentieri al genere più meschino di schiavitù (intellettuale e istituzionale), purché siano pagati bene e purché ci siano attorno a loro persone che ne esaminino il lavoro e ne cantino le lodi.

La Grecia
si sviluppò e progredì perché poteva contare sul lavoro di schiavi, per quanto recalcitranti. Noi dobbiamo svilupparci e progredire con l’aiuto di numerosi schiavi volontari nelle università e nei laboratori, schiavi che ci forniscono pillole, gas, elettricità, bombe atomiche, cibi surgelati e, occasionalmente, anche qualche favola interessante. Dobbiamo trattare bene questi schiavi, dobbiamo anche stare ad ascoltarli, perché di tanto in tanto hanno storie interessanti da raccontarci, ma non dobbiamo permettere loro di imporre la loro ideologia ai nostri figli, sotto la maschera di teorie progressiste dell’educazione
» (p. 244).

Il giudizio mitologico della scienza.


«
Il modo in cui noi accettiamo o ripudiamo idee scientifiche è radicalmente diverso dai procedimenti decisionali democratici. Accettiamo leggi scientifiche e fatti scientifici, li insegniamo nelle nostre scuole, ne facciamo la base di importanti decisioni politiche, ma senza averli mai sottoposti a una votazione. Gli scienziati non li sottopongono al voto – o almeno così dicono – e certamente ciò vale a maggior ragione per i profani (…). La società moderna è “copernicana” non perché il copernicanesimo sia stato messo ai voti, sia stato oggetto di una discussione democratica e poi votato a maggioranza semplice; è “copernicana” perché gli scienziati sono copernicani e noi accettiamo la loro cosmologia così acriticamente come un tempo si accettava la cosmologia di vescovi e cardinali.

Anche i pensatori audaci e rivoluzionari si sottomettono al giudizio della scienza. Kropotkin voleva infrangere tutte le istituzioni esistenti, ma non toccò la scienza (…). Evans-Pritchard, Lévi-Strauss e altri hanno riconosciuto che il “pensiero occidentale”, lungi dall’essere un picco solitario dello sviluppo umano, è turbato da problemi che non si riscontrano in altre ideologie: ma escludono la “scienza” dalla loro relativizzazione di ogni forma di pensiero. Anche per loro la scienza è una struttura neutrale contenente una conoscenza positiva che sarebbe indipendente dalla cultura, dall’ideologia e dal pregiudizio
» (p. 246).

La nascita dell’astronomia moderna.


«
L’astronomia moderna ebbe inizio col tentativo di Copernico di adattare le vecchie idee di Filolao ai bisogni della predizione astronomica. Filolao non era uno scienziato preciso, bensì, come abbiamo visto (cap. 5), un pitagorico dalle idee piuttosto confuse, e le conseguenze della sua dottrina furono definite “incredibilmente ridicole” da un astronomo di professione come Tolomeo (cap. 4, nota 4). Lo stesso Galileo, che aveva dinanzi a sé la versione copernicana, molto migliorata, delle idee di Filolao, dice: “Non posso trovar termine all’ammirazion mia, come abbia possuto in Aristarco e nel Copernico far la ragion tanta violenza al senso, che contro a questo ella si sia fatta padrona della loro credulità” (Massimi sistemi, Ed. Naz., VII, 355). Qui la parola “senso” si riferisce alle esperienze che Aristotele  e altri avevano usato per dimostrare che la terra dev’essere in quiete. Ma la “ragione” che Copernico oppone alle loro argomentazioni è la ragione mistica di Filolao, combinata con una fede ugualmente mistica (“mistica” dal punto di vista dei razionalisti d’oggi) nel carattere fondamentale del moto circolare. Io ho dimostrato che l’astronomia moderna e la dinamica moderna non avrebbero potuto progredire senza quest’uso ascientifico di idee antidiluviane» (p. 248).

Nota.
I rinvii sono all’edizione nell’Universale Economica Feltrinelli, Milano 2002.

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laici e laicità, plausi e botte

lunedì, 14 gennaio 2008
ultim'ora

La lectio magistralis di Benedetto XVI presso l’Università La Sapienza verrà annullata. Al suo posto, saranno dibattute le ultime novità della cultura laica italiana, tratte dal portale “Libero”:

Più Viagra per tutti. 8 urologi su 10 l’hanno provato. Tanti anche i giovani. E tu?

Ragazze, boom di lesbo. Una su 4 ha rapporti saffici tra 12 e 15 anni. E’ trendy.

Magazine da record. A dicembre 5 milioni e 200mila lettori. Grazie!

Il ritocco di Natale. Addominali per lui, seno per lei. I regali 2008. Gallery.

Censurato Luttazzi. Show sospeso: ha insultato Ferrara. Dì la tua.

Casalinghe hot. Ecco il kit per girare filmini piccanti a casa. Pronti?

Che tv sporcacciona! Seni grandi, cosce aperte, sederoni... Ci piace così?

Preti da prima pagina. Presenzialisti, trasgressivi e in posa su un calendario.

Paris alcolica. Hilton nuda per il suo nuovo Rich Prosecco. Foto.

Tutte come Jenna. Regala alla tua lei il kit per aspiranti pornostar.

Motor...sexyshow. Da fiere auto a kermesse del sesso. Giusto? Foto.

Rupert, un maniaco. Everett sarebbe erotomane, non fosse gay.

Milan campione. I rossoneri travolgono 4-2 il Boca. Roma frena col Toro.

Condom senza tabù. Ora è un gioco grazie al marketing. I video.

Fergie, webcam hot. Dopo il video hard: “Strip per il mio ragazzo”. Foto.

L’eros di Suor Letizia. Il calendario votato dai lettori di Affari. Gallery.

Zecchino d’oro alla coca. Vinse la rassegna canora nel 1969, arrestata per droga.

Orge a scuola. Scandalo sul bus: maestre con l’autista. Foto e video.

Reggiseni pazzi. Al formaggio o ripiene di riso: coppe per ogni gusto.

Ciclone Fabri Fibra. “Sono l’unico che dice la verità”. L’intervista.

Mano nella mano. Bruni e Sarkozy, vacanza romantica con l’anello. Foto.

Corona in mutande. I ladri gli rubano tutti gli abiti griffati. 2007 da dimenticare.

Non solo Velina. Maddalena Corvaglia, “una che ce l’ha fatta”.

Scudetto alla Roma. E Champions all’Inter. Le previsioni della sensitiva.

2008, fine dei giornali. Il sociologo De Masi: si salverà solo la prima pagina.

Calendari per un anno. Si sono spogliate proprio tutte: chi preferisci? Foto.

Sexy Armani. Lo stilista in slip: 73 anni e non sentirli. La gallery.

Lindsay mangiauomini. Capri, la Lohan beccata con tre diversi.

Gustavo Raffi (Grande Oriente d’Italia): dal Partito Democratico un passo in avanti.

Il lato B di Moretti. Svelato in una scena del film Caos Calmo.

Shoah. Studenti tedeschi insensibili. “Ebreo” insulto frequente.  

Britney’s party. Esclusivo! In cerca di una location a Milano.

Lezioni di sesso. Con Camila debutta su Mtv la conturbante Betony Vernon. Gallery.

Cinema. Pechino censura l’hard. Misure sempre più rigide.

Da Zelig. Flavio Oreglio fa politica e filosofia a teatro: “E discuto col pubblico”.

“Donne, filosofia e pornografia”. Un triangolo insolito e interessante.

Nuovo impegno dei Radicali: Nasce una Rosa per Israele.

Emanuela Folliero: “Mamma a 42 anni? E’ più bello, sono più sicura di dieci anni fa”.

Meglio Hillary alla Casa Bianca. E’ il riscatto delle donne nel mondo.

Pd. La posta in gioco nel dibattito sui diritti civili è la laicità.

NOTA. Tutti i titoli sono veri.

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laici e laicità

venerdì, 07 dicembre 2007
per una riscossa laica

Il trucco è vecchio, lo so. Ma, buon Dio, che liberazione.

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laici e laicità

martedì, 02 ottobre 2007
operatori pastorali

Ho tra le mani un volantino diffuso dalla mia diocesi, che propone un “Biennio di formazione per coordinatori pastorali”. Si tratta – leggo nel sottotitolo – di “un percorso coerente (!) di due anni per avviare l’accompagnamento degli operatori pastorali”.

Dovremmo dunque rallegrarci tutti, per la nascita di questa nuova figura professionale: dopo l’operatore ecologico, che ha finalmente sostituito l’inaccettabile spazzino, anche la Chiesa potrà avvalersi di un proprio efficientissimo “operatore pastorale”.

Naturalmente laico. Anzi, “laico/a”, come recita imperiosamente il foglietto, privo di qualunque sense of humour. Mi chiedo a che servirà, codesto “operatore pastorale”. Farà forse le veci dell’ormai superato scaccino, e munito di tessera e scopa provvederà al mantenimento dell’ordine negli oratori, pardon, nelle “strutture oratoriali”, alla bisogna animandole con giuochi di prestigio?

È davvero preoccupante questa aziendalizzazione della Chiesa. Il mondo è più povero, se dei cattolici vengono invitati da un vescovo ad “affrontare un percorso che prevede lo sviluppo delle risorse necessarie all’ascolto [di cosa?], al dialogo [con chi?], alla partecipazione [a che cosa?] e alla corresponsabilità [rispetto a chi?]”, il tutto corredato dalle immancabili “esperienze concrete sul campo”.

Manco fosse un corso della SSIS, o uno stage di toelettatura per cani:

IL SEMINARIO È CONDOTTO DALLA DOTT.SSA ROSSELLA LOMAZZI MEDICO VETERINARIO SPECIALISTA IN ETOLOGIA E BENESSERE DEGLI ANIMALI DA COMPAGNIA DI GRANDE SPESSORE DIDATTICO ILLUSTRA AMPIAMENTE COME FUNZIONANO I RAPPORTI INTRASPECIFICI E INTERSPECIFICI INDICATO PER OPERATORI DEL SETTORE O PRIVATI CHE INTENDONO CAPIRE MEGLIO LA PSICOLOGIA CANINA.

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laici e laicità, forma e sostanza

martedì, 31 luglio 2007
la laicità come problema giuridico

Pubblichiamo alcuni passaggi da un ampio articolo di Danilo Castellano (docente di Filosofia politica, Università di Udine), apparso nell’ultimo numero di Instaurare (XXXVI, 1-2, pp. 5-9):

«
Quella della laicità - com’è noto - è questione che ha accompagnato la storia dei rapporti fra potere politico e potere religioso sino, almeno, dalla fondazione della Chiesa. Nei secoli essa è emersa per ragioni diverse e con modalità mai identiche. Oggi assume particolare rilevanza non solamente perché è in atto una virulenta offensiva del cosiddetto “spirito libero” che rivendica come fondamentale e irrinunciabile diritto dell’individuo l’esercizio della libertà negativa (la libertà esercitata con la sola regola della libertà, cioè con nessuna regola) ma anche e soprattutto perché l’ordinamento giuridico è vieppiù chiamato a regolamentare casi che investono questioni etiche […].

Trattasi attualmente non tanto (o non soltanto) di uno “scontro” fra Stato e Chiesa (talvolta, infatti, è contestato innanzitutto lo Stato) quanto di due modi inconciliabili di intendere la libertà e la proprietà che la
modernità considera tali solamente se sono esercizio della sovranità, intesa secondo la definizione di Bodin […].

Attualità della questione.


È opportuno premettere che la
laicità è oggi problema innanzitutto per il laicismo. Essa, infatti, non è semplice rivendicazione di autonomia o di indipendenza delle realtà temporali, come in passato rivendicarono diverse dottrine definite “laiche”, le quali, talvolta, portarono al laicismo che si manifestò essenzialmente come anticlericalismo.

La
laicità si pone attualmente in termini nuovi per la qualcosa rischia di non comprendere la questione chiunque la consideri con le vecchie categorie di laicità/laicismo per cercare di individuare i limiti dell’ autonomia e/o dell’ indipendenza del potere politico dal potere religioso.

In altre parole, considerare il problema in questa prospettiva significa continuare a ragionare in termini di
laicità escludente (la laicità implicherebbe, da una parte, l’esclusione del fenomeno religioso dall’ordinamento giuridico; dall’altra, essa pretenderebbe di regolamentare la coesistenza senza interferenze, né dirette né indirette, del potere religioso). Oggi la questione si pone in termini di laicità includente (la laicità considera e include il fenomeno religioso ma come diritto all’esercizio della libertà negativa, non come dovere esercitato nella libertà).

La “vecchia”
laicità e, persino, il “vecchio” laicismo non affermarono il cosiddetto “distacco dalle essenze”; non ponevano come condizione per la loro esistenza la negazione della verità. Il “vecchio” laicismo (sicuramente de facto, forse anche de iure) non invocava il relativismo come presupposto della laicità […]. Bisogna intendersi, perciò, innanzitutto su che cosa si intende per laicità per poter individuare i vari aspetti problematici delle questioni che essa pone all’ordinamento giuridico. Iniziamo con l’osservare che la laicità rifiuta innanzitutto, per dichiarazione degli stessi suoi sostenitori, la verità, proclamando il proprio “distacco dalle essenze”. Ne consegue che le essenze (la natura umana, la natura del matrimonio e via dicendo) non possono essere regolatrici delle norme dell’ordinamento ma che queste sono (o pretendono di essere) i criteri costitutivi degli istituti giuridici e dei diritti.

In ultima analisi l’ordinamento giuridico diventa così condizione del diritto. La
laicità rivendica, conseguentemente, la cosiddetta “libertà di coscienza”, la libertà di credenza, la libertà di conoscenza, riducendo rispettivamente la coscienza a facoltà del vitalismo (naturalismo), la credenza a dogmatismo della soggettiva opinione, la conoscenza a pura conoscenza del metodo eretto, erroneamente, a oggetto della conoscenza medesima.

Così, per esempio, il diritto starebbe nella metodologia della giurisprudenza delle definizioni (impropriamente chiamata dei concetti), anziché nell’individuazione dell’equità e, quindi, nella giurisprudenza dei casi. Saremmo in presenza del nihilismo giuridico, poiché il diritto prodotto dall’ordinamento (anziché esserne sua condizione) dipenderebbe dal potere sovrano, ossia dalla volontà accompagnata dal potere di renderla effettiva, sia essa quella dello Stato sia essa quella del popolo.

In altre parole, nell’uno e nell’altro caso, la sorgente (ovvero la fonte di produzione) del diritto e della legge, che regolano la vita comune, sarebbe la volontà o, più propriamente, la volontà/potere: lo Stato o il popolo avrebbero il potere (talvolta definito “costituente”, sempre, comunque, “ordinatore”) di darsi il diritto e la legge che vogliono. Per questo
laicità e democrazia moderna sono strettamente legate; sono due aspetti della stessa medaglia.

Come ha scritto un autore francese, strenuo sostenitore del “laicismo”, democrazia e laicità rinviano alla medesima idea: quella di una sovranità del popolo, esercitata dal popolo su se stesso. Bisogna, però, fare attenzione, poiché la sovranità popolare sarebbe “limitata” (ossia contraddirebbe se stessa) se essa pretendesse di legittimare il suo esercizio sulla base del
consenso: la maggioranza, in questo caso, eserciterebbe il suo potere sulla minoranza e, comunque, su quanti per diverse ragioni non hanno avuto la possibilità di concorrere alla sua formazione, aderendovi (minori, cittadini privati dei diritti politici e via dicendo). Di fatto, quindi, talvolta una classe, per usare il linguaggio marxiano, o un gruppo eserciterebbe la sovranità in nome del popolo. Una parte di questo sarebbe, in questi casi, suddito anziché sovrano.

La
laicità, secondo la concorde opinione dei suoi sostenitori, è essenzialmente emancipazione, emancipazione di ognuno e, quindi, di tutti; in quanto tale essa rifiuta ogni forma di paternità (considerata paternalismo), di morale (considerata “limite” o “paracarro” della libertà), di rilevazione del senso delle “cose” [considerata arbitraria assegnazione di senso alle cose (finalismo) e, quindi, imposizione dell’uomo sull’uomo], di ogni forma di autorità (considerata strumento per la “ingessatura” dello spirito). La laicità, quindi, è emancipazione come attuazione integrale della libertà negativa, ovvero della libertà propugnata dal razionalismo; diventa laicismo quando, sia pure in forme diverse, assume un atteggiamento militante.

La via francese e la via americana.


Due sono le forme principali, assunte dalla
laicità, che hanno un rilievo particolare anche per l’ordinamento giuridico. C’è, infatti, una via “francese”, che taluni chiamano anche europeo-continentale, e una via “americana” alla laicità.

La via “francese” privilegia i diritti dell’identità collettiva, chiamata di volta in volta Corpo politico, Stato, Repubblica. La
ratio che la caratterizza porta, in ultima analisi, non solo alla subordinazione dell’individuo allo Stato ma anche alla pretesa che esso pensi e voglia come di volta in volta pensa e vuole lo Stato. Pur proclamando reiteratamente il diritto alla libertà di coscienza, questo viene subordinato alla salvaguardia dell’ordine pubblico che non è necessariamente l’ordine in sé; anzi, spesso, non lo è affatto. Per la laicità, che si distacca dalle essenze, non lo è mai.

In altre parole la Repubblica si fa garante della tutela della libertà
di coscienza alla condizione che essa venga esercitata entro i limiti e, quindi, in conformità alle rationes dell’ordinamento giuridico, sacralizzato con la religione civile. L’individuo è libero nella libertà dello Stato e in virtù dello Stato. I suoi diritti, convenzionalmente posti (la legge, infatti, è definita espressione della volontà generale diritto) sono i “diritti civili”, diritti precari e a contenuto variabile anche se definiti naturali e imprescrittibili […].

Questa
laicità cade in diverse contraddizioni che taluni autori (Rousseau, per esempio) hanno (erroneamente) ritenuto di poter superare facendo ricorso, in ultima analisi, al potere e, quindi, sacrificando totalmente lo “spirito libero”, quello cioè che rifiuta ogni forma di baliato; il che ha portato al “blocco” del processo di emancipazione perseguita dalla laicità e alla genesi del totalitarismo che, secondo la definizione di Wolkoff, consiste proprio - lo abbiamo già accennato – nella pretesa che l’individuo/cittadino pensi e voglia come pensa e come vuole lo Stato […].

Accenniamo a due sole aporie degli ordinamenti giuridici “laici” contemporanei:

1) per essere “laici” - si dice - è necessario
rifiutare l’appartenenza a ogni “Chiesa”, compresa la “Chiesa/Stato”, ovvero è necessario rifiutare di credere (e, quindi, di appartenere) a qualsiasi “religione”, compresa la “religione civile”. Il che evidentemente rappresenta un problema per la legalità o, meglio, per la sua legittimazione.

2) per affermare la
laicità, quindi, lo Stato non dovrebbe imporre alcunché: non un proprio ordinamento, cioè un insieme coerente di norme finalizzate all’instaurazione di un ordine; non i convincimenti e le credenze della maggioranza (nemmeno, quindi, la religione della maggioranza); non una visione dell’uomo (nemmeno la visione “laica” dell’uomo, secondo la quale la sua essenza sarebbe la sua sola libertà); non una (o, meglio, la) concezione del bene (il bene sarebbe nemico della libertà).

Lo Stato, per essere autenticamente “laico”, dovrebbe professare l’
indifferenza, la quale non è da intendersi come “disimpegno” ma piuttosto come “equidistanza” da ogni opzione e da ogni progetto, poiché solamente in questo modo verrebbero garantite la libertà (negativa) e l’eguaglianza (illuministica), considerate “principî” irrinunciabili degli ordinamenti costituzionali occidentali contemporanei.

Nel tentativo di superare le difficoltà poste dalla
laicità, intesa secondo il modello francese, parte della contemporanea cultura politico- giuridica ha fatto ricorso alla laicità, intesa secondo il modello americano. Non più lo Stato avrebbe il diritto di esercitare la libertà negativa, ma l’individuo.

Lo Stato (o, meglio, ciò che si continua a chiamare Stato) sarebbe l’istituzione servente le progettualità della società civile o, in una versione più radicale e più coerente, le progettualità individuali. La persona - si afferma - avrebbe il diritto di assoluta autodeterminazione e l’ordinamento giuridico sarebbe strumentale (e, quindi, subordinato) alla sua volontà, a qualsiasi sua volontà. Poiché, però, la convivenza (anche se riduttivamente intesa come lo stare gli uni accanto agli altri) è ineliminabile, va comunque garantito un ordine pubblico,
condicio sine qua non della convivenza medesima. Ciò comporta l’impossibilità di accogliere integralmente il diritto alla libertà di coscienza e, di conseguenza, che la “laica” emancipazione non possa trovare piena realizzazione.

Anche la
laicità, intesa secondo il modello americano, infatti, trova limiti e incontra contraddizioni. Innanzitutto è costretta a formulare la teoria del repubblicanesimo globale, vale a dire a rilevare la ineliminabilità di un ordine, sia pure razionalistico, necessario a ogni convivenza. Il che esclude che si possa riconoscere il diritto all’esercizio assolutamente libero della sovranità della volontà individuale. Comporta, poi, l’esigenza di individuare il criterio e il fondamento della legittimità dell’ordine repubblicano. Comporta, inoltre, da una parte la negazione che la maggioranza, in quanto maggioranza, abbia diritto a “privilegi” (che finirebbero per porre nel nulla la libertà laica e la laica uguaglianza) e, dall’altra, che comunque l’ordine pubblico (un qualsiasi ordine pubblico) vada garantito […].

Quello che è stabile è solamente l’instabilità: l’istituzione pubblica garantisce che nessun ordine prevalga e, perciò, è garanzia della stabilità del relativismo […]. La
laicità nell’ordinamento italiano è stata imposta dapprima secondo il modello francese per poi coerentemente evolvere, cioè svilupparsi, secondo il modello americano […].

L’impossibile neutralità.


Abbiamo già notato che la
laicità nel campo politico-giuridico non riesce a dare piena attuazione alla sua opzione immanentistico-individualistica. Ciò ha portato a “casi” che hanno suscitato dibattiti e alimentato polemiche nel mondo occidentale. Quando, infatti, la laicità è diventata laicismo, cioè laicità militante, ha portato all’arbitraria (anche se operata per legge) confisca di beni di proprietà di privati e di enti. Basterebbe pensare, per esempio, alle Leggi Siccardi (che abolivano il foro ecclesiastico e il diritto di asilo) del Regno di Sardegna del 1848 che prepararono il terreno alle Leggi Rattazzi del 1855 (relative alla soppressione degli Ordini religiosi e all’incameramento dei loro beni) o alla Legge francese di separazione tra Stato e Chiese (9.12.1905; si noti “Chiese” al plurale).

In tempi a noi più vicini, com’è noto, la
laicità ha portato al divieto della preghiera, della lettura della Bibbia e delle sacre rappresentazioni nelle pubbliche scuole e, nel Regno di Gran Bretagna, persino del consumo a merenda delle tradizionali brioches a forma di croce. In Francia è stato regolamentato (e ristretto) per legge l’uso in pubblico dei simboli religiosi e si è arrivati a impedire a un cappellano di un liceo di Tolone di portare in pubblico la tonaca e a ragazze musulmane francesi di coprirsi il capo col velo.

È, questa, una contraddizione meramente pratica della
laicità o è segno di una inevitabile aporia? Potrebbe, in altre parole, essere altrimenti? La risposta è negativa, perché non può darsi ordinamento giuridico indifferente. L’ordinamento giuridico necessita di una visione “positiva” dell’ordine, anzi necessita dell’individuazione dell’ordine in sé, cioè deve necessariamente interrogarsi sul giusto e sull’ingiusto, sul bene e sul male, sull’equo e sull’iniquo, perché deve prescrivere e vietare.

La questione è stata posta di recente in termini interrogativi anche dal costituzionalista americano Weiler quando si è chiesto se e su quali basi è possibile vietare il sacrificio di esseri umani per ragioni ritenute in buona fede religiose, soprattutto se il sacrificando fosse capace di agire e consenziente.

La domanda ha tanto più senso dal momento che ci sono ordinamenti, quello del Regno dei Paesi Bassi per esempio, che riconoscono come diritto soggettivo il suicidio assistito, forma di radicale autodeterminazione o di libertà
di coscienza al pari della decisione di autosacrificarsi per ragioni (ritenute) religiose […].

L’ordinamento giuridico “laico”, d’altra parte, non è in grado di esercitare nemmeno la funzione “minima” richiesta per una ordinata convivenza. È impossibile, infatti, risolvere anche questioni della vita quotidiana rifiutando la conoscenza della verità ovvero praticando il cosiddetto “distacco dalle essenze”.

Su quali presupposti, per esempio, si potrà dare risposta alla domanda circa la legittimità o meno del maltrattamento degli animali o sulla liceità della macellazione rituale ebraica o musulmana che, per taluni, è causa di turbamento a motivo della sua (ritenuta) crudeltà? Non è sufficiente, infatti, l’invocazione dell’offesa del sentimento individuale e/o di gruppo. Non solo perché, da una parte, ogni sentimento, in questa prospettiva, dovrebbe esser riconosciuto degno di tutela (e, quindi, non potrebbe essere individuato alcun criterio per la sua discriminazione), ma anche e soprattutto perché, dall’altra, è evidente che non tutti i sentimenti meritano tutela e, perciò, possono essere legittimati, tutelati e garantiti.

O, ancora, perché deve ritenersi assolutamente antigiuridica la schiavitù? In fondo Kelsen applicava coerentemente i principî della
laicità quando sosteneva che, se un individuo capace di agire si dà liberamente in schiavitù, esercita un atto di libertà.

Ancora, alla luce dei principî della
laicità dovrebbe essere consentito disporre assolutamente di se stessi; quindi sarebbero da considerare contrarie a un ordinamento giuridico laico le norme che non consentono di disporre del proprio corpo (mutilazione non terapeutica, suo appalto per la sperimentazione farmacologia e clinica retribuita, cambiamento di sesso, eutanasia e via dicendo) […].

Non sono che esempi portati un po’ a caso. Essi, ci sembra, evidenziano la contraddizione radicale tra ordinamento giuridico e laicità e, più in generale, tra diritto e libertà negativa, che è problema ereditato dalla cultura protestante e accentuato dalla sua secolarizzazione.

Conclusioni.


La
laicità, dunque, finisce in un vicolo cieco. Essa non risolve alcun problema politico e sociale; anzi li aggrava. La laicità includente, poi, che a taluni è apparsa e appare come la via per il definitivo superamento della laicità escludente, si rivela ancora più assurda di quest’ultima. Essa, infatti, non può legittimamente ricercare nemmeno la (falsa) soluzione “ideologica” della laicità escludente che, sia pure assurdamente, conservava un aspetto “positivo” rispetto al nihilismo politico e giuridico cui portano il soggettivismo e il relativismo.

La
laicità includente incorre in diverse contraddizioni radicali. Basterà esemplificare osservando:

1) che essa non può ammettere alcun ordinamento; meglio: può ammettere solamente ordinamenti che, incontrando il consenso di coloro ai quali i comandi sono rivolti, sono ordinamenti inutili, perché inutile è quell’insieme coerente di norme che ordina e vieta ciò che i destinatari del comando farebbero o non farebbero per autonoma decisione;

2) che essa è destinata alla paralisi, poiché un ordinamento che aspiri a tutelare l’esercizio della
libertà negativa rappresenta la negazione di se stesso;

3) che la tutela di opzioni contraddittorie è la premessa di insanabili conflitti.

La
laicità, pertanto, come attualmente si presenta, non può dare risposte ai problemi che la convivenza pone. Essa, perciò, è “il” problema che il laicismo incontra e non risolve, anzi non può risolvere se prima non nega le premesse dalle quali muove. La laicità, soprattutto quella includente, è, dunque, in ultima analisi incompatibile con ogni ordinamento giuridico».

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (3)
laici e laicità

venerdì, 20 aprile 2007
una dotta dissertazione sui cretini

Ecco una recensione coi fiocchi, firmata da Paolo Martino (dal sito Effedieffe):

«È uscito il libro del Millennio. S’intitola Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), di Piergiorgio Odifreddi, Longanesi editore. Il libro, in continua frenetica ristampa, contiene una Rivelazione esplosiva: “Il cristianesimo è una religione per letterali cretini... la fede cristiana pretende di continuare a propinare all’uomo occidentale contemporaneo stantii miti mediorientali e infantili superstizioni medioevali”. Sconcerto in Vaticano. Papa Ratzinger è preoccupato, mentre il mondo assiste attonito allo smascheramento della più grande mistificazione della storia (…).

Per dimostrare che “il cristianesimo è indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo”, il nostro professore è costretto ad improvvisarsi esegeta della Bibbia. Per nulla intimidito della immensa letteratura scientifica che si è accumulata nei secoli, la ignora semplicemente come viziata in radice. Il Rifondatore della Filologia ci fa edotti, tanto per cominciare, che “Bibbia” viene dal greco biblia che vuol dire “libri”. Impressionante. Poi passa in rassegna tutto, dal “Genesi” al “Catechismo”, passando per il “Vangelo” (dal greco euangelion, “buona novella”! Ma vah!).

Una teoria interminabile di personaggi, da quel poveretto di Francesco d’Assisi a quel burino di Benedetto da Norcia, da quel cretino di Dante Alighieri a quel credulone di Tommaso d’Aquino, milioni, miliardi di persone hanno perso il loro tempo a pregare, immersi com’erano nell’ignoranza. Veramente qualche perplessità rimane nel comune mortale, che scienziato non è: come facevano, ad esempio, quei cretini di Galileo, Campanella, Bruno, ecc., che incapparono nei rigori della Chiesa, a credere in Dio? E, dopotutto, lo stesso Aristotele non era credente?

Ad ogni modo, la lettura di queste pagine illuminate incute riverenza: è chiaro che l’Autore è un essere superiore, uno Scienziato che sa di tutto, dalla fisica alla biologia, dalla filosofia alla linguistica, dalla logica alla matematica, dalla storia alla teologia, dalla genetica all’esegesi biblica, dal greco all’ebraico, dalla mitologia all’archeologia, e via di seguito. Non arretra davanti a nessun settore scientifico-disciplinare, che rifonda ab ovo. È spregiudicato, versatile, brillante. Incute timore la vastità del suo sapere; una girandola spumeggiante di autori, teorie, aneddoti, etimologie sconcertanti, tutto volto a mettere in luce per il volgo ignorante e allocco (circa “la metà del genere umano” secondo i suoi calcoli) le palmari verità che lui scoprì precocemente, già da ragazzo sui banchi dell’Istituto Tecnico. Ma anche l’altra metà del genere umano avrà tutto da imparare, mentre preti e cardinali avranno pane per i loro denti. Una rivoluzione, a confronto della quale Copernico fa ridere i polli: per tremila anni e più l’umanità si è lasciata turlupinare dai preti.

Oramai l’Odifreddi-pensiero circola vittorioso e salutare per tutto il pianeta: il blog è alla portata di tutti. Basta un rapido cabotaggio nella rete per vedere che il mondo è diviso tra chi è pro (laici sensati) e chi è contro (integralisti insensati). Poi ci sono le case editrici che fiutano l’affare e fanno ressa per accaparrarselo. Dopo duemila anni di inganni e di violenze qualcuno doveva pur sobbarcarsi la fatica di processare la storia e sbugiardare la Chiesa. E chi poteva farlo se non Lui, Premio Peano della Mathesis? Finalmente Ratzinger ha il fatto suo. Ebraismo e cristianesimo sono smascherati e distrutti, “Mosè, Cristo e il papa sono nudi” (dal risvolto di copertina). Bertrand Russell non fu che un precursore, un Mosè, umbra di Colui che doveva venire: Piergiorgio Odifreddi. Avevamo bisogno di questa Rivelazione. Una Summa per il terzo millennio.

Non essendo io tuttologo, anzi facendo fatica a studiare la mia materia, non posso che rimanere soggiogato dalla vastità dei saperi che il Nostro mostra di dominare con tanta disinvoltura. Poiché però il suo verbo rivoluzionario si pronuncia anche su temi che mi affaticano da una vita, come la natura, le funzioni e la storia delle lingue, vorrei esprimere il mio stupore nell’apprendere che Aristotele era per l’isomorfismo tra lingua e mondo. Tanti studiosi sono ancora convinti che per Aristotele il segno linguistico è convenzionale (katà sunthéken); qualcuno li dovrà avvertire che hanno sbagliato tutto.
Ecco una frase albo signanda lapillo: “la conoscenza del mondo è riducibile alla conoscenza del linguaggio, e quindi il sapere è riducibile alla linguistica”. Io veramente sapevo che cercare la verità stando dietro alle parole è come inseguire gli uccelli. Lo disse Aristotele nella Metafisica, io non c’entro (…).

Il nostro Professore di Tuttologia si avventura poi impavido nelle sabbie mobili dell’etimologia. Dove trova quel satanasso le numerose etimologie che farciscono il libro? La fonte è una sola, come l’Enciclopedia Britannica per i Testimoni di Geova: è Wikipedia: l’uovo di Colombo! E quale dizionario etimologico compulsa il Nostro per i doverosi approfondimenti? Il Pokorny? Il Frisk? Lo Chantraine? Il Walde-Hofmann? L’Ernout-Meillet? Il von Wartburg? Il Mayrhofer? Il Cortelazzo-Zolli? Lo Pfister? Ma chi erano costoro? La fonte la scopriamo tra le righe: è il famigerato Pianigiani del 1907, che è in rete; ma Lui lo cita solo per gli approfondimenti (si fa per dire), dato che non consente il copia-incolla. L’etimologia come calembour, divertissement per conferenzieri arguti, è vezzo antico. Ma lui, assalitore di razza, ne fa un’arma micidiale contro il cristianesimo. Vuoi vedere che il professore ha preso sul serio la sentenza di Isidoro di Siviglia: omnis rei inspectio, etymologia cognita, planior est (I,29,2)? Ma come ha potuto? Isidoro era un vescovo!

Tuttavia, quanto alla sentenza terribile “cristiani = cretini”, che riassume il giudizio ormai definitivo sulla civiltà di questi ultimi venti secoli, e che sarebbe “confermata anche dall’etimologia”, mi sorge un dubbio, e di ciò chiedo venia ai miei quattro lettori. Non sulla verità dell’asserzione, che - essendo uscita dalla laica e loica Mente del Sullodato - non può essere che vera, ma sul proclamato richiamo alla conferma etimologica. Proviamo a leggere la spiegazione che il Pianigiani dà della parola italiana “cretino”: è un prestito dal francese crétin, “stupido”, a sua volta penetrata nel francese standard dal dialetto del basso Vallese, dove crétin significa “cristiano”.

Ora io credevo, nella mia ingenuità, che la singolare vicenda semantica di questa parola segnalasse la grandezza del cristianesimo, che ha trasformato le umane belve in esseri dotati di mente e di cuore: per chi segue Gesù un ammalato di cretinismo è un “essere umano” come gli altri, cioè un “cristiano”. Citiamo il testo del Pianigiani: “Crétin è il nome che si dà ad ognuna di quelle misere creature, di piccola statura, mal confo