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(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)

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giovedì, 21 agosto 2008
le confessioni di Tilliette

Grazie a un commento anonimo apparso nel blog wXre, ho scovato queste notevoli “confessioni” del teologo gesuita Xavier Tilliette, che consiglio vivamente di leggere. Eccone alcuni passaggi particolarmente significativi, riguardanti la crisi interna dell’Ordine e le sue cause (sono riflessioni che potrebbero adattarsi benissimo a tante altre situazioni, all’interno della Chiesa d’oggi):

«Ho reagito molto male al cambiamento e alle sue conseguenze funeste, frutto della secolarizzazione, di cui il Padre de Lubac fustigava le malefatte. Mi ero persuaso che i gesuiti, con la loro formazione e la loro esperienza, avessero i nervi abbastanza solidi per resistere allo smantellamento. Non è stato così e noi abbiamo seguito, e talvolta precorso, il comportamento del clero diocesano e degli altri ordini: la declericalizzazione, l’abbandono dell’abito religioso. Se lo spirito è stato salvato spesso, la lettera è largamente sparita. I segni esterni di religione sono scomparsi, come la clausura e la campana, gli abiti e il decoro. Il refettorio, questo luogo dell’unanimità e della comunione, somiglia ad una mensa di fabbrica, si va alla comunione con le braccia penzoloni o dietro la schiena, con un passo trascurato che non manifesta una vita interiore molto intensa.

Così, una dura prova è stata inflitta alla mia generazione, alla precedente e alla successiva. Esse non si riconoscono più nello stile di vita che si è imposto, cioè l’eliminazione di tutti i segni di vita religiosa, il che equivale a un lassismo generalizzato. L’esistenza è fatta di piccoli dettagli, di abitudini inveterate. Abbiamo eliminato tutto ciò, ed il cambiamento ha significato soppressione o permissivismo. Evidentemente nessun Benedicite, non un segno di croce. Un anziano che non aveva peli sulla lingua diceva della sua residenza: è l’Abbazia di Thélème [Riferimento al Gargantua di Rabelais: era un’abbazia in cui l’unica regola era: “Fa’ ciò che vuoi”. N.d.T.]!

La vita religiosa si è trincerata nella sfera privata. Ma chi conosce il tasso di frequentazione delle messe celebrate, delle confessioni, degli esercizi annuali? I superiori che curano innanzitutto la pace per l’assenza di costrizioni, sono ciechi, ciechi che guidano altri ciechi. Si sono inventati dei processi di sostituzione della Regola, come le riunioni di comunità, le condivisioni, le deliberazioni comunitarie. Procedure destinate all’insuccesso, e del resto quasi nate morte (…).

L’avvenire dei gesuiti, in Francia e altrove, è buio e non c’è molto ricambio. La Compagnia del resto, in generale si accartoccia su se stessa. Si sopprimono ministeri, si chiudono e si vendono case, senza volontà di lucro e si mandano i vecchi nelle case di riposo, molto organizzate e molto costose. Sono del tutto legittime le chiusure di case come le infermerie. Ma non è questo che crea difficoltà. Il vero scandalo è piuttosto che un insuccesso deplorevole si avvolge di ipocrisia e soprattutto si esprime in un discorso euforico che somiglia ai comunicati di Stato Maggiore degli eserciti in disfatta…».

(Il testo integrale, in formato pdf, si può leggere qui).

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plausi e botte

mercoledì, 13 agosto 2008
parole sante

Ora, mentre quella sinistra parodia del cattolicesimo che è sempre stata la comunione anglicana svela lentamente il suo volto

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plausi e botte

mercoledì, 30 luglio 2008
senilità

Avvenire, domenica 27 luglio 2008, da unintervista al Card. C.M. Martini: «Non vi è mai stato nella storia della Chiesa un periodo così felice come il nostro. La nostra Chiesa conosce la sua più grande diffusione geografica e culturale e si trova sostanzialmente unita nella fede, con l’eccezione dei tradizionalisti di Lefebvre».

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plausi e botte

Feyerabend: quasi un perfetto tomista

«La natura così com’è descritta dai nostri scienziati è davvero un artefatto costruito in collaborazione con un Essere sufficientemente complesso da prendere in giro e forse punire i materialisti, rispondendo loro in un modo ancor più rozzamente materialistico» (Paul K. Feyerabend, Conquista dell’abbondanza. Storie dello scontro fra astrazione e ricchezza dell’Essere, cur. B. Terpstra, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002, p. 292).

[Colgo l’occasione per rispondere a quel lettore che, tempo addietro, mi chiedeva se fosse stato tradotto in italiano il carteggio tra Feyerabend e Imre Lakatos: sì, nel 1995, col titolo Sull’orlo della scienza, sempre presso lo stesso editore.]

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plausi e botte

mercoledì, 23 luglio 2008
Petrarca: Francia e Stati Uniti battono l'Italia?

Un articolo di Armando Torno, apparso il 28 giugno scorso sulle pagine del “Corriere della sera”, fa il punto sui clamorosi ritardi dell’Italia nelle pubblicazioni dell’opera omnia petrarchesca, e in particolare del Petrarca latino:

«In Italia sono disponibili poco più di 300 titoli “di e su” Petrarca. Tantissime edizioni del Canzoniere, annali, studi: si trova un po’ di tutto cercando con pazienza in rete, persino audiolibri. Mancano però le sue opere complete, a meno che si voglia leggerle su Cd-rom (realizzato dalla Lexis avvalendosi anche delle stampe cinquecentesche di Basilea), così come non si trova il poema Africa.

L’edizione nazionale è ferma al 1964, ma case editrici quali Le Lettere – con la collana “Petrarca del centenario” – o Aragno stanno dedicando parte del loro catalogo agli scritti del sommo poeta e umanista. Diremo inoltre che la ricordata serie della fiorentina Le Lettere, nella menzionata collana avviata nel 2004, rappresenta quanto di meglio circola da noi per cinque opere petrarchesche (sette i libri pubblicati), alle quali vanno aggiunti due di postille. Figurano nel sito anche l’anastatica dell’Africa (edizione del 1926) e delle lettere Familiari (del 1942), ma entrambe sono dichiarate esaurite.

Ora, chi volesse un’edizione dell’Africa, il cui argomento è preso dalle guerre puniche e alla quale Petrarca lavorò a lungo senza mai completarla, credendo di affidare ad essa la sua fama, potrebbe trovarne addirittura due in una libreria o in un sito francesi: quella curata da Rebecca Lenoir per l’editore Millon (che non ha suscitato entusiasmi); e i primi cinque libri del poema, con testo critico e traduzione, nella cura di uno dei maestri della Sorbona, Pierre Laurens. Quest’ultima è uscita nella collana “Les Classiques de l’Humanisme” della parigina Les Belles Lettres. L’opera sarà completa nel volgere di qualche mese e ci sono già le bozze.

A questa va aggiunta un’altra notizia: mentre da noi prosegue il “Petrarca del centenario” (Giuseppe Frasso della Cattolica di Milano ci ha confidato, tra l’altro, che qui uscirà presto il Canzoniere, da lui curato con Rosanna Bettarini) i francesi hanno intenzione di intensificare le pubblicazioni. Lo scopo è chiaro: diventare un nuovo punto di riferimento, grazie all’eventuale messa in rete. Non realizzano edizioni collazionando tutti i codici, ma offrono testi critici (Belles Lettres) e comunque utili (Millon). Proprio Millon ha ormai in catalogo le opere filosofiche: 9 titoli, tra i quali l’importante De remediis (l’anima movens di questa iniziativa è Christophe Carraud); alle Belles Lettres si parla di “tutto Petrarca”, anche se per ora ci sono 10 volumi con tre opere, ma stanno per completarsi la ricordata Africa e le fondamentali lettere Senili (di esse mancava un’edizione integrale moderna).

Per tal motivo abbiamo incontrato Pierre Laurens, cercando di conoscerne i progetti e le prospettive. Ci ha dato appuntamento a Versailles, alla Galerie des Glaces. Con la moglie Florence stava decifrando alcune iscrizioni latine scoperte sotto le pitture di Le Brun e coperte da due strati di altre scritte in francese, alla composizione delle quali parteciparono anche Boileau e Racine. Non ci soffermeremo sui frammenti emersi dal restauro, legati alla grandezza di Luigi XIV, anche se il professore innamorato della poesia li considera il primo documento della querelle tra antichi e moderni. Il nostro incontro era per Petrarca e le pubblicazioni delle sue opere.

Laurens ci conferma che a Parigi le uscite si intensificheranno, in modo da realizzare “tutto Petrarca” per la prima volta nella storia. Parla dell’Africa, da lui tradotta in versi alessandrini liberi, alla quale ha premesso un saggio di 150 pagine. Si lascia scappare un giudizio: “Poesia pura, levigata come una statua di marmo”. Prosegue: “Da molto tempo il poema attendeva una vera edizione, giacché quella di Nicola Festa del 1926 fu terminata in fretta, forse a causa di pressioni politiche”. Quasi sicuramente il primo fascismo ci mise lo zampino e il curatore si comportò come ognuno di noi può immaginare.

Ma il professore non si sofferma più del dovuto su questi dettagli e riprende: “Devo ringraziare il magistrale lavoro fatto da Vincenzo Fera che ha scoperto l’ultimo autografo del poema nel codice Laurentianus Acquisti e Doni 441. I suoi studi del 1980 e 1984 mi hanno permesso di realizzare l’edizione”. Dopo il dovuto omaggio ricorda che sull’Africa resta esemplare il giudizio che ne ha dato Enrico Fenzi: “Un’opera incompiuta perché viva”.

Già, Fenzi. Qualcuno lo ricorda come militante della lotta armata, ma è soprattutto un eccellente conoscitore di umanisti. Suo è l’importante saggio Lo stato presente delle edizioni di Petrarca (uscito sul “Bollettino di italianistica”, n. 2, 2006) nel quale denunciava “i tempi biblici” nonché “i ripetuti abbandoni (una storia davvero impressionante) che caratterizzano la storia delle edizioni di Petrarca”. Tanto da augurare – lo fa citando Francesco Bausi, uno dei curatori dell’edizione del centenario – un modello che “si rifaccia alla collana I Tatti Renaissance Library”, pubblicata dalla Harvard University.

E qui si apre uno scenario più vasto. Laurens ci fa notare che lo spirito pragmatico della collana “I Tatti”, se non minaccia per ora le edizioni di Petrarca, potrebbe diventare nel volgere di brevissimo tempo l’altro riferimento internazionale per i testi degli umanisti italiani. Senza eccessive preoccupazioni filologiche, tali volumi cercano di dare alle stampe (e poi eventualmente alla rete) il testo più sicuro oggi a disposizione, evitando lungaggini per scovare varianti che porterebbero – nota ancora Fenzi – “minime modifiche (o addirittura nessuna) al testo già edito”.

Che dire? Facciamo parlare i nomi. I testi degli umanisti italiani costituiscono ormai un riferimento nel catalogo di Harvard. Ne “I Tatti” ci sono opere di Alberti, Bembo, Boccaccio, Leonardo Bruni, Marsilio Ficino, Giannozzo Manetti, Poliziano, Pontano, Lorenzo Valla, Maffeo Vegio e altre si annunciano per l’autunno, introvabili in Italia. C’è una sola opera di Petrarca, per fortuna: se incominciassero anche con lui, sarebbe persa la partita.

A Parigi, per completare il quadro, nella collana curata da Laurens sono apparsi 29 titoli: Pietro Martire d’Anghiera, Flavio Biondo, Girolamo Mercuriale, Agostino Nifo, Albertino Mussato, Poliziano, Marsilio Ficino, Poggio Bracciolini, Leon Battista Alberti (del quale si annunciano le opere complete) e Petrarca.

Morale: non è nostra intenzione entrare in polemica, né elogiare case come le Edizioni di Storia e Letteratura o Antenore che mantengono un catalogo di qualità con questo genere di testi, ma far presente una situazione che, grazie anche a Internet, è cambiata rispetto al tempo che fu. Gli umanisti, Petrarca in particolare, sono un nostro patrimonio. Se oltralpe fanno edizioni di italiani basandosi su studi italiani e qualche volta facendoli curare addirittura da italiani, forse gli italiani potrebbero fare qualcosa di più».

(Fonte: “Corriere della sera”, 28 giugno 2008)

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scaffale aperto, plausi e botte

mercoledì, 21 maggio 2008
un pasticciaccio ecclesiale?

Parrebbe di sì. O così lascia intendere il vaticanista Paolo Rodari. Ad ogni modo, tutta la mia solidarietà al bellissimo sito “maranatha.it”.

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plausi e botte

martedì, 06 maggio 2008
Dossetti: un docetista?

Si narra che il benedettino Jacques Dupont, tra i più grandi biblisti del XX secolo, definisse provocatoriamente Giuseppe Dossetti come un “docétiste” (docetista). Immagino che la battuta possa spiegarsi nel modo che segue: a) secondo Dossetti, “Parola di Dio” non sarebbe tanto il Verbo incarnato (Gesù Cristo), quanto la Bibbia; b) il testo biblico sarebbe esclusivamente e integralmente “Parola di Dio”; c) l’umanità del Verbo e delle Scritture risulterebbe perciò negata o svalutata. Insomma, più che dai cattolici “dossettiani” (uno spettro s’aggira per l’Italia), dovremmo guardarci dai cattolici “dos(s)etisti”… Chissà se qualcuno ne terrà conto, al prossimo Sinodo dei Vescovi

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plausi e botte

venerdì, 02 maggio 2008
quasi Tischreden

Una perla dell’esegesi contemporanea:

«Non è storicamente impossibile che Gesù fosse strambo».

(E.P. Sanders, Gesù e il giudaismo, trad. it. Marietti, Genova 1992, p. 428)

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plausi e botte

sabato, 26 aprile 2008
non solo rosa rosae

Franco Cardini intervistato dal Korriere:

«
“Peggio per loro”. Peggio per gli Stati Uniti, per la Germania, per la Francia se hanno abolito il latino dalle scuole: “Le conseguenze si vedono bene”. È l’opinione inequivocabile di Franco Cardini, professore di Storia medievale all’Università di Firenze ed esperto di crociate. Cardini sarebbe disposto ad aprire una sua personale crociata pur di difendere il latino nelle nostre scuole: “Se l’andazzo europeo è il taglio delle proprie radici, della tradizione, dell’identità, non vedo perché l’Italia debba adeguarsi: lo si voglia o no, noi da diciassette secoli siamo il centro della Chiesa cattolica, che è stata un elemento importantissimo nella costruzione del nostro paesaggio culturale, della nostra mentalità e del nostro patrimonio artistico. In più la lingua italiana è strutturalmente vicinissima al latino. Ci sono troppi dati culturali che ci tengono legati al mondo classico”.

D’accordo, ma è anche vero che è stata proprio la Chiesa, con il Concilio Vaticano II, a tagliare i ponti con il latino.


“Ho fatto il liceo presso la Compagnia di Gesù e sin da ragazzino non ero affatto convinto dei ragionamenti in favore dell’italiano nella liturgia. Notavo che mia nonna, che aveva un’istruzione molto limitata e faceva fatica persino a leggere il giornale, coglieva anche le sfumature della liturgia latina, perché era una lingua di grandissima forza e intensità e chiarezza di concetti interni. È stato un errore madornale tradurre la liturgia: tra l’altro si vedono i risultati nello scadimento culturale del clero”.


Torniamo alla scuola. Dunque, il latino non va toccato neanche nei licei scientifici?


Nonostante tutto il bla-bla progressista del passato, il latino è una grande scuola di formazione. Non è solo il “rosa, rosae”, ma una disciplina mentale... È un grande esercizio di mnemotecnica: la perdita di abitudine nell’esercitare la memoria ha già provocato danni immani sul piano degli strumenti e delle potenzialità culturali dei ragazzi. La nostra scuola è stata vittima dei sociologi e degli psicologi, che con i politici e i sindacalisti hanno rovinato l’Italia. In nome di un malinteso senso di libertà, i sociologi degli anni Sessanta dicevano che non bisognava sottoporre i ragazzi a troppi sforzi in nome di uno sterile nozionismo. Mi dicevano che oggi i giovani medici non ricordano i nomi dei farmaci: sicuramente hanno studiato male il latino e il greco. La sudditanza al mondo americano ci fa pensare che il linguaggio scientifico sia oramai solo inglese. Non è vero, il nostro linguaggio scientifico è ancora legato a Linneo”.

D’accordo sul bla-bla progressista, però non è che le famose tre I del centrodestra guardassero molto all’educazione classica: Inglese, Impresa, Internet.


“In effetti delle tre I non si è visto nulla. Forse un po’ di impresa, ma per il resto... L’inglese rimane pessimo nelle scuole e i computer spesso restano imballati nei sottoscala. Le lingue vive ormai si imparano sul posto o con i mezzi audiovisivi, basta un po’ di pratica. Niente a che vedere con il rigore che si impara studiando il latino. Dire che il latino, essendo una lingua morta, è inutile, è un insopportabile conformismo che per fortuna oggi va un po’ dileguandosi. Voglio sperare che il governo di destra non faccia scherzi, anche se non mi meraviglierebbe, visto che ha la tendenza a correre dietro agli Stati Uniti”.

Ma il supino che cosa può dire a un ragazzino del Duemila? Non sarebbe bene mollare un po’ sulla lingua e insistere sulla civiltà e sulla cultura?


“Nella scuola di oggi ci sono delle porcate assolute, come il debito formativo, che rovinano moralmente le giovani generazioni e le rendono incapaci di articolare un pensiero. So benissimo che quando una disciplina viene derubricata, a poco a poco finisce per sparire: è inutile aggirare o negare le difficoltà traducendo in pillole una struttura linguistica rigorosissima, di estrema bellezza e armonia interna, magari sostituendo lo studio della lingua con notiziole su come vivevano i romani, su come mangiavano, su come facevano la guerra e l’amore”».

(Fonte:
“Korriere della sera”, 25 aprile 2008)

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plausi e botte, forma e sostanza

giovedì, 24 aprile 2008
il Papa e l'America

Per chi se lo fosse perso, segnalo questo intervento di Luigi Copertino.

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venerdì, 18 aprile 2008
cosa ci dice il prezzo dell'oro

Lo spiega Ron Paul in un articolo densissimo, provvidamente segnalato dal blog di Andrea e Francesco.

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venerdì, 11 aprile 2008
l'idealismo spiegato al mio cane (3)

Il kantismo può essere riassunto come segue:

a) agnosticismo: la “ragion pura” non può conoscere la cosa in sé o noumeno, ma solo la cosa come le appare (fenomeno);

b) volontarismo: la “ragion pratica” (volontà) postula, ossia vuole, che il noumeno esista;

c) sentimentalismo: il “giudizio sentimentale” sintetizza fenomeno e noumeno, “ragion pura” e “ragion pratica”.

Con
Kant finisce l’era dei cavalli di razza e, come dice il proverbio, “quando non ci sono cavalli si fanno trottare gli asini”. Vediamoli correre o filosofare.

(tratto da
C. Nitoglia, Critica del pensiero filosofico alla luce della metafisica tomistica, Molfetta 2006, pp. 135 e 138)

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giovedì, 27 marzo 2008
Vito e la montagna

«Supponiamo che quella di Mancuso sia una teologia “contra Gentiles”, cioè rivolta a chi non crede, per far comprendere il cristianesimo in un linguaggio laico, scientificamente smaliziato. Se tu sali con me sulla montagna (e la montagna è la conoscenza di Dio) e sei azzoppato, un conto è che io ti porti e ti sostenga, un conto è che mi metta a condividere la tua renitenza. In questo modo la montagna la perdiamo entrambi: dopo due libri letti con molta attenzione (il primo mi aveva addirittura entusiasmato), sono costretto a dire che Mancuso diluisce il vino del cristianesimo nell’acqua di un sentimentalismo religioso che è facilmente condivisibile perchè spiritualmente regressivo. Dice di voler rinnovare la teologia mai più aggiornata dopo la stagione della scolastica, e invece ripiega sugli scarti che la teologia cattolica ha anticamente lasciato dietro di sé, perché incapaci di interpretare la pienezza della rivelazione».

(Valter Binaghi, commentando qui)

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lupi, agnelli e Tornielli

Concordo pienamente con queste considerazioni di Andrea Tornielli.


Postilla: Vita e miracoli di Magdi Cristiano, santo subito


«Magdi Cristiano Allam, che ha ricevuto Battesimo, Cresima e Eucaristia nella Basilica di San Pietro, è stato sposato una prima volta e ha avuto due figli (Sofia di 28 anni e Alessandro di 24), ha poi contratto nuovamente matrimonio con rito civile lo scorso 22 aprile con la cattolica, non praticante, Valentina Colombo (docente di Lingua e Letteratura araba e di Islamistica), dalla quale ha avuto un figlio, al quale è stato dato il nome di Davide e che è stato battezzato un mese fa da monsignor Luigi Negri (cfr. Intervista concessa a Libero del 25 marzo 2008). Nell’intervista concessa a Libero alla domanda: “Con sua moglie, Valentina Colombo, vi siete sposati con rito civile lo scorso 22 aprile (giorno del suo compleanno). Avete in progetto di sposarvi in chiesa?”, Magdi Cristiano risponde: “Assolutamente sì e mi auguro che questo possa accadere il prossimo 22 aprile”. Continua l’intervistatore: “Dove verranno celebrate le nozze?”. Risposta: “Non lo abbiamo ancora deciso”» (tratto da qui).

L’uscita del prossimo libro, Io e l’islam, è invece prevista per il 21 aprile, nelle migliori librerie. A quando
il battesimo la vestizione di Carla Bruni?

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domenica, 09 marzo 2008
l'anima e il suo destino

Dal sito de “La civiltà cattolica”, trascriviamo l’intervento critico che il gesuita Corrado Marucci ha dedicato al volume di Vito Mancuso, “L’anima e il suo destino”. Le note rimandano direttamente al sito.

Nel suo ultimo libro Vito Mancuso (1), docente di Teologia moderna e contemporanea alla Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, espone quello che si può definire un moderno trattato di escatologia. In vari riferimenti sparsi nel corso dell’esposizione, egli concepisce il proprio lavoro come «costruzione di una “teologia laica”, nel senso di rigoroso discorso su Dio, tale da poter sussistere di fronte alla scienza e alla filosofia». Questo «discorso» si sviluppa nel testo, dopo la prefazione del card. Martini, nella quale egli afferma, fra l’altro, «di sentire parecchie discordanze su diversi punti», e un capitolo introduttivo sulle coordinate speculative dell’Autore di circa 50 pagine, in nove capitoli che trattano dell’esistenza dell’anima, della sua origine e immortalità, della salvezza dell’anima, della morte e del giudizio, della terna paradiso/inferno/purgatorio e infine di parusia e giudizio universale. Chiudono una Conclusione e l’indice degli autori citati.

Data la mole degli argomenti trattati e lo stile enciclopedico  scelto dall’Autore, è praticamente impossibile esporre sinteticamente e commentare le convinzioni, le conclusioni, le proposte, le tirate ironiche e gli stimoli disseminati nel testo (2). Ci limitiamo qui all’essenziale, col rischio di trascurare cose che possono essere sembrate essenziali all’Autore.

Introduzione

Nel lungo capitolo introduttivo egli espone uno dopo l’altro i cardini di ciò che intende sviluppare in seguito. In realtà si tratta di un insieme di convinzioni e princìpi in parte decisamente ovvi (quanto alla necessità di aderire alla verità, chi ha mai ammesso che si possa argomentare a partire da falsità o addirittura accettarle?), in parte bisognosi di molti distinguo (sembrerebbe che per l’Autore l’ultima istanza di ogni argomentazione sia l’accordo o almeno il non disaccordo con le scienze positive e ciò è ovviamente discutibile, poiché queste sono in un continuo processo autocorrettivo e spesso non prive di preconcetti e indebite estrapolazioni). Mancuso, seguendo una moda terminologica più del gergo politico e giornalistico che non filosofico, dichiara che il suo referente è la «coscienza laica», intendendo con ciò «la ricerca della verità in sé e per sé» (p. 9). Sarebbe difficile trovare qualche pensatore, dai presocratici a oggi, che abbia un differente concetto di verità: il problema è come si può arrivare alla certezza di aver raggiunto tale verità. Ma forse, come emerge da alcune allusioni, egli è convinto che chi aderisce alla fede cristiana lo faccia tacitando le difficoltà razionali o addirittura senza troppo pensare. L’Autore riassume poi diversi dati e acquisizioni scientifiche relative alla materia, alla sua equivalenza con l’energia, all’evoluzione, che egli ritiene necessario integrare con il concetto di relazione.

Diverse volte, in questo capitolo e anche nei seguenti, Mancuso dice di voler essere un pensatore cattolico, un figlio della Chiesa. È perciò assai strano che egli, in un’opera che sostanzialmente vorrebbe essere di teologia, tra le premesse argomentative non faccia alcun riferimento alla metodologia dell’esegesi biblica e a quella propria della teologia cattolica. Sulle conseguenze di questa mancanza torneremo in seguito. Le ultime pagine del primo capitolo possono qui essere tralasciate sia perché difficilmente riassumibili, sia perché le necessarie critiche saranno più evidenti nelle loro conseguenze sui singoli argomenti trattati in seguito.

L’«anima spirituale»

Nei capitoli seguenti l’Autore espone le sue convinzioni sugli argomenti classici relativi all’anima e al suo destino finale. Innanzitutto, sempre attingendo ad autori del passato a partire dagli antichi egizi fino al recente Catechismo della Chiesa Cattolica, egli si dichiara apertis verbis per l’esistenza dell’anima spirituale nell’uomo arrivato a maturità (?). Va detto tuttavia che con il termine «anima spirituale» egli intende molte cose, ci pare, più legate a concetti come energia, relazione, libertà, creatività e così via, legati cioè più alla materia, o ai sensi o ancora conseguenze della presenza nell’uomo della dimensione spirituale. Molte osservazioni, derivanti dai più disparati settori della vita, sono condivisibili, altre oscure dal punto di vista concettuale. Quello che però stupisce è la completa assenza di argomenti veri e propri che dimostrino l’esistenza di quella realtà che in tutta la tradizione cristiana si è chiamata anima o spirito. Ovviamente ogni dimostrazione vale all’interno di un sistema logico predefinito; ma poiché, come si è detto, Mancuso non dichiara le sue coordinate logiche, non è possibile giudicarne le asserzioni. È ovvio che la pura assimilazione alle scienze fisico-chimiche contemporanee non potrà mai essere sufficiente allo scopo, poiché il loro oggetto formale sono i dati  materiali sensibili e osservabili.

Nella sistemazione classica del cattolicesimo la dimostrazione dell’esistenza dell’anima spirituale era demandata alla filosofia, quale ancilla theologiae. Dall’ovvia esistenza nell’uomo dell’intellezione e del conseguente giudizio, che sono operazioni non materiali, ma spirituali, si deduceva la necessità di un principio immateriale nell’uomo, poiché la materia non è capace di operazioni non materiali. Il supporto logico-argomentativo era dato dall’ontologia aristotelico-tomista. Quanto invece alle argomentazioni di Mancuso, non è difficile immaginare che un lettore non digiuno di logica e di filosofia le trovi vaghe e poetiche (3). Quanto poi al momento dell’infusione dell’anima razionale nel corpo, l’Autore, in buona sostanza, pare far sua la teoria delle formae viales, che la filosofia scolastica aveva ereditato da Aristotele, come conseguenza dell’assioma che ogni forma ha bisogno di una materia adeguatamente preparata a riceverla. Tale teoria però, oltre che per difficoltà teoretiche, è stata abbandonata dalla Chiesa cattolica, perché le operazioni vitali, vegetative e sensibili, per sostenere le quali si invocava la presenza nel feto di un’anima soltanto vegetativa e in seguito soltanto sensibile, possono essere tranquillamente attribuite fin dall’inizio all’(unica) anima razionale, come si fa in seguito nell’esistenza umana matura.

A nostro parere l’applicazione dell’assioma sopra ricordato non conduce ad alcuna conclusione sicura, poiché la sproporzione ontologica dell’anima spirituale è totale nei confronti di qualsiasi tipo di materia; non è questione cioè di gradi. Su questo tema stupisce infine il silenzio di Mancuso in merito a tutta quella serie ormai ricchissima di studi sulla fisiologia del cervello per appurare se vi siano operazioni umane non spiegabili con le sole proprietà neurologiche (4). Notiamo infine che diverse volte (5) nel corso dell’esposizione Mancuso attribuisce alla dottrina ecclesiale l’idea che per essa l’anima sia una sostanza, cosa assolutamente erronea: il famoso asserto per cui l’anima è forma (substantialis) corporis significa che essa non è una sostanza bensì un principium entis; la sostanza è la persona umana (6).

L’origine dell’anima

Il testo poi presenta tutto un capitolo (30 pagine) sul problema dell’origine dell’anima. Nonostante il tentativo di distanziarsi anche in questo punto dalle concezioni tradizionali (di cui egli cita tutta una serie), Mancuso in buona sostanza concorda con la dottrina ecclesiale praticamente in tutto, fatta eccezione per l’affermazione che l’anima umana viene creata direttamente da Dio. In proposito va ricordato che tale dottrina non è mai stata definita come dogma di fede; i manuali le danno la qualifica di theologice certa. L’Autore lo ammette, benché non spieghi esattamente il significato di questa nota theologica (7). La conseguenza di questo fatto è che la dottrina contraria (in questo caso che i genitori trasmettono l’anima al concepito) è accettabile laddove si riesca a dimostrare che le argomentazioni razionali che conducono alla necessità del suo contrario non tengono.

Orbene non ci pare che questo riesca all’Autore, ma che anzi quelle classiche siano ancora valide (8), aggiungendo comunque che l’asserto per cui le anime sono create direttamente da Dio ha anche la funzione di sottolineare che ciò che nasce (con una fenomenologia molto varia e addirittura a volte casuale) in realtà è sempre qualcosa di per sé direttamente voluto da Dio, destinato a dialogare con lui e che quindi non rappresenta mai un progetto solamente storico o fattuale, ma eterno. Mancuso sfrutta qui una sua ricorrente convinzione che lo spirito, in quanto energia, possa derivare dalla materia e contesta l’opposizione classica tra spirito e materia, per cui l’una è il contrario dell’altra. Non è il caso di ribadire questa concezione che, una volta capiti i termini, è ovvia; il problema è che qui, e per tutto il libro, l’Autore opera con un concetto di spirito che non è quello di cui parla tutta la tradizione cristiana. Affermare infatti che esso è energia e appellarsi alla fisica einsteiniana è un’idea perlomeno bizzarra (9). Come può una realtà estesa, misurabile e presente anche nelle cose e negli animali, essere spirituale?

D’altronde Mancuso aveva dichiarato nelle premesse la sua incondizionata adesione al pensiero evolutivo e a Teilhard de Chardin. Citando poi come esempio il noto manuale di Flick e Alszeghy, egli sostiene che nell’argomentazione tradizionale ci sarebbe un circolo vizioso; ma perlomeno nell’edizione finale di tale manuale (10) tutto ciò è affatto assente: l’immortalità dell’anima è detta naturale fin dall’inizio, anche se ovviamente voluta da Dio e quindi, dicono i due dogmatici, può essere creata soltanto da Dio. Foriera di gravi conseguenze etiche è l’affermazione che «non c’è più (nel caso di una vita colpita da una grave malattia o da senilità acuta) l’anima razionale-spirituale» (p. 107): è chiaro che Mancuso confonde la facoltà con il suo esercizio (11).

Immortalità e salvezza dell’anima

Il quarto capitolo, di 40 pagine, è dedicato all’immortalità dell’anima. Affastellando citazioni e bons mots (a volte poco pertinenti) di pensatori e scienziati dell’antichità, del Medioevo e moderni, Mancuso arriva alla conclusione che per l’immortalità dell’anima non esistono prove (p. 123 e passim). Senza analizzare i motivi del dogma, egli si sofferma sull’esistenza o meno di un Dio personale e su problemi derivanti dalla domanda spontanea di perennità innata nell’uomo. La definizione, ribadita in tutto il corso del testo, dell’anima come energia impedisce di capire il senso delle dimostrazioni classiche e delle numerose conferme bibliche concernenti l’immortalità dello spirito umano. Non è qui il caso di contestare singole affermazioni del testo, che procede veramente a ruota libera (12).

L’Autore ritiene necessario dedicare poi il quinto capitolo, di 37 pagine, al tema della salvezza dell’anima. Innanzitutto dichiara che tutti i contenuti veicolati dal dogma del peccato originale (13) devono essere riformulati o abbandonati; concretamente Mancuso ritiene corretto parlare soltanto di «peccato del mondo». Prescindendo praticamente dalla teologia paolina, ma ricorrendo a Platone, Anassimandro e Bonhoeffer egli ritiene di dover «rifondare» fede e tradizioni (p. 168). Cercando allora di rispondere alla domanda se dobbiamo ancora essere salvati e se sì, da cosa e come, l’Autore spiega «da noi stessi e dalla vita disordinata (nel senso di sottoposta all’entropia)» (p. 173). Quanto al come, egli proclama che «non è la religione che salva: […] non sono i sacramenti, la Messa, i rosari, i pellegrinaggi, le indulgenze, la Bibbia» (p. 176), e oltre «non c’è alcuna esigenza di credere nella sua [cioè di Gesù] resurrezione dai morti per essere salvi» (p. 183). È ovvio che siamo agli antipodi di ciò che Paolo afferma in 1 Cor 15 e in molti altri passi.

Il sesto capitolo, di 18 pagine, è dedicato a «Morte e giudizio». Anche qui Mancuso, sulla base di rudimentali richiami biblici (tra i quali manca il testo principale Gn 2,17; 3,19) definisce i dati tradizionali come contraddittori (cfr p. 189);  quanto alla valenza della morte egli, in buona sostanza, va catalogato tra coloro che negano la reale problematicità della morte degli umani (14), posizione difforme dalla dogmatica cattolica. Sul criterio del giudizio dopo la morte, Mancuso invece di ricordare la classica formula paolina della fides caritate formata preferisce appoggiarsi a Platone, Marc’Aurelio, Pascal, Kant e Simone Weil.

I quattro capitoli seguenti, più sintetici dei precedenti, riguardano paradiso, inferno, purgatorio, e parusia e giudizio universale. Anche per il paradiso, la visione beatifica e la risurrezione dei corpi l’Autore compie una completa «demitizzazione», sempre argomentando da alcuni suoi assiomi non ulteriormente discussi quali l’identità tra spirito e materia, la concezione dell’anima come energia e l’eterna validità delle leggi fisiche. Egli stabilisce perciò che la distinzione tra immortalità dell’anima e risurrezione dei corpi è «del tutto infondata» (p. 223), che la concezione per cui le anime dei defunti vivono «un letargo simile alla morte» sarebbe «oggi maggioritaria tra i teologi e ancor più tra i biblisti» (p. 214) (15) e che «la convinzione che nessun intelletto creato può vedere l’essenza di Dio [è] la peggiore delle eresie» (p. 219), che «la credenza della risurrezione della carne appare nella sua inconsistenza fisica e teologica» (p. 225) e così via. Non è qui possibile commentare questa congerie di affermazioni anche perché le argomentazioni ora sono oscure, ora soltanto accennate sulla base di citazioni, di convinzioni e frasi di pensatori di ogni epoca. Ci limitiamo a segnalare che, in contesto escatologico, il termine «eternità» ha due significati assai diversi, soltanto analogici: se si parla di quella di Dio, essa implica l’assenza di ogni successione e di ogni distinzione tra essenza e operazioni (16), mentre per gli altri esseri spirituali il termine implica la perennità de iure, non solo de facto, ma non esclude la successione temporale e questo risolve alcune antinomie che Mancuso crede di rintracciare nella dogmatica cattolica (17). Nonostante il profluvio di autori citati, pare che Mancuso non conosca la letteratura collegata al concetto di «risurrezione nella morte», che è la più recente querelle di carattere escatologico in campo cattolico (18).

Venendo poi a parlare dell’inferno, Mancuso dedica praticamente tutto il capitolo (ben 35 pagine) alla confutazione del dogma dell’eternità dello stesso. Anche qui, saltando da Agostino a Tommaso fino a von Balthasar, egli approda alla lapidaria affermazione per cui «parlare di eternità dell’Inferno è una contraddizione assoluta» (p. 263), oltre che poco evangelico. Si tratta dunque di scegliere tra apocatastasi e annichilazione dei reprobi: dopo aver a lungo esposto il pensiero di P. Florenskij, egli resta, per così dire, anceps, dopo aver fatto un peana dell’antinomia annunciata. Il lettore noterà la mancanza di analisi delle numerose affermazioni del Nuovo Testamento, con l’introduzione di errori teologici anche non lievi (19). Precisiamo qui, se fosse necessario, che la dottrina dell’apocatastasi, oltre che sempre condannata dal Magistero, è anche insostenibile fintantoché si vuol mantenere la reale libertà di ogni essere spirituale anche di fronte all’appello di Dio.

Dopo aver definito il purgatorio «una salutare invenzione», Mancuso afferma che l’unica modalità che gli appare «razionalmente legittima» è di concentrarlo nell’istante della morte (p. 279). La parusia infine è da lui definita come maggiormente bisognosa di essere ripensata (cfr p. 289). In definitiva il testo sostiene che non ci sarà alcun ritorno del Gesù glorioso; le frasi corrispondenti del Nuovo Testamento sono errori di Gesù e di Paolo. Per Mancuso è semplice anche spiegare perché «Dio non è mai intervenuto direttamente nella storia» e perché «non tutta la bibbia è parola di Dio»!

Conclusione

Se per teologia si intende la riflessione dell’intelletto umano illuminato dalla fede sulla Sacra Scrittura e sulle definizioni della Chiesa, allora il nostro giudizio complessivo su questa opera non può che essere negativo. L’assenza quasi totale di una teologia biblica (20) e della recente letteratura teologica non italiana, oltre all’assunzione più o meno esplicita di numerose premesse filosoficamente erronee o perlomeno fantasiose, conduce l’Autore a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica. A fronte di una relativa povertà di dati autenticamente teologici, la tecnica di accumulare citazioni da tutto lo scibile umano, oltre al rischio di distorcerne il senso reale ai propri fini poiché esse fanno parte di assetti logici a volte del tutto diversi, non corrisponde affatto alla metodologia teologica tradizionale (21).

In realtà non è facile neanche elencare tutte le matrici che Mancuso alterna e assomma nel corso dell’esposizione (platonismo, razionalismo gnostico, scientismo, eclettismo e così via): quello che comunque domina è il razionalismo convinto che di realtà di cui non si ha alcuna percezione sensibile o decisamente soprannaturali si possa discettare in analogia con le scienze fisico-biologiche. Nel contesto di notevolissima confusione sulla religione e la Chiesa tipica della cultura mediatica contemporanea, questo testo ci sembra che contribuisca ad aumentare tale confusione. L’Autore dichiara la sua disponibilità ad essere corretto: ma ciò, dato lo stile non sistematico e velleitario delle sue affermazioni, non è facile, poiché  si può confutare  soltanto ciò che è organicamente formulato al di dentro di un preciso assetto epistemologico.

(Corrado Marucci S.I., 
La civiltà cattolica, 1/2008, quad. 3783, pp.256-264)

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mercoledì, 13 febbraio 2008
sbatti il mostro in terza pagina

La cattedrale di Evry, in Francia, progettata dall’architetto Mario Botta. “Avvenire” di domenica (pag. 18) la segnala come «uno degli esempi più riusciti di architettura di nuove chiese».

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giovedì, 07 febbraio 2008
quattro riflessioni sul caso Ron Paul

Dal blog “Italians for Ron Paul”:

1) Il problema della libertà di informazione esiste, la vicenda internettiana di Ron Paul è positiva, dieci anni fa sarebbe stato impensabile il risultato di oggi. Però non è bastato. Bisogna proseguire su questa via, accelerare il transito all’informazione su internet di tantissime persone, anche medio-giovani e istruite che ancora non l’hanno fatto.

2) Dato per acquisito che Ron Paul ieri [5 febbraio] ha subito ancora brogli (in alcuni seggi il suo nome non c’era, mentre c’era quello di Giuliani e di Thompson) e che in generale la “democrazia” americana è strettamente pilotata, cos’è di Ron Paul che non ha convinto tanti elettori che pure l’hanno conosciuto? Come dice qualche commento al post precedente e come trovai sulla Cnn già dopo la Florida, in molti temono le proposte libertarie e privatistiche radicali nella sanità e nella previdenza.

3) Una dialogo non fazioso e non troppo teorico, dove si discutano i lati pratici positivi e negativi delle vedute liberale-libertaria e sociale-statale può essere utile, anche per noi, anziché parlare di “Berlusconi” e di “comunisti”? Facendo questa domanda tengo presente quel che ho accennato sopra, cioè che il movimento paulista è molto “misto”: se il motore della campagna fosse stato solo il movimento libertario (che peraltro in diverse sue espressioni ha pesantemente attaccato e diffamato Paul), non si arrivava neanche a Natale.

4) La scelta saggia di Ron Paul di restare nei repubblicani conferma che le terze vie, gli indipendenti, nei sistemi bipolari consolidati non fanno strada: se appena c’è un piccolo varco nei gruppi maggiori è utile infilarsi e contaminare fin dove si può. Per questo non credo all’efficacia neanche qui da noi di liste terziste o grilliste, come è stato scritto nei commenti. In ogni caso ci vuol un leader che sia “politico”, come Ron Paul: non è questa la sede per discutere di Grillo, ma lui tecnicamente non è un leader politico. Non vedendo un Ron Paul italiano all’orizzonte, sarebbe utile intanto diffondere a livello culturale - e chi può, a livello politico - lo schema e la sostanza del suo successo che comunque non è piccolo. In Europa, con sistemi politico-elettorali diversi, un’esperienza simile avrebbe sfondato…

(Andrea, qui)

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mercoledì, 30 gennaio 2008
ex partibus fidelium

Torno nuovamente sulle omelie di Tomas Tyn intorno a san Tommaso, stimolato da questo bel post di Claudio. C’è un punto della Summa contra Gentiles che, meglio di altri, può aiutarci a capire quanto del metodo di Tommaso sia applicabile ancora oggi e quanto, invece, risulti inevitabilmente legato al suo tempo. Si trova al libro I, quando l’Aquinate propone alcuni riflessioni su come dibattere con quanti non accettano la fede cattolica. Il sottotitolo dell’opera, non per nulla, è proprio “Liber (o iter) de veritate catholicae fidei contra errores infidelium”.

Tommaso, ovviamente, si fonda sul dialogo, un «dialogo signorile», come dice bene padre Tyn, perché «nessuno è più signore di San Tommaso in queste cose, tuttavia un dialogo in vista della conversione… In San Tommaso non c’è una specie di commercio, del tipo “noi vi diamo un pezzettino del nostro dogma e voi ci concedete qualche cosa d’altro”. Oppure, parlando con i luterani, dire ad esempio: “voi accettate la Madonna e noi vi sacrifichiamo i Santi”… Per San Tommaso non ci sono compromessi, la pienezza della verità c’è nella fede cattolica, e non per merito nostro, ma per bontà e per grazia di Dio».

Ecco una prima differenza tra l’epoca nostra e la sua (una differenza accidentale, però). Mentre oggi il dialogo è sempre più concepito (assurdamente) come il fine di un confronto interreligioso, Tommaso valuta il dialogo per quello che è: cioè un mezzo. Questo, d’altronde, significa che la riflessione deve incentrarsi piuttosto sui fini da assegnare al dialogo. Non è possibile che il dialogo sia fine a se stesso. Quindi occorre intendersi su ciò cui si vuol pervenire attraverso il dialogo.

Nel caso del dialogo interreligioso (che è cosa diversa dal dialogo ecumenico), oggi diremmo che il fine, più che la reciproca conversione, è innanzitutto l’amicizia reciproca, la convivenza, l’accettazione di uno spazio comune. Il che è prudente e sensato: ma la cosa non rientra nell’orizzonte di Tommaso, ed è qui che la differenza fra l’epoca sua e la nostra, o meglio fra il cattolicesimo dell’epoca sua e della nostra, diventa sostanziale.

Tommaso, prosegue Tyn, dice anche che «per dialogare con gli infedeli, in vista della conversione, bisogna sempre procedere fondandosi su quello che loro ammettono». Ecco il genio. Dopo aver chiarito il fine del dialogo, che nel suo caso, piaccia o meno, è la conversione dell’altro alla propria fede, bisogna intendersi sul metodo da adottare.

Tommaso propone di partire da ciò che è condiviso dagli interlocutori. Nel caso degli ebrei, ad esempio, sarà buona cosa partire da quello che noi definiamo Antico Testamento: se necessario, evidenziandone le contraddizioni e le difficoltà, che i cristiani ritengono appianarsi alla luce di Cristo. Con i cristiani “eretici”, invece, la discussione dovrà per forza di cose fondarsi sul Nuovo Testamento, e sulla loro comprensione di quel che vi viene annunciato: cioè la Persona di Gesù, il Verbo di Dio (qui Tommaso ci ha visto giusto: sono molti gli esegeti protestanti che sono passati al cattolicesimo, dopo anni di studio e di polemiche; ma è anche vero che una certa esegesi moderna, di taglio protestante, si pone più volte in aperto conflitto con alcuni elementi dell’apparato dottrinale cattolico).

Infine, si giunge ai mussulmani. Qui Tommaso è ancora una volta figlio del suo tempo, dato che non riesce a scorgere pienamente nell’islam una propaggine dei sistemi religiosi giudaico-cristiani. L’islam è percepito come qualcosa che non appartiene alla “civiltà cristiana” (che non è composta solo da cristiani): i musulmani, pertanto, sono assimilati ai “pagani”, il loro status è differente da quello di ebrei ed “eretici”.

Ma la grandezza di Tommaso sta in questo: laddove si abbia a che fare con qualcuno che non condivide le nostre stesse basi religiose (ad es. uno stesso corpus di testi), non resta che il ricorso a qualcosa che, come uomini, non possiamo non condividere: ed è il lume della ragione. Commenta padre Tyn, non senza rilevare l’“ottimismo” dell’Aquinate: «natura non deficit in necessariis, la natura non viene meno nelle cose necessarie, non manca il lume della ragione naturale, e quindi si può sempre disputare sul terreno della filosofia».

Tommaso, però, non poteva prevedere una cosa: il carattere profondamente religioso dell’ateismo moderno. Sto per dire qualcosa che non mancherà di irritare. Eppure, a chiunque è capito di discutere con un “ateo”: non parlo del semplice “non credente”, ma proprio dell’ateo “militante” (un essere generalmente assai rumoroso e dogmatico); difficile sottrarsi all’impressione che, dialogando e dialogando, non se ne cavi un ragno dal buco (a scanso di equivoci, preciso che il mio riferimento non è a persone che leggono, abitualmente o meno, questo blog, ma a individui bizzarri come il Malvino di cui parla Claudio, o come Odifreddi, Flores D’Arcais, Onfray, e via dicendo).

E non mi riferisco a un dialogo finalizzato alla “conversione”, ma più semplicemente ad un dialogo finalizzato alla comprensione e al rispetto reciproci. Per tanto che ci si impegni, la strada è quasi sempre bloccata da un elemento irrazionale, da un’ostinata volontà di non supporre, nemmeno lontanamente, la possibilità che l’altro (cioè il credente, e in particolare il credente cattolico) possa avere qualche ragione. Credo che dovremmo cominciare a parlare di dialogo interreligioso anche nei confronti di questo tipo di ateismo, che rifiuta la ragione.

A questo punto, riconosciutone il carattere intimamente religioso (la storia dell’ateismo rientra di diritto nella storia delle religioni), Tommaso cosa ci consiglierebbe di fare? Ritengo che suggerirebbe di armarsi di santa pazienza e di acribia intellettuale, per denunziare il carattere incongruente e immaginoso dei miti di codesta nuova religione, per criticarne le forme culturali e i tic mentali, per sottoporne le pratiche rituali ad attento esame, disegnando profili sociologici, storie dei mutamenti dottrinali (in genere pochissimi), psicologia. Ma senza perderci troppo tempo: in fondo, ci sono cose più urgenti - e interessanti - da fare.

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tomismo essenziale, plausi e botte

mercoledì, 16 gennaio 2008
Paul Feyerabend e i 67 laiconi

«In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato».

Così, a quanto si legge, recitava uno dei proclami diffusi dai 67 docenti della Sapienza, contrari alla
lectio magistralis di Benedetto XVI. Tra i motivi (o i pretesti?), una frase dell’epistemologo (anarchico e agnostico) Paul K. Feyerabend sul caso Galileo, citata e discussa dal Card. Ratzinger anni prima. Ecco allora alcuni passaggi (deliberatamente provocatori) del libro di Feyerabend, donde il Papa trasse a suo tempo la citazïon della discordia (Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, 1975, trad. L. Sosio):

Condizioni attuali della ricerca scientifica.


«
Contrariamente alla sua antecedente immediata, la scienza del tardo secolo XX ha rinunciato a tutte le sue pretese filosofiche ed è diventata un’attività economicamente importante, che plasma la mentalità di coloro che la praticano. Un buon stipendio, una buona posizione rispetto al capo e ai colleghi nella propria “unità” sono le principali ambizioni di queste formiche umane, le quali eccellono nella soluzione di piccoli problemi ma non riescono a dare un senso a tutto ciò che va oltre il loro ambito di competenza. Le considerazioni umanitarie sono pressoché ignorate, e lo stesso vale per ogni forma di progresso che vada oltre i miglioramenti locali. I risultati più gloriosi della scienza del passato sono usati non come strumenti di illuminazione, ma come mezzi di intimidazione, come è emerso in alcune discussioni recenti concernenti la teoria dell’evoluzione. Se qualcuno riesce a far compiere qualche passo avanti, gli specialisti saranno pronti a trasformare la scoperta in una clava con la quale costringere tutti a sottomettersi» (p. 154).

“Razionalità” e “irrazionalità” dell’impresa scientifica.


«
Se è razionale solo l’accettazione di teorie provate, se è irrazionale conservare teorie che siano in conflitto con asserzioni-base accettate, allora l’intera scienza è irrazionale (…). Taluni programmi di ricerca scompaiono non perché le argomentazioni che sono alla loro base vengono sconfitte al livello delle idee, ma perché i loro difensori vengono uccisi nella lotta alla sopravvivenza» (pp. 162-164).

La necess