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martedì, 06 maggio 2008
Dossetti: un docetista?

Si narra che il benedettino Jacques Dupont, tra i più grandi biblisti del XX secolo, definisse provocatoriamente Giuseppe Dossetti come un “docétiste” (docetista). Immagino che la battuta possa spiegarsi nel modo che segue: a) secondo Dossetti, “Parola di Dio” non sarebbe tanto il Verbo incarnato (Gesù Cristo), quanto la Bibbia; b) il testo biblico sarebbe esclusivamente e integralmente “Parola di Dio”; c) l’umanità del Verbo e delle Scritture risulterebbe perciò negata o svalutata. Insomma, più che dai cattolici “dossettiani” (uno spettro s’aggira per l’Italia), dovremmo guardarci dai cattolici “dos(s)etisti”… Chissà se qualcuno ne terrà conto, al prossimo Sinodo dei Vescovi

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plausi e botte

venerdì, 02 maggio 2008
quasi Tischreden

Una perla dell’esegesi contemporanea:

«Non è storicamente impossibile che Gesù fosse strambo».

(E.P. Sanders, Gesù e il giudaismo, trad. it. Marietti, Genova 1992, p. 428)

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plausi e botte

sabato, 26 aprile 2008
non solo rosa rosae

Franco Cardini intervistato dal Korriere:

«
“Peggio per loro”. Peggio per gli Stati Uniti, per la Germania, per la Francia se hanno abolito il latino dalle scuole: “Le conseguenze si vedono bene”. È l’opinione inequivocabile di Franco Cardini, professore di Storia medievale all’Università di Firenze ed esperto di crociate. Cardini sarebbe disposto ad aprire una sua personale crociata pur di difendere il latino nelle nostre scuole: “Se l’andazzo europeo è il taglio delle proprie radici, della tradizione, dell’identità, non vedo perché l’Italia debba adeguarsi: lo si voglia o no, noi da diciassette secoli siamo il centro della Chiesa cattolica, che è stata un elemento importantissimo nella costruzione del nostro paesaggio culturale, della nostra mentalità e del nostro patrimonio artistico. In più la lingua italiana è strutturalmente vicinissima al latino. Ci sono troppi dati culturali che ci tengono legati al mondo classico”.

D’accordo, ma è anche vero che è stata proprio la Chiesa, con il Concilio Vaticano II, a tagliare i ponti con il latino.


“Ho fatto il liceo presso la Compagnia di Gesù e sin da ragazzino non ero affatto convinto dei ragionamenti in favore dell’italiano nella liturgia. Notavo che mia nonna, che aveva un’istruzione molto limitata e faceva fatica persino a leggere il giornale, coglieva anche le sfumature della liturgia latina, perché era una lingua di grandissima forza e intensità e chiarezza di concetti interni. È stato un errore madornale tradurre la liturgia: tra l’altro si vedono i risultati nello scadimento culturale del clero”.


Torniamo alla scuola. Dunque, il latino non va toccato neanche nei licei scientifici?


Nonostante tutto il bla-bla progressista del passato, il latino è una grande scuola di formazione. Non è solo il “rosa, rosae”, ma una disciplina mentale... È un grande esercizio di mnemotecnica: la perdita di abitudine nell’esercitare la memoria ha già provocato danni immani sul piano degli strumenti e delle potenzialità culturali dei ragazzi. La nostra scuola è stata vittima dei sociologi e degli psicologi, che con i politici e i sindacalisti hanno rovinato l’Italia. In nome di un malinteso senso di libertà, i sociologi degli anni Sessanta dicevano che non bisognava sottoporre i ragazzi a troppi sforzi in nome di uno sterile nozionismo. Mi dicevano che oggi i giovani medici non ricordano i nomi dei farmaci: sicuramente hanno studiato male il latino e il greco. La sudditanza al mondo americano ci fa pensare che il linguaggio scientifico sia oramai solo inglese. Non è vero, il nostro linguaggio scientifico è ancora legato a Linneo”.

D’accordo sul bla-bla progressista, però non è che le famose tre I del centrodestra guardassero molto all’educazione classica: Inglese, Impresa, Internet.


“In effetti delle tre I non si è visto nulla. Forse un po’ di impresa, ma per il resto... L’inglese rimane pessimo nelle scuole e i computer spesso restano imballati nei sottoscala. Le lingue vive ormai si imparano sul posto o con i mezzi audiovisivi, basta un po’ di pratica. Niente a che vedere con il rigore che si impara studiando il latino. Dire che il latino, essendo una lingua morta, è inutile, è un insopportabile conformismo che per fortuna oggi va un po’ dileguandosi. Voglio sperare che il governo di destra non faccia scherzi, anche se non mi meraviglierebbe, visto che ha la tendenza a correre dietro agli Stati Uniti”.

Ma il supino che cosa può dire a un ragazzino del Duemila? Non sarebbe bene mollare un po’ sulla lingua e insistere sulla civiltà e sulla cultura?


“Nella scuola di oggi ci sono delle porcate assolute, come il debito formativo, che rovinano moralmente le giovani generazioni e le rendono incapaci di articolare un pensiero. So benissimo che quando una disciplina viene derubricata, a poco a poco finisce per sparire: è inutile aggirare o negare le difficoltà traducendo in pillole una struttura linguistica rigorosissima, di estrema bellezza e armonia interna, magari sostituendo lo studio della lingua con notiziole su come vivevano i romani, su come mangiavano, su come facevano la guerra e l’amore”».

(Fonte:
“Korriere della sera”, 25 aprile 2008)

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plausi e botte, forma e sostanza

giovedì, 24 aprile 2008
il Papa e l'America

Per chi se lo fosse perso, segnalo questo intervento di Luigi Copertino.

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plausi e botte

venerdì, 18 aprile 2008
cosa ci dice il prezzo dell'oro

Lo spiega Ron Paul in un articolo densissimo, provvidamente segnalato dal blog di Andrea e Francesco.

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plausi e botte

venerdì, 11 aprile 2008
l'idealismo spiegato al mio cane (3)

Il kantismo può essere riassunto come segue:

a) agnosticismo: la “ragion pura” non può conoscere la cosa in sé o noumeno, ma solo la cosa come le appare (fenomeno);

b) volontarismo: la “ragion pratica” (volontà) postula, ossia vuole, che il noumeno esista;

c) sentimentalismo: il “giudizio sentimentale” sintetizza fenomeno e noumeno, “ragion pura” e “ragion pratica”.

Con
Kant finisce l’era dei cavalli di razza e, come dice il proverbio, “quando non ci sono cavalli si fanno trottare gli asini”. Vediamoli correre o filosofare.

(tratto da
C. Nitoglia, Critica del pensiero filosofico alla luce della metafisica tomistica, Molfetta 2006, pp. 135 e 138)

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plausi e botte

giovedì, 27 marzo 2008
Vito e la montagna

«Supponiamo che quella di Mancuso sia una teologia “contra Gentiles”, cioè rivolta a chi non crede, per far comprendere il cristianesimo in un linguaggio laico, scientificamente smaliziato. Se tu sali con me sulla montagna (e la montagna è la conoscenza di Dio) e sei azzoppato, un conto è che io ti porti e ti sostenga, un conto è che mi metta a condividere la tua renitenza. In questo modo la montagna la perdiamo entrambi: dopo due libri letti con molta attenzione (il primo mi aveva addirittura entusiasmato), sono costretto a dire che Mancuso diluisce il vino del cristianesimo nell’acqua di un sentimentalismo religioso che è facilmente condivisibile perchè spiritualmente regressivo. Dice di voler rinnovare la teologia mai più aggiornata dopo la stagione della scolastica, e invece ripiega sugli scarti che la teologia cattolica ha anticamente lasciato dietro di sé, perché incapaci di interpretare la pienezza della rivelazione».

(Valter Binaghi, commentando qui)

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plausi e botte

lupi, agnelli e Tornielli

Concordo pienamente con queste considerazioni di Andrea Tornielli.


Postilla: Vita e miracoli di Magdi Cristiano, santo subito


«Magdi Cristiano Allam, che ha ricevuto Battesimo, Cresima e Eucaristia nella Basilica di San Pietro, è stato sposato una prima volta e ha avuto due figli (Sofia di 28 anni e Alessandro di 24), ha poi contratto nuovamente matrimonio con rito civile lo scorso 22 aprile con la cattolica, non praticante, Valentina Colombo (docente di Lingua e Letteratura araba e di Islamistica), dalla quale ha avuto un figlio, al quale è stato dato il nome di Davide e che è stato battezzato un mese fa da monsignor Luigi Negri (cfr. Intervista concessa a Libero del 25 marzo 2008). Nell’intervista concessa a Libero alla domanda: “Con sua moglie, Valentina Colombo, vi siete sposati con rito civile lo scorso 22 aprile (giorno del suo compleanno). Avete in progetto di sposarvi in chiesa?”, Magdi Cristiano risponde: “Assolutamente sì e mi auguro che questo possa accadere il prossimo 22 aprile”. Continua l’intervistatore: “Dove verranno celebrate le nozze?”. Risposta: “Non lo abbiamo ancora deciso”» (tratto da qui).

L’uscita del prossimo libro, Io e l’islam, è invece prevista per il 21 aprile, nelle migliori librerie. A quando
il battesimo la vestizione di Carla Bruni?

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domenica, 09 marzo 2008
l'anima e il suo destino

Dal sito de “La civiltà cattolica”, trascriviamo l’intervento critico che il gesuita Corrado Marucci ha dedicato al volume di Vito Mancuso, “L’anima e il suo destino”. Le note rimandano direttamente al sito.

Nel suo ultimo libro Vito Mancuso (1), docente di Teologia moderna e contemporanea alla Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, espone quello che si può definire un moderno trattato di escatologia. In vari riferimenti sparsi nel corso dell’esposizione, egli concepisce il proprio lavoro come «costruzione di una “teologia laica”, nel senso di rigoroso discorso su Dio, tale da poter sussistere di fronte alla scienza e alla filosofia». Questo «discorso» si sviluppa nel testo, dopo la prefazione del card. Martini, nella quale egli afferma, fra l’altro, «di sentire parecchie discordanze su diversi punti», e un capitolo introduttivo sulle coordinate speculative dell’Autore di circa 50 pagine, in nove capitoli che trattano dell’esistenza dell’anima, della sua origine e immortalità, della salvezza dell’anima, della morte e del giudizio, della terna paradiso/inferno/purgatorio e infine di parusia e giudizio universale. Chiudono una Conclusione e l’indice degli autori citati.

Data la mole degli argomenti trattati e lo stile enciclopedico  scelto dall’Autore, è praticamente impossibile esporre sinteticamente e commentare le convinzioni, le conclusioni, le proposte, le tirate ironiche e gli stimoli disseminati nel testo (2). Ci limitiamo qui all’essenziale, col rischio di trascurare cose che possono essere sembrate essenziali all’Autore.

Introduzione

Nel lungo capitolo introduttivo egli espone uno dopo l’altro i cardini di ciò che intende sviluppare in seguito. In realtà si tratta di un insieme di convinzioni e princìpi in parte decisamente ovvi (quanto alla necessità di aderire alla verità, chi ha mai ammesso che si possa argomentare a partire da falsità o addirittura accettarle?), in parte bisognosi di molti distinguo (sembrerebbe che per l’Autore l’ultima istanza di ogni argomentazione sia l’accordo o almeno il non disaccordo con le scienze positive e ciò è ovviamente discutibile, poiché queste sono in un continuo processo autocorrettivo e spesso non prive di preconcetti e indebite estrapolazioni). Mancuso, seguendo una moda terminologica più del gergo politico e giornalistico che non filosofico, dichiara che il suo referente è la «coscienza laica», intendendo con ciò «la ricerca della verità in sé e per sé» (p. 9). Sarebbe difficile trovare qualche pensatore, dai presocratici a oggi, che abbia un differente concetto di verità: il problema è come si può arrivare alla certezza di aver raggiunto tale verità. Ma forse, come emerge da alcune allusioni, egli è convinto che chi aderisce alla fede cristiana lo faccia tacitando le difficoltà razionali o addirittura senza troppo pensare. L’Autore riassume poi diversi dati e acquisizioni scientifiche relative alla materia, alla sua equivalenza con l’energia, all’evoluzione, che egli ritiene necessario integrare con il concetto di relazione.

Diverse volte, in questo capitolo e anche nei seguenti, Mancuso dice di voler essere un pensatore cattolico, un figlio della Chiesa. È perciò assai strano che egli, in un’opera che sostanzialmente vorrebbe essere di teologia, tra le premesse argomentative non faccia alcun riferimento alla metodologia dell’esegesi biblica e a quella propria della teologia cattolica. Sulle conseguenze di questa mancanza torneremo in seguito. Le ultime pagine del primo capitolo possono qui essere tralasciate sia perché difficilmente riassumibili, sia perché le necessarie critiche saranno più evidenti nelle loro conseguenze sui singoli argomenti trattati in seguito.

L’«anima spirituale»

Nei capitoli seguenti l’Autore espone le sue convinzioni sugli argomenti classici relativi all’anima e al suo destino finale. Innanzitutto, sempre attingendo ad autori del passato a partire dagli antichi egizi fino al recente Catechismo della Chiesa Cattolica, egli si dichiara apertis verbis per l’esistenza dell’anima spirituale nell’uomo arrivato a maturità (?). Va detto tuttavia che con il termine «anima spirituale» egli intende molte cose, ci pare, più legate a concetti come energia, relazione, libertà, creatività e così via, legati cioè più alla materia, o ai sensi o ancora conseguenze della presenza nell’uomo della dimensione spirituale. Molte osservazioni, derivanti dai più disparati settori della vita, sono condivisibili, altre oscure dal punto di vista concettuale. Quello che però stupisce è la completa assenza di argomenti veri e propri che dimostrino l’esistenza di quella realtà che in tutta la tradizione cristiana si è chiamata anima o spirito. Ovviamente ogni dimostrazione vale all’interno di un sistema logico predefinito; ma poiché, come si è detto, Mancuso non dichiara le sue coordinate logiche, non è possibile giudicarne le asserzioni. È ovvio che la pura assimilazione alle scienze fisico-chimiche contemporanee non potrà mai essere sufficiente allo scopo, poiché il loro oggetto formale sono i dati  materiali sensibili e osservabili.

Nella sistemazione classica del cattolicesimo la dimostrazione dell’esistenza dell’anima spirituale era demandata alla filosofia, quale ancilla theologiae. Dall’ovvia esistenza nell’uomo dell’intellezione e del conseguente giudizio, che sono operazioni non materiali, ma spirituali, si deduceva la necessità di un principio immateriale nell’uomo, poiché la materia non è capace di operazioni non materiali. Il supporto logico-argomentativo era dato dall’ontologia aristotelico-tomista. Quanto invece alle argomentazioni di Mancuso, non è difficile immaginare che un lettore non digiuno di logica e di filosofia le trovi vaghe e poetiche (3). Quanto poi al momento dell’infusione dell’anima razionale nel corpo, l’Autore, in buona sostanza, pare far sua la teoria delle formae viales, che la filosofia scolastica aveva ereditato da Aristotele, come conseguenza dell’assioma che ogni forma ha bisogno di una materia adeguatamente preparata a riceverla. Tale teoria però, oltre che per difficoltà teoretiche, è stata abbandonata dalla Chiesa cattolica, perché le operazioni vitali, vegetative e sensibili, per sostenere le quali si invocava la presenza nel feto di un’anima soltanto vegetativa e in seguito soltanto sensibile, possono essere tranquillamente attribuite fin dall’inizio all’(unica) anima razionale, come si fa in seguito nell’esistenza umana matura.

A nostro parere l’applicazione dell’assioma sopra ricordato non conduce ad alcuna conclusione sicura, poiché la sproporzione ontologica dell’anima spirituale è totale nei confronti di qualsiasi tipo di materia; non è questione cioè di gradi. Su questo tema stupisce infine il silenzio di Mancuso in merito a tutta quella serie ormai ricchissima di studi sulla fisiologia del cervello per appurare se vi siano operazioni umane non spiegabili con le sole proprietà neurologiche (4). Notiamo infine che diverse volte (5) nel corso dell’esposizione Mancuso attribuisce alla dottrina ecclesiale l’idea che per essa l’anima sia una sostanza, cosa assolutamente erronea: il famoso asserto per cui l’anima è forma (substantialis) corporis significa che essa non è una sostanza bensì un principium entis; la sostanza è la persona umana (6).

L’origine dell’anima

Il testo poi presenta tutto un capitolo (30 pagine) sul problema dell’origine dell’anima. Nonostante il tentativo di distanziarsi anche in questo punto dalle concezioni tradizionali (di cui egli cita tutta una serie), Mancuso in buona sostanza concorda con la dottrina ecclesiale praticamente in tutto, fatta eccezione per l’affermazione che l’anima umana viene creata direttamente da Dio. In proposito va ricordato che tale dottrina non è mai stata definita come dogma di fede; i manuali le danno la qualifica di theologice certa. L’Autore lo ammette, benché non spieghi esattamente il significato di questa nota theologica (7). La conseguenza di questo fatto è che la dottrina contraria (in questo caso che i genitori trasmettono l’anima al concepito) è accettabile laddove si riesca a dimostrare che le argomentazioni razionali che conducono alla necessità del suo contrario non tengono.

Orbene non ci pare che questo riesca all’Autore, ma che anzi quelle classiche siano ancora valide (8), aggiungendo comunque che l’asserto per cui le anime sono create direttamente da Dio ha anche la funzione di sottolineare che ciò che nasce (con una fenomenologia molto varia e addirittura a volte casuale) in realtà è sempre qualcosa di per sé direttamente voluto da Dio, destinato a dialogare con lui e che quindi non rappresenta mai un progetto solamente storico o fattuale, ma eterno. Mancuso sfrutta qui una sua ricorrente convinzione che lo spirito, in quanto energia, possa derivare dalla materia e contesta l’opposizione classica tra spirito e materia, per cui l’una è il contrario dell’altra. Non è il caso di ribadire questa concezione che, una volta capiti i termini, è ovvia; il problema è che qui, e per tutto il libro, l’Autore opera con un concetto di spirito che non è quello di cui parla tutta la tradizione cristiana. Affermare infatti che esso è energia e appellarsi alla fisica einsteiniana è un’idea perlomeno bizzarra (9). Come può una realtà estesa, misurabile e presente anche nelle cose e negli animali, essere spirituale?

D’altronde Mancuso aveva dichiarato nelle premesse la sua incondizionata adesione al pensiero evolutivo e a Teilhard de Chardin. Citando poi come esempio il noto manuale di Flick e Alszeghy, egli sostiene che nell’argomentazione tradizionale ci sarebbe un circolo vizioso; ma perlomeno nell’edizione finale di tale manuale (10) tutto ciò è affatto assente: l’immortalità dell’anima è detta naturale fin dall’inizio, anche se ovviamente voluta da Dio e quindi, dicono i due dogmatici, può essere creata soltanto da Dio. Foriera di gravi conseguenze etiche è l’affermazione che «non c’è più (nel caso di una vita colpita da una grave malattia o da senilità acuta) l’anima razionale-spirituale» (p. 107): è chiaro che Mancuso confonde la facoltà con il suo esercizio (11).

Immortalità e salvezza dell’anima

Il quarto capitolo, di 40 pagine, è dedicato all’immortalità dell’anima. Affastellando citazioni e bons mots (a volte poco pertinenti) di pensatori e scienziati dell’antichità, del Medioevo e moderni, Mancuso arriva alla conclusione che per l’immortalità dell’anima non esistono prove (p. 123 e passim). Senza analizzare i motivi del dogma, egli si sofferma sull’esistenza o meno di un Dio personale e su problemi derivanti dalla domanda spontanea di perennità innata nell’uomo. La definizione, ribadita in tutto il corso del testo, dell’anima come energia impedisce di capire il senso delle dimostrazioni classiche e delle numerose conferme bibliche concernenti l’immortalità dello spirito umano. Non è qui il caso di contestare singole affermazioni del testo, che procede veramente a ruota libera (12).

L’Autore ritiene necessario dedicare poi il quinto capitolo, di 37 pagine, al tema della salvezza dell’anima. Innanzitutto dichiara che tutti i contenuti veicolati dal dogma del peccato originale (13) devono essere riformulati o abbandonati; concretamente Mancuso ritiene corretto parlare soltanto di «peccato del mondo». Prescindendo praticamente dalla teologia paolina, ma ricorrendo a Platone, Anassimandro e Bonhoeffer egli ritiene di dover «rifondare» fede e tradizioni (p. 168). Cercando allora di rispondere alla domanda se dobbiamo ancora essere salvati e se sì, da cosa e come, l’Autore spiega «da noi stessi e dalla vita disordinata (nel senso di sottoposta all’entropia)» (p. 173). Quanto al come, egli proclama che «non è la religione che salva: […] non sono i sacramenti, la Messa, i rosari, i pellegrinaggi, le indulgenze, la Bibbia» (p. 176), e oltre «non c’è alcuna esigenza di credere nella sua [cioè di Gesù] resurrezione dai morti per essere salvi» (p. 183). È ovvio che siamo agli antipodi di ciò che Paolo afferma in 1 Cor 15 e in molti altri passi.

Il sesto capitolo, di 18 pagine, è dedicato a «Morte e giudizio». Anche qui Mancuso, sulla base di rudimentali richiami biblici (tra i quali manca il testo principale Gn 2,17; 3,19) definisce i dati tradizionali come contraddittori (cfr p. 189);  quanto alla valenza della morte egli, in buona sostanza, va catalogato tra coloro che negano la reale problematicità della morte degli umani (14), posizione difforme dalla dogmatica cattolica. Sul criterio del giudizio dopo la morte, Mancuso invece di ricordare la classica formula paolina della fides caritate formata preferisce appoggiarsi a Platone, Marc’Aurelio, Pascal, Kant e Simone Weil.

I quattro capitoli seguenti, più sintetici dei precedenti, riguardano paradiso, inferno, purgatorio, e parusia e giudizio universale. Anche per il paradiso, la visione beatifica e la risurrezione dei corpi l’Autore compie una completa «demitizzazione», sempre argomentando da alcuni suoi assiomi non ulteriormente discussi quali l’identità tra spirito e materia, la concezione dell’anima come energia e l’eterna validità delle leggi fisiche. Egli stabilisce perciò che la distinzione tra immortalità dell’anima e risurrezione dei corpi è «del tutto infondata» (p. 223), che la concezione per cui le anime dei defunti vivono «un letargo simile alla morte» sarebbe «oggi maggioritaria tra i teologi e ancor più tra i biblisti» (p. 214) (15) e che «la convinzione che nessun intelletto creato può vedere l’essenza di Dio [è] la peggiore delle eresie» (p. 219), che «la credenza della risurrezione della carne appare nella sua inconsistenza fisica e teologica» (p. 225) e così via. Non è qui possibile commentare questa congerie di affermazioni anche perché le argomentazioni ora sono oscure, ora soltanto accennate sulla base di citazioni, di convinzioni e frasi di pensatori di ogni epoca. Ci limitiamo a segnalare che, in contesto escatologico, il termine «eternità» ha due significati assai diversi, soltanto analogici: se si parla di quella di Dio, essa implica l’assenza di ogni successione e di ogni distinzione tra essenza e operazioni (16), mentre per gli altri esseri spirituali il termine implica la perennità de iure, non solo de facto, ma non esclude la successione temporale e questo risolve alcune antinomie che Mancuso crede di rintracciare nella dogmatica cattolica (17). Nonostante il profluvio di autori citati, pare che Mancuso non conosca la letteratura collegata al concetto di «risurrezione nella morte», che è la più recente querelle di carattere escatologico in campo cattolico (18).

Venendo poi a parlare dell’inferno, Mancuso dedica praticamente tutto il capitolo (ben 35 pagine) alla confutazione del dogma dell’eternità dello stesso. Anche qui, saltando da Agostino a Tommaso fino a von Balthasar, egli approda alla lapidaria affermazione per cui «parlare di eternità dell’Inferno è una contraddizione assoluta» (p. 263), oltre che poco evangelico. Si tratta dunque di scegliere tra apocatastasi e annichilazione dei reprobi: dopo aver a lungo esposto il pensiero di P. Florenskij, egli resta, per così dire, anceps, dopo aver fatto un peana dell’antinomia annunciata. Il lettore noterà la mancanza di analisi delle numerose affermazioni del Nuovo Testamento, con l’introduzione di errori teologici anche non lievi (19). Precisiamo qui, se fosse necessario, che la dottrina dell’apocatastasi, oltre che sempre condannata dal Magistero, è anche insostenibile fintantoché si vuol mantenere la reale libertà di ogni essere spirituale anche di fronte all’appello di Dio.

Dopo aver definito il purgatorio «una salutare invenzione», Mancuso afferma che l’unica modalità che gli appare «razionalmente legittima» è di concentrarlo nell’istante della morte (p. 279). La parusia infine è da lui definita come maggiormente bisognosa di essere ripensata (cfr p. 289). In definitiva il testo sostiene che non ci sarà alcun ritorno del Gesù glorioso; le frasi corrispondenti del Nuovo Testamento sono errori di Gesù e di Paolo. Per Mancuso è semplice anche spiegare perché «Dio non è mai intervenuto direttamente nella storia» e perché «non tutta la bibbia è parola di Dio»!

Conclusione

Se per teologia si intende la riflessione dell’intelletto umano illuminato dalla fede sulla Sacra Scrittura e sulle definizioni della Chiesa, allora il nostro giudizio complessivo su questa opera non può che essere negativo. L’assenza quasi totale di una teologia biblica (20) e della recente letteratura teologica non italiana, oltre all’assunzione più o meno esplicita di numerose premesse filosoficamente erronee o perlomeno fantasiose, conduce l’Autore a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica. A fronte di una relativa povertà di dati autenticamente teologici, la tecnica di accumulare citazioni da tutto lo scibile umano, oltre al rischio di distorcerne il senso reale ai propri fini poiché esse fanno parte di assetti logici a volte del tutto diversi, non corrisponde affatto alla metodologia teologica tradizionale (21).

In realtà non è facile neanche elencare tutte le matrici che Mancuso alterna e assomma nel corso dell’esposizione (platonismo, razionalismo gnostico, scientismo, eclettismo e così via): quello che comunque domina è il razionalismo convinto che di realtà di cui non si ha alcuna percezione sensibile o decisamente soprannaturali si possa discettare in analogia con le scienze fisico-biologiche. Nel contesto di notevolissima confusione sulla religione e la Chiesa tipica della cultura mediatica contemporanea, questo testo ci sembra che contribuisca ad aumentare tale confusione. L’Autore dichiara la sua disponibilità ad essere corretto: ma ciò, dato lo stile non sistematico e velleitario delle sue affermazioni, non è facile, poiché  si può confutare  soltanto ciò che è organicamente formulato al di dentro di un preciso assetto epistemologico.

(Corrado Marucci S.I., 
La civiltà cattolica, 1/2008, quad. 3783, pp.256-264)

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mercoledì, 13 febbraio 2008
sbatti il mostro in terza pagina

La cattedrale di Evry, in Francia, progettata dall’architetto Mario Botta. “Avvenire” di domenica (pag. 18) la segnala come «uno degli esempi più riusciti di architettura di nuove chiese».

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giovedì, 07 febbraio 2008
quattro riflessioni sul caso Ron Paul

Dal blog “Italians for Ron Paul”:

1) Il problema della libertà di informazione esiste, la vicenda internettiana di Ron Paul è positiva, dieci anni fa sarebbe stato impensabile il risultato di oggi. Però non è bastato. Bisogna proseguire su questa via, accelerare il transito all’informazione su internet di tantissime persone, anche medio-giovani e istruite che ancora non l’hanno fatto.

2) Dato per acquisito che Ron Paul ieri [5 febbraio] ha subito ancora brogli (in alcuni seggi il suo nome non c’era, mentre c’era quello di Giuliani e di Thompson) e che in generale la “democrazia” americana è strettamente pilotata, cos’è di Ron Paul che non ha convinto tanti elettori che pure l’hanno conosciuto? Come dice qualche commento al post precedente e come trovai sulla Cnn già dopo la Florida, in molti temono le proposte libertarie e privatistiche radicali nella sanità e nella previdenza.

3) Una dialogo non fazioso e non troppo teorico, dove si discutano i lati pratici positivi e negativi delle vedute liberale-libertaria e sociale-statale può essere utile, anche per noi, anziché parlare di “Berlusconi” e di “comunisti”? Facendo questa domanda tengo presente quel che ho accennato sopra, cioè che il movimento paulista è molto “misto”: se il motore della campagna fosse stato solo il movimento libertario (che peraltro in diverse sue espressioni ha pesantemente attaccato e diffamato Paul), non si arrivava neanche a Natale.

4) La scelta saggia di Ron Paul di restare nei repubblicani conferma che le terze vie, gli indipendenti, nei sistemi bipolari consolidati non fanno strada: se appena c’è un piccolo varco nei gruppi maggiori è utile infilarsi e contaminare fin dove si può. Per questo non credo all’efficacia neanche qui da noi di liste terziste o grilliste, come è stato scritto nei commenti. In ogni caso ci vuol un leader che sia “politico”, come Ron Paul: non è questa la sede per discutere di Grillo, ma lui tecnicamente non è un leader politico. Non vedendo un Ron Paul italiano all’orizzonte, sarebbe utile intanto diffondere a livello culturale - e chi può, a livello politico - lo schema e la sostanza del suo successo che comunque non è piccolo. In Europa, con sistemi politico-elettorali diversi, un’esperienza simile avrebbe sfondato…

(Andrea, qui)

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plausi e botte

mercoledì, 30 gennaio 2008
ex partibus fidelium

Torno nuovamente sulle omelie di Tomas Tyn intorno a san Tommaso, stimolato da questo bel post di Claudio. C’è un punto della Summa contra Gentiles che, meglio di altri, può aiutarci a capire quanto del metodo di Tommaso sia applicabile ancora oggi e quanto, invece, risulti inevitabilmente legato al suo tempo. Si trova al libro I, quando l’Aquinate propone alcuni riflessioni su come dibattere con quanti non accettano la fede cattolica. Il sottotitolo dell’opera, non per nulla, è proprio “Liber (o iter) de veritate catholicae fidei contra errores infidelium”.

Tommaso, ovviamente, si fonda sul dialogo, un «dialogo signorile», come dice bene padre Tyn, perché «nessuno è più signore di San Tommaso in queste cose, tuttavia un dialogo in vista della conversione… In San Tommaso non c’è una specie di commercio, del tipo “noi vi diamo un pezzettino del nostro dogma e voi ci concedete qualche cosa d’altro”. Oppure, parlando con i luterani, dire ad esempio: “voi accettate la Madonna e noi vi sacrifichiamo i Santi”… Per San Tommaso non ci sono compromessi, la pienezza della verità c’è nella fede cattolica, e non per merito nostro, ma per bontà e per grazia di Dio».

Ecco una prima differenza tra l’epoca nostra e la sua (una differenza accidentale, però). Mentre oggi il dialogo è sempre più concepito (assurdamente) come il fine di un confronto interreligioso, Tommaso valuta il dialogo per quello che è: cioè un mezzo. Questo, d’altronde, significa che la riflessione deve incentrarsi piuttosto sui fini da assegnare al dialogo. Non è possibile che il dialogo sia fine a se stesso. Quindi occorre intendersi su ciò cui si vuol pervenire attraverso il dialogo.

Nel caso del dialogo interreligioso (che è cosa diversa dal dialogo ecumenico), oggi diremmo che il fine, più che la reciproca conversione, è innanzitutto l’amicizia reciproca, la convivenza, l’accettazione di uno spazio comune. Il che è prudente e sensato: ma la cosa non rientra nell’orizzonte di Tommaso, ed è qui che la differenza fra l’epoca sua e la nostra, o meglio fra il cattolicesimo dell’epoca sua e della nostra, diventa sostanziale.

Tommaso, prosegue Tyn, dice anche che «per dialogare con gli infedeli, in vista della conversione, bisogna sempre procedere fondandosi su quello che loro ammettono». Ecco il genio. Dopo aver chiarito il fine del dialogo, che nel suo caso, piaccia o meno, è la conversione dell’altro alla propria fede, bisogna intendersi sul metodo da adottare.

Tommaso propone di partire da ciò che è condiviso dagli interlocutori. Nel caso degli ebrei, ad esempio, sarà buona cosa partire da quello che noi definiamo Antico Testamento: se necessario, evidenziandone le contraddizioni e le difficoltà, che i cristiani ritengono appianarsi alla luce di Cristo. Con i cristiani “eretici”, invece, la discussione dovrà per forza di cose fondarsi sul Nuovo Testamento, e sulla loro comprensione di quel che vi viene annunciato: cioè la Persona di Gesù, il Verbo di Dio (qui Tommaso ci ha visto giusto: sono molti gli esegeti protestanti che sono passati al cattolicesimo, dopo anni di studio e di polemiche; ma è anche vero che una certa esegesi moderna, di taglio protestante, si pone più volte in aperto conflitto con alcuni elementi dell’apparato dottrinale cattolico).

Infine, si giunge ai mussulmani. Qui Tommaso è ancora una volta figlio del suo tempo, dato che non riesce a scorgere pienamente nell’islam una propaggine dei sistemi religiosi giudaico-cristiani. L’islam è percepito come qualcosa che non appartiene alla “civiltà cristiana” (che non è composta solo da cristiani): i musulmani, pertanto, sono assimilati ai “pagani”, il loro status è differente da quello di ebrei ed “eretici”.

Ma la grandezza di Tommaso sta in questo: laddove si abbia a che fare con qualcuno che non condivide le nostre stesse basi religiose (ad es. uno stesso corpus di testi), non resta che il ricorso a qualcosa che, come uomini, non possiamo non condividere: ed è il lume della ragione. Commenta padre Tyn, non senza rilevare l’“ottimismo” dell’Aquinate: «natura non deficit in necessariis, la natura non viene meno nelle cose necessarie, non manca il lume della ragione naturale, e quindi si può sempre disputare sul terreno della filosofia».

Tommaso, però, non poteva prevedere una cosa: il carattere profondamente religioso dell’ateismo moderno. Sto per dire qualcosa che non mancherà di irritare. Eppure, a chiunque è capito di discutere con un “ateo”: non parlo del semplice “non credente”, ma proprio dell’ateo “militante” (un essere generalmente assai rumoroso e dogmatico); difficile sottrarsi all’impressione che, dialogando e dialogando, non se ne cavi un ragno dal buco (a scanso di equivoci, preciso che il mio riferimento non è a persone che leggono, abitualmente o meno, questo blog, ma a individui bizzarri come il Malvino di cui parla Claudio, o come Odifreddi, Flores D’Arcais, Onfray, e via dicendo).

E non mi riferisco a un dialogo finalizzato alla “conversione”, ma più semplicemente ad un dialogo finalizzato alla comprensione e al rispetto reciproci. Per tanto che ci si impegni, la strada è quasi sempre bloccata da un elemento irrazionale, da un’ostinata volontà di non supporre, nemmeno lontanamente, la possibilità che l’altro (cioè il credente, e in particolare il credente cattolico) possa avere qualche ragione. Credo che dovremmo cominciare a parlare di dialogo interreligioso anche nei confronti di questo tipo di ateismo, che rifiuta la ragione.

A questo punto, riconosciutone il carattere intimamente religioso (la storia dell’ateismo rientra di diritto nella storia delle religioni), Tommaso cosa ci consiglierebbe di fare? Ritengo che suggerirebbe di armarsi di santa pazienza e di acribia intellettuale, per denunziare il carattere incongruente e immaginoso dei miti di codesta nuova religione, per criticarne le forme culturali e i tic mentali, per sottoporne le pratiche rituali ad attento esame, disegnando profili sociologici, storie dei mutamenti dottrinali (in genere pochissimi), psicologia. Ma senza perderci troppo tempo: in fondo, ci sono cose più urgenti - e interessanti - da fare.

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tomismo essenziale, plausi e botte

mercoledì, 16 gennaio 2008
Paul Feyerabend e i 67 laiconi

«In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato».

Così, a quanto si legge, recitava uno dei proclami diffusi dai 67 docenti della Sapienza, contrari alla
lectio magistralis di Benedetto XVI. Tra i motivi (o i pretesti?), una frase dell’epistemologo (anarchico e agnostico) Paul K. Feyerabend sul caso Galileo, citata e discussa dal Card. Ratzinger anni prima. Ecco allora alcuni passaggi (deliberatamente provocatori) del libro di Feyerabend, donde il Papa trasse a suo tempo la citazïon della discordia (Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, 1975, trad. L. Sosio):

Condizioni attuali della ricerca scientifica.


«
Contrariamente alla sua antecedente immediata, la scienza del tardo secolo XX ha rinunciato a tutte le sue pretese filosofiche ed è diventata un’attività economicamente importante, che plasma la mentalità di coloro che la praticano. Un buon stipendio, una buona posizione rispetto al capo e ai colleghi nella propria “unità” sono le principali ambizioni di queste formiche umane, le quali eccellono nella soluzione di piccoli problemi ma non riescono a dare un senso a tutto ciò che va oltre il loro ambito di competenza. Le considerazioni umanitarie sono pressoché ignorate, e lo stesso vale per ogni forma di progresso che vada oltre i miglioramenti locali. I risultati più gloriosi della scienza del passato sono usati non come strumenti di illuminazione, ma come mezzi di intimidazione, come è emerso in alcune discussioni recenti concernenti la teoria dell’evoluzione. Se qualcuno riesce a far compiere qualche passo avanti, gli specialisti saranno pronti a trasformare la scoperta in una clava con la quale costringere tutti a sottomettersi» (p. 154).

“Razionalità” e “irrazionalità” dell’impresa scientifica.


«
Se è razionale solo l’accettazione di teorie provate, se è irrazionale conservare teorie che siano in conflitto con asserzioni-base accettate, allora l’intera scienza è irrazionale (…). Taluni programmi di ricerca scompaiono non perché le argomentazioni che sono alla loro base vengono sconfitte al livello delle idee, ma perché i loro difensori vengono uccisi nella lotta alla sopravvivenza» (pp. 162-164).

La necessaria frammentazione della scienza.


«
La scienza è frammentata in numerose discipline, ciascuna delle quali può adottare un atteggiamento diverso nei confronti di una determinata teoria, e le singole discipline si frammentano inoltre in scuole» (p. 166).

Il potere degli scienziati.


«
La scienza regna sovrana, perché coloro che la praticano sono incapaci di comprendere, e non sono disposti ad ammettere, ideologie diverse, perché hanno il potere di imporre i loro desideri, e perché usano questo potere esattamente come i loro predecessori usarono il loro potere per imporre il cristianesimo» (p. 243).

Per una separazione fra Stato e scienza.


«
La separazione fra Stato e Chiesa dovrebbe essere integrata dalla separazione fra Stato e scienza. Non dobbiamo temere che una tale separazione possa condurre a un crollo della tecnologia. Ci saranno sempre individui che preferiranno dedicarsi alla scienza per essere padroni del loro destino, e che si sottometteranno volentieri al genere più meschino di schiavitù (intellettuale e istituzionale), purché siano pagati bene e purché ci siano attorno a loro persone che ne esaminino il lavoro e ne cantino le lodi.

La Grecia
si sviluppò e progredì perché poteva contare sul lavoro di schiavi, per quanto recalcitranti. Noi dobbiamo svilupparci e progredire con l’aiuto di numerosi schiavi volontari nelle università e nei laboratori, schiavi che ci forniscono pillole, gas, elettricità, bombe atomiche, cibi surgelati e, occasionalmente, anche qualche favola interessante. Dobbiamo trattare bene questi schiavi, dobbiamo anche stare ad ascoltarli, perché di tanto in tanto hanno storie interessanti da raccontarci, ma non dobbiamo permettere loro di imporre la loro ideologia ai nostri figli, sotto la maschera di teorie progressiste dell’educazione
» (p. 244).

Il giudizio mitologico della scienza.


«
Il modo in cui noi accettiamo o ripudiamo idee scientifiche è radicalmente diverso dai procedimenti decisionali democratici. Accettiamo leggi scientifiche e fatti scientifici, li insegniamo nelle nostre scuole, ne facciamo la base di importanti decisioni politiche, ma senza averli mai sottoposti a una votazione. Gli scienziati non li sottopongono al voto – o almeno così dicono – e certamente ciò vale a maggior ragione per i profani (…). La società moderna è “copernicana” non perché il copernicanesimo sia stato messo ai voti, sia stato oggetto di una discussione democratica e poi votato a maggioranza semplice; è “copernicana” perché gli scienziati sono copernicani e noi accettiamo la loro cosmologia così acriticamente come un tempo si accettava la cosmologia di vescovi e cardinali.

Anche i pensatori audaci e rivoluzionari si sottomettono al giudizio della scienza. Kropotkin voleva infrangere tutte le istituzioni esistenti, ma non toccò la scienza (…). Evans-Pritchard, Lévi-Strauss e altri hanno riconosciuto che il “pensiero occidentale”, lungi dall’essere un picco solitario dello sviluppo umano, è turbato da problemi che non si riscontrano in altre ideologie: ma escludono la “scienza” dalla loro relativizzazione di ogni forma di pensiero. Anche per loro la scienza è una struttura neutrale contenente una conoscenza positiva che sarebbe indipendente dalla cultura, dall’ideologia e dal pregiudizio
» (p. 246).

La nascita dell’astronomia moderna.


«
L’astronomia moderna ebbe inizio col tentativo di Copernico di adattare le vecchie idee di Filolao ai bisogni della predizione astronomica. Filolao non era uno scienziato preciso, bensì, come abbiamo visto (cap. 5), un pitagorico dalle idee piuttosto confuse, e le conseguenze della sua dottrina furono definite “incredibilmente ridicole” da un astronomo di professione come Tolomeo (cap. 4, nota 4). Lo stesso Galileo, che aveva dinanzi a sé la versione copernicana, molto migliorata, delle idee di Filolao, dice: “Non posso trovar termine all’ammirazion mia, come abbia possuto in Aristarco e nel Copernico far la ragion tanta violenza al senso, che contro a questo ella si sia fatta padrona della loro credulità” (Massimi sistemi, Ed. Naz., VII, 355). Qui la parola “senso” si riferisce alle esperienze che Aristotele  e altri avevano usato per dimostrare che la terra dev’essere in quiete. Ma la “ragione” che Copernico oppone alle loro argomentazioni è la ragione mistica di Filolao, combinata con una fede ugualmente mistica (“mistica” dal punto di vista dei razionalisti d’oggi) nel carattere fondamentale del moto circolare. Io ho dimostrato che l’astronomia moderna e la dinamica moderna non avrebbero potuto progredire senza quest’uso ascientifico di idee antidiluviane» (p. 248).

Nota.
I rinvii sono all’edizione nell’Universale Economica Feltrinelli, Milano 2002.

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laici e laicità, plausi e botte

lunedì, 14 gennaio 2008
appunti sulla gnosi monetaria (3)

Luigi Copertino ha risposto ad apprezzamenti e critiche in un commento (qui), che merita maggiore visibilità:

«
Ringrazio tutti i lettori. Quelli che apprezzano ed anche quelli che benevolmente apportano critiche. A questi ultimi vorrei segnalare che i miei riferimenti bibliografici sono nelle note. Invito in particolare ad approfondire gli studi di diritto monetario del Prof. Giacinto Auriti che fu (purtroppo è morto nel 2006) ordinario delle cattedre di teoria generale del diritto e di diritto della navigazione presso l’Università di Giurisprudenza di Teramo (di cui fu cofondatore). E’ stato uno dei miei maestri, essendomi laureato presso quell’Università ed avendo frequentato un suo corso di perfezionamento in diritto monetario. Quegli studi, tecnicamente giuridici, ho cercato poi di supportare con nozioni di storia che Auriti non sempre approfondiva adeguatamente. Approfondimento storico ma anche in direzione filosofica e “teologica”.

Auriti balzò agli onori delle cronache qualche anno fa per le sue denunce alla procura della Repubblica contro la Banca d’Italia per truffa (la questione della “falsa cambiale”: naturalmente nessun procuratore si sognò di porsi contro il potere central-bancario) e per l’ideazione di una moneta popolare, il simec (simbolo econometrico), che egli fece girare nel suo paese d’origine, Guardiagrele, in provincia di Chieti, in Abruzzo, con grande temporaneo successo (fu usata per due mesi dalla popolazione, con un incremento di ricchezza di circa due miliardi di lire - così calcolò la Finanza - fino a quando per intervento della Procura della Repubblica di Chieti, su sollecitazione della Banca d’Italia, l’esperimento fu vietato ed Auriti denunciato: è poi morto prima del processo). La sua iniziativa (analoghe iniziative sono tuttora in atto in città americane come Itaca e canadesi come Halifax) ebbe risonanza mondiale: vennero ad intervistarlo troupe televisive da tutte le parti, CNN, BBC, etc. Riconoscimenti alla sua teoria sono stati pubblicamente effettuati da diversi studiosi europei ed americani.

Tutto questo per dire che quel che ho scritto lo devo a questo grande uomo di cui, essendo stato amico personale, posso attestare la notevole preparazione giuridica (lui sosteneva che della moneta gli economisti non capiscono nulla perché la moneta è innanzitutto una fattispecie giuridica) e la grande umanità oltre, e sopratutto, la grande fede cristiana (il suo pallino era quello di “cristianizzare” la moneta per farne strumento di bene sociale). Certo devo attestare anche il suo carattere barricadiero (che tuttavia lo rendeva molto simpatico benché spesso irruento).

Detto questo, vorrei aggiungere che il mio articolo è una lettura della storia monetaria che necessita di un presupposto: la convinzione che nella storia dell’umanità agiscono anche “forze” preaternaturali che tentano l’uomo al male nell’apparenza del bene. Attenzione: nessun complottismo dietrologico. Non affermo l’esistenza di congreghe di uomini che in segreto elaborano fantastici piani per il dominio del mondo. Affermo soltanto, con Santa Romana Chiesa, l’esistenza di forze non umane e luciferine la cui seducente attività è possibile rintracciare nella storia dell’uomo. Possiamo, più cristianamente, parlare di “gnosi spuria”, di “mistero di iniquità”. Quel che è importante capire è che questo livello “metafisico” esiste ed agisce (provate a leggere, per esempio, il libro di Giorgio Galli, che pure ne tratta “laicamente”, Hitler ed il nazismo magico. Le origini esoteriche del reich millenario, è potrete palpare con mano l’incidenza di tali esoterismi e gnosticismi nella storia).

Pertanto, sebbene gli studi di tipo “weberiano” (nel senso sociologico-storico della parola) sui rapporti tra religione e economia, come quelli del Todeschini, siano importanti per capire molte cose, invito a fare un passo ulteriore, che non è solo culturale, per leggere in controluce certi eventi storici in un'ottica di teologia della storia. E’ un caso che il Paterson fosse rosacruciano? E’ casuale la libido prometeica che traspare dall’idea di dotarsi di un potere creativo ex nihilo capace di condizionare la vita altrui? Personalmente non credo. Nulla di più fuorviante ritenere il “sacro” ed il “profano” come opposti o del tutto separati (ammesso che esista qualcosa di profano e non di eminentemente creaturale e quindi caratterizzato da quella bontà impressavi dal suo Creatore).

Tutto il mio discorso, in sostanza, è finalizzato a tentare una comprensione, senza pretese né messianiche né di completezza, del “mistero” della storia: per questo mi avvalgo anche di studi storici, giuridici, economici ma come indispensabile strumento per gettare un po’ di luce sul significato ultimo, che capiremo solo nell’aldilà, ed alla fine della storia, degli eventi umani. Saluti a tutti. E grazie ancora per apprezzamenti e critiche
».

A titolo personale - avendo deciso di trasformare questo commento di Luigi Copertino in un post - pregherei di non porgli ulteriori domande, e di limitare eventuali osservazioni: questo, più che altro, per non abusare della sua disponibilità.

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plausi e botte

venerdì, 11 gennaio 2008
era scritto nel suo DNA

Sono molto simpatici, e davvero stimolanti, gli interventi che il fisico Alessandro Giuliani sta scrivendo per il portale spammone Bene comune (*). Il primo, del 19 novembre, s’intitola “Limiti e sfide della scienza, oltre il trionfalismo e il dogmatismo”, e comincia così:

«Di questi tempi, sembra che i nodi legati alla scienza, alla tecnica e al loro ruolo nella società siano molto frequentati. Ne parlano politici, filosofi, teologi, spesso anche scienziati-divi-mediatici che a vario titolo intervengono sulle pagine dei giornali o in televisione.

Anche se spesso ne danno una valutazione morale opposta, tutte le persone sopra indicate sembrano essere d’accordo su un assunto fondamentale: la scienza è in un periodo di sviluppo impetuoso che sta provocando un aumento esponenziale delle nostre capacità di controllo sul mondo. Niente di più falso.

La scienza è in un periodo di profonda crisi e ripensamento delle sue stesse basi conoscitive: l’odierno sviluppo tecnologico (che alza una fitta cortina fumogena sulla crisi del pensiero scientifico) rappresenta l’onda lunga di principi scientifici stabiliti più di cinquanta anni fa, e la supposta potentissima biotecnologia è, da un punto di vista di ricadute pratiche, un malinconico fallimento.

Il numero di nuove medicine disponibili sul mercato è rapidamente crollato nel corso degli ultimi tre decenni, Overington e colleghi hanno valutato che il 76% delle nuove medicine sviluppate tra il 1989 ed il 2003 hanno come bersaglio ricettori (molecole proteiche a cui il farmaco si lega per esercitare la sua azione nell’organismo) già noti prima dello sviluppo della moderna biologia molecolare, e soltanto per il 6% possiamo affermare siano stati prodotti su acquisizioni scientifiche sviluppate negli ultimi trenta anni; per quelle mancanti semplicemente non abbiamo la seppur pallida idea di come e perché funzionino. Discorso analogo vale per i continui insuccessi degli OGM in agricoltura, per il totale fallimento della terapia genica o delle cellule staminali.

Ora, queste cose non sono scritte nel blog di qualche comico, ce le diciamo in continuazione nei corridoi dei congressi, tanto che un po’ ci siamo anche stufati; l’articolo prima citato [di Overington] si trova in una delle più prestigiose riviste scientifiche di tutto il mondo (Nature) ed altri ancora se ne trovano anche di molto violentemente espliciti [...].

Purtroppo la scienza costa, e in tutto il mondo sviluppato (con la notevole eccezione del Giappone, che sembra avere una politica molto più lungimirante) si è innestato un meccanismo perverso che funziona più o meno così: Tu scienziato racconti che sei sul punto di fare delle scoperte sensazionali che cureranno un sacco di malattie, la gente ti crede grazie al credito che la scienza ha acquisito, le azioni delle aziende biotech crescono a dismisura col solo annuncio, e in cambio tu hai i denari per la ricerca (che però devi sempre raccontare che ha un fine eminentemente pratico, e perciò deve essere di breve respiro e riconfermare il già noto)» (continua qui).

Il secondo, del 21 dicembre, si intitola invece “Tre risposte per tre affermazioni”, e tratta del sensazionalismo regnante nella divulgazione scientifica, che scaturirebbe secondo Giuliani dal desiderio di «contrabbandare la scienza come la nuova e definitiva religione rivelata». Tra gli effetti del sensazionalismo, il fisico annovera
la trasformazione della scienza in un «sapere chiuso e arrogante», e lo snaturamento stesso dell’indagine scientifica, il cui fine principale dovrebbe essere la contemplazione del mondo [Aristotele!] e la ricerca del bene comune. La riflessione prosegue con tre semplici esempi, il primo dei quali è il seguente:

«Era scritto nel suo DNA. Questa frase, che compare nei resoconti degli eventi più diversi e nelle noiosissime litanie sulle scoperte dei geni per l’intelligenza, del cancro, della generosità e via delirando, implica una concezione degli organismi viventi come dotati di una sala di controllo simile a quella dei jet di linea, dove l’accensione o lo spegnimento di un bottone provoca una conseguenza ben determinata e prevedibile sul funzionamento del velivolo.

Niente di più falso. Se si escludono poche decine di malattie genetiche (per altro molto rare), la cui causa è ascrivibile alla presenza o assenza di un certo gene, decenni di ricerca genetica non hanno dimostrato nessun legame stabile (neanche su base statistica) tra la comparsa di caratteri o malattie e la presenza di un certo determinante genetico. Recenti studi su decine di migliaia di gemelli monozigoti (che quindi condividono l’intero patrimonio genetico) hanno definitivamente dimostrato che la diversità fra le cause di morte di due gemelli monozigoti è esattamente la stessa di quella osservata in due fratelli qualsiasi.

Non solo, ma anche la concezione del gene come di un ben specifico segmento del DNA univocamente definibile (e quindi trasferibile da un organismo all’altro o comunque modificabile) è recentemente crollata, a seguito del cosiddetto progetto ENCODE, lo studio dell’intero “tragitto biologico” di un insieme di tratti del DNA dalla loro sequenza di nucleotidi (come appaiono nella molecola del DNA) alle proteine prodotte (le proteine sono le “macchine molecolari” che in qualche modo traducono l’informazione genetica in reazioni chimiche, strutture molecolari, segnali biochimici).

Il fatto poi che il numero di proteine sia di un ordine di grandezza superiore a quello dei geni mina alla base il paradigma genetico deterministico. Piuttosto che ad una pulsantiera di jet, il sistema di controllo della cellula assomiglia di più ad una rete, il cui funzionamento deriva dalle interazioni di migliaia di elementi: lo stesso comportamento può derivare da miriadi di diverse configurazioni possibili» (versione integrale qui).

(*) Io speriamo che non mi spammano pure a me.

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lunedì, 07 gennaio 2008
Ron Paul e l'Avvenire

Si confronti questo:

Dino Boffo [direttore del quotidiano cattolico Avvenire] ha spiegato che il suo obiettivo non è tradurre in piccolo i grandi quotidiani come il Corriere della Sera o Repubblica, ma concentrarsi su alcuni argomenti e svilupparli in maniera approfondita. In particolare la sezione Esteri è unanimemente considerata molto interessante.

Con questo (o qu