«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
Se hai tempo da buttare, leggi le LETTERE DALLA CAMPAGNA
«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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La storia è nota. Nel 1974, alla fine di novembre, il regista tedesco Werner Herzog viene a sapere che la sua cara amica Lotte Eisner è gravemente malata. No non può essere, non in questo momento, dice lui, non posso permettere che muoia. Decide allora di percorrere a piedi, in linea retta, il tragitto che li separa: Monaco-Parigi. E parte. Munito di una bussola, una sacca e un paio di stivali buoni. Giunto a destinazione, un mese dopo, Lotte è guarita. E vivrà per altri otto anni. Il racconto del viaggio diventa una specie di ex voto, col titolo Sentieri nel ghiaccio (ristampato in questi giorni da Guanda). Un uomo che fa questo, comunque la pensi, merita tutto il mio rispetto.
P.S. La frase del titolo è presa da qui. Ah, sarò via per una settimana circa (a piedi). Fate i bravi e buona Pentecoste. A presto!
Una vera manna per chi scrive di cose orali. Tutti i numeri della rivista “Oral Tradition” (che si pubblica dal 1986) sono integralmente consultabili on-line.
È finalmente on-line la replica completa di Peter Jeffery (in pdf) all’esorbitante recensione di Scott Brown (ne parlavamo qui), mentre nella pagina personale dello stesso Jeffery (docente di Storia della musica a Princeton) c’è un rimando a tutte le reazioni al suo ultimo volume, The Secret Gospel of Mark Unveiled: Imagined Rituals of Sex, Death, and Madness in a Biblical Forgery (Yale University Press, New Haven 2006). Loren Rosson fa il punto della situazione, qui.
Raduno qui alcune indicazioni bibliografiche su Rocco Montano segnalate da vari lettori:
1) opere di Rocco Montano sono tuttora ordinabili, a poco prezzo, presso la casa editrice napoletana Ferraro, che detiene i diritti sulle edizioni Marzorati e G.B. Vico;
2) nei siti maremagnum, marelibri e zvab è possibile ancora reperire qualche suo libro;
3) in commercio sono ad oggi disponibili i seguenti testi: Cinque saggi. Dante Ariosto Manzoni Pascoli D’Annunzio, Il Coscile 2004; Comprendere Manzoni. Guida critica ai Promessi sposi, Ermes 2004; Arte, realtà e storia. L’estetica del Croce e il mondo dell’arte, Marsilio 2003 (qui, nella postfazione, il curatore Francesco Bruni traccia un profilo sintetico ma pregnante dell’Autore);
4) nelle biblioteche, oltre ad eventuali suoi testi, non si dimentichino: Estetica del pensiero cristiano, nella Grande Antologia Filosofica della Marzorati; e un importante saggio su Virgilio e Dante in Miscellanea di studi in onore di Vittore Branca / Dal Medioevo al Petrarca, vol. I, Olschki 1983;
5) esiste un pregevole contributo collettivo dedicato a Montano, corredato di una accuratissima bibliografia integrale: Letteratura e impegno. Il pensiero critico di Rocco Montano (a cura di F. Bruni e P. Cherchi), Olschki 2003;
6) si può acquistare un importante libro di critica dantesca di un allievo del Nostro: Antonio C. Mastrobuono, Essays on Dante’s Philosophy of History, Olschki 1979; dello stesso, reperibile sia pur con fatica su qualche sito internet, esiste anche il più recente e corposo Dante’s Journey of Sanctification, Gateway Editions 1990;
7) maestro di Montano fu un altro grandissimo dimenticato, Giuseppe Toffanin, di cui è in commercio un solo, bellissimo, testo: La fine dell’umanesimo, Vecchiarelli 1992; ma in biblioteca, o su internet, bisogna procurarsi senz’altro i 4 volumi della stupenda e dirompente Storia dell’umanesimo;
8) un utile e riassuntivo paper di Montano su Vico e, soprattutto, un interessantissimo saggio di R. Digilio sui rapporti fra Montano e Del Noce, con numerose osservazioni di grande interesse su certe nefandezze della cultura “cattolica” italiana nel dopoguerra e sul compito urgente degli intellettuali di fronte alla crisi attuale, si trovano qui: Atti del “Convegno internazionale di studi su Augusto Del Noce”. Essenze filosofiche e attualità storica. Roma, 9-11 novembre 1995 (a cura di F. Mercadante e V. Lattanti), 2 voll., Edizioni Spes-Fondazione Del Noce, Roma 2000;
9) sono in corso di pubblicazione gli Atti di un Convegno promosso dal Comune di Stigliano, 13 aprile 2002.
Sono stupende le note che Rocco Montano, all’interno della sua Storia della poesia di Dante, dedica al canto XXI dell’Inferno e all’uso dello stile comico nella Divina Commedia. Ho l’impressione che il loro valore trascenda l’analisi del poema dantesco, e dica qualcosa anche sul nostro presente, come pure sullo stile che competerebbe a una sua rappresentazione fedele:
«È un mondo, quello in cui ora siamo [
Tuttavia sarebbe un errore cedere alla suggestione di questi vivaci dettagli, e credere che il Poeta abbia pensato a un intermezzo allegro della dolorosa visione. L’attenzione al particolare minuto e goffo, l’immediatezza visiva non possono farci dimenticare che siamo nell’Inferno, e che il Poeta va riscoprendo le esperienze più gravi della propria vita e di quella del mondo di cui aveva cognizione. Al di là delle figure, che sembrano convenzionali e puramente ridicole, dei diavoli, dei dannati messi a bollire, l’autore ha certamente sentito – e ci fa sentire – il fondo morale del male, la tentazione, il cedere dell’anima (…).
In una parte dell’Inferno occupata da forme di umanità e di peccato vili e prive di ogni grandezza, egli ha pensato a darci un esempio di stile comico, basso: si tratta di una scelta predeterminata, la quale ha poi, proprio essa, l’effetto di dare un tono popolaresco, spesso goffo e triviale, alla rappresentazione (il canto si chiude con uno dei più plebei versi che mai grandi poeti abbiano scritti).
Così ci troviamo – e la cosa non dovette né sfuggire né dispiacere al poeta – davanti a una figurazione popolaresca del mondo della perdizione, cioè d’una specie d’Inferno tipico, quale poteva concepirlo il popolo, coi diavoli dall’omero aguzzo, con la pece, le forche, le cose triviali e gli scherni, gli uncini, i peccatori portati sulle spalle dei demoni. Rimane, nel fondo della scena, il senso amaro e tragico della perdizione eterna (…). Nella grande sinfonia era necessario – almeno se siamo capaci di metterci nella sensibilità estetica e morale del Medioevo – anche questo “tempo” grottesco e buffo».
(Rocco Montano, Storia della poesia di Dante, 2 voll., Quaderni di Delta, Napoli 1962: vol. I, pp. 488-501)
Sì, avete letto bene. Sto segnalando l’uscita di un volume curato da Romolo Perrotta: Hairéseis. Gruppi, movimenti e fazioni del giudaismo antico e del cristianesimo da Filone Alessandrino a Egesippo (Città Nuova, Roma, pp. 600, euro 60): strutturato a mo’ di lessico, «offre informazioni relative a 44 eresie, in merito a denominazione, fonti dirette e indirette, tempi e luoghi di affermazione e diffusione, caratteristiche della vita quotidiana, elementi dottrinali, rituali e cultuali, vicende storiche salienti, contestualizzazione delle fonti scritte e dei loro autori».
Il titolo del post si riferisce ovviamente alla battuta di Vittorio Messori, più volte ripetuta in questo blog: “Le posizioni eretiche sono come quelle erotiche: poche e ripetitive”. Grazie al libro di Perrotta, apprendiamo oggi che il loro numero fino a Egesippo (II sec.) era pari a quarantaquattro (come i gatti in fila per sei col resto di due). Appo’ gli antichi, il buon Epifanio di Salamina ne elencò ottanta, quante furono le concubine del re Salomone (Ct 6,8). Filastrio di Brescia, ancor più ere/otomane, giunse al computo di centoventotto (più altre ventotto), anticipando
Questa sera (ore 18), presso la libreria Feltrinelli di piazza Ravegnana a Bologna, Valter Binaghi presenterà il suo nuovo libro. Io non potrò andarci, ma consiglio a eventuali lettori della zona di non lasciarsi sfuggire l’occasione.
Una recensione di Andrea Galli al libro di John Freely, Il messia perduto. La storia di Sabbatai Sevi e il misticismo della Qabbalah (Il Saggiatore, pp. 288, euro 22):
«Scriveva qualche anno fa Jerry Rabow nel suo studio sui “50 messia ebraici” (50 Jewish Messiahs, Gefen Publishing House, Gerusalemme-New York): “È facile assegnare il titolo di ‘più grande’ nelle diverse categorie: la figura storica più importante, il carattere più complesso, quello con il movimento più vasto, con il seguito più duraturo, quello più dannoso per il popolo ebraico. Tutti questi titoli vanno allo stesso messia, Sabbatai Sevi”.
Nato a Smirne nel 1626 da una famiglia sefardita dedita al commercio – il padre Mordekhai era al servizio della Compagnia britannica delle Indie orientali – allievo di Yosef Eskapa, rabbino capo della città, Sabbatai a diciotto anni gode già della nomea di valente cabalista, sia teorico che pratico. Nel 1648 però si autoproclama messia e, dopo un crescendo di provocazioni blasfeme, viene bandito dalla propria comunità.
Dà inizio così a un’avventura “mistico messianica” che lo porta nella sua predicazione a Costantinopoli, a Salonicco, indi al Cairo, dove prende in sposa la misteriosa Sarah, proveniente dalla comunità ebraica di Livorno e con la fama di “donna di fornicazioni” (ricorda Gershom Scholem che “la sua reputazione di prostituta la precedette in Oriente” e che “Sabbatai la sposò precisamente per quella ragione, per imitare il profeta Osea”).
Giunto in Palestina, Sabbatai incontra un astro nascente del cabalismo luriano, Natan di Gaza, che diviene suo braccio destro e profeta. È Natan, nel 1665, ad annunciare che l’anno seguente sarebbe stato l’inizio dell’era messianica e che Sabbatai avrebbe radunato le dieci tribù perdute d’Israele in terra santa. Denunciato alle autorità ottomane da numerosi rabbini, Sabbatai viene convocato alla corte del sultano Mehmed IV. Imprigionato e posto di fronte alla scelta se convertirsi all’islam o accettare il martirio, si converte prendendo il nome di Aziz Mehmed Effendi. Un’apostasia che ha l’effetto di un terremoto nel mondo della diaspora, in cui la fede nel liberatore Sabbatai aveva raggiunto dimensioni imponenti.
Da Amsterdam a Bordeaux, da Venezia a Safed, da Amburgo ad Aleppo, gran parte dei seguaci rifiuta l’atto ignominioso e riconosce con sofferenza nella “messianicità” di Sabbatai una tenebrosa mistificazione. Un’altra parte, invece, accetta la spiegazione teologica fornita da Sabbatai stesso: il messia, nel suo “abrogare
La storia di Sabbatai e delle conseguenze della sua predicazione antinomista, in buona parte rimossa dalla storiografia ufficiale, è fluita da allora come un fiume carsico nella cultura ebraica ed europea. A riportarla pienamente alla luce è stato, com’è noto, Gershom Scholem, soprattutto col monumentale Sabbatai Zevi, il Messia mistico del 1973, riaccendendo un interesse per quelle complesse e tortuosissime vicende che non si è più spento.
Così, se in Turchia è da poco uscito in libreria Sabatay Sevi ve Sabataycilar. Mitler ve Gerçekler (“Sabbatai e i sabbatiani. Miti e verità”, Asina Kitaplari edizioni, Ankara) dello storico e specialista della materia Cengiz Sisman, Il Saggiatore propone la traduzione italiana di The Lost Messiah, biografia scritta nel 2001 dall’americano John Freely, eclettico docente di storia della fisica a Istanbul, con la passione per la storia dell’impero ottomano.
Uno studio, questo, in cui Freely condensa i risultati di una ricerca pluridecennale su Sabbatai, ricostruendo con acribia numerosi passaggi poco noti o nebulosi della sua parabola: dal viaggio in incognito a Roma, per conto del “Messia”, di Natan di Gaza, il quale portò a termine la sua esoterica missione “gettando nel fiume [ Tevere] un rotolo con su scritto: ancora un anno e Roma sarà distrutta”; ai rapporti iniziatici fra il movimento sabbatiano e la confraternita dei sufi Bektashi; al ruolo giocato nella nascita della Repubblica turca, tramite l’organizzazione dei Giovani Turchi, da parte dei cosiddetti Dönmeh, discendenti di quei sabbatiani che, come il loro maestro, scelsero di abbracciare un essoterismo islamico mantenendo nel segreto i propri culti (David Bey, uno dei tre Dönmeh che ricoprirono nel 1909 la carica di ministro nel primo governo dei Giovani Turchi, era un discendente diretto di Berekyah Russo); ecc. Fino all’identificazione della sepoltura perduta di Sabbatai, che Freely ritiene di aver scoperto a Berati, in Albania. Mentre tutti pensavano si trovasse in Montenegro».
(Andrea Galli, “Avvenire”, 29/03/2008, p. 27)
Non sono un gran lettore di narrativa, men che meno di narrativa contemporanea. Vuoi per necessità, vuoi per abitudine, le cose che leggo sono in prevalenza testi classici o saggistica (gli ultimi due, giusto per dare un’idea del grado di alienazione, sono questo e questo). Insomma, di solito arrivo al massimo a Graham Greene, o a Flannery O’Connor, e non passo oltre. È un mio limite? Probabilmente sì, ma registro con cura tutte le eccezioni alla regola: come questo romanzo di Valter Binaghi, che mi accompagna da ieri sera e che trovo formidabile (copertina a parte…). Di cosa parla, lo spiegano molto bene Faber, qui, e Carlo Gambescia, qui.
È
Come informa la quarta di copertina, «gli scritti raccolti in questo volume appartengono a diverse fasi storiche dell’elaborazione teoretica e scientifica del grande genio russo. Riproposti nella loro successione cronologica, scandiscono alcune delle tappe fondamentali del suo percorso di ricerca: dalla conclusione degli studi matematici all’Università di Mosca 1904, intrisi ancora dalle inebrianti scoperte e potenzialità delle teorie di Georg F. Cantor, all’ardito e maturo progetto di “antropodicea” incentrato sull’incarnazione della forma, fino agli appunti sulla fisica al servizio della matematica, trascritti poco prima dell’arresto».
Il volume è pubblicato a cura di Natalino Valentini e Alexandre Gorelov.
Nell’attesa che l’indice e gli estratti di “Catholica” n. 98 vengano offerti on line, fornisco qualche anticipazione sui contenuti del numero, e in particolare su alcuni contributi della sezione monografica.
L’intervento di apertura, La démocratie contre la république (pp. 12-28) è firmato da Claude Polin. Tesi centrale dell’articolo, molto forte, è che una fede cieca nell’idea di “sovranità popolare” conduca necessariamente all’eclissi del bene comune e alla progressiva privatizzazione della cosa pubblica.
Il giurista spagnolo Miguel Ayuso, segretario della Fondazione Francisco Elías de Tejada, è invece autore di un secondo intervento, L’État, la société civile, le club privé (pp. 29-40): una difesa dell’idea di comunità secondo il pensiero classico e cattolico, e insieme una critica dell’ingannevole slogan “meno Stato, più società”.
L’ampia intervista di Bernard Dumont (direttore della rivista) a Giovanni Turco, ricercatore italiano di filosofia politica, intende offrire alcuni chiarimenti intorno a una nozione che oggi si presta a varie distorsioni: quella di valore, soprattutto se declinata al plurale “valori” (pp. 41-55).
Une ecclésiologie de transition, di Claude Barthe (pp. 56-60), fornisce poi alcune riflessioni sul recente motu proprio del Papa, Summorum Pontificum: l’autore colloca il documento nel quadro di un coerente e positivo ripensamento della riforma liturgica post-conciliare; una “riforma della riforma”, secondo l’autore, sarebbe in realtà un proposito oggi auspicabile, e fedele alle intenzioni stesse del Vaticano II.
Homo sovieticus, homo americanus? è il titolo emblematico di una bella intervista, sempre a cura di Dumont, fatta al saggista croato Tomislav Sunić, a lungo docente di Dottrine politiche negli Stati Uniti (pp. 70-76). Sunić ha recentemente pubblicato un libro audace, Homo Americanus: Child of the Postmodern Age (Booksurge, Charleston 2007, 15.99 $), che al cap. secondo sviluppa una tesi abbozzata fra gli altri dal nostro Augusto Del Noce, per cui i sistemi della cultura sociale statunitense e di quella sovietica andrebbero valutati come sviluppi paralleli di una stessa radice.
Dulcis in fundo, segnaliamo il breve dossier sulle strategie d’azione dei cattolici nella società attuale: Problemes de minorités (pp. 99-113). La prima parte è firmata dal bravo Carlo Gambescia, che i lettori del nostro blog conoscono bene. La seconda ancora da Dumont, che dedica alcune pagine all’analisi della “comunità utopica” di Nomadelfia, fondata sessant’anni or sono dal sacerdote italiano Zeno Saltini. Dumont rilegge quest’esperienza confrontandola con quella – per certi versi analoga – dei kibbutzim in Israele. La sentenza conclusiva è significativa, e invita a una lettura integrale dell’articolo: «On retrouve ainsi la vieille figure du moralisme politique, avec une nuance cléricale très prononcée» (p. 112).
Era ora che qualcuno, in Italia, cominciasse a parlare di Martin Mosebach. Lo scorso ottobre, il quotidiano “Avvenire” aveva dato notizia, con una “breve”, dell’assegnazione a Mosebach del Premio Georg Büchner, il prestigioso riconoscimento letterario tedesco; ma senza nominare una delle opere più significative dello scrittore francofortese: Häresie der Formlosigkeit. Die römische Liturgie und ihr Feind (del 2002). Si tratta di un libro che, malgrado il titolo impegnativo, ha avuto un enorme successo di vendite in Germania, e che meriterebbe davvero una traduzione italiana. Io l’ho letto nell’edizione francese, La Liturgie et son ennemie. L’hérésie de l’informe, con prefazione di Robert Spaemann. Il libro è a metà strada tra autobiografia e saggio di denuncia, e racconta in nove capitoli, senza troppi estetismi, le impressioni di un fedele di fronte all’impoverimento della liturgia nel periodo post-conciliare.
Franco Cardini ha recensito per “Avvenire” l’ultimo libro di Michel Roquebert, I Catari e il Graal. Il mistero di una grande leggenda e l’eresia albigese (trad. it. San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, pp. 254, euro 22,50):
«Il Graal continua ad essere di gran moda: ma non si direbbe che, nonostante il baccano pubblicitario che gli si sta facendo intorno (o forse proprio a causa di esso), le idee diffuse sulla sua natura siano granché più chiare. Continua ad essere un “oggetto misterioso”: anzi, qualcosa di cui s’ignora perfino se sia in effetti un oggetto, cioè una reliquia, o la forma medievale e occidentale di un mito di sapienza e di potenza concentrato in un oggetto simbolico.
Nonostante ciò, gli strumenti a disposizione di chi volesse una buona volta capirne qualcosa, senza lasciarsi guidare dal Martin Mystère o dal Dan Brown di turno, ci sarebbero. Basterebbe ad esempio affidarsi al bel libro Il Graal. I testi che hanno fondato la leggenda, a cura di Mariantonia Liborio, con una Introduzione di Francesco Zambon (Mondadori, Milano 2005).
Parola che indicava un recipiente a forma di vassoio o di coppa in alcuni dialetti celto-latini (è superstite nel valdostano ‘grolla’), il Graal assurse a oggetto prezioso e carico di valore sacrale nel romanzo Perceval del trovatore Chrétien de Troyes, attivo in alcune corti principesche franco-orientali della seconda metà del XII secolo. Quello scritto ebbe tanto successo che ne nacque ben presto un vero e proprio ciclo cavalleresco, sviluppatosi in numerose e naturalmente non omogenee “continuazioni”: insomma, in una serie di “soap opera” che si diffusero dal Due al Quattrocento per poi scomparire alla fine del XV secolo.
E si capisce bene perché scomparissero: da una parte
Ma ancor oggi si stentano a diffondere, su questo tema, letture e conoscenze adeguate. Insieme con le tesi esoterico-occultiste sviluppate non tanto da personaggi come René Guénon o Julius Evola quanto dai loro numerosi “discepoli” ed epigoni, grande successo hanno avuto ad esempio i libri d’un curioso erudito tedesco, Otto Rahn, wagneriano e nazista – nonché, sotto il profilo storico-filologico, gran pasticcione –, innamorato di quel “Paese pirenaico” nel quale sorge la rocca di Montségur (l’ultima fortezza catara, conquistata solo nel 1244 dai crociati). Rahn aveva fantasiosamente connesso il simbolo graalico con la fede catara.
Il movimento neocataro, sviluppatosi nel Novecento soprattutto tra le popolazioni francomeridionali, dove forti sono i gruppi che sognano l’autonomia di una “Occitania” estesa dalla sponda destra del Rodano a Barcellona e alla Loira, ha teso a presentarsi come la facies religiosa dell’irredentismo, addebitando alla Chiesa cattolica e alle sue scelte nel Duecento la fine della libertà occitana.
Le cose stanno naturalmente in modo ben più complesso. Tra XII e XIII secolo in Occitania (come anche altrove, ad esempio in Lombardia e in Toscana) il movimento religioso cataro (che si presentava come un’istanza di ritorno alla purezza cristiana delle origini, ma era in realtà una vera e propria religione dualista, che contrapponeva il Bene e il Male e scorgeva quest’ultimo in ogni manifestazione della materia, creazione compresa) parve addirittura trionfare, sradicare
Contro questo pericolo – che nel suo odio per tutto quel che fosse materiale si configurava sostanzialmente come una vera e propria religio mortis: e che pure aveva saputo attrarre trovatori e giovani amanti dell’eros e addirittura fautori di un’indiscriminata libertà sessuale – la cristianità del primo Duecento fu costretta a difendersi. Falliti gli strumenti della persuasione e della rievangelizzazione, si usarono quelli, spesso spietati, della crociata.
Del catarismo e della “crociata degli albigesi”, che sradicò l’eresia ma desolò
Data l’estrema complessità del “ciclo” graalico e l’eterogeneità di molti degli autori dei romanzi che lo compongono, è ovvio che all’interno di alcuni di essi esistano anche elementi culturali e filosofici di tipo eterodosso e tentazioni gnostiche, come ha per esempio dimostrato il nostro Francesco Zambon, studioso finissimo di uno dei principali autori di romanzo graalico, Robert de Boron. Ma ciò non vuole affatto dire che vi fossero contaminazioni tra Graal e catarismo. Al contrario:
Ebbene: i romanzi del Graal furono – esattamente al pari della cattedrale d’Orvieto, eretta per onorare un miracolo eucaristico – parte della controffensiva cattolica incentrata sul cristocentrismo, sul Cristo Dio e Uomo. Roquebert riesce a dimostrarlo con impeccabile logica erudita e con grande eleganza, sistematicamente utilizzando i testi dei romanzi graalici duecenteschi. E con ciò riconduce all’ortodossia cattolica una grande espressione letteraria, e insieme mitica, della nostra letteratura. Le radici dell’Europa, in quanto cristiane, sono anche graaliche: la sia pur artisticamente parlando sublime mistificazione wagneriana viene smascherata in pieno».
(fonte: “Avvenire”, 22 dicembre 2007)
Alcune novità in libreria, adatte a stare sotto l’albero...
Apocrifi dell’Antico Testamento, 2 voll., a cura di P. Sacchi, UTET, Torino 2007, pp. 1004 + 656, euro 27,80: Quest’importante raccolta di testi giudaici extracanonici, curata da Paolo Sacchi, viene finalmente riproposta da Utet in due volumi accessibili al grande pubblico, con le ampie e documentate introduzioni dell’edizione maggiore. Sacchi è anche l’autore di uno dei migliori volumi sul “Gesù storico” apparsi negli ultimi anni: Gesù e la sua gente (San Paolo, 2003, pp. 264, euro 13).
Francesco AGNOLI – Klaus GAMBER, La liturgia tradizionale, Fede & Cultura, Verona 2007, pp. 96, euro 9,50: Difficile trovare pubblicazioni intelligenti ed equilibrate, che aiutino a fare chiarezza sulle ragioni storiche e liturgiche del Motu Proprio di Benedetto XVI sul Rito romano straordinario. Il libro di Agnoli e Gamber è una di queste.
BENEDETTO XVI, Gli apostoli e i primi discepoli di Cristo. Alle origini della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007, pp. 184, euro 10: Un’affascinante carrellata di ritratti sulla Chiesa dei primi secoli, che raccoglie le Udienze generali tenute dal Papa tra il 15 marzo del 2006 e il 14 febbraio del 2007.
Nikolaj BERDJAEV, Pensieri controcorrente,
Inos BIFFI, Anselmo d’Aosta e dintorni, Jaca Book, Milano 2007, pp. 496, euro 48: A un anno dalla pregevole raccolta di studi su Tommaso d’Aquino (Alla scuola di Tommaso, Jaca Book, pp. 352, euro 34), il teologo Biffi - da non confondere con l’omonimo cardinale - propone alcune meditazioni storiche su Anselmo, come iniziazione al suo pensiero. Un ritratto reso ancor più vivido, e attento al contesto ecclesiale dell’epoca, attraverso l’analisi di tre figure “vicine” al Dottore Magnifico: Lanfranco di Le Bec, priore di Anselmo e poi suo predecessore a Canterbury; Guitmondo di Aversa, maestro di dialettica al monastero di Le Bec; e Papa Urbano II, controverso riformatore della Chiesa.
Enrico CASTELLI, Il demoniaco nell’arte, Bollati Boringhieri, Torino 2007, pp. 331, euro 30: Uno dei pensatori cattolici più originali (e misconosciuti) del Novecento italiano, da riscoprire attraverso il primo e più importante dei suoi libri sull’arte sacra occidentale, che prende in esame i pittori-teologi dal XIV al XVII secolo e le loro rappresentazioni del male.
Gilbert K. CHESTERTON, L’uomo che fu giovedì, Bompiani, Milano 2007, pp. 227, euro 7,80: Chi non ha mai letto nulla del Chesterton narratore, può cominciare da questo straordinario romanzo, ripubblicato da Bompiani. Come scrivevamo qui, il 2007 è stato un anno ricco di sorprese, per gli appassionati italiani del grande scrittore inglese: presso l’editore Exclesior 1881, ad esempio, è uscita la raccolta di interventi di denuncia sociale intitolata L’utopia degli usurai. Una collezione sulle forme di parassitismo (Milano 2007, pp. 264, euro 15,50). Sempre sul versante saggistico, l’editore Mursia ha poi reso nuovamente disponibile il volume su San Francesco d’Assisi (Milano 2207, pp. 168, euro 12).
Maria Pia CICCARESE (cur.), Animali simbolici. Alle origini del bestiario cristiano, 2 voll., EDB, Bologna 2002-2007, pp. 512 (vol. I, Agnello-Gufo, euro 37,70) e pp. 512 (vol. II, Leone-Zanzara, euro 37,70): Un compendio ragionato sugli animali simbolici del mondo biblico, dall’agnello alla zanzara, dal serpente al drago, dall’asino alla lepre: ogni voce comprende un’introduzione generale, alcuni passi antologici e un dettagliato commento.
Andrea CONTI – Mario A. IANNACCONE, La spada e la roccia. San Galgano: la storia, le leggende, Sugarco, Milano 2007, pp. 238, euro 18,80: Conti è un grande esperto di San Galgano, Iannaccone un finissimo studioso dell’immaginario medievale e moderno (da leggere assolutamente sono i suoi lavori precedenti, sulla figura di Maria Maddalena e sul mito moderno dei Templari e degli Illuminati di Baviera, editi sempre da Sugarco). Il risultato è un libro «unico nel suo genere», come recita il retro di copertina, una volta tanto onestamente.
Augusto DEL NOCE, Modernità. Interpretazione transpolitica della storia contemporanea, Morcelliana, Brescia 2007, pp. 96, euro 8: «I due saggi qui raccolti contengono in nuce l’intero pensiero di Augusto Del Noce, il contributo essenziale con cui ha arricchito il dibattito filosofico e culturale: il primo - L’idea di modernità - espone la sua rilettura della storia della filosofia moderna, il secondo L’interpretazione transpolitica della storia contemporanea. Ua riflessione inedita del grande pensatore cattolico sul destino della religione nel nostro mondo. Un’analisi della modernità tanto attuale, da essere fatta propria, ad esempio, da Benedetto XVI».
Antonin-Gilbert DE SERTILLANGES, Catechismo per i non credenti, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2007, pp. 403, euro 28: L’autore venne definito da É. Gilson “il miglior tomista della sua generazione”. Il libro è costruito come «un dialogo serrato e appassionante tra un credente e un non credente, circa i fondamenti razionali e storici della fede cristiana. Anche i problemi più ardui sono affrontati apertamente, con grande chiarezza e in modo schietto, senza eluderli».
Maria Pia GARDINI – Alberto LAGGIA, I miei anni in Scientology, Paoline, Cinisello Balsamo 2007, pp. 152, euro 14: Il volume racconta in prima persona le vicissitudini umane, finanziarie e giudiziarie di Maria Pia Gardini, irretita da Scientology al punto da scalarne i massimi livelli, con i risultati che tutti immaginiamo.
Alessandro GNOCCHI – Mario PALMARO, Io speriamo che resto cattolico. Nuovo manuale di sopravvivenza contro il laicismo moderno, Piemme, Milano 2007, pp. 239, euro 13,50: Dopo il precedente Contro il logorio del laicismo moderno, uscito nel 2006, i due autori ci riprovano, e ci riescono ancor meglio. Gnocchi e Palmaro riportano in auge una virtù sempre più rara fra i cattolici, quella dell’allegria intelligente. Da richiedere nelle Librerie San Paolo:
Robin LANE FOX, Il mondo classico. Storia epica di Grecia e di Roma, Einaudi, Torino 2007, pp. XVI + 708, euro 32: Su questo libro non posso assicurare al cento per cento. Ma se siete appassionati di mondo antico, Lane Fox è una guida affidabile e competente, visto il suo Pagani e cristiani, ristampato da Laterza l’anno scorso (pp. X-874, euro 29).
Ariel LEVI DI GUALDO, Erbe amare. Il secolo del Sionismo, Bonanno, Catania 2007, pp. 324, euro 29: Da una recensione di Andrea Tornielli: «L’autore, giornalista e scrittore, vive in Sicilia e proviene da una famiglia di origini ebraiche convertita al cattolicesimo: per oltre dieci anni si è riavvicinato all’ebraismo frequentando le sinagoghe, studiando i testi sacri della religione israelitica e “apprendendo dall’interno quel che è il tono delle lezioni e degli insegnamenti rabbinici, assai diversi”, sostiene, “da quelli che sono i discorsi e le pubbliche posizioni ufficiali di circostanza”. Nel libro, a tratti molto duro, altre volte più ironico, Levi di Gualdo contesta quella che definisce una sorta di deriva “politica” dell’ebraismo contemporaneo, le cui istanze a suo dire sarebbero oggi fatte coincidere con quelle dello Stato d’Israele, in un’impropria commistione che “ha mutato il Sionismo politico nella propria vera religione”».
Henri-Irénée MARROU, Il silenzio e la storia, Medusa, Milano 2007, pp. 168, euro 16,50: Un libro singolare, pubblicato dal grande storico negli anni Quaranta, sotto lo pseudonimo di Henri Davenson. Il suo fascino, avverte la quarta di copertina, consiste nel «costringere a una forte assunzione di responsabilità etica e civile, “fingendo” un trattatello in apparenza accademico di ricostruzione erudita e filologica del pensiero di sant’Agostino sulla musica».
Roberto MASTACCHI, Il credo nell’arte cristiana italiana, Cantagalli, Siena 2007, pp. 208, euro 23: Questo studio riccamente illustrato affronta il tema delle raffigurazioni artistiche dei vari articoli del Credo, fornendo una mappatura geografica e temporale delle opere presenti sul territorio italiano.
Mario MICHELETTI, Tomismo analitico, Morcelliana, Brescia 2007, pp. 104, euro 12: Come scrive l’autore stesso (traggo l’informazione da qui), il volume costituisce «un’esposizione schematica degli aspetti che testimoniano la presenza di Tommaso d’Aquino nella recente filosofia analitica, e che possono ragionevolmente indurre a parlare di “tomismo analitico” come di una tendenza rilevante, o di un approccio metodologico significativo, nell’ambito della cultura filosofica attuale».
Giuseppe SERMONTI, Il Tao della biologia. Saggio sulla comparsa dell’uomo, Lindau, Torino 2007, pp. 141, euro 14,50: Né con gli evoluzionisti, né con i creazionisti; né con Telmo Pievani (orrore!), né con Rosa Alberoni (raccapriccio!). Un brillante genetista “eretico” ci invita a riconsiderare l’origine dell’uomo, al di là degli schemi ideologici correnti.
Rodney STARK, Ascesa e affermazione del cristianesimo. Come un movimento oscuro e marginale è diventato in pochi secoli la religione dominante dell’Occidente, Lindau, Torino 2007, pp. 320, euro 22: Un sociologo non credente, ora utilizzato (purtroppo) in chiave “teocon”. Un libro che ha fatto discutere, per metodo e risultati, ma che merita di essere considerato attentamente: «scavando nelle testimonianze storiche, Stark affronta diversi problemi da un punto di vista sociologico: l’ambiente sociale dei primi convertiti, la cristianizzazione degli ebrei, lo status delle donne nelle comunità cristiane, il ruolo del martirio».
Piero VENTURA – Juan María LABOA, San Paolo, Jaca Book, Milano 2007, pp. 40, euro 14: Tra i libri recenti per i più piccoli, era ovvio che avrei scelto questo “Paulus”. Le illustrazioni sono piacevolissime, i testi a cura di uno storico della Chiesa.
VIRGILIO, Eneide, varie edizioni. C’è la nuova, accattivante versione di Vittorio Sermonti, pubblicata da Rizzoli. C’è la vecchia, impeccabile traduzione di Luca Canali, nei Meridiani e negli Oscar Mondadori. In edicola, infine, i Meridiani Collezione (a 12,90 euro) offrono le “Opere minori”, dalle Georgiche (chiamatele “minori”…) all’Appendix Vergiliana.
NOTA. Le segnalazioni si riferiscono esclusivamente a volumi pubblicati in Italia. Le note informative, qualora poste fra virgolette senza ulteriori specificazioni, sono adattate dalla quarta di copertina delle singole opere. Per ulteriori segnalazioni, si vedano i precedenti consigli di lettura (l’ultima serie è qui) e la rubrica “scaffale aperto”.
Il 2007 è stato un anno di grazia, per gli appassionati italiani di Gilbert K. Chesterton. Bompiani ha ripubblicato due tra i suoi romanzi migliori: L’uomo che fu giovedì e L’osteria volante. Sul versante saggistico, poi, l’editore Mursia ha reso nuovamente disponibile il fortunatissimo ritratto biografico che il grande (e grosso) scrittore inglese dedicò a San Francesco d’Assisi. Ma la vera sorpresa l’ha fatta un piccolo editore di Milano, Excelsior 1881, che ha deciso di tradurre L’utopia degli usurai. Una collezione sulle forme del parassitismo (ed or. 1917). Il volume raccoglie una serie di interventi di denuncia sociale originariamente pubblicati sul quotidiano statunitense “Daily Herald”: talmente corrosivi che, anche a distanza di tempo, non furono mai pubblicati in Europa. Eccone un assaggio, tratto dall’articolo La tirannia del cattivo giornalismo (pp. 239-248):
«La questione può essere posta in molti modi. Ma un modo semplice consiste nel dire che un monopolio di cattivo giornalismo si oppone alla possibilità di un buon giornalismo. Il giornalismo non è uguale alla letteratura; ma esiste il buono e il cattivo giornalismo, come esiste la buona e la cattiva letteratura, come esiste il buono e il cattivo gioco del calcio.
Negli ultimi vent’anni o giù di lì, i plutocrati che governano l’Inghilterra hanno concesso agli inglesi soltanto del cattivo giornalismo. Un pessimo giornalismo, considerato semplicemente giornalismo. Per cogliere il nodo fondamentale di qualsiasi questione è sempre necessaria una notevole quantità di tempo.
A proposito della stampa moderna sono state dette molte cose, in particolare a proposito della Stampa gialla [stampa sensazionalistica]; si è detto che è sciovinista, o filistea, o sensazionale, o impropriamente inquisitoria, o volgare, o indecente, o triviale; ma nessuna di queste definizioni ha veramente centrato il punto.
Il problema della Stampa è che il suo nome non corrisponde al vero. Non è “Stampa popolare”. Non è Stampa pubblica. Non è un organo di opinione pubblica. È una cospirazione messa in atto da un ristretto numero di milionari, abbastanza simili fra loro per stabilire di comune accordo i confini di ciò che questa grande nazione (a cui apparteniamo) può conoscere su se stessa e sui suoi amici e nemici.
Il cerchio non è del tutto chiuso, non mancano giornali vecchio stampo e onesti, ma è abbastanza prossimo a chiudersi da produrre sull’acquirente occasionale di notizie gli effetti pratici del controllo e del monopolio. Egli riceve tutte le informazioni politiche e la tabella di marcia da quella che è ormai una sorta di quasi inconsapevole società segreta, con pochissimi membri e una grande quantità di denaro. Questo enorme ed essenziale fatto ci è nascosto da un gran numero di leggende che sono entrate nell’opinione comune.
Esiste l’idea che la stampa è chiassosa o triviale perché popolare. In altre parole, è in atto il tentativo di screditare la democrazia, rappresentando il giornalismo come la sua naturale letteratura. Tutto ciò è semplicemente assurdo. La democrazia non ha nulla a che spartire con i giornali come non ha nulla a che spartire con la nobiltà britannica. I giornali dei milionari sono volgari e sciocchi perché i milionari sono volgari e sciocchi. È il proprietario, non l’editore, non il vicedirettore, e tantomeno il lettore, a compiacersi di questa monotona prateria di parole stampate.
La medesima calunnia rivolta alla democrazia vale anche nel caso della pubblicità. Nella labile e antiquata mente di molti membri del Partito conservatore alberga la vaga idea che le nostre strade sarebbero tappezzate di scudi e arazzi, se solo il plebeo profano non le avesse tappezzate con le pubblicità del Sapolio e del sapone Sunlight. Ma la pubblicità non proviene da uno stuolo di illetterati. Proviene da pochi raffinati.
Avete mai udito di una folla insorta per affiggere sui muri della Town Hall dei proclami a favore del Sapolio? Avete mai visto un povero straccione intento a disegnare e dipingere laboriosamente sul muro un’immagine a favore del sapone Sunlight - semplicemente per passione? È un’assurdità; coloro che tappezzano i nostri muri di orrende immagini sono gli stessi che tappezzano le pareti delle proprie dimore con squisiti e costosi dipinti. La volgarizzazione della vita moderna dipende dalla classe governante; dalla classe più colta. Ma il fatto più intollerabile, fino a poco tempo fa insuperato, e ancora oggi largamente prevalente, è l’agghiacciante monotonia della stampa.
Poi viene l’altra leggenda; l’idea che gli uomini che comandano i Trust dei giornali “danno alla gente ciò che essa vuole”. Per suo stesso scopo e per sua stessa definizione, il Trust dà alla gente soltanto ciò che esso sceglie di dare […].
“Dopo il pane, la gente ha bisogno di conoscenza”, affermava Danton. Oggi la conoscenza è un monopolio, e arriva al cittadino in rivoli sottili e selezionati, esattamente come il pane arriva all’interno di una città assediata. Gli uomini devono provare il desiderio di sapere che cosa accade, a dispetto di colui che gode il privilegio di informarli. Devono ascoltare il messaggero, anche se è un bugiardo. Devono ascoltare il bugiardo, anche se è un seccatore. In passato il giornalista ufficiale è stato sia un seccatore sia un bugiardo; ma fino a poco tempo fa era impossibile non tenere in debita considerazione i suoi fogli di informazioni.
Negli ultimi tempi la stampa capitalista ha effettivamente cominciato a subire un calo di considerazione; perché il suo cattivo giornalismo era insopportabile e terribile. Negli ultimi tempi si è davvero incominciato a comprendere che il Capitalismo non sa scrivere, come non sa combattere, o pregare, o sposarsi, o scherzare, o impegnarsi in alcuna altra povera attività umana. Ma questa scoperta è abbastanza recente. Il giornale capitalista lo si è in effetti sempre letto, finché non è diventato illeggibile...» (G.K. Chesterton, op. cit., pp. 239-248).
Auguri al nuovo sito “Bene comune”, che ospita oggi una bella recensione di Claudio Gentili all’enciclica di Benedetto XVI sulla speranza. Per ricevere una newsletter, ed essere informati sugli aggiornamenti settimanali del portale, basta farne richiesta a redazione@benecomune.net.
Se avete conservato intatta la vostra intelligenza, senza nulla leggere di ciò ch’è stato pubblicato in Italia sul vangelo gnostico di Giuda (pur avendo interesse per l’argomento), e se siete in confidenza con l’inglese, farete bene a procurarvi l’ultimo libro di April DeConick, The Thirteenth Apostle. What the Gospel of Judas Really Says (London 2007).
Basandosi sui frammenti papiracei finalmente messi a disposizione dalla National Geographic Society,
Il sommario del libro (raro esempio di combinazione fra chiarezza divulgativa e qualità scientifica) è già di per sé indicativo:
PART 1: AN UNFAMILIAR STORY
1. The Silenced Voice
2. A Gnostic Catechism
PART 2: TRANSLATION MATTERS
3. A Mistaken Gospel
4. The Gospel of Judas in English Translation
PART 3: GOOD OLD JUDAS?
5. Judas the Confessor
6. Judas the Demon
7. Judas the Sacrificer
8. An Ancient Gnostic Parody
EPILOGUE
April DeConick
Sul vangelo di Giuda, ad esempio, è significativo che Mondadori abbia deciso di tradurre la più peregrina e discutibile delle oltre quindici monografie uscite all’estero, ossia Il vangelo ritrovato di Giuda, di Elaine Pagels e Karen King (sulla prima avevamo già scritto qualcosa, qui). Per tacere del modo imbarazzante in cui è stato vòlto nella nostra lingua il volume di James Robinson, I segreti del vangelo di Giuda, presso Sperling & Kupfer: traduzione improvvida, fra l’altro, perché l’autore stesso ha evidenziato la presenza di numerose imprecisioni e “frettolosità” nel contenuto del suo testo.
Nota. La migliore pagina on-line sul vangelo di Giuda è questa.
È on-line il sommario dell’ultimo numero della rivista francese Catholica (97/autunno 2007), che dedica un ampio dossier a “personalisti” e “comunitari” (con due notevoli interventi critici: il primo su Alasdair MacIntyre, alle pp. 29-42; e il secondo sul dibattito intorno all’idea di bene comune che vide opporsi Jacques Maritain e Charles De Koninck, pp. 43-60). Alcuni contributi sono leggibili dal sito.
Domenica scorsa,
Pochi sanno che Hiroshima e Nagasaki, le due città colpite dall’atomica alla fine della seconda guerra mondiale, erano allora i principali centri del cattolicesimo nipponico. Oggi, nel paese del Sol Levante, i cattolici sono circa 400.000. La loro storia, spesso crudelmente travagliata, rimane avvolta nel mistero per lunghi periodi.
Le informazioni, in particolare, scarseggiano per quanto riguarda il periodo che va dalle persecuzioni dei secoli XVI e XVII, con l’espulsione dei missionari cattolici e la proibizione di professare la fede cristiana, sino alla fine dell’interdetto, nel 1873. Le prime missioni cattoliche, appoggiate ai traffici commerciali dei portoghesi, giunsero in Giappone tra il 1540 e il 1560.
Verso la fine del Cinquecento, e nonostante la forte opposizione dei buddisti, che premevano politicamente sull’imperatore, si potevano contare già duecento chiese, per un totale di 150.000 fedeli. Ma nel 1657, dopo un cambio di potere al vertice, iniziarono le prime misure repressive, e un doloroso cammino di sangue per i cristiani che intendevano restare tali: chi non abiurava, rischiava infatti di essere crocifisso, decapitato, immerso nell’acqua bollente, sottoposto a torture di ogni genere.
Le vittime di questa crudele epurazione furono circa due migliaia. Tre fattori, purtroppo, contribuirono all’acuirsi della crisi: oltre alle divisioni fra gli stessi predicatori (gesuiti, francescani, domenicani, agostiniani), pesò non poco la strategia gesuitica di evangelizzare le élite, per cui la permissione o proibizione del cristianesimo cominciò a dipendere dalle oscillazioni del potere, e infine l’intreccio fatale tra colonialismo e missioni.
Nel quadro della concorrenza fra le potenze europee rivali, poi, non mancarono delazioni e false accuse. I protestanti olandesi, ad esempio, diffusero alcune lettere confezionate ad arte, nelle quali si diceva che i rivali spagnoli e portoghesi, ai cui traffici restavano legate le missioni cattoliche, si sarebbero apprestati ad azioni di conquista ai danni del Giappone. Il risultato fu una persecuzione violentissima, e la chiusura del Giappone alla penetrazione del cattolicesimo.
Alcune comunità di cristiani, tuttavia, sopravvissero in forma clandestina, soprattutto nell’area meridionale di Ikitsuki. Sulla storia nebulosa di queste comunità, sopravvissute fino all’Ottocento, è uscito ora un libro, del quale l’articolo citato non fa menzione, ma che varrebbe davvero la pena di leggere: Les chrétiens cachés du Japon, Labor et Fides, Genève 2007, pp. 112, CHF 29 (più o meno 17 euro).
L’autrice è una giovane studiosa svizzera, Geraldine Antille, ricercatrice a Ginevra, Zurigo e Tokyo. Si tratta della prima traduzione integrale di un testo utilizzato da queste comunità, e trasmesso inizialmente in forma orale, di padre in figlio, per circa duecento anni: Gli inizi del cielo e della terra, una sorta di riscrittura della Bibbia, dove la storia della salvezza, dal racconto della Genesi all’Apocalisse, è filtrata attraverso le categorie culturali del Giappone.
È una lettura stimolante da molti punti di vista, perché contribuisce a far luce non soltanto sulle trasformazioni subite da un cristianesimo costretto a sopravvivere in condizioni estreme, senza pastori né libri di testo, ma anche sulla storia della predicazione cattolica nell’estremo Oriente, parzialmente ricostruibile a partire dai dati conservati oralmente.