«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)
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«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)
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Le testimonianze raccolte per il Processo di canonizzazione di Tommaso d’Aquino, conclusosi nel 1323, descrivono il santo come vir magnae contemplationis et orationis (“uomo di grande contemplazione e preghiera”). Il suo primo biografo, fra’ Guglielmo di Tocco, ci ha invece tramandato la preghiera che Tommaso elevò poco prima della morte, ricevendo per l’ultima volta il sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo: «Ti ricevo, prezzo della redenzione dell’anima mia; ti ricevo, viatico del mio pellegrinaggio: per tuo amore ho studiato, vegliato e faticato: te ho predicato e insegnato, e nulla ho mai detto contro di te» (Sumo te pretium redemptionis meae, sumo te viaticum peregrinationis meae, pro cuius amore studui, vigliavi et laboravi; te predicavi, te docui, nichil unquam contra te dixi: Ystoria sancti Thomae de Aquino, c. 47).
Queste parole rivelano una confidenza e un amore del tutto speciali nei confronti dell’Eucaristia, da Tommaso pensata, cantata e celebrata si può dire in tutta l’opera. Al “Dottore eucaristico” (la definizione è di Pio XI), del resto, è attribuito lo stesso ufficio della solennità del Corpus Domini (Sacerdos in aeternum), con
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Lauda Sion Salvatórem Lauda ducem et pastórem In hymnis et cánticis. Quantum potes, tantum aude: Quia major omni laude, Nec laudáre súfficis. Laudis thema speciális, Panis vivus et vitális, Hódie propónitur. Quem in sacræ mensa cœnæ, Turbæ fratrum duodénæ Datum non ambígitur. Sit laus plena, sit sonóra, Sit jucúnda, sit decóra Mentis jubilátio. Dies enim solémnis ágitur, In qua mensæ prima recólitur Hujus institútio. In hac mensa novi Regis, Novum Pascha novæ legis, Phase vetus términat. Vetustátem nóvitas, Umbram fugat véritas, Noctem lux elíminat. Quod in cœna Christus gessit, Faciéndum hoc expréssit In sui memóriam. Docti sacris institútis, Panem, vinum, in salútis Consecrámus hóstiam. Dogma datur Christiánis, Quod in carnem transit panis, Et vinum in sánguinem. Quod non capis, quod non vides, Animósa firmat fides, Præter rerum ordinem. Sub divérsis speciébus, Signis tantum, et non rebus, Latent res exímiæ. Caro cibus, sanguis potus: Manet tamen Christus totus, Sub utráque spécie. A suménte non concísus, Non confráctus, non divísus: Integer accípitur. Sumit unus, sumunt mille: Quantum isti, tantum ille: Nec sumptus consúmitur. Sumunt boni, sumunt mali: Sorte tamen inæquáli, Vitæ vel intéritus. Mors est malis, vita bonis: Vide paris sumptiónis Quam sit dispar éxitus. Fracto demum Sacraménto, Ne vacílles, sed memento, Tantum esse sub fragménto, Quantum toto tégitur. Nulla rei fit scissúra: Signi tantum fit fractúra: Qua nec status nec statúra Signáti minúitur. Ecce panis Angelórum, Factus cibus viatórum: Vere panis fíliórum, Non mittendus cánibus. In figúris præsignátur, Cum Isaac immolátur: Agnus paschæ deputátur Datur manna pátribus. Bone pastor, panis vere, Jesu, nostri miserére: Tu nos pasce, nos tuére: Tu nos bona fac vidére In terra vivéntium. Tu, qui cuncta scis et vales: Qui nos pascis hic mortales: Tuos ibi commensáles, Cohærédes et sodales, Fac sanctórum cívium. Amen. Allelúja. |
Loda, Sion, il Salvatore, la tua guida e il tuo pastore, con inni e con cantici. Quanto puoi, tanto osa, perché è superiore ad ogni lode, e tu non basti a lodarlo. Come argomento di lode speciale, il pane vivo e vitale oggi ti si propone. Che esso, nella mensa della sacra cena, sia stato dato alla schiera dei dodici fratelli non è messo in dubbio. La lode sia piena e sonora, sia giocondo e decoroso il giubilo della mente. Perché si festeggia il giorno solenne, in cui di questa mensa si commemora la prima istituzione. In questa mensa del nuovo Re, la nuova Pasqua della nuova legge all’antica Pasqua pone termine. Il nuovo scaccia il vecchio, la verità l’ombra, la luce sopprime le tenebre. Quel che Cristo fece nella cena, questo ordinò di fare in memoria di Lui. Ammaestrati dai sacri insegnamenti, consacriamo il pane e il vino, come ostia di salvezza. Ai cristiani vien dato come dogma che il pane si cambia in carne, e il vino in sangue. Ciò che non comprendi, ciò che non vedi, ardita lo assicura la fede, sebbene fuori dell’ordine naturale. Sotto specie diverse, che sono solo apparenza e non sostanza, si nascondono cose sublimi. La carne è cibo, il sangue bevanda: eppure Cristo resta intero sotto l’una e l’altra specie. Per chi lo riceve, non spezzettato, non rotto, non diviso, ma intero si riceve. Lo riceve uno, lo ricevono mille: tanto questi quanto quegli; e per quanto si riceva, non si consuma. Lo ricevono i buoni, lo ricevono i malvagi, ma con diverso effetto: di vita o di morte. È morte per i malvagi, vita per i buoni: vedi di una stessa comunione come sia diverso l’effetto. Finalmente, spezzato che sia il Sacramento, non tentennare, ma ricorda che tanto c’è sotto un frammento quanto se ne nasconde nell’intero. Nessuna scissura si fa della sostanza; c’è rottura solo del segno: per cui né lo stato né la statura del segnato è sminuita. Ecco il pane degli angeli fatto cibo per i viandanti: vero pane dei figli da non gettare ai cani. È preannunziato nelle figure, con Isacco è immolato: è designato quale agnello pasquale, è dato qual manna ai padri. Buon pastore, pane vero, o Gesù, pietà di noi: Tu ci nutri, Tu ci difendi, Tu fa’ che vediamo i beni nella terra dei viventi. Tu, che tutto sai e puoi, che quaggiù pasci noi mortali: fa’ che lassù siamo Tuoi commensali, coeredi e sodali dei cittadini della città santa. Amen. Alleluia. |
Torno nuovamente sulle omelie di Tomas Tyn intorno a san Tommaso, stimolato da questo bel post di Claudio. C’è un punto della Summa contra Gentiles che, meglio di altri, può aiutarci a capire quanto del metodo di Tommaso sia applicabile ancora oggi e quanto, invece, risulti inevitabilmente legato al suo tempo. Si trova al libro I, quando l’Aquinate propone alcuni riflessioni su come dibattere con quanti non accettano la fede cattolica. Il sottotitolo dell’opera, non per nulla, è proprio “Liber (o iter) de veritate catholicae fidei contra errores infidelium”.
Tommaso, ovviamente, si fonda sul dialogo, un «dialogo signorile», come dice bene padre Tyn, perché «nessuno è più signore di San Tommaso in queste cose, tuttavia un dialogo in vista della conversione… In San Tommaso non c’è una specie di commercio, del tipo “noi vi diamo un pezzettino del nostro dogma e voi ci concedete qualche cosa d’altro”. Oppure, parlando con i luterani, dire ad esempio: “voi accettate
Ecco una prima differenza tra l’epoca nostra e la sua (una differenza accidentale, però). Mentre oggi il dialogo è sempre più concepito (assurdamente) come il fine di un confronto interreligioso, Tommaso valuta il dialogo per quello che è: cioè un mezzo. Questo, d’altronde, significa che la riflessione deve incentrarsi piuttosto sui fini da assegnare al dialogo. Non è possibile che il dialogo sia fine a se stesso. Quindi occorre intendersi su ciò cui si vuol pervenire attraverso il dialogo.
Nel caso del dialogo interreligioso (che è cosa diversa dal dialogo ecumenico), oggi diremmo che il fine, più che la reciproca conversione, è innanzitutto l’amicizia reciproca, la convivenza, l’accettazione di uno spazio comune. Il che è prudente e sensato: ma la cosa non rientra nell’orizzonte di Tommaso, ed è qui che la differenza fra l’epoca sua e la nostra, o meglio fra il cattolicesimo dell’epoca sua e della nostra, diventa sostanziale.
Tommaso, prosegue Tyn, dice anche che «per dialogare con gli infedeli, in vista della conversione, bisogna sempre procedere fondandosi su quello che loro ammettono». Ecco il genio. Dopo aver chiarito il fine del dialogo, che nel suo caso, piaccia o meno, è la conversione dell’altro alla propria fede, bisogna intendersi sul metodo da adottare.
Tommaso propone di partire da ciò che è condiviso dagli interlocutori. Nel caso degli ebrei, ad esempio, sarà buona cosa partire da quello che noi definiamo Antico Testamento: se necessario, evidenziandone le contraddizioni e le difficoltà, che i cristiani ritengono appianarsi alla luce di Cristo. Con i cristiani “eretici”, invece, la discussione dovrà per forza di cose fondarsi sul Nuovo Testamento, e sulla loro comprensione di quel che vi viene annunciato: cioè
Infine, si giunge ai mussulmani. Qui Tommaso è ancora una volta figlio del suo tempo, dato che non riesce a scorgere pienamente nell’islam una propaggine dei sistemi religiosi giudaico-cristiani. L’islam è percepito come qualcosa che non appartiene alla “civiltà cristiana” (che non è composta solo da cristiani): i musulmani, pertanto, sono assimilati ai “pagani”, il loro status è differente da quello di ebrei ed “eretici”.
Ma la grandezza di Tommaso sta in questo: laddove si abbia a che fare con qualcuno che non condivide le nostre stesse basi religiose (ad es. uno stesso corpus di testi), non resta che il ricorso a qualcosa che, come uomini, non possiamo non condividere: ed è il lume della ragione. Commenta padre Tyn, non senza rilevare l’“ottimismo” dell’Aquinate: «natura non deficit in necessariis, la natura non viene meno nelle cose necessarie, non manca il lume della ragione naturale, e quindi si può sempre disputare sul terreno della filosofia».
Tommaso, però, non poteva prevedere una cosa: il carattere profondamente religioso dell’ateismo moderno. Sto per dire qualcosa che non mancherà di irritare. Eppure, a chiunque è capito di discutere con un “ateo”: non parlo del semplice “non credente”, ma proprio dell’ateo “militante” (un essere generalmente assai rumoroso e dogmatico); difficile sottrarsi all’impressione che, dialogando e dialogando, non se ne cavi un ragno dal buco (a scanso di equivoci, preciso che il mio riferimento non è a persone che leggono, abitualmente o meno, questo blog, ma a individui bizzarri come il Malvino di cui parla Claudio, o come Odifreddi, Flores D’Arcais, Onfray, e via dicendo).
E non mi riferisco a un dialogo finalizzato alla “conversione”, ma più semplicemente ad un dialogo finalizzato alla comprensione e al rispetto reciproci. Per tanto che ci si impegni, la strada è quasi sempre bloccata da un elemento irrazionale, da un’ostinata volontà di non supporre, nemmeno lontanamente, la possibilità che l’altro (cioè il credente, e in particolare il credente cattolico) possa avere qualche ragione. Credo che dovremmo cominciare a parlare di dialogo interreligioso anche nei confronti di questo tipo di ateismo, che rifiuta la ragione.
A questo punto, riconosciutone il carattere intimamente religioso (la storia dell’ateismo rientra di diritto nella storia delle religioni), Tommaso cosa ci consiglierebbe di fare? Ritengo che suggerirebbe di armarsi di santa pazienza e di acribia intellettuale, per denunziare il carattere incongruente e immaginoso dei miti di codesta nuova religione, per criticarne le forme culturali e i tic mentali, per sottoporne le pratiche rituali ad attento esame, disegnando profili sociologici, storie dei mutamenti dottrinali (in genere pochissimi), psicologia. Ma senza perderci troppo tempo: in fondo, ci sono cose più urgenti - e interessanti - da fare.
Dalle stupende omelie di padre Tomas Tyn O.P. su san Tommaso d’Aquino, trascrivo alcuni passaggi che trattano del rapporto tra fede e ragione, in opposizione a fideismo, soggettivismo e rifiuto della metafisica:
«Esprimeva Domenico delle Fiandre un’idea che San Tommaso avrebbe subito fatta sua: “Qui ignorat methaphysicam, in theologia semper erit peregrinus”... come la maggior parte dei nostri nuovi teologi. I nostri nuovi teologi, che sono molto nuovi ma molto poco teologi, non coltivando sufficientemente la metafisica combinano dei guai, perché la teologia suppone questa cultura metafisica, presuppone i preamboli della fede.
Ci sono delle verità naturali che sono dei preamboli rispetto alla fede. E non solo San Tommaso, ma tutta
Per questo motivo è estremamente importante che la fede sia coltivata, proporzionalmente alla cultura del singolo credente, ma sia coltivata in maniera razionale, teologica, teologico-filosofica, perché la teologia implica sempre filosofia. Come l’ordine soprannaturale suppone la natura – secondo quel bel detto dei medioevali che San Tommaso spesso cita, e che dice “gratia naturam non tollit, sed supponit et perficit” (questo scrivetelo a lettere d’oro nelle vostre anime beate, cioè “la grazia non toglie la natura, ma la suppone e la porta a compimento”) – come la grazia suppone la natura, così, analogicamente, la fede suppone l’intelligenza.
Ora, San Tommaso si chiede esplicitamente se uno che ragiona troppo non si metta al di fuori della fede, non diminuisca il merito della fede. Si fa questa domanda, lui che è molto interessato a rispondere in un certo senso… ma penso che sia stato onesto a rispondere così nella Summa, questione 32, ove dice: “Bisogna distinguere, se uno ha la pretesa di dimostrare
Però, nel caso di uno che ragiona non già pretendendo la dimostrabilità di quanto non è dimostrabile, ma svolgendo delle dimostrazioni, accettando le premesse della fede e cioè svolgendo il lavoro di teologo, questo lavoro di approfondimento razionale della fede non solo non danneggia, non solo non diminuisce i meriti, ma è segno di grande amore per le verità rivelate. Riguardo a ciò che si ama, si è sempre attenti.
In fondo, teologia significa usare le premesse della fede, e aggiungendo le premesse della ragione esplicitare questi stessi principi della fede. La teologia arriva a delle conclusioni, servendosi della ragione, ma partendo dai principi di fede. Un uomo che ama un bene, è sempre attento a quel bene, lo coltiva, quindi se uno ama la verità rivelata da Dio, come potrebbe non pensarci, come potrebbe non coltivarla? In questo San Tommaso è molto amico di San Bonaventura, anche per lui il motore della teologia è l’amore, però l’amore non immediatamente, ma l’amore della verità, caritas veritatis, proprio il carisma dell’Ordo Praedicatorum (…).
Il compito della filosofia, ancella della teologia, è quello anzitutto di approfondire i praeambula fidei, cioè colere metaphysicam, coltivare la metafisica, per avere molta convinzione riguardo a ciò che di Dio si può conoscere naturalmente. Ho già detto – ma qui è il luogo per sottolinearlo, per illustrare questo stato di cose – che un fideista non riesce a dare risposte soddisfacenti.
Un fideista dice: “Io amo tanto il Signore”, e il poeta dice: “L’amore ti dà alla testa” (spesso capita agli innamorati). E’ un gioco molto facile, con questi fideisti viscerali. San Tommaso invece dice: “Guarda che qui c’è l’obbiettività dell’essere, della realtà, di quella realtà che non si può negare, volendo mantenere in piedi l’evidenza. Questa realtà da cui io parto mi conduce in ultima analisi all’altrettanto obbiettiva, reale esistenza di Dio”. Non è che con questo io abbia già la rivelazione: ma è il presupposto della oggettività della rivelazione.
San Tommaso, su questo punto, è d’accordo con Kant. Pure Kant dice che la nostra intelligenza è limitata alla sensibilità, e San Tommaso afferma: “La nostra intelligenza si limita ai sensi”, però aggiunge: “come punto di partenza, non come punto di arrivo”. Kant ha una limitazione dell’intelligenza ai sensi nel punto di arrivo, San Tommaso nel punto di partenza (...).
Adesso un breve accenno solo alla fede, e poi alla filosofia, per spiegarvi come San Tommaso distingueva la ragione e la fede. La fede è interamente grazia, però non vale il discorso: “Se la fede è grazia, io quella grazia non ce l’ho, quindi non credo”. Sarebbe troppo facile.
San Tommaso dice che la fede si può definire come l’adesione obbediente dell’intelletto speculativo alle verità rivelate. Questa evidenza, o certezza, la fede l’ha in comune con la scienza. Però la differenza sta nell’origine dell’evidenza: l’evidenza della fede non deriva interamente dalla ragione. Vi farò una sottile, bizantina distinzione, ma importante: la fede si attua nella ragione, la fede è sempre un atto della ragione, ma non è un atto che ha la sua evidenza dalla ragione.
Chi crede è la ragione, non è il cuore, né altre viscere; però non ha la sua evidenza interamente nella ragione. Mentre la scienza non solo è propria della ragione, ma anche la sua evidenza deriva interamente dalla ragione. Il credente crede con un atto di ragione, però l’evidenza della fede, che il credente ha in comune con lo scienziato, non deriva dalla ragione come nella scienza. Ma allora da che cosa deriva?
Ecco la domanda: “da che cosa?”. E qui San Tommaso si rivela (perché lo era) un grande discepolo di Sant’Agostino. Non lo segue dappertutto, come abbiamo visto, ma qui lo segue e dice: “La fede è un assenso cogitato”, da cogitare, pensare, con assenso. Questo assenso è dato dall’amore della verità rivelata.
L’amore è una disposizione della volontà, quindi ci deve essere la volontà, che muova la ragione in direzione di Dio, che ci faccia aderire alla verità rivelata. Chi muove la volontà? Ecco qui la grazia attuale: l’inizio della fede in San Tommaso è la grazia attuale di Dio, che muove la volontà, la volontà muove l’intelligenza e l’intelligenza, aderendo alla verità rivelata (questo atto di condizione soprannaturale) induce l’atto di fede.
Adesso parliamo della teoria della conoscenza, della gnoseologia. Qui San Tommaso è in disputa con tutti i moderni. E non a caso i sommi Pontefici, quasi idolatri agli occhi dei moderni, si raccomandavano ai frati, ai preti e compagnia bella di ritornare a San Tommaso: “Ite ad Thomam!”, esclamava ancora il Papa Giovanni XXIII, ripetendo la frase “Ite ad Joseph”. Quando Giuseppe era in Egitto e il padre diceva ai fratelli: “Ite ad Joseph!”. Quando i fratelli di Giuseppe avevano fame, e andavano in Egitto: “Andate da Giuseppe, che vi darà da mangiare!”. Diceva Giovanni XXIII ai suoi preti: “Ite ad Thomam!”, e loro non lo hanno seguito.
La depravazione (scusate se parlo schietto), la depravazione dei tempi moderni (questa moderna calamitas di cui parla Pio X nella Pascendi Dominici Gregis), questa modernistica depravazione consiste anzitutto nel soggettivismo, e non c’è medicina più serena, più buona, più solida, più robusta e più chiara nel contempo del tomismo.
Il modernismo tenta questo duplice gioco riguardo al tomismo: o non prenderlo in considerazione, oppure metterlo in sincretismo con Kant, Hegel, Heidegger. C’è l’uno e l’altro metodo, ma non praevalebunt. San Tommaso avrà ancora la meglio, perché è fin troppo lampante, leggendo in certe pagine di Heidegger, com’egli distorca San Tommaso per adeguarlo a Kant. Insomma, fra San Tommaso e Kant non ci sono possibilità di scendere a patti, non c’è possibilità di una certa concordia tra un sistema genialmente soggettivistico come quello kantiano (vedete, bisogna avere rispetto di questo grande pensatore, ed io ce l’ho, perché Kant è veramente un grande filosofo, uno dei più grandi).
Come dicevano una volta i bravi commentatori di San Tommaso, come diceva padre Garrigou Lagrange, oggi un poco nel dimenticatoio, il quale sottolineava quella che è la consapevolezza di San Tommaso: non c’è composizione tra soggettivismo e realismo epistemologico (…).
Purtroppo è così, bisogna avere anche il coraggio dei contrasti. Pur stimando l’intelligenza, tuttavia quia magna res agitur, si tratta di una grande cosa, questa opzione (che poi opzione non è, ma evidenza), questo incamminarsi in un senso o nell’altro determina tutta la filosofia. Tutto il pensiero dipende da questa direzione, direbbe Hegel, da questo dirimere la questione se il pensiero dipende dall’essere, come dice San Tommaso, o se l’essere dipende dal pensiero, come dice Kant. Non c’è altra possibilità...».
(tratto da qui)
Il grande Bernanos diceva che quello dei cristiani è un optimisme tragique, un ottimismo tragico. Questa definizione, malgrado la sua innegabile forza, non mi ha mai convinto del tutto. Dividere il mondo fra ottimisti e pessimisti, così come fra “conservatori” e “progressisti”, mi è sempre parsa un’operazione intellettualmente sterile.
In che modo, e da quale punto di vista, il cristiano dovrebbe poi considerarsi un ottimista o un pessimista? Bernanos, ovviamente, alludeva alla redenzione. La vita, per quanto a volte possa sembrare una “cosa buffa”, è in fondo una faccenda maledettamente seria, e saperla riscattata dalla sua conclusione finale può certamente aiutare a darle un senso. La croce è indubbiamente una “tragedia”, ma almeno ha un “lieto fine”: ora, possiamo qualificare tutto questo come “ottimismo”?
Le alternative, lo sappiamo, sono quelle del vicolo cieco o del circolo chiuso: l’esistenza come caducità o l’esistenza come eterna ripetizione. È “facile”, per un credente, criticare queste opposte visioni partendo dalla redenzione: qualcosa è accaduto, il ciclo si è spezzato, c’è un punto di leva esterno al mondo che permette di sollevare il mondo…
Eppure, questa critica potrebbe essere sempre accusata, a torto, di “antropocentrismo”, perché partirebbe dall’accettazione di una premessa schiettamente “umana”. E la premessa è che la percezione “soggettiva” della vita, come limitata dalla morte e dunque naturalmente bisognosa d’altro, abbia un qualche valore oggettivo di verità (la scienza, si dice, eliminerebbe quest’assurda pretesa di proiettare le ambasce dell’uomo sul cosmo intero, facendone criterio di conoscenza).
Non è un caso, allora, se i primi cristiani, nel loro percorso di catechesi, partivano dall’idea di creazione, o per meglio dire dalla questione dell’essere (vd. il discorso di Paolo all’Areopago, in Atti 17): senza un corretto intendimento dello stato creaturale dell’uomo, e della sua partecipazione all’essere, non potrà mai esserci un corretto intendimento della redenzione. Agostino lo lascia intendere con molta chiarezza, nel suo manuale De catechizandis rudibus: «La catechesi comincia dal versetto In principio Dio creò il cielo e la terra» (3,5).
Per questo, come già si diceva, anche il Catechismo della Chiesa cattolica comincia con l’esposizione dei praeambula fidei, delle premesse razionali sulle quali s’innesta la fede. E inserisce tra queste, comprensibilmente, la discussione dell’esistenza di Dio. Più che nell’idea di redenzione, infatti, è qui che si trova quel “punto di leva esterno al mondo che permette di sollevare il mondo”: in uno sguardo aperto a ciò che eccede e trascende l’uomo.
Partendo da qui, anche la considerazione del male, sovente invocata per negare l’esistenza di Dio, può essere più correttamente collocata tra le percezioni “soggettive”, e dunque parziali, dell’uomo. Il perché lo spiega Tommaso d’Aquino, con una frase che mi ha sempre colpito per la sua potenza, degna di un koan orientale: «Non esiste un male che corrompa totalmente il bene; poiché almeno il soggetto in cui il male risiede è un bene».
Si tratta di ottimismo tragico? Può ben darsi, ma soltanto se comprendiamo la frase in senso idealista, cioè da soggettivisti.
Dal sito del “Progetto culturale Cornelio Fabro”:
«Il 30 ottobre si compirono 70 anni dalla difesa della tesi dottorale di Cornelio Fabro, che portava il titolo completo: “La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tomaso d’Aquino. Dissertazione presentata alla Facoltà Teologica del Pont. Instituto Internazionale Angelicum per il conseguimento del Dottorato in S. Teologia”. Fabro aveva lavorato intensamente alla tesi che egli stesso definì “tormentata e tormentante” e la cui stesura fu completata il 1º settembre del 1937. Il giorno 28 ottobre gli esaminatori dettero il voto sullo scritto: Infrascripti examinatores ab Adm. R. P. Regente designati attente perlegimus Dissertationem R. P. C. Fabro, CPS ad gradum Doctoratus in S. Theologia super materiam La nozione metafisica di partecipazione et judicamus eam approbandam esse cum nota maxima cum laude. Datum Romae, in Collegio Angelico die 28 mensis Octobris anni 1937. Examinatores p. M. Matthijs et p. D. Simonin (Sententia de examine in scriptis). Il 30 ottobre del 1937, fu presentata pubblicamente con grande successo (50/50) e fu quindi nominato ad Doctoratus gradum con il massimo dei voti Summa cum laude, come risulta a pagina 35 dello status personalis dell’Angelicum (ciclo 1937-38)».
Eh, non ci sono più le tesi di dottorato di una volta…
Me lo tengo stretto in questi giorni di sovraccarico e di affanno:
«1. Il primo passo sulla via del realismo è rendersi conto che si è sempre stati realisti; il secondo è rendersi conto che qualsiasi cosa si faccia per pensare in altro modo non ci si arriverà mai; il terzo è constatare che quelli che pretendono di pensare diversamente pensano da realisti, non appena si dimenticano di star solo interpretando un ruolo. Se allora se ne domandano il perché, la conversione è quasi compiuta.
2. La maggior parte di quelli che si dicono e si credono idealisti amerebbero meglio poter non esserlo, ma non se ne riconoscono il diritto. Si fa osservare loro che non usciranno mai dal proprio pensiero e che qualcosa che vada al di là del pensiero, non è nemmeno pensabile. Se accettano di cercare una risposta a questa obiezione, risultano perdenti in partenza, perché tutte le obiezioni mosse dall’idealista al realista sono formulate in termini idealisti. Cosa c’è di strano, allora, nel fatto che l’idealista riporti sempre la vittoria? La soluzione idealista dei problemi è sempre implicita nelle sue stesse domande. Il realista deve dunque abituarsi prima di tutto a rifiutare la discussione su un terreno che non è il suo, e a non giudicare se stesso in difficoltà, solo perché non sa rispondere a delle domande in effetti insolubili, ma che per lui, di fatto, non si pongono.
3. È necessario cominciare ad avere sfiducia in questo termine: il pensiero. Perché la più grande delle differenze tra il realista e l’idealista è che l’idealista pensa, invece il realista conosce. Per il realista pensare è soltanto mettere in ordine delle conoscenze o riflettere sul loro contenuto; mai gli verrebbe in mente di fare del pensiero il punto di partenza della propria riflessione perché non è possibile, per lui, pensare se non laddove ci siano delle conoscenze. L’idealista, per il fatto che procede dal pensiero alle cose, non può sapere se ciò da cui parte corrisponde o meno ad un oggetto; quando domanda al realista come raggiunge l’oggetto partendo dal pensiero, quest’ultimo deve dunque affrettarsi a rispondere che non si può, e che è proprio questa la ragione principale del suo non essere idealista, perché il realismo parte dalla conoscenza, cioè da un atto dell’intelletto che consiste essenzialmente nel cogliere un oggetto. Al realista, quindi, la questione non pone un problema insolubile, ma uno pseudo-problema, che è del tutto diverso» (continua qui).
Una filosofia che non sia antica è subito vecchia (J. Maritain).
Si legge nel Cahier de notes di Claude Bernard: “La scienza è rivoluzionaria”. Io sono profondamente convinto che la filosofia non lo sia (É. Gilson).
Ma, che diavolo! È medievale, esclamai, poiché avevo ancora tutto lo snobismo cronologico della mia epoca e usavo i nomi delle epoche precedenti come termini denigratori (C.S. Lewis).
La prima edizione di Theonas, ou les entretiens d’un sage et de deux philosophes sur diverses matières inègalment actuelles, comparve a Parigi nel
PHILONOUS – Voi mi procurate piacere e m’intenerite, per il vostro candore. Nell’immensa moltitudine dei pensatori che hanno impresso la loro orma nella coscienza moderna, voi andate a pescare alcuni accigliati domenicani e qualche carmelitano, inumati con le loro pesanti bardature negli in-folio di Vivès, e andate a sistemarvi accanto a loro. Con loro solamente, e contro tutti! Permettetemi di sorridere.
THEONAS – Sorridete pure, Philonous, sono lieto di mettervi allegria. Ma ditemi, se la verità fosse nascosta nella polvere ammuffita di un vecchio sarcofago, o perfino nel cervello del professor Guignebert, e se bisognasse cercarvela coi denti, non ci andreste anche voi con animo risoluto, senza fare lo schizzinoso? Francamente, devo dirvi che siete difficile da accontentare. Quando noi difendiamo il valore metafisico del senso comune, e scegliamo a maestri un Aristotele e un san Tommaso e ci mettiamo a seguire una tradizione spirituale che ci supera e sovrasta da ogni parte, non siete contento, irridete la nostra ingenuità, la nostra pecoraggine di discepoli ossequienti, il nostro gusto per quella che ironicamente chiamate la “filosofia naturale dell’intelligenza umana”, insomma ci rimproverate di andare d’accordo col genere umano. Ma allorché ci rifiutiamo di entrare nella danza della Filosofia nuova-più-nuova-la più nuova-di-tutte, dove avremmo la soddisfazione di non credere a nessuno e di essere in buoni rapporti con tutti, neppure allora siete contento, e prendete in giro la nostra insularità, ci rimproverate di essere i soli nel nostro modo di pensare (salvo alcune sparute celebrità il cui torto principale è quello di non aver fatto parte delle vostre letture). Cantavimus vobis, et non saltastis; lamentavimus, et non planxistis.
Lasciateci dunque, e non vi sia di scandalo, il beneficio di quell’aristocrazia intellettuale che tutti i sapienti ci hanno insegnato, e di una disciplina umilmente acquisita che ci permette di osservare dall’alto il mondo moderno. Consentitemi di aggiungere che se la verità è così difficile, almeno nelle materie più alte, esistono a priori molte probabilità che la si debba trovare da tutt’altra parte che nella confusione di una fiera dove ciascuno pensa di ricreare il mondo con braccio adolescente - Cartesio, Spinoza, Berkeley, Hume, Comte, Schopenhauer non avevano ancora venticinque anni allorché forgiarono la loro Idea dell’universo – e dove sempre nuove sfere lanciate nello spazio vanno di continuo a cozzare le une nelle altre disintegrandosi a vicenda.
PHILONOUS – Lo sprezzo che voi mostrate nei riguardi dei più grandi pensatori mi ispira una franca avversione.
THEONAS – V’ingannate, mio caro, noi non disprezziamo nessuno, ma lasciamo i disprezzi sommari a quei dotti storici che, per dirla come Thomas nel suo elogio accademico di Cartesio, “da Aristotele a Cartesio scorgono un vuoto di duemila anni”. Noi invece prestiamo la più seria attenzione al pensiero di ogni filosofo, anche a quello di un d’Holbach, di un Haeckel, o di un Durkheim, sforzandoci di trovarvi un germe di vita e ricordandoci l’espressione del testo sacro: homines et iumenta salvabis Domine. Noi simpatizziamo col loro sforzo di riflessione...
Consentitemi di ricorrere qui a una vecchia distinzione che ha un ruolo capitale presso gli scolastici, e cioè quella tra la forma e il soggetto che essa determina, il quale la sostiene, la rappresenta e sovente la tradisce. Se quella diversità delle dottrine nella quale voi, insieme a Leibniz, trovate tanto sapore, è necessaria e benefica, non è a motivo della dottrina in sé, della filosofia, bensì a motivo del soggetto umano e della sua gracilità. Supponete una dottrina metafisica vera (come lo è ai miei occhi la metafisica tomista): data la debolezza e limitatezza dell’intelligenza umana, c’è da scommettere che vi sono molteplici aspetti della verità che i filosofi seguaci di questa dottrina, in sé vera, trascurerebbero di individuare se fossero i soli a filosofare; allora ecco che tali aspetti della verità può darsi che si trovino messi in luce nell’ambito di dottrine erronee, dato che ogni errore afferma qualche verità. La storia conferma con singolare forza questo modo di vedere, facendoci constatare di epoca in epoca la pigrizia, la pochezza e l’incapacità di gran parte dei sostenitori della verità. Dovremo stupircene? Non è che una normale conseguenza della natura umana. Laddove si tratti, invece, della filosofia presa in se stessa e non più nei filosofi, allora, amico mio, non posso capacitarmi che su questo versante voi consideriate necessaria la molteplicità delle dottrine.
Se una metafisica è vera, tutti gli aspetti complementari più diversi e più eterogenei della verità dovranno necessariamente, dal momento che essa è vera, potersi accordare dialetticamente coi suoi principi, e un’intelligenza penetrante quanto basti e quanto basti aperta al reale deve poterli discernere senza il soccorso accidentale dell’errore. Pretendere il contrario significherebbe porre una radicale inadeguazione fra l’intelligenza e l’essere, ammettere che la realtà è fondamentalmente illogica, che
(tratto da Theonas. Dialoghi tra un sapiente e due filosofi su argomenti di diversa attualità, trad. it. Milano 1982, pp. 132-134 e 141-142).
* ...Ma se così fosse, vincerebbe soltanto il più forte. Ed ecco che ci scopriremmo violenti, di quella violenza che ci si compiace tanto spesso di rimproverare all’idea di verità...
Trascriviamo un’interessante riflessione (risalente al 2003) del filosofo cattolico Robert Spaemann, sui presupposti ideologici del relativismo etico:
1. I valori più alti di un ordine democratico liberale sono la tolleranza ed il pluralismo.
2. La tolleranza è inconciliabile con la convinzione di essere in possesso di una verità assoluta e definitiva.
3. L’ordine giuridico di uno stato liberale si fonda esclusivamente sulla volontà dei suoi cittadini. Esso non può pertanto presupporre alcun principio etico, la cui universalità sia riconosciuta solo da una parte dei cittadini.
4. Non esiste una realtà, come il “Diritto naturale”. Il diritto può proibire solo azioni, che vanno contro la volontà di coloro che sono toccati dalle conseguenze di una tale azione.
Il pre-giudizio che soggiace a queste tesi del liberalismo ideologico non è solo erroneo, ma pericoloso, e più precisamente pericoloso per lo stato di diritto liberale. Solo a motivo di una certa mancanza di consequenzialità nell’applicazione di questi principi le gravi conseguenze restano inizialmente celate. Sottoporrò ora a critica le summenzionate quattro tesi.
1. Pluralismo è una parola che ha molti significati. La creazione è “pluralistica”. Esiste una pluralità enorme di specie, pluralità di esseri umani, di razze, nazioni e culture, ed all’interno di queste a sua volta una pluralità di raggruppamenti e di individui. Questa pluralità costituisce la ricchezza del mondo. Una riduzione della pluralità significherebbe un impoverimento. Impoverimento di che cosa? Un impoverimento dell’unico mondo. Se il mondo non fosse uno e se l’essere non fosse uno, allora non avrebbe nessun senso parlare della pluralità come di una ricchezza. Il nostro concetto di “essere” abbraccia tutto ciò che esiste. Affermare che esiste qualcosa al di fuori dell’essere è autocontraddittorio. La stessa cosa vale per il concetto di verità. Chi dice che qualcosa è così e così esclude in tal modo che non sia così. E se egli afferma che nessuno potrebbe veramente sapere che qualcosa si comporta così e non diversamente, allora afferma appunto in tal modo di nuovo qualcosa, e questa affermazione è o vera o falsa. Se esistesse qualcosa come una pluralità delle verità, allora sarebbe vero anche il contrario e quindi in realtà non si sarebbe detto proprio niente. La legge di Newton sulla gravitazione universale è valida o non è valida. Senza un concetto universalistico di verità ogni ricerca scientifica si fermerebbe subito. Altra questione è quella dell’adeguatezza dei nostri concetti, se parliamo di realtà non empiriche. Questa questione non è il nostro tema. Poiché noi possiamo parlare e pensare su Dio solo con immagini, Dio stesso ci ha dato un’immagine adeguata di se stesso in Gesù Cristo. “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9). Ma non solo i concetti dell’essere e del vero sono universalistici per loro definizione, bensì anche il concetto del bene. “Il bene, se si manifesta, è comune a tutti”, si dice in Platone. Se noi diciamo che il pluralismo è qualcosa di buono, allora questa frase ha un significato solo se la stessa parola “buono” ha un senso univoco. Se bene e male sono relativi, allora queste parole di fatto non hanno alcun significato. Prima di tutto non avremmo la possibilità di condannare alcun crimine contro l’umanità. Heinrich Himmler, il comandante delle SS nel “Terzo Reich”, celebrò in un discorso la morale altruista dei carnefici di Auschwitz, che senza prospettive di riconoscimenti e senza vantaggi personali liberavano l’umanità dal cancro del giudaismo. Esiste notoriamente anche un altruismo del male. Ma parlare qui di “male”, può essere interpretato dal relativista solo nel senso che noi abbiamo una sensibilità diversa da Himmler. Il relativista deve impedire a se stesso un giudizio su quale sensibilità sia migliore dell’altra, perché nella sua logica non esiste un criterio del bene che non sia relativo. Se i greci del 5° secolo avanti Cristo credettero di aver trovato un tale criterio nel concetto di “physis”, di “natura”, ciò avvenne, secondo l’opinione del relativista, per il fatto che essi non erano ancora consapevoli del condizionamento culturale dei costumi umani. In realtà è vero il contrario: nel momento in cui i greci, fra l’altro anche a motivo di resoconti di viaggi, divennero consapevoli di questo condizionamento, essi cominciarono a cercare un criterio non relativo, sul fondamento del quale si potesse distinguere fra costumi migliori e peggiori. Che debba esistere un tale criterio lo dimostra già il fatto che gli uomini discutano di esso. Su questioni di gusto non si può disputare. Sul bene e sul male si discute, perché giudizi sul bene e sul male implicano sempre un’istanza universalistica. Del resto esiste nella gran maggioranza dei casi una concordanza nell’insieme della famiglia umana su ciò che è da lodare e ciò che è da condannare. Ovunque, dove non abbia avuto luogo una rieducazione ideologica, la gratitudine, l’amore per i genitori, la fedeltà, l’onestà, il coraggio e la misericordia sono riconosciuti come qualcosa di bello, mentre l’ingratitudine, il tradimento, la menzogna, la viltà e la crudeltà come qualcosa di brutto. Il cristianesimo non ha inventato queste virtù, ma ha soltanto contribuito al loro illimitato libero sviluppo. Le ha liberate dalla costrizione di abdicare continuamente di fronte alle esigenze dell’autoaffermazione. Il cristianesimo insegna: chi fa la volontà di Dio, può abbandonare a Dio la propria autoconservazione. Questo solo rende possibile l’assolutezza della morale.
2. Il relativismo conosce in definitiva solo una virtù: la tolleranza. Ma anche qui è contraddittorio. Proprio esso non è in grado di dare un fondamento ad una realtà come la tolleranza. Perché la tolleranza dovrebbe essere un valore? Forse perché favorisce la pace interna di una realtà comunitaria? Ma ciò può essere favorito anche con la repressione e l’eliminazione di tutti i dissidenti. E non si dovrebbe essere tolleranti anche nei confronti di religioni e visioni del mondo che favoriscono l’intolleranza? Non è forse ogni convinzione altrettanto buona di un’altra? Molti relativisti sono a favore della tolleranza anche nei confronti dell’intolleranza, molti sono a favore dell’intolleranza nei confronti dell’intolleranza, e per essi ogni autentica convinzione veritativa significa intolleranza, cioè ogni convinzione che ritiene falsa la convinzione contraria. Laddove la tolleranza non è un valore derivato, secondario, ma il più alto, essa si trasforma in intolleranza nei confronti di ciò che solo, in realtà, conferisce alla tolleranza il suo valore: la sacralità della coscienza. L’occhio umano, preso in se stesso, non avrebbe alcun valore, se non esistesse la luce e la realtà visibile. Le convinzioni di una persona non avrebbero alcun valore, se non esistessero la verità ed il bene, ai quali la coscienza e le convinzioni sono orientate, anche quando esse nel singolo caso si sbagliano. La dignità della persona umana si fonda su questo riferimento alla verità. La tolleranza invece è il ritirarsi davanti a questa dignità. Il relativismo nega proprio il valore di ciò che solo in realtà fonda la tolleranza: le convinzioni. Anche il dialogo fra religioni, visioni del mondo e convinzioni veritative diventa impossibile, laddove il dialogo stesso si sostituisce alle convinzioni e viene dichiarato inabile al dialogo colui che ha delle convinzioni che non è pronto a rimettere in discussione ed a trasformare in semplici ipotesi. Questa dialettica è tutt’altro che puramente teoretica. L’intolleranza liberale oggi sta chiaramente avanzando nel mondo occidentale. Ch