bollettino in congedo sabbatico

CELEBRI SENTENZE

«Siate cambiavalute esperti» (agraphon citato in Clemente Alessandrino, Stromata I,28,177,2)

Se hai tempo da buttare, leggi le LETTERE DALLA CAMPAGNA

«Austeritas, secundum quod est virtus, non excludit omnes delectationes, sed superfluas et inordinatas. Unde videtur pertinere ad affabilitatem, quam Philosophus “amicitiam” nominat, vel ad eutrapeliam, sive iucunditatem»
(S. Th. II-II, q. 168, a. 4, ad 3m)

«Some of my puns are trivial and some are quadrivial»
(Marshall McLuhan)


TROVAROBE

COLLEGAMENTI

A.E.L.A.C.
A.M.D.G.
Andrea Tornielli (blog)
ANRW
ANTICHITA' CLASSICA
Apocalitticamente (blog)
ARTISAN DE PAIX (blog)
Avvenire
Azione parallela (blog)
B'Tselem
Bene Comune
BERLICCHE (blog)
BIZ (blog)
Bordopagina (blog)
BOTTONE (blog)
CARLO GAMBESCIA (blog)
CARLO MELINA (blog)
Carmelo di Parma
CATHOLICA
Centro Del Noce
CHRISTIANISMUS
Context Group
Crossroads (blog)
Davide Galati (blog)
DE LIBERO ARBITRIO (blog)
DEL VISIBILE (blog)
Diogneto (blog)
DISF
Distributism
Documenta catholica
Donkamel (blog)
Duque de Gandìa (blog)
Early Christian Writings
EFFEDIEFFE
Ekpyrosis (blog)
El Boaro (blog)
Ennio Innocenti
Enochirios (blog)
Ephesians 5,11
ESC (blog)
ET-ET
Faber's Place (blog)
Far finta di essere sani (blog)
Franco Cardini
Frans Van der Groov (blog)
Frinarelli (blog)
GHINETTO (blog)
Giornale A.I.F.R.
Giovanni da Rho (blog)
Giovanni Grandi
Giulio Mozzi (blog)
Granelli di senapa (blog)
Hugoye
HYPOTYPOSEIS (blog)
Identità Europea
IL COVILE
Il Foglio
INIMICA VIS
Innis & McLuhan
Instaurare
Introibo ad altare Dei (blog)
Iperhomo (blog)
ITALIANS FOR RON PAUL
Juventutem
KELEBEK (blog)
L'APOTA (blog)
LABRE (blog)
Lanterne rosse (blog)
LETTERE PAOLINE
Libertà e Persona
LIDENBROCK
Luigi Accattoli (blog)
Luigi Bobba
Magis amica (blog)
Medieval Science Page
New Testament Gateway
NT Transcripts
PAULUS 2.0 (blog)
PESCE VIVO (blog)
Ppdumb (blog)
Ri-Scritture (blog)
Riccardo De Benedetti (blog)
Roba che leggo
Sandro Magister (blog)
SANTA SEDE
Santi e beati
Scricciolo
Segnalibri (blog)
Sivan (blog)
Tadeusz Kantor
Tertullian Project
Text Excavation
THOUGHTS ON ANTIQUITY (blog)
Tontos (blog)
TRA CIELO E TERRA (blog)
Triumph of St. Thomas
VALTER BINAGHI (blog)
Vino e mirra (blog)
Vocabula computatralia
WXRE (blog)
Zenit

CORRISPONDENZA

piccolozaccheo @ libero.it

BUSSOLOTTO

RSS 2.0

RSS 2.0

RSS 2.0

RSS 2.0

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog


Computatore

visitato *loading* volte

Creative Commons License

domenica, 17 agosto 2008
vivere senza menzogna (3)

Fino all’ultimo respiro. È la lezione di Aleksandr Solženicyn, secondo questo toccante ricordo del grande scrittore, firmato da Giuseppe Ghini.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti
volti e parole

lunedì, 04 agosto 2008
ricordo di un uomo libero


È scomparso ieri, all’età di 89 anni, lo scrittore e dissidente russo Aleksandr Solženicyn (o Solgenitsin). Un uomo libero. Ci mancherà.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (12)
volti e parole, diario scritto di giorno

lunedì, 14 luglio 2008
Shakespeare, guitto dissidente - 2

Dal sito ZENIT:

Intervista allo scrittore Joseph Pearce

di Carrie Gress

NAPLES, Florida (USA), lunedì, 14 luglio 2008. - William Shakespeare era cattolico? Secondo lo scrittore Joseph Pearce vi è una serie di elementi che porterebbe a rispondere affermativamente. In questa intervista rilasciata a ZENIT, Pearce parla del suo ultimo libro, “The Quest for Shakespeare: The Bard of Avon and the Church of Rome” (ed. Ignatius Press), in cui ripropone elementi della vita delle opere di Shakespeare, che ne dimostrerebbero la fede cattolica.

Il libro “Shadowplay: The Hidden Beliefs and Coded Politics of Shakespeare” di Clare Asquith è noto soprattutto per aver avanzato l’ipotesi che William Shakespeare fosse cattolico. Vi sono stati altri nella storia che hanno sostenuto la stessa idea?

Pearce: Esiste una schiera di illustri studiosi di Shakespeare che sono arrivati alla conclusione che il Poeta era cattolico. Dopo il lavoro pionieristico di Richard Simpson del XIX secolo, la convinzione che Shakespeare fosse un credente cattolico ha ricevuto conferme dal successivo lavoro investigativo accademico degli studiosi. Tra questi ultimi figurano il padre gesuita Herbert Thurston, Mutschmann e Wentersdorf, John Henry de Groot, Ian Wilson, un altro gesuita, padre Peter Milward, Hildegard Hammerschmidt-Hummel e ovviamente la citata Clare Asquith.

Come mai questo elemento della vita di Shakesperare è passato così inosservato agli occhi di tanti studiosi, che lo hanno definito al di sopra della religione, di una sorta di umanesimo laico o di un ateismo illuminato?


Pearce: Negli ultimi anni anche gli studiosi sono stati costretti a prendere atto del crescente numero di elementi di prova che dimostrerebbero la cattolicità di Shakesperare, anche se molti rimangono in un ostinato rifiuto.

Il motivo per cui la fede cattolica di Shakesperare è rimasta nascosta è ascrivibile ad una combinazione di fattori. Anzitutto il fatto che il cattolicesimo, ai tempi di Shakespeare, era fuori legge. Per questo motivo tutti i cattolici dovevano mantenere segreta la loro fede.

Il secondo motivo per cui la cattolicità del poeta è rimasta largamente ignota nei due secoli successivi alla sua morte è dovuto alla tendenza anticattolica del mondo intellettuale di quel periodo. In terzo luogo, gran parte degli elementi inconfutabili non sono venuti alla luce o non sono stati correttamente intesi se non fino a poco tempo fa.

Infine, l’idea che Shakespeare fosse un umanista laico o un ateista è dovuta ad un’interpretazione soggettiva da parte di critici laici(sti) che hanno voluto vedere riflessi, nelle sue opere, i loro pregiudizi personali. Queste letture erronee sono state sconfessate dall’evidenza storica, che dimostra che Shakespeare fosse un cattolico credente.

Da britannico cattolico, quali elementi di novità è riuscito a raccogliere su ciò che ha definito il puzzle della vita cattolica di Shakespeare?


Pearce: Ritengo che la mia posizione di cattolico britannico mi abbia aiutato molto nella ricerca sul carattere cattolico di Shakespeare. Conosco la storia del mio Paese e mi sono sentito molto “a casa” nel periodo di Elisabetta I e di Giacomo V, che è oggetto del mio libro.

Il valore principale del mio libro è che esso raccoglie un gran numero di prove, nelle pagine di un unico volume. Prima della mia pubblicazione di “The Quest for Shakespeare” era necessario leggere separatamente numerose opere per poter assemblare insieme tutti i pezzi del puzzle. Ora tutti i pezzi sono disponibili in un unica fonte.

Per quanto riguarda gli elementi di novità, credo che il mio libro offra una visione inedita dei fatti. Forse la più evidente differenza fra il mio lavoro e quello della gran parte degli altri studiosi sul carattere cattolico di Shakespeare è la tesi in cui sostengo che egli era considerato un cattolico “sicuro” dalla regina Elisabetta e dal re Giacomo e che la sua cattolicità non era ignota ma era tollerata dalle autorità.

Quali elementi di cattolicità è possibile trovare nella sua famiglia?


Pearce: Che la famiglia di Shakespeare fosse devotamente cattolica e praticante è ampiamente dimostrabile. La famiglia della madre era una delle famiglie cattoliche più note in Inghilterra, e diverse cugine di Shakespeare erano state giustiziate per il loro coinvolgimento nei cosiddetti complotti cattolici. Il padre di Shakespeare era stato multato in quanto cattolico e così anche la sorella Susanna. Anche la scoperta di un testamento spirituale firmato dal padre di Shakespeare conferma inequivocabilmente la sua fede cattolica.

L’accoglienza delle sue opere presso la corte della regina Elisabetta non è prova che egli avesse abbracciato la religione di Stato anglicana?


Pearce: Molti noti cattolici, considerati “sicuri” dalla regina, avevano accesso alla corte. Tra questi vi sono William Byrd, il compositore di corte, che era un noto cattolico, e il Conte di Southampton, benefattore di Shakespeare, che era tra i favoriti della Regina nonostante fosse cattolico. Il fatto, quindi, che le opere di Shakespeare fossero recitate per la Regina non significa che egli non potesse essere cattolico.

Lei sostiene che la vita di Shakespeare oscillava costantemente fra convenienza e convinzione. Cosa intende dire? È un aspetto che emerge anche nelle sue opere?


Pearce: La tensione di questa “oscillazione” in cui Shakespeare cercava di esprimere le sue convinzioni senza rischiare di trovarsi incriminato emerge con evidenza nella tensione intrinseca delle sue opere. Sebbene il carattere cattolico sia evidente, esso viene sempre espresso in modo circospetto. E proprio questo elemento di circospezione e ambiguità è il motivo di una così frequente diversa interpretazione da parte della critica laica. Il cattolicesimo, quindi, è certamente presente nelle sue opere, ma solo una lettura autenticamente critica potrà portare alla luce l’intera ricchezza della morale cattolica di cui sono intrise.

(Fonte: Zenit)

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (9)
volti e parole, scaffale aperto

lunedì, 26 maggio 2008
san Tommaso Dottore eucaristico

Le testimonianze raccolte per il Processo di canonizzazione di Tommaso d’Aquino, conclusosi nel 1323, descrivono il santo come vir magnae contemplationis et orationis (“uomo di grande contemplazione e preghiera”). Il suo primo biografo, fra’ Guglielmo di Tocco, ci ha invece tramandato la preghiera che Tommaso elevò poco prima della morte, ricevendo per l’ultima volta il sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo: «Ti ricevo, prezzo della redenzione dell’anima mia; ti ricevo, viatico del mio pellegrinaggio: per tuo amore ho studiato, vegliato e faticato: te ho predicato e insegnato, e nulla ho mai detto contro di te» (Sumo te pretium redemptionis meae, sumo te viaticum peregrinationis meae, pro cuius amore studui, vigliavi et laboravi; te predicavi, te docui, nichil unquam contra te dixi: Ystoria sancti Thomae de Aquino, c. 47).

Queste parole rivelano una confidenza e un amore del tutto speciali nei confronti dell’Eucaristia, da Tommaso pensata, cantata e celebrata si può dire in tutta l’opera. Al
Dottore eucaristico (la definizione è di Pio XI), del resto, è attribuito lo stesso ufficio della solennità del Corpus Domini (Sacerdos in aeternum), con la Messa Cibavit e l’Adoro Te devote. L’inno Lauda Sion, recitato come sequenza, a cori alterni, durante questa festa, è tra i vertici della poesia religiosa di ogni tempo, per profondità dottrinale e sapienza estetica. Per chi non l’avesse mai letto integralmente, lo riporto qui di seguito, nell’originale latino e in traduzione italiana:

Lauda Sion Salvatórem

Lauda ducem et pastórem

In hymnis et cánticis.

 

Quantum potes, tantum aude:

Quia major omni laude,

Nec laudáre súfficis.

 

Laudis thema speciális,

Panis vivus et vitális,

Hódie propónitur.

 

Quem in sacræ mensa cœnæ,

Turbæ fratrum duodénæ

Datum non ambígitur.

 

Sit laus plena, sit sonóra,

Sit jucúnda, sit decóra

Mentis jubilátio.

 

Dies enim solémnis ágitur,

In qua mensæ prima recólitur

Hujus institútio.

 

In hac mensa novi Regis,

Novum Pascha novæ legis,

Phase vetus términat.

 

Vetustátem nóvitas,

Umbram fugat véritas,

Noctem lux elíminat.

 

Quod in cœna Christus gessit,

Faciéndum hoc expréssit

In sui memóriam.

 

Docti sacris institútis,

Panem, vinum, in salútis

Consecrámus hóstiam.

 

Dogma datur Christiánis,

Quod in carnem transit panis,

Et vinum in sánguinem.

 

Quod non capis, quod non vides,

Animósa firmat fides,

Præter rerum ordinem.

 

Sub divérsis speciébus,

Signis tantum, et non rebus,

Latent res exímiæ.

 

Caro cibus, sanguis potus:

Manet tamen Christus totus,

Sub utráque spécie.

 

A suménte non concísus,

Non confráctus, non divísus:

Integer accípitur.

 

Sumit unus, sumunt mille:

Quantum isti, tantum ille:

Nec sumptus consúmitur.

 

Sumunt boni, sumunt mali:

Sorte tamen inæquáli,

Vitæ vel intéritus.

 

Mors est malis, vita bonis:

Vide paris sumptiónis

Quam sit dispar éxitus.

 

Fracto demum Sacraménto,

Ne vacílles, sed memento,

Tantum esse sub fragménto,

Quantum toto tégitur.

 

Nulla rei fit scissúra:

Signi tantum fit fractúra:

Qua nec status nec statúra

Signáti minúitur.

 

Ecce panis Angelórum,

Factus cibus viatórum:

Vere panis fíliórum,

Non mittendus cánibus.

 

In figúris præsignátur,

Cum Isaac immolátur:

Agnus paschæ deputátur

Datur manna pátribus.

 

Bone pastor, panis vere,

Jesu, nostri miserére:

Tu nos pasce, nos tuére:

Tu nos bona fac vidére

In terra vivéntium.

 

Tu, qui cuncta scis et vales:

Qui nos pascis hic mortales:

Tuos ibi commensáles,

Cohærédes et sodales,

Fac sanctórum cívium.

 

Amen. Allelúja.

Loda, Sion, il Salvatore,

la tua guida e il tuo pastore,

con inni e con cantici.

 

Quanto puoi, tanto osa,

perché è superiore ad ogni lode,

e tu non basti a lodarlo.

 

Come argomento di lode speciale,

il pane vivo e vitale

oggi ti si propone.

 

Che esso, nella mensa della sacra cena,

sia stato dato alla schiera dei dodici fratelli

non è messo in dubbio.

 

La lode sia piena e sonora,

sia giocondo e decoroso

il giubilo della mente.

 

Perché si festeggia il giorno solenne,

in cui di questa mensa si commemora

la prima istituzione.

 

In questa mensa del nuovo Re,

la nuova Pasqua della nuova legge

all’antica Pasqua pone termine.

 

Il nuovo scaccia il vecchio,

la verità l’ombra,

la luce sopprime le tenebre.

 

Quel che Cristo fece nella cena,

questo ordinò di fare

in memoria di Lui.

 

Ammaestrati dai sacri insegnamenti,

consacriamo il pane e il vino,

come ostia di salvezza.

 

Ai cristiani vien dato come dogma

che il pane si cambia in carne,

e il vino in sangue.

 

Ciò che non comprendi, ciò che non vedi,

ardita lo assicura la fede,

sebbene fuori dell’ordine naturale.

 

Sotto specie diverse,

che sono solo apparenza e non sostanza,

si nascondono cose sublimi.

 

La carne è cibo, il sangue bevanda:

eppure Cristo resta intero

sotto l’una e l’altra specie.

 

Per chi lo riceve, non spezzettato,

non rotto, non diviso,

ma intero si riceve.

 

Lo riceve uno, lo ricevono mille:

tanto questi quanto quegli;

e per quanto si riceva, non si consuma.

 

Lo ricevono i buoni, lo ricevono i malvagi,

ma con diverso effetto:

di vita o di morte.

 

È morte per i malvagi, vita per i buoni:

vedi di una stessa comunione

come sia diverso l’effetto.

 

Finalmente, spezzato che sia il Sacramento,

non tentennare, ma ricorda

che tanto c’è sotto un frammento

quanto se ne nasconde nell’intero.

 

Nessuna scissura si fa della sostanza;

c’è rottura solo del segno:

per cui né lo stato né la statura

del segnato è sminuita.

 

Ecco il pane degli angeli

fatto cibo per i viandanti:

vero pane dei figli

da non gettare ai cani.

 

È preannunziato nelle figure,

con Isacco è immolato:

è designato quale agnello pasquale,

è dato qual manna ai padri.

 

Buon pastore, pane vero,

o Gesù, pietà di noi:

Tu ci nutri, Tu ci difendi,

Tu fa’ che vediamo i beni

nella terra dei viventi.

 

Tu, che tutto sai e puoi,

che quaggiù pasci noi mortali:

fa’ che lassù siamo Tuoi commensali,

coeredi e sodali

dei cittadini della città santa.

 

Amen. Alleluia.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (3)
volti e parole, tomismo essenziale

mercoledì, 30 aprile 2008
il Dottor Ronfstein

   

   Jonathan Z. Smith, geniale scopritore del metodo di produzione del legno dolce.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (10)
volti e parole

giovedì, 10 aprile 2008
il mondo come centro sociale okkupato

Sono stupende le note che Rocco Montano, all’interno della sua Storia della poesia di Dante, dedica al canto XXI dell’Inferno e all’uso dello stile comico nella Divina Commedia. Ho l’impressione che il loro valore trascenda l’analisi del poema dantesco, e dica qualcosa anche sul nostro presente, come pure sullo stile che competerebbe a una sua rappresentazione fedele:

«È un mondo, quello in cui ora siamo [la V bolgia dell’ottavo cerchio infernale], di pura animalità. Il Poeta ha qui saputo ritrovare il senso grottesco e bestiale che è al fondo di ogni moralità negativa. Quando la coscienza morale è completamente degradata, è parte di un regno di carne crassa, di corna, di musi, sanne, code, rimane appunto qualche cosa di semplicemente bestiale, di inumanamente grottesco. La scintilla del Verbo è spenta e rimane il gesto istintivo e meccanico, la furbizia animalesca, l’esibizione oscena. Qui sono allora non uomini o angeli, ma esseri mostruosi, come i compagni di Ulisse che Circe ha resi animali, demoni sannuti che vivono in una sfera di soddisfatta animalità e quasi non fanno più nemmeno paura, destano il riso (…).

Tuttavia sarebbe un errore cedere alla suggestione di questi vivaci dettagli, e credere che il Poeta abbia pensato a un intermezzo allegro della dolorosa visione. L’attenzione al particolare minuto e goffo, l’immediatezza visiva non possono farci dimenticare che siamo nell’Inferno, e che il Poeta va riscoprendo le esperienze più gravi della propria vita e di quella del mondo di cui aveva cognizione. Al di là delle figure, che sembrano convenzionali e puramente ridicole, dei diavoli, dei dannati messi a bollire, l’autore ha certamente sentito – e ci fa sentire – il fondo morale del male, la tentazione, il cedere dell’anima (…).

In una parte dell’Inferno occupata da forme di umanità e di peccato vili e prive di ogni grandezza, egli ha pensato a darci un esempio di stile comico, basso: si tratta di una scelta predeterminata, la quale ha poi, proprio essa, l’effetto di dare un tono popolaresco, spesso goffo e triviale, alla rappresentazione (il canto si chiude con uno dei più plebei versi che mai grandi poeti abbiano scritti).

Così ci troviamo – e la cosa non dovette né sfuggire né dispiacere al poeta – davanti a una figurazione popolaresca del mondo della perdizione, cioè d’una specie d’Inferno tipico, quale poteva concepirlo il popolo, coi diavoli dall’omero aguzzo, con la pece, le forche, le cose triviali e gli scherni, gli uncini, i peccatori portati sulle spalle dei demoni. Rimane, nel fondo della scena, il senso amaro e tragico della perdizione eterna (…). Nella grande sinfonia era necessario – almeno se siamo capaci di metterci nella sensibilità estetica e morale del Medioevo – anche questo “tempo” grottesco e buffo».

(Rocco Montano, Storia della poesia di Dante, 2 voll., Quaderni di Delta, Napoli 1962: vol. I, pp. 488-501)

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (7)
volti e parole, scaffale aperto

mercoledì, 02 aprile 2008
un uomo vivo

Piace ricordarlo così, nel pieno delle forze, in un famoso fuori-programma… 


Wiem,

wiem i ty wiesz, wiedzieliśmy,

nie wiedzieliśmy, przecież

byliśmy tu a nie tam,

i niekiedy, gdy

stała między nami tylko nicość, odnajdywaliśmy

w pełni drogę do siebie.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (2)
volti e parole

venerdì, 07 marzo 2008
piccoli terroristi

Immagini tratte dal sito rafah.vze.com:



Piccoli terroristi giuocano tra i sassi.




Piccoli terroristi sbucano dalle lamiere.




Piccoli terroristi si spostano.




Piccoli terroristi dipingono.




Piccoli terroristi contemplano il fuoco.




Piccoli terroristi vengono tratti in salvo.




Piccoli terroristi ti guardano.

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (8)
volti e parole

giovedì, 06 marzo 2008
un ricordo di Maurice Clavel

Mentre Paolo Flores D’Arcais, dalle colonnine del pronao di Micromega, lancia anatemi contro il cristianesimo, annoverandolo tra le “malformazioni culturali”, a me piace ricordare in questi giorni un protagonista anomalo del Sessantotto, uno che dall’esperienza delle barricate è uscito proprio “malformato”: Maurice Clavel. Chi se lo ricorda?

Il suo nome, per quelli che lo conoscono, è legato al movimento dei cosiddetti “nouveaux philosophes”: il che non è certo onorevole, data la fine che codesti, perlopiù, hanno fatto. Da maoisti a liberal-chic. Un percorso tutto sommato coerente, a guardarlo col senno di poi. Ma Clavel, che ha raggiunto l’altro mondo prima di poter constatare il declino culturale della sua generazione (morì nel ’78), non andrebbe ricordato per questo.

In italiano si è tradotto poco di lui: oltre a un romanzo giovanile caduto presto nel dimenticatoio (ignoro se a torto o a ragione), c’è il fulminante racconto della conversione, Ce que je crois (1975, trad. it. Quello che io credo, Roma 1978), e un pamphlet sulla filosofia moderna, contro i sacri mostri del pensiero Fichte Hegel Marx Nietzsche, intitolato significativamente Deux siècles chez Lucifer (1978, trad. it. Da Kant a Nietzsche. Il senso religioso della filosofia contemporanea [!], Roma 1982).

Il suo libro più bello, per me, resta Nous l’avons tous tué (ou ce juif de Socrate), del 1977: dodici lettere provocatorie, indirizzate ai vecchi amici dal buen retiro di Vézelay (beato Clavel), e composte sulla scia dell’adagio di Erasmo Sancte Socrates ora pro nobis. Filosoficamente, è vero, non ci si ricava molto. Ma è a questo libro che devo la scoperta di un altro francese, uno che dal Sessantotto non si è lasciato nemmeno sfiorare: Pierre Boutang (magari ne riparlerò). E gliene sono ancora grato.

Clavel, del maggio francese, ha dato una lettura interessante sul piano della diagnosi, indicando quel che stava dietro ai proclami della “morte di Dio”, cioè la morte dell’uomo senza Dio. Era ossessionato da Michel Foucault. Ma ha sbagliato in una cosa fondamentale, a mio parere: nel voler indicare la fede nuda, senza terra sotto i piedi, come la soluzione a tutti i problemi, soprattutto al problema della cosiddetta “secolarizzazione”. Era chiaro che nessuno l’avrebbe seguito, con queste premesse. Il suo amore per Kant, alla fine, l’ha confinato all’interno di quel mondo che oggi è crollato, e che andrebbe ricostruito su altre basi.

La cosa simpatica, però, è che le sue critiche intra moenia funzionano ancora. Ad esempio la denuncia della subalternità del cattolicesimo alle mode intellettuali, o la critica al prassismo, alla fissazione tipicamente cattolica per le “opere”, soprattutto se ben visibili e apprezzate dal mondo. Da buon francese, Clavel sapeva bene che on ne peut pas plaire à tout le monde, che non si può piacere a tutti. Basta con gli annacquamenti.

A distanza di anni, così ne parla André Glucksmann, uno degli ex-compagnucci di cui sopra, ora votato alla causa occidentalista: «Sono stato molto amico di un intellettuale cattolico francese, un gollista di sinistra, Maurice Clavel. Quando mi battevo per Solgenitsin, mi sostenne e mi appoggiò in modo straordinario. Ricordo un giorno che andai a trovarlo e stava pranzando con un gruppo di preti, molti erano preti “di sinistra”, progressisti, ex preti operai, che avevano aiutato gli algerini. Ero giovane e un po’ insolente, e chiesi se invece di parlare sempre di politica e di Dio, non si potesse per una volta parlare del diavolo. Chiesi se c’era qualcuno che credesse all’esistenza del diavolo: l’unico a rispondere positivamente fu Clavel».

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (6)
volti e parole

venerdì, 22 febbraio 2008
vivere senza menzogna

Una bella riflessione di Adriano Dell’Asta, su Avvenire di oggi:

«Nell’ultimo numero della ri­vista “La Nuova Europa” (1, 2008), compare un in­teressante saggio di Ljudmila Sa­raskina, studiosa di letteratura, au­trice di una monumentale biogra­fia di Solzenicyn di imminente u­scita in Russia. Il saggio ricrea la storia del famoso appello Vivere senza menzogna, che lo scrittore russo volle fosse reso pubblico il 13 febbraio 1974, all’indomani del suo arresto e quindi poco prima di quella che divenne la sua e­spulsione, ma che poteva essere anche una condanna detentiva durissima (se non già la condan­na a morte come qualcuno chie­deva).

L’appello, disinteressando­si della sorte personale dell’auto­re, della sua libertà e della sua stes­sa vita, era l’invocazione a una lot­ta senza quartiere contro la men­zogna: “che non domini con la mia collaborazione! ...Ecco la nostra via: non sostenere in nessun caso consapevolmente la menzogna”.

Come mostra bene la Saraskina, non si trattava di un proclama po­­litico, filosofico o religioso, ma del­l’appello a “un riesame completo della propria vita e della propria coscienza”, era un’invocazione al­l’inquietudine della coscienza. Per Solzenicyn, in effetti, il pro­blema fondamentale di un regime totalitario come quello sovietico, prima ancora del terrore con il quale aveva fatto milioni di vitti­me, era quello della menzogna che aveva avvelenato l’anima dell’uo­mo e rischiava di farlo scompari­re come specie umana, una men­zogna onnipervasiva che aveva portato uno scrittore sovietico fa­moso, il premio Nobel Solochov, a dire: “Scriviamo come ci detta il cuore, ma il nostro cuore appar­tiene al partito”.

La storia di Solzenicyn e della sua fortuna letteraria mostrano del re­sto perfettamente questa centra­lità dello scontro tra la verità e la menzogna. Quando la rivista Novyj Mir pubblicò Una giornata di Ivan Denisovic, il numero andò subito a ruba, la gente lo cercava con ansia come un oggetto pre­zioso, quasi non capendo più niente per la paura di non riusci­re a trovarlo; come ricordava Ser­gej Averincev, uno dei più grandi intellettuali russi del XX secolo: “Non dimenticherò mai un uomo un po’ strampalato, che non riu­sciva a dire il nome del Novyj Mir e chiedeva alla giornalaia: ‘Ma sì, ma sì, quello dove c’è scritta tutta la verità!’. E lei capiva di che cosa stesse parlando il suo interlocuto­re”. Era un altro mondo che aveva fatto irruzione nell’Unione Sovie­tica del post-stalinismo.

E di un altro mondo ancora furo­no le reazioni del mondo lettera­rio ufficiale, che attaccò Solze­nicyn prima ancora che lo faces­se il potere, con una violenza ver­bale che autorizzò poi il potere stesso alla campagna che avrebbe portato all’espulsione dell’autore scomodo. Solzenicyn venne bol­lato come un “nemico di classe”, un “malato psichico pericoloso”, “pieno di veleno e di disprezzo”.

E si potrebbe proseguire ancora a lungo se non si dovesse ricordare che anche in Italia le reazioni di questo tipo furono la maggioran­za e caratterizzarono anche scrit­tori di valore, che non agivano per timore, sudditanza politica, inte­resse o quant’altro; si pensi a chi definì Solzenicyn “un retore de­clamatore che non vale niente co­me scrittore”, uno scrittore ano­nimo rispetto al quale “un corrispondente di provin­cia scrive meglio”; ma si pensi anche a una parte consistente del mondo po­litico, non comunista o in qualche caso anche anticomunista, che guardava con fastidio il dissenso e gli scrittori del dissenso perché potevano disturbare il processo di quella che allora veniva chiamata la distensione.

Fu realmente lo scontro di due mondi, che non erano definiti sol­tanto da una collocazione geogra­fica o da un’appartenenza politi­ca e neppure dalla legittima di­versità di valutazione del valore di un’opera artistica; come accenna la Saraskina alla fine del suo arti­colo, anche oggi, e anche quando il valore artistico di Solzenicyn non è più in discussione, le rea­zioni alla sua opera hanno anco­ra la stessa caratteristica di un tempo: sembra di parlare di due mondi e di due realtà diverse.

Ci pare venga così alla luce un pro­blema fondamentale del sistema totalitario e della menzogna che ne costituisce il cuore, un proble­ma che è stato già messo in luce nella letteratura russa di questo secolo o anche da alcuni autori in occidente (come Alain Besançon, ad esempio), ma sul quale non si è ancora riflettuto abbastanza: la menzogna che Solzenicyn invita­va a combattere non è quella clas­sica, di chi mente sapendo di mentire.

Non abbiamo qui due pa­role o due interpretazioni per di­re una sola realtà; abbiamo una parola che dice due realtà: Solze­nicyn dice libertà dell’artista che appartiene esclusivamente all’ar­te e al suo mistero irriducibile, So­lochov parla della libertà del par­tito al quale appartiene il cuore dell’artista reso schiavo. Ma allo­ra quando abbiamo diverse posi­zioni, il contrasto non è più tra due interpretazioni, tra due parole; e la realtà che contraddice la mia parola o il mio giudizio non va reinterpretata, discussa o ricom­presa, va semplicemente elimina­ta.

Il terrore qui (o un certo eser­cizio del potere nelle società de­mocratiche) è il corollario della menzogna: non si mente per na­scondere il terrore, ma si terroriz­za per mantenere la menzogna. Certo, nelle società democratiche, questo non diventa sistema di po­tere e resta una mentalità: un ni­chilismo debole e ben educato, che però un nichilismo scatenato e privo di buone maniere non farà alcuna fatica a spazzar via.

Solzenicyn invitava appunto a contrapporsi a questa menzogna, alla menzogna secondo cui l’in­terpretazione sarebbe più impor­tante della realtà, tanto più im­portante della realtà da poter pre­tendere di sostituirsi ad essa e di non dover più verificare se le cor­risponde e se non ha creato inve­ce una nuova realtà che non ha più nulla a che vedere con il bene del­l’uomo: si diceva “campi di lavo­ro correzionale” e, mentre gli uo­mini vi morivano a milioni, alcu­ni, invece di limitarsi a sopportar­li come uno strumento ingiusto ma “necessario”, li esaltavano co­me il paradiso in cui veniva crea­to l’uomo nuovo socialista».

(
Adriano Dell’Asta, Avvenire, 22/02/2008, p. 26)

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (10)
volti e parole

domenica, 06 gennaio 2008
il viaggio dei Magi



Tra le prime poesie composte da Thomas S. Eliot dopo la conversione (e l’ingresso ufficiale nel movimento anglo-cattolico della Chiesa anglicana, avvenuto nel giugno 1927), figura The Journey of the Magi (“Il viaggio dei Magi”). In questa poesia – composta su commissione, come testo da allegare a un biglietto di auguri per Natale – prende la parola uno degli antichi sapienti che fecero visita a Gesù in fasce, secondo il fortunatissimo episodio narrato dal Vangelo di Matteo (Mt 2,1-12):

…Considerate

questo: ci trascinammo per tutta quella strada

per una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certo,

ne avemmo prova e non avemmo dubbio. Avevo visto nascita e morte,

ma le avevo pensate differenti; per noi questa Nascita fu

come un’aspra ed amara sofferenza, la nostra morte.

Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri regni,

ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi,

fra un popolo straniero ch’è rimasto aggrappato ai propri idoli...

Questi versi rovesciano la prospettiva dell’angosciata confessione di Gerontion (1919), dove il poeta, descrivendo se stesso come “un vecchio, una testa intronata fra spazi ventosi… arido cervello in un’arida stagione”, alludeva alla propria partecipazione a una conoscenza ingannevole, incapace di redenzione (da “La parola…. fasciata di tenebra…”, vv. 18-19, a “Dopo una tale conoscenza, cos’è mai il perdono?”, v. 33). Ecco quindi che la propria rinascita di credente, rispecchiata nel percorso dei Magi, può essere considerata come “un’aspra ed amara sofferenza, come la Morte”. Come l’inizio di una vita nuova.

[La traduzione del testo di Eliot è di R. Sanesi. Nella foto, l’Adorazione dei Magi: capitello della cattedrale di Saint Lazare, Autun (immagine presa da qui). L’autore, il maestro Gislebertus (XII sec.), ha raffigurato anche il Viaggio dei Magi, che si può ammirare qui]

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (11)
volti e parole

venerdì, 28 dicembre 2007
vita e morte di Culianu

A più di un anno di distanza da un precedente articolo (che segnalavamo qui), Giampaolo Romanato parla nuovamente della morte (per omicidio) dello storico delle religioni rumeno Ioan Petru Culianu (1950-1991):

«Su questa vicenda, frettolosamente archiviata dalla polizia, si gettò un giovane giornalista, Ted Anton, che condusse una minuziosa ricerca, girando due continenti e ricostruendo l’intera vita della vittima. Ne nacque un libro che apparve negli Stati Uniti nel 1996, presto tradotto in varie lingue e ora, finalmente, anche in italiano (Eros, magia e l’omicidio del professor Culianu, Settimo Sigillo, euro 29,50).

Culianu proveniva da una facoltosa famiglia della migliore borghesia intellettuale romena, la classe sociale che il comunismo colpì più duramente, privandola di tutto ciò che possedeva. Nato nel 1950, crebbe fra umiliazioni e voglie di rivalsa, nel ricordo straziante del padre, morto in solitudine. Imparò a mimetizzare, nascondere, dissimulare ciò che pensava.

Oltre alle lingue, che apprendeva con incredibile rapidità, si dedicò allo studio delle tradizioni religiose, intese soprattutto come contro-poteri, vie di fuga, rifugio dello spirito. Quando arrivò in Italia la sua struttura intellettuale era già formata, come il progetto dei libri che pubblicò in seguito. Quanti lo conobbero allora si resero subito conto di essere di fronte ad un personaggio fuori dal comune. Era trattenuto dalla povertà, dalla solitudine, dal terrore di essere assassinato, ma in Olanda e negli Usa, man mano che crebbero riconoscimenti e successo, l’insicurezza scomparve ed esplose l’intelligenza. Il suo Eros e magia nel Rinascimento, pubblicato in Francia nel 1984, rimane un classico.

Alla domanda che ponevamo prima, chi e perché lo uccise, la ricerca di Anton, che ha interrogato anche i nuovi governanti della Romania, indica due possibili risposte. La prima, poco verosimile, parte dalle ricerche di Culianu sulla Romania interbellica, alla ricerca del vero ruolo svolto dal suo maestro Mircea Eliade all’interno del movimento fascistoide e antisemita della Guardia di ferro. Potrebbe avere scoperto qualche segreto inconfessabile che i seguaci del movimento, ancora attivi nella diaspora romena proprio nello stato dell’Illinois e nel vicino Canada, non desideravano che venisse divulgato. Ma è una supposizione fragile e poco fondata.

Molto più solida è invece l’altra, che riconduce il delitto al clima avvelenato della Romania postcomunista. Culianu si era sempre tenuto alla larga dalla dissidenza romena. Ma il suo disprezzo per il sistema comunista era totale, assoluto. Quando crollò il regime di Ceausescu, fu tra i primi a denunciare che nel suo Paese non era avvenuta una rivoluzione ma una torbida congiura. Era stato eliminato il tiranno, ma il suo sistema di potere, gli uomini che lo contornavano, a partire dal suo successore Iliescu, e l’apparato dei servizi segreti, la famigerata Securitate, erano rimasti quasi tutti ai loro posti.

Scrisse, parlò, si espose, organizzò la visita a Chicago dell’ex re della Romania, Michele. In cambio ricevette minacce e avvertimenti, tanto da rinviare il viaggio in patria (dopo la fuga non aveva più rimesso piede nel suo Paese), per il quale aveva già prenotato i biglietti aerei. Sta in piedi, dunque, l’ipotesi che siano stati gli apparati di potere romeni a decidere di liquidarlo, per saldare il conto, recente e lontano, che avevano con lui.

L’ipotesi è avvalorata dal fatto che il dossier Culianu raccolto dalla Securitate, oggi consultabile, è stato “ripulito”, come ha rivelato l’anno scorso proprio questo giornale (Avvenire del 20 luglio 2006) e non contiene praticamente nulla. Tuttavia, l’unica cosa certa è che, sedici anni dopo, il delitto Culianu rimane un mistero aperto e irrisolto. Un mistero che accresce il fascino di questa figura, ormai un mito per le nuove generazioni intellettuali della Romania».

(fonte: “Avvenire”, 28/12/2007, p. 24)

Scritto da piccolozaccheo | link | commenti (6)
volti e parole

venerdì, 09 novembre 2007
Giovannino Guareschi e le pecore matte

Da un racconto di Guareschi (È di moda il ruggito della pecora, pubblicato postumo nel 1969), in cui don Camillo, più energico che mai, ne passa di tutti i colori per via d’una nipote scapestrata, e corre a sfogarsi col Cristo dell’altar maggiore:

“Signore, se questi giovani che si prendono gioco delle cose più sacre sono la nuova generazio­ne, che mai sarà della vostra Chiesa?”.

“Don Camillo”, rispose con voce pacata il Cristo, “non ti lasciare suggestionare dal cinema e dai giornali. Non è vero che Dio abbia bisogno degli uomini: sono gli uomini che hanno bisogno di Dio. La luce esiste anche in un mondo di ciechi. È stato detto ‘hanno gli occhi e non vedono’: la luce non si spegne se gli occhi non la vedono”.

“Signore, perché quella ragazza si comporta così? Perché per ottenere una cosa che potrebbe fa­cilmente avere soltanto se la chiedesse, deve stor­cerla, carpirla, rubarla, rapinarla?”.

“Perché, come tanti giovani, è dominata dalla paura di essere giudicata una ragazza onesta. È la nuova ipocrisia: un tempo i disonesti tentavano disperatamente d’essere considerati onesti. Oggi gli onesti tentano disperatamente d’essere considerati disonesti”.

Don Camillo spalancò le braccia: “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la